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L'amicizia PDF Stampa
Saper vivere - Altri articoli

Così avventurosa, così libera

Così forte, così leggera

Così profonda

Così indisciplinata, così poco lagnosa.

Esiste ancora l'amicizia nel mondo contemporaneo? Ad una prima osservazione sembrerebbe di no. Il mondo degli affari è dominato dal mercato e dall'utile economico. La politica dalla competizione per il potere. In entrambi i casi c'è ben poco spazio per rapporti personali sinceri. Il mondo moderno, inoltre, ci impone un continuo mutamento.

Quando cambiamo residenza e lavoro finiamo anche per lasciare i vecchi amici. Promettiamo di rivederci ma, poi sorgono i nuovi interessi, nuovi bisogni, abbiamo nuovi incontri. Nessuno può restare immobile e guardarsi indietro. In Italia, la parola amicizia, ha assunto addirittura un significato negativo, di privilegio, di raccomandazione. Per trovare un posto di lavoro, per essere ammesso all'ospedale, per avere una casa in affitto, occorrono delle raccomandazioni, delle amicizie. Se segui la procedura regolare, burocratica, non ottieni nulla. L'amicizia è il mezzo per passare davanti agli altri, per eludere la norma. La parola amicizia ha finito così, per indicare i criteri particolaristici, i privilegi, grandi e piccoli, in un sistema che, se fosse giusto, dovrebbe essere invece retto da criteri universalistici e di merito. Il mondo moderno è caratterizzato dal passaggio dai ruoli particolaristici, ascritti, ed emotivi a ruoli universalistici, acquisiti e neutrali. L'amicizia appare, perciò, come un anacronismo e, per di più, fonte di ingiustizia. In una società giusta le posizioni vanno attribuite non in base all'amicizia, ma al merito, valutato in modo imparziale. I servizi sociali devono erogare le loro prestazioni non ai raccomandati, ma a tutti. Un sistema amministrativo infiltrato dall'amicizia, è clientelare, mafioso, ingiusto. Molti, perciò, pensano che l'amicizia sia una sopravvivenza del passato. Qualcosa come la lealtà feudale, oppure la magia o il folklore. Secondo costoro l'amicizia, col passare degli anni, perde di importanza, ed il suo destino è di scomparire per lasciare il posto a rapporti impersonali ed obiettivi. Altri ritengono che l'amicizia riuscirà a sopravvivere, ma confinata accuratamente alla sfera dell'intimo, senza alcuna contaminazione con gli affari, i pubblici uffici e la politica.

 

Cosa dobbiamo intendere, allora, per amicizia? Intuitivamente questa parola ci fa venire in mente un sentimento sereno, limpido, fatto di fiducia, di confidenza. Anche le ricerche empiriche mostrano che la stragrande maggioranza della gente la pensa press'a a poco allo stesso modo. In un libro recente J.M. Reisman, dopo aver esaminato tutta la immensa letteratura sull'argomento, ha dato la seguente definizione dell'amicizia:. Con questa definizione Reisman colloca l'amicizia nel mondo dei sentimenti altruistici e sinceri. Non è possibile nessuna confusione con l'interesse, il calcolo ed il potere. Semmai il difetto della definizione di Reisman è di essere troppo generica: Anche una madre desidera fare del bene al suo bambino e ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati. Lo stesso avviene nel rapporto fra innamorati, fra coniugi che si amano, o fra fratelli, se i fratelli si vogliono bene. La definizione di Reisman riguarda, in generale, l'amore. Amare, scriveva San Tommaso d'Aquino, è voler rendere felice l'altro.
Il percorso fatto è molto importante. Nel linguaggio corrente la parola amicizia ha numerosi significati. Sta ad indicare il socio, il conoscente, la persona simpatica, il vicino, il collega, tutti coloro che sono prossimi. C'è però oggi, come nel più remoto passato, un altro significato, quello di amico personale a cui vogliamo bene e che ci vuole bene. Quest'ultimo tipo di amicizia appartiene ad una classe più ristretta di relazioni interpersonali: le relazioni di amore. Quando pensiamo ai nostri amici più cari, alla vera amicizia, pensiamo ad una forma di amore fra persone.
E' Facile distinguere l'amicizia dalle relazioni sociali più superficiali, dai rapporti utilitaristici o da quelli fondati su ruoli professionali. Il vero problema, quello che, finora, non è stato ancora affrontato, è come distinguerla dalle altre forme di amore fra persone. Per esempio, in che cosa differisce l'amicizia dall'innamoramento? Ci sono numerosi autori che ritengono questa differenza minima, o poco rilevante. E' più facile distinguere l'amicizia dall'amore materno, o da quello paterno, o dall'affetto tra fratelli. Anche in questo caso, però, vi sono dei caratteri in comune. Noi diciamo che quello è un nostro . Talvolta nell'amicizia si esprime un atteggiamento paterno o filiale.

 

L'ideale di amore fraterno, l'ideale eroico della carità, si ritengono superiori perché perdonano sempre. Ma proprio perché perdonano sempre pretendono poi anche di essere perdonati: Quando la morale della carità eroica scende nel mondo, diventa indulgenza, connivenza, complicità, ipocrisia. La gente resta sempre insieme, affettuosamente, si abbraccia, continua a perdonare i torti, perciò continua a farne di nuovi. Degradandosi, l'amore purissimo della carità diventa confuso, vischioso, finchè non è più possibile nessuna chiarezza. L'amicizia non ha ideali così sublimi, ma è un soffio di aria fresca in queste relazioni soffocanti.
Il mondo antico, in particolare quello greco-romano, non credeva negli ideali astratti, lontani ed irrealizzabili. Sospettava dei fanatismi. Diffidava degli eccessi sentimentali. Per questo dava tanta importanza all'amicizia. Perché nell'amicizia, la distanza fra ideale e reale deve essere breve. Nell'amicizia noi non possiamo proclamare una cosa e farne un'altra. Nell'amicizia i patti vanno rispettati, la fiducia meritata. L'amicizia deve essere leale, sincera, limpida. L'amico deve volere il bene dell'amico non a parole, ma concretamente. Deve essere presente nel momento del bisogno. Chi è beneficiato non deve né approfittarne, né annoiare con i ringraziamenti. Nell'amicizia non si può ingannare, non si può fare del male. Mai, neppure una volta. Nell'amicizia bisogna saper vedere la virtù dell'altro e valorizzarla. L'amico deve essere aperto e pieno di vita, divertente. Non deve annoiare, non deve seccare: Un amico non deve nemmeno essere troppo generoso, riempire di regali perché, se fa così, suscita il bisogno di ricambiare, crea dei doveri di riconoscenza che sono troppo pesanti. L'amicizia deve essere fresca, leggera, anche quando è eroica. L'amicizia dice sempre, anche di fronte alla morte: Questi sono gli ideali dell'amicizia. Non chiede di dare tutto, di baciare i lebbrosi, di mentire in tribunale. Non chiede nemmeno di dormire sotto lo stesso tetto. Però quello che chiede lo esige. E, se non le viene dato, giudica e condanna. Una volta condannato, ben difficilmente perdona. Non punisce, non minaccia, non esercita rappresaglie, non fa ricatti. Semplicemente svanisce. Se l'ideale non viene realizzato, l'amicizia scompare. Probabilmente non c'è nessuna relazione umana in cui il reale deve essere così vicino all'ideale. E' la relazione che sopporta meno l'esagerazione e la chiacchera. Comprendiamo , allora, perché l'amicizia sembri così fragile, e perché ci sia tanta gente che si dice delusa dall'amicizia. Costoro l'hanno confusa con qualcosa d'altro, non hanno voluto stare alle regole del gioco. Anche coloro che dicono che l'amicizia c'era nell'antichità ed è scomparsa nel mondo moderno sbagliano. L'amicizia esisteva nell'epoca di Confucio ed esiste oggi. Non c'è alcun motivo di pensare che debba scomparire nel futuro. L'amicizia è soltanto un modello ideale che chiede di essere rispettato. Per quel tanto che noi lo seguiamo, il mondo si riempie di amici e questi, vedendoci, ci sorridono.

Brani tratti dal testo L'amicizia di Francesco Alberoni

 
Dimagrire senza dieta PDF Stampa
Benessere - Salute

Si riportano sull’argomento le considerazioni di Raffaele Morelli:

-I bambini quando giocano, si dimenticano di mangiare, perché provano un piacere così grande, che nessun alimento può dare loro. E gli animali selvatici non ingrassano perché seguono l’istinto: quelli domestici, che prendono i vizi dei padroni, diventano obesi.

-Chi  è preso dalle cose che fa, non ingrassa. Perché il cervello è soddisfatto e non compensa più le frustrazioni con il cibo.

-Mangiando cerchiamo di donarci amore, come accade agli albori della vita con il latte. Sono le calorie affettive che mancano. Ricorrere al cibo diventa allora una modalità automatica per tamponare l’angoscia.

-Per dimagrire, l’anima ha bisogno soprattutto di desiderare. Il desiderio, in qualunque modo espresso, è il più grande antidoto all’obesità: un nuovo lavoro, nuovi interessi, nuove esperienze.

-Per ritrovare il proprio peso ci vuole il piacere. Quello vero, che nasce dalla passione per la vita, per tutte le manifestazioni dell’esistenza, amori e affetti, lavoro e tempo libero, talenti e creatività. Dimagrire è l’arte di incontrare te stesso, il vero te stesso, non quello soffocato dal cibo.

-Chi ingrassa vive di rimpianti. La mente che rimpiange è una zavorra per l’anima e per il metabolismo. Ancor di più lo è l’eccesso di pensieri. Chi ingrassa pensa troppo.

-Essere naturali significa abbandonarsi alle ‘ferite affettive’ che ci arrivano e attendere che l’anima spontaneamente formi la cicatrice. Proprio come fa la natura, quando ci tagliamo: il corpo si cura con le piastrine del sangue, l’anima con l’oblio.

-E’ inutile ripensare a ciò che è stato: è quello che posso fare che conta. L’immagine della propria autorealizzazione è il miglior tonico per il metabolismo dell’anima. Se sei te stesso, non hai bisogno di compensare con il cibo.

-Chi ingrassa crede di aver poca forza di volontà: si sbaglia ne ha troppa! E’ troppo severo con se stesso e così ha perso l’elasticità, la leggerezza dell’anima. Non si lascia più guidare da lei, che si esprime attraverso passioni, desideri, sogni, tentazioni.

-Il cibo è la “consolazione” più facile e a portata di mano. Specialmente oggi che bar e fast food, panetterie e pasticcerie si moltiplicano sui marciapiedi della città. Così è facile cadere nella trappola e concedersi uno sfizio dopo l’altro per placare ansia, noia, frustrazione, mancanza di affetto…..

-Una recente ricerca ha messo in luce che le persone che nella loro vita lasciano spazio al piacere, non solo vivono più a lungo e si ammalano di meno, ma non ingrassano oppure, se lo fanno, ritornano velocemente al loro peso forma se si concentrano nuovamente su ciò che dà loro piacere. Invece le persone che hanno un eccessivo senso del dovere, che si criticano continuamente, non solo rischiano depressione e malattie psicosomatiche, ma ingrassano in maniera considerevole. Insomma, per non ingrassare abbiamo bisogno di due cose: passione e novità

-Chi ingrassa è spesso un perfezionista, si impone di essere un genitore inappuntabile, un lavoratore efficiente, si carica di un sacco di pesi e responsabilità, dimenticando altri desideri che abitano nella sua anima.

-Via via ci convinciamo che è la fatica il vero motore della nostra vita. Ma, al contrario per scoprire i tuoi talenti non devi sforzarti. Solo ciò che sappiamo fare senza fatica è autentico.

 

Pertanto, per  ridurre le quantità degli alimenti, a cominciare da quelli con più calorie, è necessario rimuovere la fame ‘nervosa’, per eliminare la quale  Raffaele Morelli dice che bisogna mettere al centro della nostra vita il proprio Io, evitando di porsi troppi problemi esistenziali,cercando di rimuovere ansia e preoccupazioni eccessive. E’ necessario collocare al centro dell’esistenza le piccole grandi soddisfazioni e i piaceri che ci può offrire una vita libera da costrizioni eccessive, da doveri impellenti e dalla solita routine.

Le considerazioni di Raffaele Morelli sono tratte dal testo “Dimagrire senza dieta”

 
Breve storia della schiavitù PDF Stampa
Utilità - Curiosità

La schiavitù ha iniziato ad apparire nelle civiltà passate probabilmente circa 11.000 anni fa, quando con l'ampia diffusione dell'agricoltura, l'umanità ha iniziato a sperimentare un surplus di cibo. Prima, gli umani si mantenevano con la caccia e la raccolta. Sarebbe falso dire che non si sono scontrati con altri umani, perché, anche allora, la guerra tra tribù diverse non era probabilmente rara. L'unica ragione per cui, in quel momento, i nemici catturati non furono trasformati in schiavi, era logistico. Di solito la quantità di cibo disponibile era sempre scarsa e aumentare la quantità di cibo necessaria per nutrire i prigionieri avrebbe richiesto solo una soluzione: l'utilizzo dei nemici vinti facendoli partecipare alla caccia. Ma era del tutto impossibile fornire al nemico sconfitto le armi e la libertà necessarie per la caccia. Il modo più pratico per sbarazzarsi di un nemico era ucciderlo immediatamente sul campo di battaglia o ucciderlo più tardi e consumare il bottino. Considerando la scarsità di cibo, quest'ultima scelta è stata considerata una buona alternativa. Recenti scoperte mostrano prove di questa pratica in molte delle abitazioni dei primi uomini. Il cannibalismo era ancora diffuso, quando nei secoli passati altre nazioni civilizzate entrarono in contatto con tribù che ancora vivevano di caccia e raccolta.

Le cose cambiarono con l'avvento dell'agricoltura. L'eccedenza di cibo permetteva a una parte della popolazione di non lavorare nei campi. Le società avevano iniziato ad organizzarsi in categorie più specializzate di lavoratori. C'erano soldati, contadini, tagliatori di pietre, costruttori ecc ... I soldati, quando vincevano una guerra, facevano prigionieri. Questi stessi soldati, durante il tempo di pace, erano ideali per sorvegliare i prigionieri. Ora, c'era un notevole vantaggio nel mantenere vivi i prigionieri trasformandoli in schiavi che lavoravano nelle cave, nei campi o in varie mansioni domestiche. Nell'antica Sparta c'erano così tanti schiavi che l'esercito spartano era riluttante a lasciare la città, impegnandosi in guerre, per paura delle rivolte in ​​casa e solo in rari casi decisero di partecipare a guerre lontane.

Fino all'avvento della rivoluzione industriale, gli schiavi erano la merce più preziosa sul mercato. Si dice che il soldato romano medio avrebbe dovuto servire per venti anni nell'esercito per potersi permettere l'acquisto di uno schiavo. Se si pensa che una bella schiava costava dieci volte il prezzo di uno schiavo medio, era totalmente inavvicinabile per un soldato. Negli Stati Uniti del sud, lo schiavo medio sarebbe costato più di una moderna auto di lusso. Alla vigilia della guerra civile, gli schiavi rappresentavano più dei due terzi della ricchezza totale degli Stati meridionali. Alla fine della guerra civile, questi stati persero la maggior parte della loro ricchezza.

Nell'antica Roma, gli schiavi erano il fattore più importante che contribuiva alla ricchezza di un proprietario. Giulio Cesare fu nominato proconsole nel 58 aC e, poco dopo, lasciò Roma per iniziare le guerre galliche. Quando lasciò la città, fu inseguito da numerosi creditori per i soldi che aveva preso in prestito durante la campagna elettorale. L'elezione lo aveva lasciato molto indebitatoo. Tornò nel 51 aC, dopo sette anni, e da allora era diventato, di gran lunga, il cittadino più ricco dell'impero romano. Questo cambiamento nella sua fortuna personale fu dovuto alle centinaia di migliaia di prigionieri presi durante le guerre galliche. Questi stessi prigionieri furono poi venduti a mercanti di schiavi generando la sua grande ricchezza. Le guerre di espansione, compiute dai Romani, avevano il commercio degli schiavi come una delle principali motivazioni. Un'altra motivazione era il trasporto sicuro di merci scambiate tra le diverse parti dell'impero e persino con il lontano Oriente. Tutte queste guerre aumentarono la ricchezza delle classi più alte nella società romana, mentre richiedevano una grande quantità di sacrifici per le classi inferiori che dovevano servire nell'esercito. L'imperatore Adriano (117- 138 d.C.) fermò le espansioni territoriali romane e stipulò trattati con altre nazioni per assicurare che le rotte commerciali rimanessero aperte e sicure. Aprì un'era in cui tutti i cittadini potevano partecipare e godere delle grandi conquiste dell'Impero Romano. Inaugurò un'era di circa cento anni di pace quasi totale nel mondo occidentale, che non si sarebbe mai più vissuta.

La logistica in età agricola aveva permesso lo sviluppo della schiavitù, ma la logistica cambiò con l'avvento dell'era industriale circa trecento anni fa e questo evento promosse l'abolizione totale della schiavitù nella maggior parte delle nazioni. Con l'era industriale arrivò lo sviluppo di gigantesche fabbriche nel settore tessile, nelle fabbriche di ferro e in molte altre imprese. Se queste imprese avessere dovuto lavorare con il lavoro degli schiavi, avrebbero avuto bisogno di ingenti capitali per costruire alloggi e fornire tutte le risorse necessarie per mantenere una forza lavoro schiava sana e affidabile. Era molto più conveniente lasciare che gli operai si arrangiassero da soli con la semplice paga. Quando i lavoratori si ammalavano e morivano, l'evento non implicava una perdita di capitale come nel caso degli schiavi. I lavoratori deceduti potevano essere facilmente sostituiti con altri nell'organico della fabbrica. Questo spiega perché al tempo della guerra civile, con gli Stati meridionali che erano per lo più agricoli, e gli stati settentrionali per lo più industriali, non si riuscì a trovare una soluzione praticabile per evitare il conflitto.

Sarebbe troppo cinico non menzionare che l'empatia abbia probabilmente avuto un ruolo nella scomparsa della schiavitù nella maggior parte del mondo. La prosperità consente alle persone in generale di comportarsi in modo più umano, ma la domanda che dobbiamo porci è: se la prosperità dovesse diminuire, anche questa empatia diminuirà?

 

Marcello Veneziano

 

Copyright 2018

 
La fede PDF Stampa
Saper vivere - Altri articoli

Una delle cose, mi sembra, che la maggior parte di noi accetta con più entusiasmo e dà per scontata è la questione della fede. Non sto attaccando la fede. Quello che stiamo tentando di fare è scoprire perché accettiamo la fede; e se possiamo comprendere i moventi, ciò che causa l’accettazione della fede, allora forse potremo essere capaci non solo capire perché l’accettiamo, ma anche di liberarcene. Si potrà anche riuscire a vedere come le fedi politiche e religiose, quelle nazionalistiche e di vari altri generi, separino le persone, creino conflitti, confusione, antagonismo; il che è un fatto ovvio, eppure non abbiamo la volontà di metterle da parte. C’è la fede induista, quella cristiana, quella buddhista – innumerevoli fedi settarie e nazionali, varie ideologie politiche e ognuna contende con tutte le altre e tende di convertirle alla propria. Si può facilmente capire che la fede separa le persone e crea intolleranza; ma è possibile vivere senza fede? Questo lo si può comprendere solo se si riesce a studiare sé stessi in relazione a una fede: Si può vivere in questo mondo senza una fede – non mutando fede, non sostituendo una fede con un’altra, ma interamente liberi da tutte le fedi, così da prendere la vita in modo rinnovato a ogni istante? Questa, dopotutto è la verità: avere la capacità di considerare ogni cosa in maniera nuova istante per istante, senza la reazione condizionata del passato, in modo che non ci sia l’effetto cumulativo che agisce come una barriera tra se stessi e ciò che è.
Se ci pensate, capirete che una delle ragioni del desiderio di accettare una fede è la paura. Se non avessimo fede, che cosa accadrebbe? Non dovremmo avere molta paura di ciò che potrebbe accaderci? Se non avessimo modelli di azione basati su una fede – sia essa in Dio, o nel comunismo , o nel socialismo, o nell’imperialismo, o in qualche tipo di formula religiosa, in qualche dogma che ci condizioni – ci sentiremmo profondamente perduti, non è vero? E questa accettazione di una fede non è forse il rivestimento di quella paura – la paura di non essere davvero nulla, di essere vuoti? Dopotutto, un bicchiere è utile solo quando è vuoto; e una mente piena di dogmi, di asserzioni, citazioni è davvero una mente non creativa, una mente meramente ripetitiva. Il voler sfuggire a quella paura – la paura del vuoto, della solitudine, del ristagnare, del non arrivare, del non riuscire, del non ottenere, del non essere qualcosa, del non diventare qualcosa – non è una delle ragioni per le quali noi accettiamo la fede così bramosamente e avidamente? E con l’accettazione della fede, comprendiamo forse meglio noi stessi? Al contrario. Una fede religiosa o politica impaccia ovviamente la nostra comprensione di noi stessi. Agisce come uno schermo attraverso il quale guardiamo noi stessi. Ma possiamo guardare noi stessi senza credenze? Se rimuoviamo queste credenze, le molte credenze che abbiamo, rimane qualcosa da guardare? Se non abbiamo credenze con cui la mente si identifica, allora la mente priva di identificazione è capace di guardare se stessa così com’è, e allora sicuramente, c’è l’inizio della comprensione di sé.
E’ davvero un problema interessante questa questione della fede e della conoscenza. Che parte straordinaria  svolge  nella nostra vita! Quante credenze abbiamo! [....] I selvaggi hanno innumerevoli superstizioni, persino nel mondo moderno. I più profondi, i più desti, i più presenti sono forse i meno credenti. La fede vincola, la fede isola; vediamo che è così in tutto il mondo, nel mondo economico e in quello politico e anche nel cosiddetto mondo spirituale. Tu credi che esista un Dio e magari io credo che non esista alcun Dio; oppure tu credi nel completo controllo statale di ogni cosa e di ogni individuo, e io credo nell’impresa privata; tu credi che ci sia solo un Salvatore e che grazie a lui potrai raggiungere il tuo obiettivo, e io non ci credo. Perciò tu con la tua fede e io con la mia stiamo affermando noi stessi. Eppure entrambi parliamo di amore, di pace, di unità del genere umano, di un’unica vita – il che significa assolutamente nulla, perché in realtà la vera fede è un processo di isolamento. Tu sei un bramino, io no; tu sei cristiano, io sono musulmano, e così via. Tu parli di fratellanza e anch’io parlo della stessa fratellanza, di amore e pace; ma in realtà siamo separati, divisi. Colui che vuole la pace e vuole creare un nuovo mondo, un mondo felice, sicuramente non può isolarsi attraverso nessuna forma di fede. Tutto ciò è chiaro? Può esserlo a livello verbale, ma se ne capite il significato, la validità e la verità, inizierà ad agire.
Comprendiamo che quando c’è un processo di desiderio in atto ci deve essere un processo di isolamento attraverso la fede, perché è ovvio che si crede per poter essere sicuri economicamente, spiritualmente e anche interiormente. Non sto parlando di coloro che credono per ragioni economiche, perché sono stati educati a essere dipendenti nei loro lavori e perciò saranno cattolici, induisti – qualunque cosa – fino a che c’è un lavoro per loro. Non stiamo nemmeno discutendo di quelle persone che si aggrappano a una fede per amore di convenienza. Forse è così per la maggior parte di noi. Per convenienza crediamo in certe cose. Mettendo da parte simili ragioni economiche, dobbiamo approfondire questo punto. Prendete le persone che hanno qualche forte credenza economica, sociale o spirituale; il processo soggiacente è il desiderio psicologico di essere al sicuro – non è vero? E allora c’è desiderio di continuità. Qui non stiamo discutendo se ci sia o non ci sia continuità; stiamo solo discutendo della pulsione, del costante impulso a credere. Un uomo di pace, un uomo che voglia realmente comprendere il processo complessivo dell’esistenza, non può essere vincolato ad una fede.

Brano tratto da La ricerca della felicità di Jiddu KRISHNAMURTI

 
SARVANGASANA: LA MADRE DI TUTTE LE ASANA PDF Stampa
Yoga - Asana
E’ la regina delle asana, uno dei più grandi doni che gli yogi hanno lasciato all’umanità, per via del suo potente effetto benefico su tutto l’organismo. Ciò è espresso anche nel significato del suo nome “sarva”  infatti significa tutto e “ anga” arti. È anche conosciuta ai più, come posizione della Candela.
In sarvangasana si realizza un perfetto equilibrio tra forze celesti e forze terrestri, un gioco armonioso di muscoli, che si fanno ali per volare verso la segreta regione,dell’armonia e del benessere. È una posizione capovolta, che permette al corpo di ricevere radiazioni opposte da quelle usuali, infatti vengono invertite le radiazioni negative di scarica della terra, con quelle positive ed elevate del cielo.
Le giornate di maggio così generose di sole e di verde, sono la cornice migliore per provare ad accendere il vostro fuoco interiore. Questo vi darà il carburante necessario per vibrarvi nell’azzurro e per affrontare con energia e vigore la stagione estiva.
Vi serve solo un prato verde e magari un rosso tramonto, poi il corpo diverrà arco, l’asana la freccia e il bersaglio come sempre è l’Atman…Pronti??In voloooo



Pratica
Ci prepariamo alla posizione massaggiando tutto il corpo. Ci mettiamo a terra supini, corpo allineato, mento leggermente rientrato, braccia lungo il corpo( posizione del cadavere). Inspirando sollevare le gambe (possibilmente tese) e tutto il busto facendo pressione con le braccia e le mani a terra. Quando il bacino è sollevato piegare le braccia portando i gomiti a sostegno della schiena e le mani sui reni, espirare lentamente. Il mento poggia sullo sterno, le gambe sono stese e unite, i piedi rilassati; la concentrazione va mantenuta sulla respirazione diaframmatica. Si può tenere la posizione da 5 a 20 respiri aumentandoli gradualmente ogni giorno.
Per sciogliere la posizione inspirare profondamente e poi espirando riportare le gambe a terra lentamente controllando il movimento e senza sollevare la testa dal suolo. Se tenuta per lungo tempo questa posizione deve essere compensata sempre con la posizione del Pesce, Matsyāsana.
Benefici
- Rilassa la mente e aiuta ad alleviare lo stress e le forme di depressione lieve
- Stimola la tiroide, le ghiandole della prostata e gli organi dell'addome
- Allunga spalle e collo
- Tonifica gambe e glutei
- Migliora la digestione
- Contribuisce ad alleviare i sintomi della menopausa
- Allevia la sensazione di stanchezza e attenua i sintomi dell'insonnia
- Svolge una funzione terapeutica per asma, infertilità e sinusite
Controindicazioni/Precauzioni
- Diarrea
- Mal di testa
- Pressione sanguigna alta
- Mestruazioni
- Problemi al collo
- gravidanza
Eseguendo sarvangasana,  nel corpo avviene un’inversione delle funzioni, che si riflette anche nella mente, producendo un cambiamento di prospettiva sulla propria vita.
È definita anche “sigillo di immortalità”, secondo gli insegnamenti della “Gheranda”, infatti ogni persona contiene in se un potente fluido amrita, che rende immortali, ma esso tende riversarsi nell’addome e a bruciare nel plesso solare, causando l’invecchiamento e la morte. La messa in atto di questa asana rallenterebbe invece l’invecchiamento.
Buon volo…!!!!

BARBARA AMELIO