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Perchè siamo infelici? PDF Stampa
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Mi è parso evidente che le persone che vivono in società caratterizzate da un grande progresso tecnologico e materiale sono altrettanto esposte al dolore, all'ansia, alla solitudine, all'isolamento e alla disperazione di quanto lo sono gli individui che vivono in aree che potremmo definire 'sottosviluppate' . E dopo diversi anni passati a rispondere a ben precise domande, che continuavano a ripetersi puntualmente tanto durante gli insegnamenti quanto nel corso delle udienze private, ho cominciato a capire che quando la pace esteriore, o il progresso materiale, supera lo sviluppo delle qualità interiori, la gente si ritrova esposta a profondi conflitti emotivi senza poter disporre degli strumenti mentali per affrontarli. C'è una tale varietà di oggetti esteriori, capaci di fornire ogni genere di distrazione materiale, che la gente finisce con il perdere contatto con la propria interiorità. E' sufficiente pensare, tanto per fare un esempio, alla gran quantità di persone che cerca disperatamente di procurarsi una qualche forma di eccitazione andando in un nuovo ristorante, cominciando una nuova storia d'amore, o cambiando per l'ennesima volta lavoro. Per qualche tempo la novità sembra riuscire a fornire lo stimolo necessario, ma alla fine l'eccitazione iniziale svanisce, e le nuove sensazioni, i nuovi amici e le nuove responsabilità diventano semplici abitudini. Qualsiasi gioia erano in grado di procurarsi all'inizio, svanisce nel nulla.

A quel punto si cerca una nuova strategia, per esempio, si decide di andare in spiaggia. E per qualche tempo, funziona davvero! Il tepore del sole, l'acqua del mare, tutti quegli sconosciuti con cui si potrebbe fare amicizia, e perchè no, qualche nuova attività eccitante da sperimentare, come l'acqua-scooter e il parapendio. Ma dopo un po' anche la spiaggia diventa noiosa. Le stesse conversazioni che si ripetono all'infinito, la sabbia che irrita la pelle, il sole troppo forte o perennemente nascosto tra le nuvole, l'acqua troppo fredda per fare il bagno... A quel punto non resta altra soluzione che cambiare spiaggia, forse persino oceano|! La mente comincia a produrre un nuovo genere di mantra: - Voglio andare a Tahiti...Tahiti...Tahiti-. […...]

Il nodo della questione è che nella maggior parte dei casi non abbiamo un'idea chiara di che cosa sia la felicità. […]

Fortunatamente, più ci abituiamo a esaminare i nostri processi mentali, più ci avviciniamo alla soluzione di qualsivoglia problema dobbiamo affrontare, e riconosciamo con crescente destrezza che qualsiasi cosa sperimentiamo – attaccamento, avversione, stress, ansia, paura o desiderio – è soltanto una costruzione mentale, il prodotto della nostra mente.

Le persone che si sono dedicate sinceramente all'esplorazione della loro ricchezza interiore finiscono spontaneamente con il derivarne un certo genere di fama, rispetto e credibilità, indipendentemente dalle circostanze esterne. Quale che sia la situazione cui devono far fronte, la loro condotta ispira al prossimo un profondo senso di rispetto, di ammirazione e di fiducia. Il loro successo nel mondo non ha nulla a che vedere con l'ambizione personale o con il desiderio di attenzione. Non deriva dal possesso di un'auto sportiva o di una bella casa, né dalla carriera o dal titolo di cui possono fregiarsi. Scaturisce piuttosto da una condizione di benessere, dall'apertura e dal rilassamento del loro spirito, grazie al quale possono percepire gli altri e comprendere le circostanze con maggior chiarezza, mantenendo uno stato di fondamentale felicità, indipendentemente dalle condizioni strettamente personali

In effetti abbiamo tutti sentito di personaggi ricchi, famosi o in ogni caso influenti, che un bel giorno si sono ritrovati a dibattersi in un oceano di sofferenza, talvolta così profondo che il suicidio pareva l'unica soluzione possibile. Un dolore così intenso deriva dal credere che gli oggetti e le situazioni esterne possano procurare una felicità duratura.

Se vogliamo scoprire una sensazione di pace e soddisfazione duratura, dobbiamo imparare a condurre la nostra mente a una condizione di rilassamento e di pace. Le sue qualità innate possono rivelarsi solo in uno stato di rilassamento . Il modo più semplice di ripristinare la limpidezza di una distesa d'acqua intorpidita dal fango e da altri sedimenti è lasciare che si plachi. Analogamente, concedendo alla mente di ritornare alla sua condizione innata di rilassamento, l'ignoranza, l'attaccamento, l'avversione e ogni altra afflizione mentale si sedimentano progressivamente, cosicchè la compassione (NdR-La percezione spontanea della connessione con gli altri esseri viventi) , la chiarezza e il potenziale infinito che ne caratterizzano la vera natura possono rivelarsi in tutta la loro grandezza.

 

Brani tratti dal testo Budda, la mente e la scienza della felicità di Yongey MINGYUR

 
Dati (Big Data) per costruire un mondo felice? PDF Stampa
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Negli ultimi anni abbiamo avuto una transizione senza precedenti nella nostra storia: dati di diversa natura sul comportamento umano (che facciamo, dove andiamo, quanto guadagniamo, cosa consumiamo, con che cosa comunichiamo….) sono passati da essere una risorsa inesistente o molto scarsa per essere disponibili in maniera massiccia e in tempo reale. Questa disponibilità di grandi quantità di dati (big data) su ciascuno di noi, sta cambiando profondamente il mondo e ha dato luogo a una comparsa di una nuova disciplina chiamata Scienza Sociale Computerizzata. La finanza, la economia, la salute, la medicina, la fisica, la biologia, la politica, il marketing, il giornalismo e l’urbanistica, tra gli altri, hanno sperimentato l’impatto di questo fenomeno. L'analisi dei dati aggregati su grande scala del comportamento umano apre straordinarie opportunità di comprendere e modellare schemi di comportamento per assistere nel processo decisionale, in modo che non ci siano più esseri umani che decidono, ma che le decisioni vengano determinate da algoritmi costruiti per mezzo di questi dati. Per quale motivo desideriamo che le decisioni vengano prese da un algoritmo? L'idea che un algoritmo decida al posto delle persone può sembrare inquietante. Però non dobbiamo dimenticare che la storia è corredata di numerosi esempi di pregiudizi estremi nel processo di prendere decisioni per l'umanità-in particolare per strutture di potere nella distribuzione di risorse, la giustizia, l'uguaglianza e i beni pubblici-. Ciò ha dato luogo a risultati inefficaci, corruzione, ingiustizie con gravi conflitti di interessi e con conseguenze in molti casi devastanti per milioni di persone (alcuni esempi recenti: la crisi economica, le ipoteche con clausole inaccettabili, i casi di corruzione...). Dinanzi a ciò lo sviluppo di algoritmi per prendere decisioni riflette la ricerca e l'aspirazione di arrivare a decidere basandosi su evidenze in maniera da eliminare – o almeno minimizzare – la discriminazione, la corruzione, l'ingiustizia o l'inefficienza dalle quali disgraziatamente non rifuggono le decisioni umane. E nel contesto del bene sociale William Easterly propone il concetto della 'tirannia degli esperti' , secondo il quale economisti, centri di studi, agenzie di aiuti umanitari, analisti ed esperti hanno dominato progetti globali di sviluppo economico e di riduzione della povertà. Come conseguenza di questa 'tirannia' , si è osservato che gli esperti hanno favorito spesso soluzioni tecnocratiche che molte volte non hanno rispettato i diritti individuali dei cittadini e non hanno raggiunto l'impatto positivo sperato. Visto il potenziale dei dati , nell'ultimo anno è nato un fertile campo di investigazione dedicato allo sviluppo per cercare di prendere decisioni nell'ambito dei miglioramenti sociali per l'ottimizzazione delle risorse. Questi algoritmi sono stati disegnati per analizzare quantità ingenti di informazioni di fonti distinte e, in maniera automatica, selezionare i dati rilevanti per usarli in maniera concreta. Ciò si conosce come big data per il bene sociale. E in questo campo si sono gestiti progetti che hanno analizzato il valore dei dati per comprendere lo sviluppo economico di una regione, prevedere e precedere la criminalità, limitare la propagazione di infezioni invalidanti come ebola, stimare le emissioni di CO2 o quantificare l'impatto di disastri naturali. Tanti investigatori come governi, comunità, imprese o gruppi di cittadini sperimentano attivamente, innovando e adattando strumenti per prendere decisioni basate sull'analisi dei dati. Il potenziale è immenso e ciò è giustamente una delle motivazioni del mio lavoro di investigazione in questa area.

Nella comunità scientifica sono state identificate una serie di sfide sociali, etico e legali relazionate nel prendere decisioni con algoritmi, che influenzano campi come la privacy, la sicurezza, la trasparenza, la ambiguità in relazione alle responsabilità, le sfide o la discriminazione.
Difatti, nel 2014, la Casa Bianca pubblicò un rapporto Big Data: catturando opportunità, preservando valori che sottolineava la discriminazione potenziale che potevano contenere i dati e individuava alcuni rischi in relazione all'uso dei dati personali per prendere decisioni sul credito, la salute e l'occupazione delle persone. Corriamo il rischio di sostituire la 'tirannia degli esperti' con una 'tirannia dei dati' se non saremo coscienti e mediteremo per minimizzare o eliminare le limitazioni inerenti le decisioni basate sui dati.

Per poter utilizzare adeguatamente il potenziale delle decisioni basate sui dati e procedere verso un mondo più giusto, onesto e egalitario abbiamo quattro sfide importanti a cui dedicarci nel risolvere i problemi dell'impiego degli algoritmi per prendere decisioni.
La prima è la garanzia della privacy delle persone. E' necessario meditare sul fatto che gli algoritmi hanno accesso a dati provenienti da un numero crescente di fonti incluso quando detti dati sono anonimi; il processamento e la combinazione possano causare problemi su una persona in particolare, anche se questa informazione mai sarà svelata alla medesima, come illustra il lavoro di Yves Alexandre de Montjoye. Per fortuna si può pensare di prendere decisioni per minimizzare o eliminare questo impatto sulla privacy, come aggregazioni di dati anonimi.
Altra sfida è la asimmetria nell'accesso alle informazioni. Potremmo arrivare a una situazione nella quale una minoranza ha accesso ai dati e dispone delle conoscenze e degli strumenti necessari per analizzarli, mentre la maggioranza non è in grado di farlo. Questa situazione aggraverebbe la asimmetria già esistente nella distribuzione del potere nei Governi e nelle imprese, da una parte, e le persone dall'altra. Iniziative per promuovere 'dati aperti' (open data) e programmi di istruzione per allargare la alfabetizzazione digitale e la analisi dei dati sono due esempi che si potrebbero promuovere per mitigare questo aspetto.
Il terzo punto controverso è la opacità degli algoritmi. Jenna Burrell parla di un contesto di tre tipi che caratterizza le opacità: 1) opacità intenzionale, dove l'obbiettivo è la protezione della proprietà intellettuale; 2) opacità per ignoranza, perchè alla maggioranza dei cittadini mancano le conoscenze tecniche per comprendere gli algoritmi dell'intelligenza artificiale relativa; 3) Opacità intrinseca, risultato della natura delle operazioni matematiche utilizzate, che in molte occasioni sono molto difficili o impossibili da interpretare. Questo tipo di opacità può essere minimizzato con l'introduzione di una legislazione che obblighi all'uso di sistemi aperti con programmi educativi di informatica: Con iniziative per spiegare ai cittadini senza conoscenze tecniche, come funzionano gli algoritmi per prendere decisioni e con l'uso di modelli artificiali che siano facilmente interpretabili, anche se tale condizione implica la necessità di impiegare modelli più semplici e ottenere risultati minori se vengono comparati con quelli tipo scatola nera.
L'ultima sfida è la esclusione sociale e la discriminazione potenziale che può risultare dallo scegliere algoritmi per la selezione dei dati. I motivi possono essere multipli: in primo luogo, i dati che si utilizzano possono contenere pregiudizi che rimangono spalmati nei detti algoritmi; inoltre se non si utilizzano i modelli correttamente, i risultati possono essere discriminatori – come hanno dimostrato in un recente lavoro de Toon Calders e Indr Zliobait -. Un altro rischio è costituito dal fatto che a certi individui si negano opportunità dovute non per proprie azioni ma per quelle similari di altre persone. Ad esempio, qualche impresa emettitrice di carte di credito ha ridotto i limiti di credito di clienti senza basarsi su relativi episodi finanziari, ma a partire dall'analisi di altri clienti.
Per questo è di vitale importanza conoscere tanto le caratteristiche che i problemi sia dei dati che dei modelli utilizzati e arrivare a capo delle analisi necessarie per identificare e quantificare le possibili limitazioni. Per fortuna queste sfide non sono insolubili. Il potenziale dei dati per aiutare a migliorare il mondo è immenso in numerose aree, includendo la salute pubblica, le risposte a precedenti disastri naturali e situazioni di crisi, la sicurezza delle città, il riscaldamento globale, l'istruzione, la pianificazione urbana, lo sviluppo economico o la elaborazione di statistiche. Infatti, l'uso dei big data è un elemento centrale dei 17 obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite: i dati – e le conclusioni cui possiamo arrivare grazie alle analisi – sono e saranno un elemento chiave per aiutarci ad abbordare le grandi sfide che incontriamo come umani.
Usati bene, i dati offrono la possibilità di democratizzare certe decisioni, superando la 'tirannia degli esperti' menzionata precedentemente e facendo in modo che le decisioni rispondano a variabili meno soggette all'arbitrarietà di pochi. Inoltre dobbiamo trovare un equilibrio e assumerci la responsabilità di non cadere nella 'tirannia dei dati'. Solo dopo un compromesso collettivo che comprende tanto ricercatori, politici e altre parti sociali, i cittadini – o chiunque stia leggendo questo articolo – potremo esplorare e sfruttare le possibilità potenziali che i dati offrono per conseguire il bene comune, nostro e delle generazioni future. Abbiamo una opportunità che non dobbiamo – né possiamo – lasciar passare.

 

Articolo di Nuria OLIVER tratto dal quotidiano El Pais e tradotto da Antonio ALBINO

 
Brano tratto dal monologo sulla felicità PDF Stampa
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Siamo noi che non vogliamo sentire che c’è altro aldilà della materia. Ma tu guarda: tutto il mondo di oggi si fonda sulla materia, l’acquisizione, l’avere più che l’essere, la concorrenza; pensa un ragazzo va a scuola e invece di crescere nella gioia di scoprire le cose della Terra, del Mondo, scoprirne le sue regole le sue meraviglie, la prima cosa che gli insegniamo, che gli imponiamo è di essere concorrente del suo vicino, lo deve far fuori per essere il primo della classe e così è tutto. E poi il sistema economico nel quale viviamo è fondato esclusivamente sul profitto e sulla materia, sui criteri con i quali viene gestita la materia. Tu pensa alla economia, oggi si da il premio Nobel a quegli economisti bravi, eccellenti, che coi loro modelli matematici riescono a prevedere la borsa di Hong Kong tra venti anni. Ma chi se ne frega, l’economia dovrebbe essere fondata sulle esigenze del’uomo, non per i criteri economici ma per l’uomo . Sulla crescita? Ma siamo sicuri che il progresso dell’uomo deve essere solo crescita? Non sarebbe meglio arrivare ad una situazione in cui abbiamo poco ma il giusto. E tutti un po’ di più, invece che pochi tantissimo e tantissimi poco. Bisogna dire che se ci rimettiamo a pensare a ciò di cui veramente abbiamo bisogno non è quello che l’economia di oggi ci da. Se tu pensi che oggi l’economia è fatta per costringere tanta gente a lavorare a ritmi spaventosi per poter produrre delle cose per lo più inutili e che altri lavorano a ritmi spaventosi per poterle comprare; perché è questo è ciò che da soldi alle società, alle grandi aziende, alle multinazionali, ma non dà felicità alla gente. Io trovo che c’è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola felice ed è contento, perché uno che si accontenta è un uomo felice. Perché in un sistema fondato sulla crescita dei desideri  c’è sempre un desiderio che per te è irraggiungibile e questo rende tutti infelici.

Tiziano TERZANI

 
La fede PDF Stampa
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Una delle cose, mi sembra, che la maggior parte di noi accetta con più entusiasmo e dà per scontata è la questione della fede. Non sto attaccando la fede. Quello che stiamo tentando di fare è scoprire perché accettiamo la fede; e se possiamo comprendere i moventi, ciò che causa l’accettazione della fede, allora forse potremo essere capaci non solo capire perché l’accettiamo, ma anche di liberarcene. Si potrà anche riuscire a vedere come le fedi politiche e religiose, quelle nazionalistiche e di vari altri generi, separino le persone, creino conflitti, confusione, antagonismo; il che è un fatto ovvio, eppure non abbiamo la volontà di metterle da parte. C’è la fede induista, quella cristiana, quella buddhista – innumerevoli fedi settarie e nazionali, varie ideologie politiche e ognuna contende con tutte le altre e tende di convertirle alla propria. Si può facilmente capire che la fede separa le persone e crea intolleranza; ma è possibile vivere senza fede? Questo lo si può comprendere solo se si riesce a studiare sé stessi in relazione a una fede: Si può vivere in questo mondo senza una fede – non mutando fede, non sostituendo una fede con un’altra, ma interamente liberi da tutte le fedi, così da prendere la vita in modo rinnovato a ogni istante? Questa, dopotutto è la verità: avere la capacità di considerare ogni cosa in maniera nuova istante per istante, senza la reazione condizionata del passato, in modo che non ci sia l’effetto cumulativo che agisce come una barriera tra se stessi e ciò che è.
Se ci pensate, capirete che una delle ragioni del desiderio di accettare una fede è la paura. Se non avessimo fede, che cosa accadrebbe? Non dovremmo avere molta paura di ciò che potrebbe accaderci? Se non avessimo modelli di azione basati su una fede – sia essa in Dio, o nel comunismo , o nel socialismo, o nell’imperialismo, o in qualche tipo di formula religiosa, in qualche dogma che ci condizioni – ci sentiremmo profondamente perduti, non è vero? E questa accettazione di una fede non è forse il rivestimento di quella paura – la paura di non essere davvero nulla, di essere vuoti? Dopotutto, un bicchiere è utile solo quando è vuoto; e una mente piena di dogmi, di asserzioni, citazioni è davvero una mente non creativa, una mente meramente ripetitiva. Il voler sfuggire a quella paura – la paura del vuoto, della solitudine, del ristagnare, del non arrivare, del non riuscire, del non ottenere, del non essere qualcosa, del non diventare qualcosa – non è una delle ragioni per le quali noi accettiamo la fede così bramosamente e avidamente? E con l’accettazione della fede, comprendiamo forse meglio noi stessi? Al contrario. Una fede religiosa o politica impaccia ovviamente la nostra comprensione di noi stessi. Agisce come uno schermo attraverso il quale guardiamo noi stessi. Ma possiamo guardare noi stessi senza credenze? Se rimuoviamo queste credenze, le molte credenze che abbiamo, rimane qualcosa da guardare? Se non abbiamo credenze con cui la mente si identifica, allora la mente priva di identificazione è capace di guardare se stessa così com’è, e allora sicuramente, c’è l’inizio della comprensione di sé.
E’ davvero un problema interessante questa questione della fede e della conoscenza. Che parte straordinaria  svolge  nella nostra vita! Quante credenze abbiamo! [....] I selvaggi hanno innumerevoli superstizioni, persino nel mondo moderno. I più profondi, i più desti, i più presenti sono forse i meno credenti. La fede vincola, la fede isola; vediamo che è così in tutto il mondo, nel mondo economico e in quello politico e anche nel cosiddetto mondo spirituale. Tu credi che esista un Dio e magari io credo che non esista alcun Dio; oppure tu credi nel completo controllo statale di ogni cosa e di ogni individuo, e io credo nell’impresa privata; tu credi che ci sia solo un Salvatore e che grazie a lui potrai raggiungere il tuo obiettivo, e io non ci credo. Perciò tu con la tua fede e io con la mia stiamo affermando noi stessi. Eppure entrambi parliamo di amore, di pace, di unità del genere umano, di un’unica vita – il che significa assolutamente nulla, perché in realtà la vera fede è un processo di isolamento. Tu sei un bramino, io no; tu sei cristiano, io sono musulmano, e così via. Tu parli di fratellanza e anch’io parlo della stessa fratellanza, di amore e pace; ma in realtà siamo separati, divisi. Colui che vuole la pace e vuole creare un nuovo mondo, un mondo felice, sicuramente non può isolarsi attraverso nessuna forma di fede. Tutto ciò è chiaro? Può esserlo a livello verbale, ma se ne capite il significato, la validità e la verità, inizierà ad agire.
Comprendiamo che quando c’è un processo di desiderio in atto ci deve essere un processo di isolamento attraverso la fede, perché è ovvio che si crede per poter essere sicuri economicamente, spiritualmente e anche interiormente. Non sto parlando di coloro che credono per ragioni economiche, perché sono stati educati a essere dipendenti nei loro lavori e perciò saranno cattolici, induisti – qualunque cosa – fino a che c’è un lavoro per loro. Non stiamo nemmeno discutendo di quelle persone che si aggrappano a una fede per amore di convenienza. Forse è così per la maggior parte di noi. Per convenienza crediamo in certe cose. Mettendo da parte simili ragioni economiche, dobbiamo approfondire questo punto. Prendete le persone che hanno qualche forte credenza economica, sociale o spirituale; il processo soggiacente è il desiderio psicologico di essere al sicuro – non è vero? E allora c’è desiderio di continuità. Qui non stiamo discutendo se ci sia o non ci sia continuità; stiamo solo discutendo della pulsione, del costante impulso a credere. Un uomo di pace, un uomo che voglia realmente comprendere il processo complessivo dell’esistenza, non può essere vincolato ad una fede.

Brano tratto da La ricerca della felicità di Jiddu KRISHNAMURTI

 
L'attività PDF Stampa
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Tutta l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa: dal non saper stare in riposo in una stanza.
BLAISE PASCAL

Il concetto espresso da Pascal è lo stesso espresso da Schopenhauer, quando scrive: «Gli uomini hanno bisogno di attività esterne, perché sono inattivi interiormente».
Benché l’impegno attivo faccia parte della natura umana, è vero che spesso ci si muove per una sorta di agitazione compulsiva, per l’incapacità appunto di starsene in pace con sé stessi. L’azione non è mirata a un fine, ma è motivata da un malessere.
Scrive Erich Fromm nell’Amore per la vita:« Ci si riempie di cose per scacciare il vuoto interiore».
Molti non sono capaci di stare un po’ di tempo da soli senza entrare in uno stato di sofferenza . Ma questo comportamento è patologico. L’individuo che non sta bene nei propri panni è volubile e incostante anche nei rapporti con gli altri. Infatti, mentre cerca negli altri quello che non trova in sé, non può trovare negli altri quello che non cerca in sé.
Occorre dunque guarire da questo stato di nevrosi, da questa continua fuga da sé stessi, o costruiremo una società dove tutti si agitano e nessuno sa perché: la società della perfetta alienazione.
Bisogna ricordarsi che la condizione fondamentale dell’uomo è “la piacevolezza dell’essere”, il benessere.
Se proviamo insofferenza a starcene un po’ da soli in una stanza, significa che qualcosa è penetrato in noi a oscurarci tale rapporto piacevole , distorcendolo e trasformandolo in un tormento. Soffriamo di una malattia che ci devasta fin dall’interiorità, che ci impedisce una vera realizzazione.
A ragione Pascal a sostenere che « tutta l’infelicità» degli uomini deriva da questa incapacità. Si tratta di una ferita che li spinge a lenire nell’agitazione il dolore interno.
Afferma Schopenhauer: « E’ principalmente da tale vuoto interiore che scaturisce la ricerca di trattenimenti, di distrazioni, di svaghi e di ogni sorta di lussi che conduce molti alla dissipazione e poi alla miseria. Una miseria che niente scongiura più sicuramente della ricchezza interiore, la ricchezza dello spirito».

Brano tratto dalla pagina 75 del testo l’Arte della serenità di Claudio LAMPARELLI

 
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