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Dalla Baghavat Gita (testo sacro della religione induista): Rinunciare ai frutti dei propri atti PDF Stampa
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Giovedì 18 Marzo 2010 21:42

Nota: nel brano si citano Krishna che è una delle rappresentazioni della Divinità Suprema (ottava incarnazione di Visnu), mentre Prajapati è una divinità che presiede alla procreazione ed è protettore della vita ed infine Arjuna che è un mitico eroe protagonista della Baghavat Gita.


Si può affermare che la Bhagavad Gītā si sforza di 'salvare' tutti gli atti umani, di 'giustificare' ogni azione profana: infatti, per il fatto stesso di non godere più dei loro 'frutti', l'uomo trasforma i propri atti in sacrifici, cioè in dinamismi transpersonali che contribuiscono a mantenere l'ordine cosmico. Ora, come ricorda Krishna, solo gli atti che hanno per oggetto il sacrificio non incatenano (III, 9). Prajāpati creò il sacrificio perché il Cosmo potesse manifestarsi e perché gli uomini potessero vivere e propagarsi (III, 10 ss.), ma Krishna rivela che l'uomo può anch'egli collaborare alla perfezione dell'opera divina, non soltanto con i sacrifici propriamente detti (quelli che costituiscono il culto vedico), ma con tutti i suoi atti, di qualunque natura essi siano. Quando i vari asceti e yogi 'sacrificano' le loro attività psico-fisiologiche, si distaccano da queste attività, attribuendovi un valore transpersonale (IV, 25 ss.); nel far ciò, «tutti hanno la nozione vera del sacrificio e, col sacrificio, cancellano le loro macchie» (IV, 30).
Questa trasformazione di attività profane in rituali è resa possibile dallo Yoga; Krishna rivela ad Arjuna che 'l'uomo d'azione' può salvarsi, in altri termini può sottrarsi alle conseguenze della sua partecipazione alla vita del mondo, pur continuando ad agire. La sola cosa che egli deve osservare è la seguente: deve staccarsi dai propri atti e dai loro esiti, il che significa: «Rinunciare ai frutti dei propri atti» (phalatrsnavairāgya), agire impersonalmente, senza passione, senza desiderio, come se agisse per procura, al posto di un altro. Se si attiene rigidamente a questa regola, i suoi atti non semineranno più nuove potenzialità karmiche e non lo assoggetteranno al ciclo karmico: «Indifferente al frutto dell'azione, sempre soddisfatto, libero da ogni legame, per quanto possa sembrare indaffarato, in realtà egli non agisce...» (IV, 20).
La grande originalità della Bhagavad  Gītā  sta nell'aver insistito sullo «yoga dell'azione», che si realizza «rinunciando ai frutti dei propri atti», e questo è anche il principale motivo del suo successo, che non ha precedenti in India. Essa, infatti, rende possibile a ogni uomo sperare di ottenere la liberazione, grazie al phalatrsnavairāgya, anche quando, per diversi motivi, sarà obbligato a partecipare alla vita sociale, ad avere una famiglia, delle preoccupazioni, svolgere delle funzioni e perfino commettere azioni 'immorali' (come Arjuna, che deve uccidere i suoi avversari in guerra). Agire tranquillamente, senza essere mossi dal «desiderio del risultato», significa ottenere un dominio di sé e una serenità che soltanto lo Yoga può conferire. Come dice Krishna: «Pur agendo senza restrizioni, egli rimane fedele allo Yoga»; questa interpretazione della tecnica yoga è caratteristica del grandioso sforzo di sintesi della Bhagavad Gītā, che voleva conciliare tutte le vocazioni: ascetica, mistica o votata all'attività  nel mondo.
Oltre a questo Yoga accessibile a tutti, e che consiste nella rinuncia ai «frutti degli atti», la Bhagavad Gītā espone per sommi capi una tecnica yoga propriamente detta, riservata ai contemplativi (VI, II ss.); Krishna decreta: «Lo Yoga è superiore all'ascesi (tapas), superiore anche alla scienza (jñāna) superiore al sacrificio» (VI, 46). Ma la meditazione yoga raggiunge il suo fine ultimo soltanto se il discepolo si concentra in Dio: «Con l'anima serena e senza timori... l'intelletto saldo e continuamente concentrato su di Me, egli deve praticare lo Yoga assumendoMi come fine supremo» (VI, 14). «Colui che Mi vede dappertutto, e vede tutte le cose in Me, io non l'abbandono mai, e mai egli Mi abbandona. Colui che, essendosi fissato nell'unità, adora Me che abito in tutti gli esseri, abita in Me, qualunque sia il suo modo di vivere» (VI, 30-31; c.vo nostro).
È allo stesso tempo il trionfo delle pratiche yoga e l'esaltazione della devozione mistica (bhakti.) al rango di 'via' suprema. Inoltre, nella Bhagavad Gītā si affaccia il concetto di grazia, preannunciando lo sviluppo esorbitante che esso avrà nella letteratura vishnuita medievale, ma il ruolo decisivo che essa ebbe nello sviluppo del teismo non diminuisce comunque l'importanza della Bhagavad Gītā. Quest'opera senza eguali, chiave di volta della spiritualità indiana, può essere valorizzata in molteplici contesti. Per il fatto di mettere l'accento sulla storicità dell'uomo, la soluzione offerta dalla Gītā è certamente la più comprensiva e, bisogna aggiungere, la più opportuna per l'India moderna già integrata nel 'circuito della Storia'. Infatti, per tradurlo in termini familiari agli occidentali, il problema presentato nella Gītā è il seguente: in che modo risolvere la situazione paradossale creata dal fatto che l'uomo da un lato si trova nel Tempo, è votato alla Storia, ma, dall'altro sa che sarà 'dannato' se si lascia esaurire nella temporalità e nella propria storicità, e che di conseguenza deve a tutti i costi trovare, nel mondo, una via che sbocchi su un piano trans-storico e atemporale?
Abbiamo veduto la soluzione proposta da Krishna: compiere il proprio dovere (svadharma) nel mondo, ma senza lasciarsi muovere dal desiderio dei frutti delle proprie azioni (phalatrsnavairāgya). Dato che l'universo intero è la creazione, anzi l'epifania, di Krishna (-Vishnu), vivere nel mondo, partecipare alle sue strutture, non costituisce una 'cattiva azione'; la 'cattiva azione' è invece quella di Credere che il mondo, il tempo e la storia dispongano di una realtà propria e indipendente, vale a dire che non esista null'altro al di fuori del mondo e della temporalità. L'idea è, certo, panindiana; ma nella Bhagavad Gītā essa riceve la sua espressione più coerente. 


Brano tratto dal testo di Mircea Eliade: STORIA DELLE CREDENZE E DELLE IDEE RELIGIOSE
 
Scienza e teologia PDF Stampa
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Giovedì 15 Aprile 2010 22:46

Il razionalismo settecentesco diede un considerevole impulso a quella che nel positivismo ottocentesco diventerà l'indipendenza piena del pensiero scientifico nei fronti dell'orizzonte concettuale del trascendente. L'immagine simbolo di tale evento è quella del noto dialogo verbale tra l'astronomo-matematico Pierre Simon de Laplace (1749-1827) e Napoleone Bonaparte. Quando lo scienziato francese espose al suo imperatore le grandi linee della sua dottrina cosmologica secondo cui l'universo aveva preso avvio da una nebulosa iniziale, quest'ultimo gli chiese: «Che posto avete riservato a Dio nel vostro sistema?». Laplace rispose: «Non ho avuto bisogno di questa ipotesi». Infatti, una volta accolta l'ipotesi dell'esistenza di una nebulosa iniziale, Laplace riteneva evidente che gli sarebbe stato sufficiente usare le leggi della meccanica newtoniana per descrivere l'universo nella sua struttura e pertanto non avrebbe avuto bisogno di inserire ulteriori ipotesi.
Possiamo ravvisare in questa frase lo spirito positivistico nascente secondo cui Dio e qualunque dimensione trascendente non hanno più diritto di cittadinanza all'interno della scienza. La frase di Laplace divenne l'espressione paradigmatica di una posizione agnostica all'interno della scienza e che in quanto tale era ed è compatibile con due sviluppi diametralmente opposti: lo sviluppo ateo, in cui tale ipotesi oltre che inutile dal lato scientifico viene considerata inutile anche per la comprensione del significato globale del cosmo; e lo sviluppo teistico in cui la realtà di Dio può essere affermata su basi extrascientifiche, ma non in contrasto, se non persino in armonia con esse. In seguito, sul piano filosofico, la legge dei tre stadi di Auguste Comte (1798-1857) – con l'asserzione che lo sviluppo umano si articolerebbe muovendo da uno stadio teologico (o fittizio) a uno metafisico (o astratto) per giungere infine a uno stadio scientifico (o positivo) – fu l'esplicitazione teoretica di un modo di pensare che stava divenendo ormai comune. Fu così che lo sganciamento espresso da Laplace tra discorso teologico e discorso scientifico si approfondì nel corso del XIX secolo fino a presentarsi sotto forma di una vera e propria opposizione.

Brano di Sergio Rondinara tratto dal testo Teologia Fondamentale a cura di Giuseppe Lorizio
 
Fede e ragione PDF Stampa
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Giovedì 06 Maggio 2010 16:36

La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso.
<<Conosci te stesso>>
Sia in Oriente che in Occidente, è possibile ravvisare un cammino che, nel corso dei secoli, ha portato l’umanità a incontrarsi progressivamente con la verità e a confrontarsi con essa. E’ un cammino che si è svolto – né poteva essere altrimenti – entro l’orizzonte dell’autocoscienza personale: più l’uomo conosce la realtà e il mondo e più conosce se stesso nella sua unicità, mentre gli diventa sempre più impellente la domanda sul senso delle cose e sulla sua stessa esistenza.
Quando viene a porsi come oggetto della nostra conoscenza diventa per ciò stesso parte della nostra vita. Il monito era scolpito sull’architrave del tempio di Delfi, a testimonianza di una verità basilare che deve essere assunta come regola minima da ogni uomo desideroso di distinguersi, in mezzo a tutto il creato, qualificandosi come appunto in quanto .
Un semplice sguardo alla storia antica, d’altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? Cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Budda; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone e di Aristotele. Sono domande che hanno la loro comune scaturigene nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza.

Brani introduttivi dell’Enciclica FIDES ET RATIO di Giovanni Paolo II
 
La nascita dell'Universo PDF Stampa
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Venerdì 22 Gennaio 2010 05:21

E’ ormai accettata da tutti gli scienziati la teoria del Big Bang che afferma : tutta la materia dell’universo, visibile o invisibile, proviene da un punto infinitesimo dello spazio e si è propagata come una grande esplosione avvenuta 14 miliardi di anni fa. Si è arrivati a calcolare tale tempo verificando la legge di Hubble che dice : tutti i corpi dell’universo si allontanano l’uno dall’altro con una velocità proporzionale alla loro distanza. La velocità media di allontanamento misurata con il metodo Doppler è di circa 21 km/s per milione di anni luce; alla massima distanza però la velocità ha il limite di 300 mila km/s che è la velocità della luce. Una ulteriore conferma viene dalla misura della temperatura media della radiazione di fondo dello spazio libero del cosmo; essa era stata prevista di 3 gradi Kelvin : è stata accuratamente misurata e risulta essere -270 C°, quindi pari a 3 gradi Kelvin, vicino al limite inferiore dello zero assoluto ( -273 C° ) . In accordo con la famosa teoria della relatività di Einstein: l’Energia è proporzionale alla massa della Materia per la Velocità della luce al quadrato ( E = m C”), anch’essa universalmente comprovata ed accettata, prima del Big Bang non c’era il NULLA, ma ENERGIA pura in quantità proporzionale alla materia che da essa doveva scaturire.

 

Per fare un paragone della teoria della relatività,comprensibile a tutti, possiamo immaginare una clessidra  fulcrata  al centro e con la parte inferiore piena di sabbia pitturata di nero.   Ebbene qui  la sabbia , invisibile , rappresenta l’Energia, mentre quella visibile rappresenta la Materia.     Se  ora capovolgiamo la clessidra notiamo che, con una certa Velocità, l’Energia (nella parte nera) si trasforma in Materia (nella parte trasparente).                                                  

All’inizio del Big Bang l’espansione è avvenuta a velocità prossima a quella della luce ed il plasma generato aveva la temperatura di miliardi di miliardi di gradi e così pure la pressione. Dopo tre minuti la rapida espansione ha provocato un forte abbassamento di temperatura e pressione e così il plasma si è trasformato nei primi due Elementi dei circa cento che sono oggi presenti  nell’universo : il 92 % di Idrogeno e l’8 % di Elio.  Centomila anni dopo questi due elementi, aggregandosi in grande quantità, cominciarono a generare le stelle all’interno delle quali,a causa delle elevatissime temperature e pressioni , si scatenarono le reazioni nucleari. I due elementi cominciarono a fondere i loro nuclei formando quindi tutti gli altri elementi più pesanti ; poi con l’esplosione delle stelle Novae avvenne  la dispersione nell’universo della polvere cosmica. L’aggregazione di questa polvere contenente tutti gli elementi  permise la nascita degli asteroidi , di nuove stelle e di tutti i pianeti, inclusa la Terra.  Questo fenomeno è avvenuto e continua ad avvenire in tutte le parti dell’universo, quindi non solo nel nostro sistema solare, ma nella quasi totalità delle stelle (centinaia di miliardi) che fanno parte della nostra galassia; altrettanto dovrebbe avvenire nelle stelle facenti parte dei miliardi di altre galassie che compongono l’universo.                                                                                    

Gli antichi ritenevano che la Terra fosse il centro dell’universo ; oggi noi sappiamo che l’universo è infinito e non possiamo determinare quale ne sia il centro. La Terra fa parte del sistema solare ed è il terzo dei nove pianeti che ruotano intorno al sole. La vita vegetale ed animale si è potuta sviluppare sulla terra a causa di due fattori  contemporanei : la presenza di acqua e la temperatura media del pianeta pari a venti gradi. Infatti, nella scala delle temperature dell’universo, che parte da  -273 C°  fino ad arrivare a milioni di gradi  esiste una piccola finestra, di appena 100 gradi, che permette all’acqua di esistere allo stato liquido.  Inoltre la temperatura media di 20 gradi permette la diffusione nella nostra atmosfera della giusta quantità di vapori e gas che fanno da filtro ai terribili raggi ultravioletti sterilizzanti, mentre lasciano passare la luce ed i raggi infrarossi necessari allo sviluppo delle cellule viventi.   Alla luce di quanto esposto, è possibile ipotizzare che possa esistere vita animale e vegetale anche su altri pianeti  facenti  parte dei miliardi di sistemi stellari nella nostra galassia o addirittura nei miliardi delle altre galassie a patto che possano coesistere le stesse condizioni che hanno permesso lo sviluppo della vita sulla Terra.                                                                                                                                                                                     

E  l’ipotesi  religiosa del Dio creatore ?                                                                                                                                   

Ebbene, per me Dio rappresenta l’Energia pura che si è trasformata in Materia con l’avvento del Big Bang.

    

 

 Zeribi  Cinzo                                      

                                                                                                                    

 
Introduzione all'Induismo PDF Stampa
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Giovedì 04 Marzo 2010 23:06

L'induismo non ha un unico fondatore e neppure una sola dogmatica. Le mitologie, le credenze religiose, i culti di diversi popoli e di molteplici correnti culturali si sono scontrate, intrecciate e fuse a formare una tradizione millenaria, molto legata all'identità hindu, che ha dimostrato nei secoli una forte tendenza alla continuità nel rinnovamento. Si sono succeduti in India regni e imperi, ma il mondo brahmanico ha continuato a concentrarsi sulle proprie norme, accettando e fondendo in un nucleo concettuale di base le innovazioni speculative che si sviluppavano al suo interno o le influenze dall'esterno. I suoi filosofi e i suoi mistici ne hanno costruito una visione quasi atemporale, dove le diverse espressioni storiche del sacro sono manifestazioni di una verità unica e più profonda, destinata a vivere in eterno.
Fulcro dell'esperienza spirituale induista è la fede in un Assoluto, il Brahman, la sola realtà vera, increata, fonte prima e fine ultimo di ogni forma del cosmo, concepito anche come un dio supremo personale (Visnu, Śiva). Brahman è l'Uno ed è anche il Tutto. A sua volta l'ātman è il principio universale che illumina di sé l'individuo empirico, il respiro di eternità racchiuso in ogni forma mutevole dell'esistenza. Le vite si susseguono in un ciclo infinito e imprigionante di rinascite, governato dal karman, la legge della retribuzione degli atti, ma l'ātman permane. Diverse sono le vie di liberazione insegnate per generazioni dai maestri spirituali: vie di rinuncia, di meditazione, o vie di devozione, ma tutte invitano ad una ricerca interiore che permetta all'uomo di comprendere alla fine che i due termini – quella scintilla di infinito in noi e l'Assoluto – sono la medesima realtà.
La visione induista permea di sé tutti gli aspetti della vita sacralizzandoli con le norme di purezza e i rituali, nella convinzione che il senso della propria esistenza e l'armonia della propria comunità siano fondate su una legge vera ed eterna, il Dharma. Che cioè l'ordine del cosmo si possa riflettere nell'ordine sociale e nella vita del singolo, disciplinata dai riti tramandati nei testi della rivelazione vedica, dalle regole di condotta pura codificate dalla tradizione, e illuminata dalla riflessione interiore e dalla devozione. La percezione culturale di questo ordine è così profonda da implicare anche la fase della propria distruzione e della rinascita. Tutto il pensiero induista è attraversato dal senso del conflitto e, allo stesso tempo, dell'unione ultima fra la bontà della regola sacra e il valore creativo del disordine, fra la bellezza della vita e il senso della sua illusorietà, fra il desiderio e la rinuncia. Ed è significativo che la visione brahmanica si sia sempre confrontata in modo ricettivo con l'universo trasgressivo degli asceti rinuncianti o dei mistici devoti che disprezzavano la formalità, che rifiutavano l'ordine e sfidavano il rigore della purezza, in nome di una verità tutta interiore, di un ordine più profondo, di una purezza spirituale che diventava vera liberazione.
La speculazione induista ha sempre riconosciuto il valore dell'antica sapienza sacra racchiusa nei testi del Veda. Le interpretazioni sono state molte e talvolta radicalmente contrarie, ma l'autorità spirituale del Veda è stata posta al di sopra della storia, nella convinzione che le parole dei veggenti tramandate di generazione in generazione fossero la rivelazione dell'Assoluto.


Il brano è stato tratto dal testo MANUALE DI STORIA DELLE RELIGIONI, Editore Laterza
 
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