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Giovedì 09 Ottobre 2008 17:26 |
Il viaggio estatico in Cielo ed il Libro Sacro
Si chiedeva a Maometto di dimostrare l'autenticità della sua vocazione profetica ascendendo in Cielo e recando poi agli uomini un Libro Sacro: in altri termini, Maometto doveva conformarsi al modello incarnato da Mosè, Daniele, Enoch, Mani e altri Messaggeri i quali, salendo al Cielo, avevano incontrato Dio e avevano ricevuto dalle sue stesse mani il Libro contenente la Rivelazione divina.
Questo scenario era familiare tanto al giudaismo normativo e all'apocalittica ebraica che ai Samaritani, agli gnostici e ai Mandei. La sua origine risale al mitico re mesopotamico Emmenduraki ed è solidale con l'ideologia della regalità.
Le autodifese e le giustificazioni del Profeta si sviluppano e si moltiplicano man mano che si precisano le accuse degli increduli.
Come tanti altri profeti e apostoli prima di lui e come alcuni dei suoi rivali, Maometto si proclama e si considera l'Apostolo ( il Messaggero) di Dio ( rasul Allah ), in quanto egli recherebbe ai suoi conterranei una rivelazione divina. Il Corano è - la Rivelazione in lingua araba classica -, e pertanto è perfettamente comprensibile agli abitanti della Mecca: se essi persistono nella loro incredulità è a causa della loro cecità dinanzi ai segni divini, a causa del loro orgoglio e della loro noncuranza. D'altronde, Maometto sa benissimo che prove analoghe sono state subite dai profeti inviati da Dio prima di lui: Abramo, Mosè, Noè, David, Giovanni Battista, Gesù.
L'ascensione al cielo ( mi'raj) è un'ulteriore risposta agli increduli: - Gloria a Colui che ha fatto viaggiare di notte il suo servo, dalla Moschea Santa alla Moschea più remota, di cui noi abbiamo benedetto la cinta, e questo al fine di mostrargli alcuni dei nostri Segni -. La tradizione situa il viaggio notturno verso l'anno 617 o 619: salito sulla giumenta alata al-Boraq, Maometto visita la Gerusalemme terrena e arriva sino in Cielo. Il racconto di questo viaggio estatico è ampiamente documentato nelle fonti successive, ma lo scenario non è sempre lo stesso: secondo taluni il Profeta sul suo cavallo alato, contempla gli Inferi e il Paradiso e si avvicina al trono di Allah . Il viaggio non sarebbe durato che un istante: la giara che Maometto aveva rovesciato partendo non aveva lasciato espandersi tutto il suo contenuto allorché egli era già di ritorno. Un'altra tradizione ricorda invece la scala su cui Maometto, trascinato dall'angelo Gabriele, sarebbe salito sino alle porte del Cielo: egli arriva al cospetto di Allah e apprende dalla sua stessa bocca di essere stato posto al disopra di tutti gli altri profeti e di essere proprio lui, Maometto, ‘l'amico' di Allah. Dio gli affida il Corano e talune conoscenze esoteriche, che Maometto non deve comunicare ai fedeli.
Questo viaggio estatico avrà un'importanza fondamentale nella mistica e nella teologia musulmana successive, in quanto evidenzia un tratto specifico del genio di Maometto e dell'Islam che occorre sottolineare sin d'ora e cioè la volontà di assimilare e integrare in una nuova sintesi religiosa, pratiche, idee e scenari mitico-rituali tradizionali. Abbiamo visto che la tradizione islamica ha rivalutato il tema arcaico del – Libro sacro -, ricevuto da un Apostolo in occasione del suo viaggio celeste. Vedremo in seguito i risultati del confronto dell'Islam con l'Ebraismo, con altre tradizioni religiose e persino con una tradizione ‘pagana' e immemoriale come quella della Ka'ba (NdR-Edificio sacro a forma di cubo che si trova all'interno della Grande Moschea ubicata a La Mecca).
L'emigrazione ( egira ) a Medina
La posizione di Maometto e dei suoi fedeli si andava aggravando sempre più, finchè i dignitari della Mecca decisero di escluderli dai diritti propri delle rispettive tribù – e si sa che l'unica protezione di cui un Arabo potesse godere era l'appartenenza ad una tribù. Nonostante ciò Maometto venne difeso da suo zio Abu Talib – che pure non aderì mai all'Islam- , ma dopo la morte di questo suo fratello, Abu Lahad, riuscì a privare il Profeta dei suoi diritti. Il problema posto da questa opposizione sempre più violenta da parte dei Coreisciti venne risolto con un'audace mossa teologica: era Allah stesso a volere questa ‘persecuzione'. L'attacccamento cieco al politeismo era stato deciso da Allah sin dall'eternità , ed era perciò inevitabile la brusca separazione dagli increduli: - Io non adoro quel che adorate voi; voi non adorate quel che adoro io! –
Verso il 615, per proteggerli dalle persecuzioni ma anche per il timore di qualche scisma, Maometto decise quindi di ritirarsi in esilio in questa città, dove la religione tradizionale non era umiliata da interessi economici e politici, e dove risiedevano molti Ebrei, naturalmente monoteisti. Inoltre, quella città-oasi s'era dissanguata in una lunga guerra intestina, e alcune tribù ritenevano che un Profeta – la cui autorità non era fondata sul sangue ma sulla religione – potesse prescindere dalle relazioni tribali e rivestire la funzione di paciere. Una delle due principali tribù, del resto aveva già abbracciato per larga parte l'Islam, convinta che Dio avesse affidato a Maometto un messaggio rivolto a tutti gli Arabi.
Nel 622, in occasione del pellegrinaggio alla Mecca, una delegazione di settantacinque uomini e due donne di Yathrib incontra segretamente il Profeta e s'impegna, con giuramento solenne, a combattere per lui; i fedeli cominciano allora a lasciare La Mecca in piccoli gruppi, alla volta di Yathrib. La traversata del deserto ( più di 300 km ) dura nove giorni, e Maometto è uno degli ultimi a partire, accompagnato dal patrigno Abu Bekr. Il 24 settembre arrivano a Qoba, un villaggetto nei pressi di Medina.- L'emigrazione, l'Egira ( al Hijra , in arabo) si concludeva così con successo. Poco tempo dopo, il Profeta fece il suo ingresso a Medina e lasciò alla sua cammella la scelta del sito in cui avrebbe abitato. La casa, che serviva anche da luogo di raccolta dei fedeli per le preghiere in comune, fu pronta solo un anno dopo, poiché fu necessario costruire gli appartamenti delle spose del Profeta.
L'attività politica e religiosa di Maometto a Medina si distingue nettamente da quella del periodo a La Mecca, e questo è assai evidente nelle sure (NdR-Il Corano è costituito da 114 capitoli detti sure ) dettate dopo l'Egira, che si riferiscono soprattutto all'organizzazione della comunità dei fedeli ( ummab ) e alle sue istituzioni socio-religiose: La struttura teologica dell'Islam era ormai stabilita nella sua forma definitiva al momento in cui il Profeta lasciava La Mecca, ma soltanto a Medina egli precisò le regole del culto ( le preghiere, i digiuni, le offerte, i pellegrinaggi). Sin dall'inizio Maometto rivelò un'intelligenza politica eccezionale. In primo luogo, attuò la fusione dei musulmani venuti da La Mecca ( gli – emigrati -) e dei convertiti di Medina (gli- ausiliari -), proclamandosi il loro unico capo: in questo modo venivano abolite le varie ‘fedeltà' tribali e, da quel momento, sarebbe esistita soltanto una comunità unica di tutti i musulmani, organizzata come società teocratica. Nella Costituzione, stabilita probabilmente nel 623, Maometto decretò che gli ‘emigrati' e gli ‘ausiliari' (cioè la ummah) costituissero un solo popolo, distinto da tutti gli altri, e precisò inoltre i diritti e i doveri degli altri clan - comprese le tribù ebraiche. Indubbiamente, non tutti gli abitanti di Medina erano soddisfatti delle sue iniziative, ma il suo prestigio politico aumentava col crescere dei suoi successi militari. Erano però soprattutto le nuove rivelazioni trasmesse dall'angelo ad assicurare la riuscita delle sue decisioni. La delusione maggiore provata da Maometto a Medina fu quella di fronte alle reazione delle tre tribù ebraiche: prima di emigrare, il Profeta aveva scelto Gerusalemme quale punto di riferimento e – direzione - ( quiblah) delle preghiere secondo la pratica ebraica e, dopo essersi insediato a Medina, accolse anche altri rituali ebraici. Le sure dettate nei primi anni dell'Egira testimoniano degli sforzi da lui compiuti per convertire gli Ebrei: - O popolo del Libro! Il nostro Profeta è giunto a voi per istruirvi dopo un'interruzione della profezia, affinché voi non diciate: ‘ Nessun Messaggero della buona novella, nessun ammonitore è venuto a noi'. Maometto avrebbe permesso agli ebrei di conservare le loro tradizioni rituali se lo ‘avessero riconosciuto come profeta' ma ecco che gli ebrei si mostrano sempre più ostili, rilevando gli errori nel Corano e provando che Maometto non conosce l'Antico Testamento.
La rottura si verificò l'11 febbraio dell'anno 624, allorquando il Profeta ricevette una nuova rivelazione che ingiungeva ai musulmani di rivolgersi, per le loro preghiere, non più in direzione di Gerusalemme, bensì verso La Mecca. Con intuizione geniale, Maometto proclamò che la Ka'ba era stata costruita da Abramo e da suo figlio Ismaele e che soltanto a causa dei peccati, commessi dagli avi il santuario si trovava sotto il controllo degli idolatri. D'ora in poi – il mondo arabo ha il suo tempio, e quest'ultimo è più antico di Gerusalemme. Questo mondo ha il suo monoteismo, l' Hanifismo (…). Per queste vie traverse l'Islam, sviato un istante dalle proprie origini, vi ritorna per sempre. Le conseguenze politiche e religiose di questa decisione sono importanti: da un lato, ecco assicurato l'avvenire dell'unità araba; dall'altro, le riflessioni successive sulla Ka'ba sfoceranno in una teologia del Tempio sotto il segno dei monoteisti più antichi, e quindi dei ‘veri' monoteisti. Per il momento Maometto si distacca sia dall'ebraismo, che dal cristianesimo, le due –religioni del Libro- che, secondo lui, non avrebbero potuto conservare la purezza originaria: era stato questo il motivo per cui Dio aveva inviato il suo ultimo messaggero e che l'Islam era destinato a succedere al cristianesimo allo stesso modo in cui quest'ultimo era succeduto all'ebraismo.
Brani tratti dal testo di Mircea ELIADE: Storia delle credenze e delle idee religiose.
Mircea Eliade (1907-1986) nacque a Bucarest, dove conseguì la laurea in Filosofia. Dal 1929 al 1931 soggiornò a Calcutta dove si dedicò allo studio del sanscrito e della filosofia indiana. Fu qui che preparò la sua tesi di dottorato, che sarà pubblicata con il titolo: Lo yoga, immortalità e libertà . La sua attività si svolse a Parigi, dove tenne corsi di Storia delle Religioni alla Sorbona ed a Chicago dove occupò la cattedra di Storia delle Religioni.E' autore di opere fondamentali sul culto e sul mito, riportate nelle bibliografie della sezione Yoga e nella seguente. |
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Giovedì 09 Ottobre 2008 17:25 |
Dal punto di vista teoretico, mi chiedo se il pensiero dell'immortalità dell'anima sia degno di un intelletto consapevole del mondo e delle leggi che in esso regolano la vita. Dal punto di vista morale, mi chiedo se il pensiero dell'immortalità dell'anima sia degno di un uomo maturo o non sia solo un trucco dell'immaginazione per superare in qualche modo la paura del nulla e della morte.
Dal punto di vista spirituale, infine, mi chiedo se il pensiero dell'immortalità dell'anima sia degno di una coscienza che abbia un'adeguata percezione della sua pochezza di fronte all'immensità divina. E' evidente, comunque, che la questione si risolve in gran parte sul piano teoretico, nel riuscire a mostrare che sia ipotizzabile un ulteriore livello dell'essere nel quale l'anima continui a vivere.
Il punto di vista a favore dell'immortalità dell'anima che ora esporrò si potrebbe definire un argomento cosmologico, nel senso che sostengo la plausibilità dell'immortalità dell'anima in quanto vedo in essa e nel suo ordine spirituale la più alta organizzazione prodotta dal lavoro dell'universo, il suo fiore più bello. Penso che si possa capire qualcosa sul destino che ci attende solo se riflettiamo attentamente sull'origine che ci ha generati. La questione dell'origine (da dove viene la vita? ) ma anche per quella dello scopo (dove va la vita? a che cosa è destinata? ). E' solo sapendo da dove vengo, che posso intuire qualcosa di dove vado.
Io penso che la legittimità di affermare una vita oltre la morte sia data dalle quattro discontinuità che definiscono il cammino compiuto dall'essere-energia a partire dal momento dell'inizio della sua espansione. Esse sono:
- il passaggio dal minuscolo puntino cosmico all'origine del Big Bang alla vastità dell'essere;
- il passaggio dalla materia inerte alla vita;
- il passaggio della vita dalla vita naturale all'intelligenza;
- il passaggio dalla intelligenza autoreferenziale alla morale e alla spiritualità.
Tra uno stadio e l'altro c'è una differenza ontologica, senza che vi sia una necessità intrinseca che spieghi i passaggi. I quali tuttavia sono avvenuti, e sono avvenuti sempre verso una maggiore complessità, sempre conto il disordine dell'entropia e a favore dell'ordine come informazione.
L'origine della vita
Tra le quattro discontinuità che emergono dal cammino dell'essere lungo il processo cosmico mi soffermo dapprima sul secondo passaggio, la comparsa della vita. Da dove viene la vita nessuno lo sa. La teoria oggi dominante, cioè il caso, il colpo di fortuna chimico, non spiega nulla, è una semplice ammissione di ignoranza, significa dire ‘Non lo so '. Poniamoci con la mente a quattro miliardi di anni fa, a quando ebbe origine la vita sulla Terra. Il britannico Paul Davies, fisico di fama mondiale e agnostico quanto a fede religiosa, scrive che ‘ le probabilità contrarie alla sintesi puramente casuale delle sole proteine sono circa 10E40000; Ciò significa 1 seguito da 40000 zeri, un numero che, scritto per esteso, occuperebbe un intero capitolo di questo libro '. Le proteine, com'è noto, sono la base della vita. Davies prosegue riportando l'osservazione di Fred Hoyle, il matematico e astrofisico britannico sostenitore del modello stazionario dell'universo ed ancora più agnostico di Davies quanto a fede religiosa, secondo cui ‘ le probabilità che un processo spontaneo metta insieme un essere vivente sono analoghe a quelle che una tromba d'aria, spazzando un deposito di robivecchi, produca un Boing 747 perfettamente funzionante. Per l'origine della vita ognuno è libero di parlare di caso, così come si è liberi di credere che la casa della Madonna sia stata trasportata dagli angeli da Nazaret a Loreto; ma per favore, per nessuna delle due spiegazioni si parli di scienza. La realtà è quella che onestamente riconosce Daniel Altschuler, che pone ancora il caso alla base dell'evoluzione: ‘Con ogni probabilità c'è qualcosa che ancora ci sfugge e che quando lo scopriremo, ci mostrerà che la vita non è il prodotto di eventi casuali, ma il risultato di leggi naturali '.
La teoria della vita venuta dallo spazio non risolve il problema, lo sposta semplicemente più in là. Fosse anche venuta da Marte, o dal di fuori del sistema solare, da una dei miliardi di galassie ognuna delle quali contiene miliardi di stelle, tutto comunque è sempre partito dal puntino cosmico che all'inizio misurava, dicono, 10E- 33 centimetri , con una piccolezza assolutamente impensabile, paragonata alla quale una briciola di pane ha le dimensioni di una montagna. Questo 'cosino' esplode e dall'impasto dei gas primordiali dell'elio e dell'idrogeno viene fuori una processione di stelle, dinosauri, virus, batteri, fiori, ulivi, topi, gatti, uomini, donne, bambini, ecc. La vita.
Soffermiamoci sul terzo passaggio, la comparsa della vita intelligente. Risaliamo a 160.000 anni fa, a quando comparve la specie Homo Sapiens. Hanno calcolato che le probabilità contrarie alla formazione del genoma umano a partire dai gas primordiali scaturiti dal Big Bang danno questa cifra: 10 elevato a 10 milioni. Per scriverla non occorre più un capitolo di questo libro, ma all'incirca trenta libri di 300 pagine piene di zeri. Eppure è esattamente quello che è avvenuto. C'era una sola pallina rossa di contro a un numero impensabile di palline bianche, eppure, dall'immenso contenitore cosmico è uscita la pallina rossa.
Occorre spiegare perché è uscita l'unica pallina rossa. Per la scienza la domanda è importante, per la filosofia è addirittura vitale, è ben per questo che esiste, La differenza tra scienza e filosofia consiste nella domanda che le muove, che per la scienza è il come , per la filosofia il perché. Perché c'è l'essere, e non il nulla? Perché c'è l'essere ordinato come vita, e non l'essere disordinato come non-vita, visto che sarebbe infinitamente più probabile la non-vita della vita? Questa domanda non può essere evitata da chiunque voglia pensare.
Io vedo solo tre possibili risposte:
-il caso;
-il miracolo;
-la necessità intrinseca.
La mia risposta è la terza. Escludo il caso, la lotteria cosmica, la combinazione vincente di tipo chimico: il caso può capitare una volta, ma quando si ripete sempre nella stessa direzione verso l'ordine e la crescita dell'informazione non è più un caso.
Escludo il miracolo, come intervento divino dal di fuori del mondo: se il Dio personale nel quale io credo intervenisse davvero nel mondo, allora avrei qualche domanda da fargli sul perché non interviene nelle innumerevoli circostanze in cui ci sarebbe tanto bisogno di lui. Forse, la prima sarebbe questa: perché sei intervenuto a causare quella fluttuazione quantistica all'origine della prima cellula vivente, e non ti sei scomodato per dire una parolina ad Adolf Hitler o a Josif Dzugasvili, più noto tra gli uomini come Stalin, che hanno massacrato milioni di tuoi figli innocenti?
Io abbraccio la terza soluzione: se è uscita l'unica pallina rossa della vita, è perché doveva uscire proprio lei. Dagli informi gas primordiali doveva scaturire la vita. Io sostengo che vi è una finalità intrinseca nella natura, esattamente quella medesima teleologia di cui parlava Aristotele, che so bene essere un supremo tabù per molti biologi contemporanei. E' questo telos intrinseco all'essere al mondo che rende la natura orientata ad un ordine e a una informazione sempre maggiori. ‘Il variegato mondo che ci circonda è la manifestazione concreta della capacità di calcolo dell'universo', scrive Seth Lloyd, quantum computer scientist come lui stesso si definisce, uno dei più noti scienziati impegnati nella costruzione del computer quantistico, direttore del Research Laboratori of Electronics del MIT di Boston. Ma che cosa significa affermare la capacità di calcolo dell'universo, se non ripresentare in altri termini la teleologia intrinseca al cosmo sostituta da Aristotele?
In una conferenza di qualche anno fa Paul Davies affermava che ormai ‘ un crescente numero di scienziati sospetta che la vita sia iscritta nelle leggi fondamentali dell'universo, cosicché questa sarebbe quasi obbligata ad emergere ovunque prevalgano condizioni ambientali simili a quelle terrestri.' Tra gli studiosi che condividono la prospettiva di Davies occorre citare innanzitutto colui che ne è stato per molti aspetti il pioniere, il chimico belga di origine russa Ilya Prigogine, Nobel per la chimica nel 1977, secondo cui l'origine della vita deriva non da un caso ma da proprietà intrinseche della materia, in base alle quali l'universo tende all'aumento progressivo dell'ordine e della complessità: è interessante notare che per l'edizione americana del suo libro più famoso, che nell'originale francese si intitola Le Nouvelle Alliance, Prigogine scelse significativamente il titolo Order out of caos. Il concetto di ordine è decisivo: A ritenere che la vita non sia un caso ma sia iscritta nelle leggi dell'universo vi sono poi tra gli altri Fritjof Capra, Lynn Margulis, Stuart Kauffman, Christian de Duve. Quest'ultimo scrive: ‘ Alla famosa frase di Monods:- L'Universo non era gravido di vita, né la biosfera era gravida dell'uomo-, io rispondo: Lei sbaglia; erano gravidi.' La vita non nasce contro la logica dell'universo, ma come conseguenza della logica dell'universo.
Brani tratti dal libro L'anima e il suo destino di Vito MANCUSO. |
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Giovedì 09 Ottobre 2008 17:22 |
È possibile non condividere alcune o molte idee del suo autore, però è certo che L' anima e il suo destino (Raffaello Cortina editore) di Vito Mancuso, professore di Teologia moderna e contemporanea al San Raffaele di Milano, è uno dei libri più interessanti e coraggiosi dell' anno che ci ha appena lasciati. E non solo.
In un' epoca nella quale non di rado ci si imbatte in interventi di teologi improvvisati o dell' ultim' ora che, con invidiabile disinvoltura e senza aver letto una riga di Origene o Gregorio di Nissa, trattano argomenti di cui non sanno nulla, o riducono il discorso della fede e del mistero alle avvilenti prospettive della querelle politica regionale, il libro di Mancuso colpisce per la complessità e la grande ampiezza dello spazio concesso alla meditazione sulla rivelazione cristiana, oltre che per la vastità delle letture che questa meditazione accompagnano e sorreggono. Va anche detto, tuttavia, che per quanto si possa ammirare lo sforzo di Mancuso di offrire una razionalizzazione della fede, nonostante siano attraenti e convincenti parecchie delle sue proposte, L' anima e il suo destino lascia il lettore che vorrebbe credere in una sorta di lacerato sgomento. Qui, la questione - che peraltro, se si vuole, esiste - non è quella del Magistero della Chiesa: nel corso dei secoli la Chiesa ha più volte cancellato verità che parevano incrollabili. Il punto è un altro. Ed è questo: per chi crede, o aspira a credere, la costruzione teologica di Mancuso è sufficiente a garantire la pace del cuore? In fondo, da un punto di vista assolutamente laico, il problema lo ha suscitato, nella sua recensione di pochi giorni fa sul Corriere della Sera Edoardo Boncinelli. Ha scritto Boncinelli in una conclusione che mi permetto di sintetizzare: «Mancuso eleva una sua cattedrale di concetti, di considerazioni e di proposte, nitida, edificante e senza una scalfittura, da sembrare finta. È perfetta nel suo genere. Ovviamente per chi riesce a crederci. Ma se quello che afferma fosse tutto vero, possiamo ritenere che ciò sarebbe di per sé un bene?». La risposta, non laica, umile e imperfetta, che viene da chi con infiniti dubbi, infinite incertezze e moltissimi affanni, cerca di muoversi nel conforto e nella disperazione della fede, non è affermativa. Mancuso, quello che pensa lo dice con grande chiarezza nell' incipit del suo libro. Scrive: «Il principale obiettivo di questo libro consiste nell' argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dall' alto, sorga un futuro di vita personale oltre la morte». È una affermazione forte. E seducente, se vogliamo. L' universo in cui viviamo, creato da Dio, è, secondo Mancuso, la divinità. Dio non interviene dall' alto, non entra nella Storia, non si occupa delle esistenze individuali, e nemmeno decide se rispondere o no alle nostre preghiere (il tema della preghiera è assente o quasi nel libro), perché Lui è già in noi e noi siamo già in Lui. «Meno si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è», scrive Mancuso, «più si pensa che il divino sia una cosa diversa, totalmente altra, rispetto alla vita. Viceversa, più si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, meno si pensa il divino come una cosa diversa e totalmente altra. Il centro speculativo del Cristianesimo, l' incarnazione di Dio in un uomo, è esattamente la massima espressione di questa equazione fondamentale: pienezza della vita = divino». Che vuol dire, Mancuso? Che tutto è spiegabile e immanente; anche il mistero. Che da quello che adesso vediamo, letteralmente, con i nostri occhi, potrà nascere un giorno, quando sarà definitivamente compiuto il Bene e l' ordine del mondo, quello che per intanto è invisibile. Ci basta? In altre parole: ci basta quello che sappiamo o sapremo, o ci sono delle cose che a ogni costo non vogliamo conoscere: per esempio, la resurrezione della carne, come sarà? Lì anche Mancuso si ferma, del resto. La sua ragione vacilla e tace: «Come le donne al sepolcro ha paura». C' è solo da prendere o lasciare. Lui prende. Si arrende. Al pari di tutti noi quando rinunciamo a capire - perché che cosa ne sappiamo, noi? - e ci affidiamo alla santa oscurità di Dio.
Articolo di Giorgio MONTEFOSCHI tratto dal Corriere della Sera del 10/01/2008 |
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Giovedì 29 Ottobre 2009 22:12 |
In fondo inginocchiarsi a mani giunte è una specie di asana, una posizione yoga. «I cristiani da sempre pregano col corpo, mi stupisco di chi si stupisce». Da 42 anni Eros Selvanizza insegna yoga anche a suore e monaci. «Alcuni hanno maturato un' esperienza notevole, ma preferiscono non farlo sapere. Non è che se ne vergognino: non hanno capito se per la Chiesa è bene o male».
Per il presidente della Federazione Italiana Yoga è giunta l' ora della chiarezza: «Scopriamo le carte. Teologi e yogi, parliamoci e rendiamo trasparente un rapporto che esiste da decenni, ufficialmente sospettato, ufficiosamente tollerato». è un contropiede.
Nella Chiesa di Ratzinger sembra maturare l' atteggiamento opposto: basta col sincretismo fra spiritualità cristiana e meditazione orientale che affascina i credenti e perfino i religiosi. Yogi in tonaca che nel segreto dei conventi incrociano le gambe nel padmasana.
«Non chiedo che fede hanno i miei allievi», racconta la docente Silvia Del Col, «ma so cosa insegnare a chi prega otto ore in ginocchio». Si pratica l' autodisciplina del corpo in luoghi sacri e illustri, alla Verna, all' eremo di Camaldoli (una tre-giorni su Lectio divina e Yoga) tra i missionari del Pime come nel quartier generale gesuita di Milano, il Centro San Fedele, che ha appena varato anche un corso di Tai-Chi. E qualche antenna si drizza.
Ieri Avvenire, quotidiano dei vescovi, ha dedicato una pagina al dilemma dello «yoga cristiano». Voci pro e contro, toni equilibrati, ma conclusioni severe affidate all' antropologo Massimo Introvigne: «Non confondiamo lo yoga con gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola». Non è un anatema, ma il problema viene fatto uscire dal silenzio dove era finito dopo «ruvide» polemiche. «Ho sollevato io il polverone», rivendica sorridendo padre Davide Magni del San Fedele, sostenitore delle tecniche di meditazione. Qualche mese fa il suo articolo su Popoli, rivista gesuita, aveva un titolo volutamente provocatorio: Esiste uno yoga cristiano?
«Ovviamente no, sarebbe come dire che esiste un "football cristiano" solo perché in ogni oratorio c' è un campo di calcio. Ma certo esiste uno "yoga per i cristiani"». Una disciplina del corpo che predispone all' incontro con Dio. «Il rosario, con le sue ripetizioni che somigliano ai mantra indu, è una hesychia, una tecnica per armonizzare alla preghiera il respiro, il battito del cuore. Non c' è preghiera cristiana che non abbia la misura dei ritmi del corpo». «Allora lo chiamino training autogeno», protesta il professor Giuseppe Ferrari, segretario del Gris, organismo ecclesiale che tiene d' occhio le nuove religioni e le sette.
«Lo yoga è intrecciato alla religione induista, non può essere inculturato senza rischi nel cristianesimo». Per il Gris (NdR-Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa), la diffusione dello "yoga cristiano" è solo una variante delle sirene new-age. «In questi anni», rivela, «è stato necessario richiamare all' ordine alcune comunità che si erano spinte troppo avanti: cercando di 'avvicinarsi ai lontani' si allontanavano dai vicini». Eppure un' eresia yoga non è ancora stata messa all' indice. Il problema sta forse qui: nell' indecisione dottrinale.
Il testo fondatore del sincretismo, Yoga per i cristiani del monaco francese Jean-Marie Déchanet, ottenne l' imprimatur nel 1956, in era preconciliare. Ma l' unico documento vaticano sulla questione è tuttora l' Orationis formas del 1989, firmata dall' allora cardinale Ratzinger: un esercizio di grande equilibrio tra il «desiderio di imparare a pregare» e il pericolo di «autosufficienza» delle tecniche orientali, creatrici di «sensazioni di quiete» che potrebbero far dimenticare che la preghiera è pur sempre dialogo con un Altro.
Un passaggio però incoraggia gli yogi di Cristo: «pratiche di meditazione provenienti dall' Oriente <...& possono costituire un mezzo adatto per aiutare l' orante a stare davanti a Dio interiormente disteso». Ma le pressioni contrarie crescono, forti della diffida di Civiltà cattolica (1990): «Non c' è nel Cristianesimo nessuna tecnica capace di causare necessariamente l' unione mistica con Dio». «Yoga, oppio per il cristiano», «incompatibile con la Grazia»: giornali e siti Internet tradizionalisti spingono perché i tappetini sloggino da parrocchie e conventi. Come finirà? «Non ci saranno guerre, siamo tutti contro la banalizzazione», tranquillizza don Magni. Ma qualcosa si muove. «I corsi che lo swami Veda Bharati teneva a San Miniato al Monte sono stati interrotti», si duole Cristina Nobili dell' Himalayan Yoga Institute: «è paura, ma non teologica. Se tutti riuscissero a trovare la via per l' unione con l' Assoluto, ai mediatori terreni resterebbe poco da fare».
Articolo di MICHELE SMARGIASSI tratto da ‘Repubblica’ |
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Giovedì 19 Febbraio 2009 10:25 |
Dio non fa le cose, una formula questa di Teilhard de Chardin che io cito spesso, che lui diceva già nel 1920 e 1921 in due articoli della Rivista dei gesuiti francesi Etudes (c’è ancora questa rivista e corrisponde un po’ a La Civiltà Cattolica italiana), e sottolineava questo dato. Dio non fa le cose, ma offre alle cose di farsi. Cioè Dio alimenta; l’Energia arcana, come la chiama il Concilio, che alimenta il processo, ma, dal punto di vista dei fenomeni, dal punto di vista quindi dello sviluppo del processo creativo, tutto avviene attraverso cause create. Non c’è nulla nel processo della creazione che non abbia una causa creata. Questo è un dato importante da tenere presente. Perché, vedete, ancora con Pio XII e anche con Giovanni Paolo II si diceva: “Però dobbiamo ammettere la creazione dell’anima, l’intervento di Dio...”, e questo voleva dire non capire l’azione creatrice, che non interviene, non viene tra le creature, ma le costituisce, offre alle creature di farsi.
Capite? È una modalità di azione che offre possibilità, non impone le situazioni, le offre, perché dà la possibilità di essere, dà la possibilità di operare.
Allora in questa prospettiva voi capite che anche il problema del Progetto intelligente è un problema falso. E adesso cerco di spiegarvi il perché, che è legato appunto al concetto di azione creatrice.
Il Progetto intelligente si muove all’interno del paradigma evolutivo, e dicono, sono anche scienziati questi che lo dicono: “Ebbene, certo c’è l’evoluzione, oggi non può essere negata, tuttavia è un’evoluzione che viene programmata, per cui si passa dal più imperfetto al perfetto e c’è una complessità sempre maggiore, ordinata, già prevista”; per questo parlano del “Progetto intelligente”. Ma questo modo di pensare è quello proprio antropomorfico, è un po’ come il caso dell’ingegnere o l’architetto che ha fatto una casa, stanze, porte ecc., ha misurato le cose, le ha messe in quel punto preciso o in un altro; e interpretano in questo modo appunto il processo evolutivo.
Nella prospettiva, invece, dell’azione creatrice che offre possibilità ma non le impone, il processo non avviene perché una soluzione è già determinata, perché la soluzione creatrice contiene tante soluzioni, tante possibilità.
Anche nella nostra vita, quando noi veniamo al mondo, noi siamo molteplici, possiamo diventare tante persone, non c’è nessuna determinata, non c’è un progetto tale per cui noi dobbiamo diventare quello e solo quello. Perché ci sono scelte che ci sono chieste, decisioni che dobbiamo prendere.
Ma questo avviene anche nell’ambito biologico e forse anche nell’ambito fisico, sono dei processi che hanno diverse soluzioni possibili. Perché? Perché la forza creatrice contiene molte possibilità, molte ricchezze, offerte contemporaneamente, appunto perché Dio non impone le cose, non fa le cose, ma offre alle cose di farsi, offre alle cose di essere e di divenire.
In questa prospettiva, allora, voi capite che sono due ambiti diversi, collegati fra di loro, perché noi siamo sostenuti, ma questo non fa parte della ricerca scientifica. La ricerca scientifica analizza i fenomeni, come avvengono, le diverse cause collegate fra di loro e anche individua delle casualità dei processi che possono avere soluzioni diverse, e quindi la vita può anche intraprendere dei sentieri ciechi per cui ci sono dei rami dello sviluppo evolutivo che a un certo momento vengono troncati, che non procedono perché c’è una grande libertà all’interno dei processi, che nell’uomo diventa libertà di scelta, perché l’offerta creatrice è molteplice, non impone nulla.
Capite, allora, che è possibile anche quel disordine della creazione, anche quei tentativi falliti della creazione. Perché è questo che colpiva Darwin: “Possibile che per raggiungere questo risultato ci debba essere questa dispersione enorme di possibilità? Quelle forme molteplici di vita che scompaiono perché uno solo possa emergere?”.
Allora io vorrei richiamarvi, in questo senso, a un’idea importante: la nostra condizione temporale. Cioè noi come creature, ma pensate tutte le creature, siamo tempo, cioè non possiamo accogliere in un istante solo tutta la perfezione a cui siamo chiamati, che pure ci viene offerta. Noi non la possiamo accogliere tutta in un istante, ma possiamo accogliere solo frammenti dopo frammenti e successivamente così, progressivamente così, fino a pervenire a un compimento, a una pienezza che suppone una complessità di strutture che pian piano si sviluppano, ma si sviluppano attraverso tentativi che a volte falliscono, perché appunto ogni situazione è dipendente anche da componenti che possono non esserci.
Per cui, vedete, se vi mettete in questa prospettiva evolutiva, cioè della perfezione che possiamo accogliere solo passo dopo passo, voi capite perché il male, e il disordine, e la sofferenza, ci accompagna fin dall’inizio.
Cioè, non c’è stata una situazione iniziale perfetta, come invece interpretavano quelli che avevano il modello statico: all’inizio tutta la perfezione, poi dopo è successo qualcosa per cui le cose sono cambiate. Nella prospettiva evolutiva la perfezione è alla fine, è il traguardo. Quindi noi cominciamo dal poco, dal nulla, e poi pian piano c’è uno sviluppo, anche dal punto di vista nostro personale, ma poi pensate alla vita nelle sue forme originali, pian piano, poi per tentativi, poi imbocca delle vie da cui deve tornare indietro, riprende altre, perché l’offerta di vita è condizionata a tante situazioni e circostanze. Pensate, per esempio, non so, ad un bambino che non viene amato e allora ha dei traumi, non riesce ad affrontare certe circostanze, certe situazioni, oppure, andando avanti, si trova preclusa una strada.
Da un punto di vista, quindi, di fede noi comprendiamo bene che le situazioni originarie sono ancora imperfette, inadeguate, e il male ci accompagna e l’imperfezione ci accompagna sempre. La fede in Dio a che cosa ci conduce? A riconoscere che possiamo vivere tutte le situazioni della nostra esistenza in modo così da accogliere quella forza di vita che ci conduce alla perfezione definitiva, alla nostra identità di figli di Dio, cioè a sviluppare quella dimensione spirituale che è la ragione della nostra esistenza sulla terra.
Quindi, nella prospettiva di fede, il compimento è il compimento che viene non in ordine alla vita biologica, ma in ordine alla vita spirituale, cioè a quella dimensione che comincia a svilupparsi quando cominciamo a renderci conto della nostra condizione e cominciamo ad aprirci a quella forza di vita per cui una nuova qualità si sviluppa in noi. Che è quella che nella tradizione cristiana chiamiamo l’identità di figli di Dio, la dimensione spirituale, per cui, come diceva Gesù, c’è un nome scritto nei cieli.
Allora la nostra condizione terrena, quindi da un punto di vista biologico e da un punto di vista psichico, è una condizione imperfetta, inadeguata, ma ordinata allo sviluppo di una dimensione spirituale per la quale tutto acquista un significato, perché noi possiamo vivere tutte le situazioni in modo da accogliere l’azione di Dio in noi ed a pervenire a quella identità di figli di Dio, come diceva Gesù, per cui c’è un nome per noi scritto nei cieli, ripeto.
La domanda eventuale potrebbe essere: “Ma allora vale la pena percorrere questo cammino, se il male ci accompagna sempre, se il disordine è sempre alle nostre porte e dentro la nostra interiorità?”.
La risposta a questa domanda può essere data solo quando alla fine giungiamo al compimento; allora ci rendiamo conto se realmente le situazioni vissute nell’imperfezione, anche nel disordine, nella sofferenza, sono proporzionate al compimento al quale siamo chiamati.
Quello che allora è importante per noi è individuare con quale atteggiamento vivere le diverse situazioni, anche di sofferenza, d’incomprensione, di emarginazione, di morte, perché tutti siamo chiamati ad attraversare la morte.
Come vivere queste situazioni in modo da sviluppare la nostra dimensione filiale, cioè la nostra dimensione spirituale che ci consente di attraversare la morte da vivi? Questo è il problema reale della nostra condizione di creature.
Allora il fatto che c’è un disordine, che ci sono ancora imperfezioni dipende appunto dalla condizione creata che è ancora incompiuta, cioè la creazione è ancora in corso, per cui dovremmo dire non che Dio ci ha creati, ma che Dio ci sta creando pian piano. Solo che noi non possiamo accogliere tutta la perfezione in modo compiuto in un istante, ma solo giorno dopo giorno, frammento dopo frammento, per giungere appunto a quel compimento al quale Dio ci chiama come figli suoi.
Allora, vedete, in questa prospettiva non ci sono difficoltà ad assumere il modello evolutivo, a capire la nostra condizione; anzi questo ci dà modo di vivere armoniosamente anche le situazioni imperfette, sapendo che possiamo viverle e attraversarle in modo da crescere come figli di Dio e raggiungere quell’armonia profonda che ci consente, appunto, di attraversare la morte umanamente, cioè da persone viventi.
Questo è il modello che Gesù ci ha indicato quando, nella Risurrezione, ha mostrato qual è il traguardo a cui come figli di Dio siamo chiamati.
Allora le altre discussioni riguardo la scienza sono discussioni che hanno un significato, hanno un valore, ma che non incidono nel modo come noi dobbiamo interpretare la nostra esistenza e soprattutto sperimentare a quale qualità di vita conduce il dare fiducia a Dio anche in queste situazioni imperfette e inadeguate.
Questa è la verifica importante del nostro cammino di fede.
Il testo è stato tratto dalla conferenza: IL DARVINISMO E LA TEOLOGIA CATTOLICA tenuta dal Prof. Carlo MOLARI presso la Parrocchia di San Mattia Apostolo il 30 gennaio 2009 |
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