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IL REGIME A PORTATA DI MANO PDF Stampa
Economia & Politica - Altri Articoli
Giovedì 17 Giugno 2010 21:02



L’Italia, questa Italia di cui scrivo con la lettera maiuscola solo per amore di grammatica, ha affondato il suo stivale in una fossa profondissima. Una di quelle che quando cammini e ci finisci dentro, pensi che come minimo ti sei irrimediabilmente rotto un piede, una gamba, un ginocchio… Che ci vorrà un’intera squadra di pompieri per tirarti fuori e anni di riabilitazione per camminare come prima. L’Italia quella fossa l’ha scavata e scavata, e scavata, e adesso ci si trova completamente dentro. In questi giorni ad una velocità senza pari, ma costantemente in questi anni, quella fossa è diventata una casa confortevole per i criminali, un superattico magnificamente arredato e termoregolato, comprato (questo sì), ad insaputa di molti. Quelli che erano fuori sperando di vivere la vita di Corona, o a casa a piangere col tronista di uomini e donne (la cui scelta oramai è più attesa e dolorosa di quella di Sophie). In questa fossa si sdraia chi ci sta bene, chi non sa, chi si fa gioco di tutto. Della costituzione, della libertà di stampa, della mafia. Il problema è che una bella fossa, per quanto l’open- space sia open e nonostante la luce perfetta e il profumo di fiori, è sempre una fossa. Con il recente ddl sulle intercettazioni (la cd. legge- bavaglio) si vuole togliere al cittadino il diritto all’informazione, non che il cittadino medio italiano ne abbia saputo fare buon uso fino ad ora, ma se è un diritto inviolabile ci sarà un motivo, e comunque c’è tutta una gamma di cittadini più o meno medi che a quel diritto ci sono affezionati. Negando il programma di protezione al pentito Spatuzza (che ricordiamolo, ha fatto il nome del nostro attuale presidente del consiglio Silvio Berlusconi, e del suo amico Dell’Utri) si lancia un messaggio ben preciso: non importa se parliamo di mafia, questo governo non si attacca, perché ha tutte le armi per affondarti.
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Ritorno alla terra PDF Stampa
Economia & Politica - Altri Articoli
Sabato 12 Giugno 2010 08:48

Fino a non molto tempo fa chi parlava di crisi era puntualmente bollato come una cassandra. Ciò che dicevano gli ambientalisti, gli economisti alternativi e chi aveva un minimo di vedute più ampie purtroppo era immediatamente recepito come un monotono refrain che in pochi avevano piacere di sentire. In questo modo, parole anche molto lungimiranti o avvertimenti pienamente giustificabili rischiavano di svuotarsi di significato e quindi finivano per essere inascoltati. Un po' perché erano e sono "scomode verità"; un po' perché anche l'informazione e la comunicazione riflettono in pieno il modello consumistico: meglio stare a sentire una buona bugia che illuda, o qualcosa che distragga, piuttosto che affrontare una realtà difficile e in questa maniera più facilmente prorogabile.
Oggi, invece, "crisi" sembra diventata la parola d'ordine, rimbalza dappertutto: perché la crisi, o meglio le crisi, sono più che mai evidenti. Così evidenti che anche i principali responsabili di questo disastro umano si stanno tardivamente dannando per trovare delle "soluzioni": sono quelli che hanno sempre fatto "orecchie da mercante" (la metafora non è casuale) di fronte agli appelli delle cassandre e messo in qualche modo a tacere chi osava prendere le distanze dallo stile produttivista e consumistico, dalla sete di profitto a ogni costo e dalla miracolosa mano del libero mercato che, secondo loro, tutto do-vrebbe aggiustare. Ora, tradendo una certa ansia, tentano di tranquillizzarci con le loro proposte obsolete e palesemente inadeguate. È come cercare di curare un ammalato di diabete portandolo in pasticceria.
L'urgenza di porre rimedio – visto che si tratta di problemi che iniziano anche a svelare tutta la loro rilevanza economica e a intaccare forti interessi globali – potrebbe indurre i figli del consumismo a credere che chi ha causato il problema possa anche essere in grado di risolverlo.
Le cassandre si trovano di fronte al doppio sforzo di dover da un lato continuare seriamente a denunciare il danno e dall' altro a dover porre le basi perché non si realizzi anche la beffa: nascosta nei biofuel, nelle strategie delle multinazionali dell'agro-business, nella promessa di infrastrutture dove non ci sono strutture, nelle fallaci politiche climatiche che i governi e le istituzioni mondiali propongono a livello globale e locale.     .
La complessità dei problemi che si sono venuti a creare fa sembrare che la situazione ci sia completamente sfuggita di mano: il riduzionista, chi pensa soltanto in maniera lineare, chi venera il libero mercato sull'altare del consumismo non riesce a trovare la soluzione unica applicabile ovunque, il processo che inverta le tendenze, il nuovo accordo multilaterale fra nazioni o il nuovo prodotto miracoloso. Sono tentativi pericolosi.
Quello che serve è un reale cambiamento nei nostri modi di pensare e operare: un nuovo umanesimo, una nuova mentalità, nuovi punti di vista nell'affrontare le sfide che ci troviamo di fronte e un approccio diffuso e differenziato sui territori, sistemico. Ma non si tratta di soluzioni troppo difficili: esse stanno già nei campi di quella metà del mondo che è considerata marginale e arretrata; quella metà del mondo composta da contadini di piccola e media scala, nei pescatori e negli artigiani che non hanno mai voluto – e in certi casi neanche potuto, pur volendo – omologarsi ai dettami dell'agro-industria. La vera soluzione è nelle pratiche virtuose, nella volontà di tanti produttori di cibo che conservano un rapporto costruttivo con la natura, ma anche in tanti cittadini che cambiano le loro abitudini perché consapevoli di essere altrimenti complici, con il loro modo di consumare, del sistema che sta mettendo in ginocchio il pianeta.

Brano di Introduzione di Carlo Petrini al testo RITORNO ALLA TERRA di Vandana Shiva
 
Giornalismo in declino? PDF Stampa
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Giovedì 03 Giugno 2010 23:20

""Un piccolo locale bar, di circa 10 metri quadri, gestito da privati in regime di convenzione, presso un edificio della Presidenza del Consiglio, in corrispondenza della terrazza di Largo Chigi, fa perdere la testa ai nuovi giustizialisti della carta stampata. Molti quotidiani italiani, evidentemente a corto di notizie originali, da diversi giorni, contestano una piccola ristrutturazione posta in opera per rendere fruibile un piccolo locale in corrispondenza di una terrazza finora utilizzata esclusivamente per motori, condizionatori e macchinari industriali e comunque di proprietà della Presidenza del Consiglio. Il locale è utilizzato come piccolo punto di ristoro al servizio di circa mille dipendenti della PCM. Gli illuminati articolisti, con solerzia degna di migliore causa, credono di aver individuato un super scandalo. In realtà si accaniscono contro un piccolo punto di ristoro a disposizione dei dipendenti di alcuni dipartimenti della Presidenza del Consiglio. Comune personale statale che presta servizio per almeno 40 ore settimanali, articolate con turnazioni estenuanti anche nell'arco delle 24 ore, a supporto delle strutture operanti a palazzo Chigi. Personale che percepisce uno stipendio non proprio da nababbi, equivalente a quello di tutti gli altri colleghi ministeriali. In larga parte il personale in servizio alla Presidenza del Consiglio proviene dal Comparto dei Ministeri o dagli Enti Locali, il cosiddetto personale "comandato". Gente che percepisce lo stipendio dall'Ente di appartenenza - quindi impiegati "prestati" al Governo che rispetto ai loro colleghi in servizio tra le mura ministeriali percepiscono, in forza dell'orario di servizio maggiorato, una particolare indennità che non supera i 400 o 500 euro netti (in base al livello economico di appartenenza). Dunque i "ricchi" dipendenti di Palazzo Chigi, sono ingiustamente additati al pubblico ludibrio solo per il fatto di poter disporre, da qualche giorno, di un piccolo bar di 10 metri quadri, destinato a servire circa 1000 dipendenti dello stabile di galleria Sordi. Un piccolo locale assurdamente descritto come una sorta di paradiso,solo per il fatto di potersi affacciare su un terrazzo. Il personale che utilizza l'area percepisce uno stipendio, in molti casi, inferiore a quello di un comune impiegato di banca, per tredici mensilità, perché si sa, il dipendente pubblico non ha diritto a quattordicesima e quant'altro. La dura campagna di stampa, degna di miglior causa, sembra dimostrare che le grandi firme del giornalismo italiano, occupandosi di cose così minute, in questo momento non risultano all'altezza del delicato compito di informare i propri lettori su temi di vero interesse pubblico e sociale. Antonio Del Corso
 
Il nostro è un Paese 'immobile' dal punto di vista economico PDF Stampa
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Giovedì 15 Aprile 2010 22:58

In dieci anni il Pil procapite in Italia è sceso del 4,1% ed è sufficiente questo dato per descrivere la situazione economica ‘poco brillante’ che abbiamo attraversato. La diminuzione è essenzialmente dovuta alla crisi che negli ultimi due anni ha coinvolto le economie del mondo intero. Comunque nel caso la crisi mondiale non si fosse manifestata, il nostro Pil sarebbe rimasto sostanzialmente stabile, mettendo in evidenza che per l’aumento del reddito siamo agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione Europea. Le cause di questa ‘non crescita’sono ben note e sostanzialmente riconducibili al fatto che il nostro indice di competitività ci vede al quarantesimo posto nel mondo cioè, per essere più chiari, a livello della Giordania. Pertanto per rimettere in moto il sistema Paese, sarebbe necessario promuovere una lunga serie di riforme che avrebbero dovuto aver luogo da qualche legislatura.
La nostra classe politica ha saputo soltanto rimpallarsi le conseguenti responsabilità, dimenticando quello di cui il Paese aveva realmente bisogno, cioè la promozione dello sviluppo perchè un sistema economico che non cresce produce sostanzialmente riduzione del benessere ed aumento della povertà. Ne sanno qualcosa i nostri giovani che sono costretti a vivere il precariato, la disoccupazione e il lavoro in nero come fatti normali. Questo perché sono stati considerati nella normalità un costo dell’energia elettrica superiore del 30% alla media degli altri Paesi dell’Unione. Questo perché è stato considerato nella normalità un indice di evasione fiscale doppio rispetto a quello dei Paesi nostri concorrenti. Questo perché rientra nella normalità un livello di corruzione che ci colloca a livelli da Paese sottosviluppato. Questo perché è normale secondo i nostri politici che cause civili e penali possano andare avanti per decenni senza giungere a una sentenza definitiva, scoraggiando fra l’altro, come da sondaggi effettuati, gli investimenti dall’estero. E si potrebbe andare avanti fino ad arrivare alla conclusione che la cosa normale in questo Paese è la più assoluta mancanza di ‘efficienza’ della nostra classe politica, che, fra l’altro, continua a tenerci nascosto il suo costo complessivo, cioè quello di comuni, province, regioni, governo nazionale, parlamento e presidenza.
Ma finalmente, dopo le recenti elezioni regionali, sembra sia arrivato il tempo giusto per le sospirate riforme. Le quali dovrebbero iniziare da quella istituzionale, perché il nostro sistema politico, a cominciare dalla sua struttura, è il primo, come dimostrano i fatti, che ha necessita di essere riformato, attraverso una energica cura dimagrante per numero di ‘addetti’ e per numero di istituti (vedi province e  CNEL). Riforme che dovrebbero poi passare a quella della giustizia in maniera da poterci finalmente considerare un Paese civile. Per arrivare a quella fiscale che il Ministro Tremonti ha definito la riforma delle riforme, perché dovrebbe permettere a suo parere di evitare che: i poveri delle regioni ricche finanzino i ricchi ladri delle regioni povere.
Buon lavoro Onorevoli di nome e speriamo, dopo qualche decina di anni, anche di fatto perchè il sistema Paese, in questi ultimi tre anni di legislatura, si aspetta grandi ed opportune innovazioni dopo decenni di sostanziale e colpevole immobilismo.

Antonio ALBINO
 
Le 'Reti sociali' sul Web PDF Stampa
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Giovedì 08 Aprile 2010 13:38

Il Web è anche in misura crescente una smisurata rete sociale, in cui molti vedono uno strumento per favorire lo scambio di informazioni, la socializzazione delle ’individualità’  e la conoscenza tra i popoli. Ma questo potente strumento di comunicazione presenta non solo opportunità, ma anche notevoli limitazioni.
Sul Web il rapporto avviene soltanto in maniera indiretta e ‘mediata’ sia attraverso immagini preconfezionate che attraverso la parola scritta. Il rapporto che si stabilisce attraverso quest’ultima è, per la sua immediatezza e rapidità, del tutto diverso da quello a cui eravamo abituati prima dell’avvento di Internet. Il predominio dell’emozione è il tratto che più caratterizza la comunicazione sociale in rete. Ma è un’emozione particolare che non può confrontarsi in maniera diretta con le emozioni degli altri. Manca il confronto con le reazioni che il proprio atteggiamento produce negli interlocutori. L’altro elemento che, insieme alla mancanza di confronto fisico, produce ‘l’anomalia’ del contatto è l’anonimato. Quest’ultima caratteristica incoraggia la manifestazione delle emozioni più negative, che col contatto faccia a faccia sarebbero rimosse. Si ha quindi una completa libertà di espressione, svincolata da una corretta assunzione di responsabilità. Il risultato è costituito da espressioni molto poco elaborate sul piano razionale e tendenti soprattutto a suscitare curiosità e apprezzamento.
Pertanto lasciamo alle ‘reti sociali’ soltanto la possibilità di socializzazione delle ‘individualità’, perchè soltanto la vita reale  può produrre quei fenomeni di aggregazione da cui possano nascere rapporti umani seri e amicizie vere.

A.A.
 
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