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Breve storia dell'ignoranza PDF Stampa
Economia & Politica - Altri Articoli
Venerdì 03 Luglio 2009 13:33

Gli inglesi hanno due termini distinti per indicare chi non sa leggere e scrivere e chi non sa usare i numeri: illiteracy è il primo, e noi lo traduciamo il più delle volte come «analfa­betismo», ma in realtà sbagliamo. L'illetteralismo è più che altro l'incapacità di maneggiare gli strumenti della cono­scenza, della cultura, la fatica nel capire e nel farsi capire. Per indicare chi non sa usare i numeri gli inglesi parlano di innumeracy, che significa più o meno «non saper far di con­to». Noi italiani usiamo un solo termine, analfabetismo, per entrambi i fenomeni, forse perché siamo più tolleranti, e stare li ad additare persino chi non sa fare le divisioni ci sembra eccessivo.

Cosa significa non saper leggere, scrivere e far di conto? «Per alcuni millenni» spiega Tullio De Mauro, «leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l'intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giusti­zia. Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i po­tenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti. Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti [...]. È sopravvenuta l'idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche. La "democrazia dei moderni" e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto.» Al giorno d'oggi per essere cittadini a pieno titolo della nostra società «leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all'inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia». Al sapere, ormai, è legato il nostro futuro, l'uomo libero è principalmente colui che ha la possibilità di decidere il proprio desti­no, e che quindi ha l'opportunità di migliorarlo.
            «È con la Rivoluzione francese» spiega lo storico Giovanni Orsina «che nasce l'idea di una nuova società basata sull'individuo, dove ognuno sceglie per sé e dove il proprio destino non è stabilito dal ceto in cui si nasce. Il proprio fu­turo non va accettato con rassegnazione, ma può essere costruito. L'individuo scopre di potersi muovere, di poter decidere e determinare autonomamente il proprio destino. Nell'Antico Regime il merito individuale è inutile, il futuro dell'individuo è preordinato alla sua nascita. Vige il sistema delle caste: i figli dei nobili sono destinati ad essere nobili, i figli degli artigiani, artigiani. Ognuno diventa quello che nasce: solo il clero e l'esercito danno una certa possibilità di mobilità sociale, ma comunque non per tutti».
 
 
 
Brano tratto dal testo La fabbrica dell’ignoranza di Giovanni FLORIS