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Caro fratello immigrato PDF Stampa
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Giovedì 05 Novembre 2009 21:50

di Roberta PATI

Avrei desiderato che non se ne fosse più parlato di tragedie della speranza legate all'immigrazione clandestina e invece ancora una volta è successo, con un tragico epilogo.
Questa volta però, più che parlare del fenomeno immigrazione mi sta a cuore denunciare la nostra indifferenza nei loro confronti.
Spesso etichettiamo l'immigrato con il nome di "marocchino", verniciandolo di disprezzo, dando questo epiteto a tutti gli infelici come lui.
Noi non conosciamo nulla della loro terra, poco ci importa se vengono dalla Somalia o dall'Eritrea, dall'Etiopia o da Capo Verde.
La nostra società è indifferente nei loro confronti. All'immigrato abbiamo attribuito una maschera che a noi fa comodo fare indossare.
Che giaccia sul marciapiede o che viva stipato con altri suoi connazionali in una stanza, non ci importa. Vediamo solo la sua maschera, non la sua vera persona.
Eppure anche loro hanno un'anima, non conosciamo nulla di loro, magari versano lacrime amare nella misera scodella, contano i soldi la sera come un tempo facevano i nostri immigrati e a fine mese mandano i loro miseri risparmi, immaginando la gioia di chi li riceverà.
Chissà se anche loro sognano di poter riabbracciare i loro cari e tornare nella loro terra.
Dovrebbero perdonarci, per la nostra indifferenza. Son sfruttati, ricattati, mal pagati, minacciati, di improvvise denunce che li farebbero rimpatriare.
Spesso si trovano al loro sbando, per tirare avanti si trovano costretti a rubare, a spacciare o a creare un giro di prostituzione.
Anche se il popolo italiano, che si definisce civile ed evoluto, ha sperimentato la amarezza dell'immigrazione sulla sua pelle, non ha compassione per questi poveretti.
Il nostro popolo si definisce libero. Ma libero da cosa e da chi? Realmente non siamo liberi da niente, ma schiavi del consumismo, del nostro egoismo, del nostro benessere e della nostra indifferenza.
Per prima cosa dovremmo imparare ad interrogarci, ad avere coraggio di ammettere, che le norme vigenti nel nostro paese e la classe politica, non tutelano i più elementari diritti umani.
Dovremmo chiedere perdono, se non diamo ospitalità a questi popoli: ospitalità nei nostri cuori.
A questo proposito mi sento soltanto di riportare fedelmente le parole di Don Antonino Bello:
"Perdonaci fratello Marocchino. Un giorno quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha.... il colore della tua pelle".
 
Roberta PATI