Sono passate meno di 24 ore dall’approvazione del “Marriage Equality Act” (promessa mantenuta del governatore Cuomo, che rende valido il matrimonio tra coppie dello stesso sesso) nello Stato di New York. Meno di 24 ore in cui l’orgoglio dei newyorkesi ha colorato l’Empire State Building, riempito le strade, fatto esplodere twitter in un rincorrersi di proposte di matrimonio e manifestazioni di gioia trasversali. Quasi 24 ore e, sorpresa, il mondo sta ancora girando. Nessuna catastrofe, niente rane o cavallette, neanche un asteroide, nessun Noè impegnato a mettere gli animali sull’arca. Un po’ deludente, amettiamolo, ché a giudicare dalle promesse dei cattolici, ci si aspettava qualcosa di più spettacolare, qualche fulmine, un maremoto, una cosa un tantino più spaventosa di un sopracciglio aggrottato e un sottofondo di borbottii. New York (il sesto stato d’America, in ordine di tempo, ad essersi aperto alle nozze gay) ha vinto la sua battaglia contro la disuguaglianza, riconoscendo che il matrimonio è qualcosa di più di una semplice questione di sesso. E d’accordo, magari le coppie che tra un mese si sposeranno, tra due invocheranno il loro diritto al divorzio, ma è veramente importante? Non fa parte dell’evoluzione? L’uguaglianza non è anche potersi lamentare delle stesse cose? Il diritto di fare e disfare tutti allo stesso modo? E non bisogna essere illuminati, per vedere l’importanza di una simile possibilità, come non bisogna essere gay per augurarsi che questo sia solo il primo passo. Per augurarsi che si guardi anche noi, e non solo noi, a questa eletta superpotenza americana, e qualche volta per le ragioni giuste. Non sempre e solo per spartirsi la gloria di una guerra discutibile che non siamo neppure in grado di combattere o per invocare riforme scolastiche che non siamo capaci di imitare. Giriamoci a guardare, per una volta, come sono stati bravi ad affermare il diritto di stare con chi gli pare, se gli pare. Imitiamoli, per una volta, nella gentilezza che hanno mostrato per quel sentimento di cui tanto ci piace parlare, e di cui troppo spesso non capiamo il senso. Prendiamo un mappamondo e contiamo gli stati in cui scegliere di stare insieme “finché morte non ci separi” a prescindere dal sesso, è permesso. Pur guardando molto molto attentamente, mi sembra che l’unica cosa che possa succedere, sia l'eventualità di partecipare ad una serie di matrimoni a cui ora non siamo abituati, ma che comporterebbero lo stesso identico tipo di gioia e insofferenza che un matrimonio eterosessuale comporta: non ho niente da mettere; non mi fate piangere; bisognerà svegliarsi prestissimo; come sono belli/e insieme; si sposano tutti quando fa troppo caldo; quello/a si è vestito malissimo; non te li mettere i tacchi se non li sai portare; i capelli mi stanno sempre male; le scarpe mi stanno uccidendo; quanto manca?
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