| Il mestiere di giornalista |
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| Economia & Politica - Altri Articoli | |||
| Venerdì 03 Luglio 2009 13:48 | |||
Il nostro è un mestiere artigianale che vive della trasmissione, sul campo, di esperienze che i più anziani danno ai giovani e che nessuna scuola di giornalismo potrà mai sostituire. Ma dopo il Sessantotto c'è stata una frattura. I giovani hanno perso la voglia di imparare e i vecchi, diventati malsicuri perché non sono più i draghi di un tempo che ti facevano rifare tre volte lo stesso pezzo se ritenevano che non andasse bene, quella di insegnare. Oggi, se a un giovane cambi un periodo incomprensibile o tagli anche solo una virgola, si rivolge al comitato di redazione gridando alla lesa maestà, alla sacralità della libertà di espressione, alla censura. E alle volte hanno anche ragione perché i tagli sono fatti male, senza attenzione. Ma i vecchi redattori-capo sapevano fare il loro mestiere, con scrupolo. Uno dei migliori complimenti indiretti lo ebbi da Ugo Intini, caporedattore dell'«Avanti!» di Milano una volta che risalendo tutto sudato dalla tipografia disse: «Ho capito che Fini scrive bene, perché ho fatto una fatica bestiale a tagliare il suo pezzo». Allora non si tagliava un tanto al chilo, la chiusa, le ultime venti righe, ma si cercava di rispettare il lavoro di chi scriveva, perché l'articolo, anche di un semplice cronista, era la cosa più importante del giornale.
Oggi non più. Eppoi è vero che «il piombo non è elastico», come ti dicevano sempre, ma giocando con le interlinee si avevano spazi di manovra che adesso la telematica esclude.
E sono venuti meno anche un altro fascino e un'altra epica, che Bacialli racconta così splendidamente: le linotype, la tipografia, il piombo, i bozzoni, l'odore di inchiostro, i correttori di bozze, i dimafonisti, gli archivisti. Non si tratta sola di retorica nostalgica. L'interrelazione con queste categorie artigianali migliorava i giornali e i giornalisti. Lì, giovanissimo cronista dell'«Avanti!», ho imparato il mestiere di base, soprattutto da quei formidabili artigiani che erano i tipografi della Same. Sono stati loro che, quando Liano Fanti, il capocronista, aveva, giustamente, da andare a donne, e mi scaraventava in tipografia all'una e mezza di notte, mi hanno insegnato come si imposta una pagina, come si corregge un menabò, come non far sbattere un titolo contro un altro, come dribblare problemi che sembravano insolubili. E più avanti, se dettando al dimafonista mi accorgevo che aveva difficoltà a capire una frase, ne cambiavo il giro, la semplificavo, perché se era ostica per lui ancor più lo sarebbe stata per il lettore. E i correttori di bozze, da cui spesso si pescavano i nuovi giornalisti, non si limitavano a correggere gli errori materiali, i refusi, ma ti segnalavano quelli concettuali e temporali e se, poniamo, avevi sbagliato una metafora ti arrivava su la bozza con un punto interrogativo. Quando, anni fa, Bonifaci, l'editore del «Tempo» di Roma, mi chiese dei consigli e mi disse che come prima cosa, per economizzare, voleva eliminare i correttori di bozze, come ormai han fatto quasi tutti anche nei grandi giornali, gli risposi: «Lei da un giornale può eliminare tutto, anche i giornalisti, ma non i correttori di bozze». Oggi tutto questo mondo è scomparso, in nome dell'economicità e dell'apparente efficienza telematica. E i risultati si vedono.
Non sono invece d'accordo con Bacialli quando sostiene che i giornalisti hanno tuttora del potere. Certo ne abbiamo uno di killeraggio sulla cosiddetta «gente comune» della quale facciamo spesso e volentieri strame, senza la quale il nostro mestiere, che si arroga il diritto di andare a ficcare il naso nei panni sporchi altrui, diventa un esercizio torbido e protervo. Ma abbiamo perso la capacità di essere un «contropotere» nei confronti della classe politica. Perché, nella stragrande maggioranza dei casi, ce ne siamo fatti servi. Non per nulla i media vengono chiamati, spudoratamente e senza nemmeno che più ci si accorga di che cosa questo significhi, gli «strumenti del consenso». E abbiamo fatto la fine che tocca, meritatamente, a tutti i servi. Non contiamo più nulla.
Articolo di Massimo Fini ad introduzione del testo "Casta Stampata" di Luigi Bacialli
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Il nostro è un mestiere artigianale che vive della trasmissione, sul campo, di esperienze che i più anziani danno ai giovani e che nessuna scuola di giornalismo potrà mai sostituire. Ma dopo il Sessantotto c'è stata una frattura. I giovani hanno perso la voglia di imparare e i vecchi, diventati malsicuri perché non sono più i draghi di un tempo che ti facevano rifare tre volte lo stesso pezzo se ritenevano che non andasse bene, quella di insegnare. Oggi, se a un giovane cambi un periodo incomprensibile o tagli anche solo una virgola, si rivolge al comitato di redazione gridando alla lesa maestà, alla sacralità della libertà di espressione, alla censura. E alle volte hanno anche ragione perché i tagli sono fatti male, senza attenzione.