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Il potere logora chi ce l'ha perché gli dà alla testa PDF Stampa
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Sabato 21 Marzo 2009 08:32

Un ricercatore americano ha analizzato i meccanismi legati all'autorità, che crea la falsa illusione di essere infallibili
 
            Il potere logora chi non ce l'ha. Ma anche per chi lo tiene ben stretto non sono tutte rose e fiori: il rischio di fare scelte controproducenti, possibile premessa della perdita del co­mando, è dietro l'angolo.
            Il motivo è semplice: il pote­re "dà alla testa". Non è una fra­se fatta, ma la conclusione cui arriva Adam Galinsky, psicolo­go dell'americana Northwe­stern University di Chicago, do­po aver condotto una serie di ri­gorosi esperimenti su alcuni volontari.
            I risultati, pubblicati sulle pa­gine di Psychological Sciences, spiegano perché i leader ine­briati dall'illusione di invincibi­lità regalata dal potere, si lanci­no spesso in imprese contro­verse con esiti discutibili. Ma è più forte di loro, e di tutti noi: appena veniamo investiti di un briciolo di potere, crediamo di riuscire a tenere tutto sotto controllo, anche quello che non è oggettivamente alla no­stra portata.
Il meccanismo è talmente inevitabile che perfino sentirsi potenti grazie a un gioco basta a farci credere di avere il mon­do in pugno: Galinsky lo illu­stra con uno dei suoi esperi­menti in cui, dopo aver coinvol­to alcuni volontari in un gioco di ruolo, che prevedeva mana­ger e sottoposti, ha offerto ai partecipanti una ricompensa se erano in grado di prevedere l'esito di un tiro coi dadi. Poi ha chiesto loro di scegliere se lanciarli in prima persona o far­lo fare ad un altro: tutti quelli che avevano recitato la parte del manager hanno voluto lanciare i dadi contro il 70% dei sottoposti. «Credere di controllare un risultato dovuto al caso è segno di un ottimismo irreali­stico e gonfia a dismisura l'au­tostima» chiosa Galinsky.
            «Anche l'attuale crisi è l'espressione dell'ebbrezza del potere che ha contagiato il mondo economico – osserva Giorgio Soro, studioso dei mec­canismi della leadership al Dipartimento di psicologia dell'Università di Torino –. Oggi è la società stessa a inocularci un'idea distorta del potere: è "vin­cente" chi non si ferma davanti a nulla e ostenta una fiducia in sé che rasenta la tracotanza.
            Ma c'è un modo per esercita­re bene il potere? «Il leader de­ve assumere il suo ruolo in ma­niera non rigida ed essere aper­to ad ascoltare chi lavora con lui – risponde Soro –. Deve rispettare competenze e capaci­tà degli altri e dare un senso a ciò che propone. E deve accettare la solitudine: il vero capo cer­ca di capire l'impatto delle sue scelte sugli altri, e tiene in con­siderazione i pareri dei collabo­ratori, ma poi deve decidere sempre da solo».
            «Se un leader si comporta in questo modo, c'è anche un al­tro vantaggio – conclude Soro – chi è sottoposto "cresce" col­tivando le sue capacità attraver­so il confronto diretto e aperto con il "capo"».
Articolo di Elena Meli tratto dal Corriere della Sera del 15 marzo 2009