| Il segreto della felicità? Diventa ciò che sei |
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| Martedì 07 Ottobre 2008 17:37 | |||
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Conosci te stesso. E i tuoi demoni. Solo la consapevolezza dei propri limiti consente di raggiungere la felicità
Naturalmente, come leggevo in un'antica osteria veneziana, -figuriamoci la miseria-. Il messaggio è chiaro. La felicità, questa condizione esistenziale a cui ciascuno ambisce, è accessibile a tutti a prescindere dalla ricchezza, dalla condizione sociale, dalle capacità intellettuali, dalle condizioni di salute. Non dipende dal piacere, dal benessere fisico, dall'amore, dalla considerazione o dall'ammirazione altrui, ma esclusivamente dalla piena accettazione di sé, che Nietzsche ha sintetizzato nell'aforisma: -Diventa ciò che sei-. Sembra quasi un'ovvietà, ma non capita quasi mai, perché siamo soliti misurare la felicità non sulla realizzazione di noi stessi, che è fonte di energia positiva per quanti ci vivono intorno, siano essi familiari, colleghi, conoscenti, ma sulla realizzazione dei nostri desideri, che formuliamo senza la minima attenzione alle nostre capacità e possibilità di realizzazione. Non accettiamo il nostro corpo, il nostro stato di salute, la nostra età, la nostra occupazione, la qualità dei nostri amori, perché ci regoliamo sugli altri, quando non sugli stereotipi che la pubblicità ci offre ogni giorno. Se l'infelicità è il risultato di un desiderio lanciato al di là delle nostre possibilità, non ho alcuna difficoltà a dire che chi è infelice deve cercare in sé stesso la causa della sua infelicità, per avere improvvidamente coltivato un desiderio infinito ed incompatibile con i tratti della sua personalità, che non si è dato mai la briga di conoscere. Per converso la felicità diventa una sorta di ‘dovere etico', non solo perché nutre il gruppo che ci circonda di positività, ma perché presuppone una buona conoscenza di sé, che automaticamente limita l'ampiezza smodata dei nostri desideri, accogliendo solo quelli compatibili con le proprie possibilità. Infatti, nello scarto tra il desiderio che abbiamo concepito e le possibilità che abbiamo di realizzarlo c'è lo spazio aperto, e talvolta incolmabile della nostra infelicità, che ci rode l'anima e mal ci dispone di fronte a noi e agli altri. Le conseguenze sono note: ansia e depressione, che opportunamente coltivate dal rilancio del desiderio, quasi una reiterazione della nostra prevedibile sconfitta, diventano condizioni permanenti della nostra personalità, che abbassano il tono vitale della nostra esistenza, quando non addirittura, a sentire i medici, le difese del nostro sistema immunitario, disponendoci alla malattia, che non è mai soltanto un'insorgenza fisica, ma anche spesso, e forse soprattutto, una disposizione dell'anima che ha rinunciato a quel dovere etico che Aristotele segnala come scopo della vita umana: la felicità. Naturalmente Aristotele, da greco, non si lascia ingannare da cieche speranze o da promesse ultraterrene, e perciò pone, tra le condizioni della felicità, la conoscenza di sé, da cui discende, nel nostro spasmodico desiderare, la –giusta misura-. Conoscendo se stessi, o come dicevano gli antichi greci il proprio ‘demone', che chiede la sua realizzazione nella consapevolezza del limite, si raggiunge la felicità, che i greci non a caso chiamavano “eu-daimonia”.
Articolo di Umberto GALIMBERTI tratto da L'Espresso del 24/04/2008
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Tony Blair, congedandosi dalla sua carica di Primo Ministro, ebbe a dire che, nei suoi anni di governo, l'Inghilterra aveva triplicato (N.d.R.- il termine non ci sembra corretto per quantificare l'aumento anche se considerevole) la sua ricchezza, ma non la sua felicità. Dunque il denaro non fa la felicità.