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La Consulta ed i bambini rom PDF Stampa
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Martedì 09 Dicembre 2008 12:41

Vorrei commentare il verdetto emesso dalla Consulta in merito allo sfruttamento dei minori da parte di genitori rom (popolo nomade degli zingari).
La motivazione espressa nel dichiarare la non colpevolezza di tali persone nel mandare i loro figli (bambini) a chiedere l’elemosina mi lascia molto perplesso.
Essa recita, in sintesi, che dal momento che la cultura rom (o di questo tipo specifico di rom) prevede lo sfruttamento dei minori essi non possono essere considerati colpevoli.
Va detto ad, onor del vero, che una sentenza analoga è stata emessa dalle autorità giuridiche tedesche qualche tempo addietro nei confronti di un nostro connazionale di origine sarda.
Se a tutti coloro che vengono a vivere, legalmente o illegalmente, nel nostro paese vengono riconosciute, come attenuanti e quindi di fatto accettate, abitudini, tradizioni, nonché leggi che  sono in netto contrasto con le nostre dove andranno a finire 2500 anni di evoluzione filosofica giuridica e umanistica che sono il fondamento del pensiero e della cultura dell’occidente del mondo?
Mi rendo conto che una domanda del genere può scatenare forti reazioni da parte di persone molto più preparate del sottoscritto proprio in quei campi sopra citati come beni da difendere ma, la sensazione di sgomento mi ha spinto a sfidare pungenti critiche ed anche severi giudizi.
Un qualsiasi processo tecnologico deve essere testato prima di essere attuato nella sua interezza e deve dare ampie e certe garanzie di funzionalità e sicurezza al termine del collaudo altrimenti si mette a rischio ciò che lo stesso processo si prefigge di ottenere. Per fare quanto sopra si fanno prove di stress che consistono nel portare ai limiti estremi di sopportabilità e funzionamento ( nel nostro caso di ragionamento) quanto prodotto.
Secondo tale modus operandi possiamo impegnarci in una riflessione estrema.
Poniamo il caso che domani giunga in Italia un membro di una di una tribù antropofaga proveniente da una regione talmente remota da rimanere isolata per tutta la sua storia.
Questo signore, un cannibale, per motivi a noi ignoti ma perfettamente consoni al suo modo di vivere , decide di fare colazione con uno di noi . Che cosa potremmo fare noi italiani, oltre ai dovuti scongiuri, per evitare che questo “scambio culturale “ o “ esercizio di integrazione “ si protragga nel tempo e che quindi le colazioni si moltiplichino anche con il nostro (probabile) personalissimo, ma non spontaneo, contributo ?
Temo, praticamente, nulla perché applicando la stessa motivazione che la Consulta ha applicato nella sentenza dei bambini Rom, l’antropofago non può essere ritenuto colpevole di aver sostituito un gustoso maritozzo con panna con un grasso connazionale dal momento che il suo comportamento è perfettamente consono al modo di vivere che si pratica nella sua tribù di origine.
E allora?
Beh credo che si debba cominciare a guardare il problema dei nomadi con un ottica a 360° e non da un solo punto di vista. Il loro!!
La democrazia ha un suo valore imprescindibile ed è quello che riconosce ad ogni uomo pari dignità (quindi anche doveri) e pari diritti indipendentemente dal colore della pelle e della latitudine in cui vive.
Ma questo deve valere nei due sensi, deve cioè essere il fine ultimo dei rapporti interpersonali.
Non si possono riconoscere attenuanti a persone che non hanno (se non l’hanno) alcun interesse all’integrazione ma pretendono di vivere la loro vita come a loro più piace facendone pagare il prezzo agli “stanziali”.
Si definiscono nomadi ma poi vogliono vivere vicino a noi perché? Perché vogliono godere di quello che abbiamo senza sforzo, senza lavorare.
La verità mai detta è che in Italia come in Europa non si può più vivere come un nomade cioè senza fare nulla ma sfruttando solo il lavoro degli altri. Attualmente nel mondo ci sono ancora dei nomadi; essi vivono però come veri nomadi. Penso ai mongoli oppure ai tuareg essi non hanno nessun interesse a vivere in mezzo a noi sono indipendenti autosufficienti e fieri del loro stato e per questo si meritano il rispetto che la loro dignità impone. Se qualcuno vuole fare il nomade se ne deve assumere le responsabilità. Deve vedere attuati i suoi diritti ma si deve anche far carico dei suoi doveri nei confronti della società che li ospita. Deve contribuire per quanto possibile al benessere della collettività e non comportarsi come coloro a cui tutto è dovuto sempre e comunque.
Se loro questo non lo capiscono è compito della società ospitante fare in modo che recepiscano il messaggio trattandoli senza favoritismi facendo in modo che diritti e doveri siano uguali ai nostri e che comincino a guadagnarsi quello che mangiano. Alcuni comportamenti ed alcune sentenze delle autorità costituite non vanno, sembra, in questa direzione.
 
 
 
              Il grigio in data 3 dicembre 2008
L’articolo è stato scritto da un nostro assiduo lettore che vuole conservare l’anonimato.