| La felicità di spendere per gli altri |
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| Felicità - Altri articoli | |||
| Martedì 07 Ottobre 2008 18:10 | |||
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Non è facile fare paragoni fra i Paesi con culture diverse, ma lo stesso fenomeno si può osservare all'interno di un paese, tranne che per i livelli di reddito molto bassi, come, nel caso degli Stati Uniti, per la fascia di reddito al di sotto dei dodicimila dollari l'anno. Al di sopra di questo livello, un incremento del reddito non incide più di tanto sulla felicità delle persone. Gli Americani sono più ricchi di quanto non lo fossero negli anni 50, ma non sono più felici. Oggi gli americani che rientrano in una fascia di reddito media( cioè che hanno un reddito familiare compreso tra i 50mila ed i 90mila) hanno un livello di felicità quasi identico a quello degli americani ricchi, quelli che hanno un reddito familiare superiore ai 90mila dollari. Quasi tutte le inchieste sulla felicità si limitano a chiedere alle persone se ed in quale misura sono soddisfatte della propria vita. L'affidabilità di questi studi è piuttosto scarsa, perché questo tipo di giudizio complessivo sul”livello di soddisfazione nella vita” non dà necessariamente l'esatta misura di quanto gli individui apprezzino realmente il modo in cui impiegano il proprio tempo. Il mio collega dell'Università di Princeton, Daniel Kahneman, ha cercato, con l'aiuto di diversi altri ricercatori, di misurare il benessere soggettivo degli individui interrogandoli sul loro umore ad intervalli ripetuti durante il giorno. In un articolo pubblicato sulla rivista “Science” il 30 giugno Kahneman ed il suo team di lavoro scrivono che i dati da loro raccolti confermano che tra reddito e felicità non c'è una correlazione molto stretta. Al contrario Kahneman ed i suoi colleghi hanno rilevato che gli individui che guadagnano di più impiegano una quantità di tempo maggiore, rispetto agli altri, in attività associate a sensazioni negative, come tensione e stress. Invece di avere più tempo libero, ne passano più degli altri sul posto di lavoro e sui mezzi di trasporto per arrivarci, e capita loro più di frequente di essere –secondo le loro indicazioni- di umore ostile, arrabbiato, ansioso e teso. Ovviamente l'idea che il denaro non possa comprare la felicità non è nuova. Molte religioni insegnano che l'attaccamento ai beni materiali rende infelici. I Beatles ci ricordavano che il denaro non può comprare l'amore. Perfino Adam Smith, che ci diceva che non è dalla benevolenza del macellaio che otteniamo la nostra cena, bensì dal suo preoccuparsi del proprio interesse personale; descriveva i piaceri immaginari della ricchezza come una “un'illusione” anche se è una illusione che “ sospinge e mantiene in moto costante l'industria del genere umano. C'è però un paradosso in tutto questo. Perché tutti i Governi concentrano la loro azione sull'incremento del reddito nazionale pro capite? Perché tanti di noi fanno di più, se non servirà a renderci più felici? Forse la risposta sta nella nostra natura di esseri che necessitano di uno scopo. Ci siamo evoluti rispetto a quando eravamo esseri che dovevano lavorare duramente per nutrirsi, trovare un compagno ed allevare figli. Per le società nomadi non aveva senso possedere qualcosa che non si era in grado di portarsi dietro; ma quando gli esseri umani diventarono stanziali e svilupparono un sistema di moneta quel limite dell'acquisizione scomparve. Accumulare denaro fino ad una certa cifra garantisce protezione dai periodi di magra. Ma oggi l'accumulazione è diventata un fine a sé, un modo per misurare il proprio status o il proprio successo, uno scopo su cui ripiegare quando non riusciamo a pensare a nessuna altra ragione per cui fare qualcosa, ma ci annoieremmo a non fare niente. Fare soldi ci dà qualcosa da fare che appare meritevole, a patto di non stare troppo a riflettere sul perché lo stiamo facendo . Pensiamo in quest'ottica, alla vita di Warren Buffet, l'investitore americano. Per ciquant'anni Buffet che adesso ne ha settantacinque, ha lavorato per accumulare una vasta fortuna: Secondo la rivista Forbes , Buffet è il secondo uomo più ricco del mondo dopo Bill Gates, con un patrimonio di 42 miliardi di dollari. Eppure il suo stile di vita frugale dimostra che non prova particolare piacere a spendere grandi quantità di denaro. E anche se fosse di gusti più scialacquatori, dovrebbe impegnarsi molto per spendere più di una minuscola frazione della sua ricchezza. In questa prospettiva, dopo che aveva guadagnato i suoi primi milioni negli anni sessanta, tutti gli sforzi compiuti successivamente per accumulare altro denaro possono tranquillamente apparire insensati. Buffet è una vittima dell'”illusione” di cui parlava Adam Smith, e che Kahneman ed i suoi colleghi hanno studiato più approfonditamente? Combinazione vuole che l'articolo di Kahneman sia stato pubblicato la stessa settimana in cui Buffet ha annunciato la più grande donazione filantropica nella storia degli Stati Uniti, trenta miliardi di dollari per la Bill e Melinda Gates Foundation ed altri sette miliardi ad altre fondazioni di beneficenza. Neppure correggendo in base all'inflazione le donazioni che fecero Andrei Carnegie e John D. Rockfeller si arriva al livello di quella di Buffet. In un colpo solo Buffet ha dato senso alla sua vita. Essendo un agnostico, la sua donazione non è motivata dalla convinzione di trarne beneficio in un aldilà. Che indicazioni può darci la vita di Buffet sulla natura della felicità. Forse, come la ricerca di Kahneman ci indurrebbe a pensare, Buffet avrebbe passato una vita più rilassata se ad un certo punto, negli anni sessanta, avesse smesso di lavorare, scegliendo di vivere di rendita e passando molto più tempo a giocare a bridge. Ma sicuramente in questo caso, non avrebbe provato la soddisfazione che ora può legittimamente sentire al pensiero che il suo lavoro e le due straordinarie capacità di investitore contribuiranno, tramite la Gates Foundation , a curare malattie che provocano morte e menomazioni a miliardi di persone povere nel mondo. Buffet ci ricorda che la felicità è qualcosa di più dell'essere di buon umore. Peter SINGER
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