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Felicità - Altri articoli
Martedì 07 Ottobre 2008 17:55

di Domenico De Masi docente di Sociologia all'Università La Sapienza di Roma

 

RICCHEZZA

L'agiatezza e la povertà sono entrambe accompagnate da grossi grattacapi, per cui la condizione auspicabile è quella intermedia : né ricca , né povera, purchè dotata di una lunga durata e di un buon margine di tranquillità.

Qual e' l'uomo più felice del mondo?

Si dice che la ricchezza non fa la felicità, ma bisogna ammettere che la simula molto bene. La questione non è di poco conto. Basti pensare che il primo libro di storia di tutti i tempi, quello scritto da Erodoto cinque secoli prima di Cristo, apre proprio con un capitolo sul rapporto tra ricchezza e felicità. Vi si racconta che Solone, dopo aver portato la promulgazione delle sue leggi ad Atene, si dette a lunghi viaggi in tutto il mondo per arricchire la propria saggezza con nuove esperienze. In questo suo girovagare arrivò fino alla Lidia, dove regnava Creso, il più ricco di tutti i re. Dopo essersi pavoneggiato con Solone, esibendo lo sfarzo della sua reggia, Creso non seppe resistere alla tentazione di chiedergli chi fosse l'uomo più felice incontrato in tutti i suoi viaggi. –Questo egli domandava nella segreta speranza di essere lui stesso indicato come il più felice degli uomini.-

Povero, bello e in buona salute

Solone, invece, citò un certo Tello di Atene, uomo semplice, padre di due splendidi figli, morto in battaglia per la difesa della propria città, che per questo gli aveva reso grandi onori.

Sperando di essere considerato almeno al secondo posto nella graduatoria degli uomini più felici del mondo, Creso chiese a Solone chi altri ricordasse dopo Tello. Allora questi descrisse la sorte felice di Cleobi e Bitone, due giovani belli forti e generosi, per i quali la madre chiese alla dea Era tutto ciò che un uomo può ottenere di meglio. La dea accolse la preghiera: i due giovani si addormentarono e morirono serenamente nel sonno. E i concittadini, per onorare la loro eccellenza, consacrarono nel tempio di Delfi due statue a loro immagine.

Creso si stizzì e disse –Ospite di Atene, la nostra felicità è da te poco considerata, che non ci stimi di rivaleggiare nemmeno con dei semplici cittadini privati?-

Solone gli rispose che ogni uomo vive mediamente 70 anni, pari a circa 26mila giorni. Poiché in ciascuno di questi giorni avviene qualcosa di diverso, ogni vivente fino alla fine, resta sempre in balia degli eventi.- non è vero-disse – che chi è molto ricco sia più felice di chi ha da vivere alla giornata, se non l'accompagna la fortuna di terminare la vita in una completa felicità-

Un uomo straricco ha due vantaggi:la possibilità di affrontare meglio le disgrazie improvvise e la possibilità di soddisfare un numero maggiore di desideri. Sotto questo aspetto può dirsi fortunato ma non ancora felice. Se un povero è bello ed in buona salute, se ha una bella figliolanza e se riesce a chiudere in bellezza la proprie vita, ecco un caso di reale gioia. Fino alla morte, inoltre, nessuno può considerarsi autosufficiente ( un proverbio napoletano dice:- Anche la regina ebbe bisogno della vicina-).

Creso, infuriato, scacciò Solone ma di lì a poco suo figlio morì per un incidente di caccia e Ciro conquistò il suo regno. Salvato per fortuna dal rogo al quale era stato condannato, Creso si ricordò di Solone. Se prima si sentiva ricco per l'opulenza delle sue proprietà, ora si sentiva ricchissimo per il semplice fatto di sopravvivere. L'abbondanza, dunque, non fa la felicità perché è minata dall'assilllo dell'insicurezza. E allora, che fare?

La tecnica della condizione intermedia

Per i credenti c'è la speranza dell'eterna felicità ultraterrena, facile per i poveri, difficilissima per i ricchi.- che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni- dice la Rerum Novarum – o che tu ne sia privo , ciò all'eterna felicità non importa nulla. I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non liberano dal loro dolore, e che esse, per la felicità a venire, nonché giovare nuocciono-.

Per i non credenti privi della felicità ultraterrena, basta la saggia convinzione che la ricchezza e la povertà sono entrambe accompagnate da grossi grattacapi, per cui la condizione auspicabile è quella intermedia: né ricca, né povera, purchè dotata di una lunga durata(N.d.R.-Non ci sembra un elemento importante) e di un buon margine di tranquillità.

IL NUOVO SUPERFLUO

Per i comunisti equivaleva al furto; per i cristiani era spesso impedimento all'ingresso nel regno dei cieli. Ma per i filosofi e gli economisti è l'unico vero motore del progresso delle società industriali. Oggi però le cose stanno cambiando

Spreco e genio, ricchezza e rifiuto

Abito a Roma, a due passi dallo splendido palazzo dei principi Massimo( Palazzo Altemps-N.d.R.), e per anni ho visto dormire sotto quel colonnato il giovane rampollo della nobile famiglia, che aveva scelto di fare il barbone. Non tutti preferiscono il lusso e si sentono realizzati soltanto quando viaggiano in Ferrrari o indossano un collier di Bulgari. Alcuni preferiscono la parsimonia o addirittura la povertà e si troverebbero a disagio nella classe business dell'Alitalia. Anche il rendimento intellettuale è indipendente dalla condizione economica: le musiche di spiantati come Ludwig Van Beethoven o Franz Schubert , non hanno nulla da invidiare alle opere di spreconi come Richard Wagner o Gabriele D'Annunzio.

La lista di filosofi, legislatori e predicatori, da Licurgo a Girolamo Savonarola, che nel corso della storia si sono scagliati contro lo sfarzo, è interminabile. Molte persone straricche, da San Francesco a Osama Bin Laden, hanno rinunciato volontariamente agli agi per seguire vocazioni pauperistiche o rivoluzionarie, considerate come altrettante carte d'imbarco per il loro paradiso. Il voto di povertà, accanto a quello di castità e di obbedienza, è richiesto espressamente da molti ordini religiosi. Il marxismo ha sempre bollato il lusso come sinonimo di furto. I Vangeli insinuano seri dubbi sulla possibilità che un ricco entri nel regno dei cieli.

La società dello scialo

Ma altrettanto interminabile è la lista di coloro, da Charles de Secondat Montesquieu a Werner Sombart, disposti a giurare che lo scialo costituisce il vero motore dell'economia e che lo spreco, lungi dal costituire un peccato riprovevole, è perfettamente coerente con la natura, che procede con metodi dissipati: basti pensare a quanti spermatozoi vengono dilapidati benché ne basti uno solo per fecondare l'ovulo. Quel razionalista di Voltaire amava ripetere: - Toglietemi il necessario, ma lasciatemi il superfluo- e quello snob di Oscar Wilde amava citarlo aggiungendo: - Preferisco morire al di sopra delle mie possibilità-. Del resto non esiste società , per quanto povera, che non consenta ad alcuni dei suoi membri privilegiati, per nascita e per censo, di vivere nello splendore più sfrenato: gli emiri arabi, per esempio, e i maràja indiani ostentano ricchezze sfacciatamente e impunemente contrastanti con la miseria dei loro sudditi.

Il comunismo ha dimostrato di saper distribuire ricchezza senza saperla produrre e il capitalismo ha dimostrato di saper produrre ricchezza senza saperla distribuire. Ne deriva che, anche nelle nazioni più orgogliosamente democratiche, i ricchi finiscono per essere puntualmente favoriti. Durante l'era del –democratico- Bill Clinton le tasse pagate dai 205mila contribuenti con un reddito superiore al milione di dollari furono ridotte dell'11 per cento.

Ma, proprio con l'avvento della società postindustriale, qualcosa si è incrinato nella concezione e nella pratica del lusso tanto che Hans Magnus Enzensberger, uno dei più noti industriali tedeschi, ha cominciato a chiedersi in che cosa consista, alla fine dei conti, oggi giorno. Nella società rurale e in quella industriale, caratterizzare dal contrasto tra un numero esiguo di ricchi e una massa sconfinata di poveri, chi sfoggiava lo faceva soprattutto per stupire e per soggiogare psicologicamente le classi inferiori; le quali, addomesticate dai media, lungi dall'indignarsi, amavano ammirare le feste dei re, i panfili degli imprenditori, le liturgie dei papi, gli Oscar delle star.

Godere senza clamore

Ma come evolve il concetto di lusso man mano che si passa dalla società industriale a quella post industriale, dove il benessere è più diffuso? Se presuppone un tenore di vita raro, cosa è raro nella nostra vita? Enzensberger risponde che ormai scarseggiano sei beni: il tempo, l'autonomia, lo spazio, il silenzio, la sicurezza e l'ambiente non inquinato. A questi sei tesori sempre più rari ( e dunque sempre più lussuosi ) io ne aggiungerei almeno altri tre: la convivialità, che aiuta a sconfiggere la solitudine e la noia. ; l'ambiente creativo, che permette di coniugare la fantasia con la concretezza, l'emotività con la razionalità; la bellezza, che dona felicità anche attraverso cose semplici e di poco costo. Ma c'è di più. Secondo le vecchie regole, non bastava possedere ricchezza e potere: occorreva anche sfoggiarli. Invece oggi, per godere i veri lussi, come il tempo o il silenzio, occorre restarsene nel proprio cantuccio, senza clamore né ostentazione.

IL GUSTO DEL POTERE

Secondo un noto proverbio comandare è meglio che fare l'amore . Ma c'è sempre la paura di non contare più nulla. L'unica soluzione per rimanere in sella? Far godere soprattutto gli altri. Fassino e Fini dovrebbero andare a scuola da Pericle.

La soddisfazione consiste nell'intensità di una sensazione piacevole, ma è sempre minata dalla fragilità. I potenti hanno spesso l'arroganza di esibirsi come persone realizzate, anche se in cuor loro temono che il destino possa riservare improvvisi rovesci di fortuna. L'unico modo per coniugare il potere con una felicità duratura consiste nel puntare sul bene e sul bello dell'intera comunità, che per definizione resiste più a lungo dei singoli individui.

Hitler, Kennedy e il Papa: quale autorità?

Secondo un proverbio meridionale, esercitare il potere rende più paghi che fare l'amore. Ho cercato nella storia qualche testimonianza in grado di confermare questo detto, Quale sarà stata la gioia di don Giovanni d'Austria quando ha sbaragliato i Turchi a Lepanto? E quella di Adolf Hitler mentre migliaia di giovani sfilavano sotto i suoi occhi nello stadio di Norimberga? E il senso di potenza di Josef Stalin, Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelet riuniti a Yalta per spartirsi il mondo? Come decifrare l'ebbrezza di un Papa memtre benedice milioni di fedeli inginocchiati ai suoi piedi? Il delirio di onnipotenza di un boss che vende e compra, assume e licenzia? La bieca voluttà di un torturatore mentre sevizia le sue vittime inermi?

Poi mi è venuto in mente il conforto che deve aver provato Alcide De Gasperi quando, davanti al consesso delle Nazioni, difese l'Italia perdente. E il sollievo di John Kennedy nel momento in cui, di fronte al muro di Berlino, ricordò che mai una nazione prima della sua aveva tenuto tanti figli lontano dalla patria per non portare la guerra ma per mantenere la pace.
 

Lo stile dei leader carismatici

 

Oggi si ha l'impressione, forse non infondata, che dopo la morte di personaggi come Mao Tse Tung, Charles, De Gaulle, Giovanni Paolo II il mondo sia rimasto privo di grandi leader carismatici. Anche sul piano nazionale, la distanza tra De Gasperi e Pier Ferdinando Casini, tra Palmiro Togliatti e Piero Fassino, tra Giorgio Almirante e Gianfranco Fini appare incolmabile. Non resta che ripiegare sul passato remoto, riandando a testimonianze immortali come quella resa da Tucidite quando descrive la sana e consapevole gratificazione consentita dal potere basato sulla saggezza.

Siamo ad Atene nel 435 avanti Cristo. L'egemonia della città è minacciata dalla rivale Sparta e la guerra del Peloponneso ha fatto i primi morti. Tucidite racconta che, nella cerimonia solenne per seppellire i giovani eroi, Pericle è chiamato a pronunciare il loro elogio funebre:

Egli sale su un'alta tribuna in modo che la sua voce possa giungere il più lontano possibile e ricorda al suo popolo, compostamente convenuto, che i guerrieri di Atene hanno da difendere un patrimonio molto più prezioso di quello posseduto dalle città nemiche. Hanno da difendere la democrazia: una forma di governo in cui tutti sono uguali di fronte alle leggi; in cui le cariche pubbliche vengono affidate non in base al partito di appartenenza ma sul merito; in cui il cittadino che si disinteressa della politica non viene considerato pacifico ma inutile; in cui si discute prima di prendere le decisioni; in cui l'intraprendenza si sposa col calcolo senza cadere nella baldanza, né nell'esitazione. Una forma di vita in cui il decoro sociale deriva dal contributo che ciascuna persona, anche povera, può dare alla città; in cui i cittadini ubbidiscono alle leggi scritte , e anche a quelle non scritte, quando tutti le reputano indispensabili. In cui si porta francamente soccorso agli altri – non per calcolo d'utilità, ma per fiduciosa liberalità - . D'altra parte, grazie alla sua importanza, Atene possiede beni di ogni genere che vi affluiscono da ogni parte del mondo.

Siamo davanti al feretro di giovani morti per difendere la patria, davanti ai loro parenti in lutto, davanti all'intero popolo ateniese, compatto nel silenzio e nel dolore. Eppure Pericle non si limita ad enumerare i meriti politici, propri della sua città. Subito dopo, e con pari enfasi, aggiunge: - Inoltre a sollievo delle fatiche, abbiamo procurato allo spirito nostro moltissimi svaghi, celebrando secondo il patrio costume, giochi e feste che si susseguono per tutto l'anno, e abitando case fornite di ogni conforto, il cui godimento quotidiano scaccia da noi la tristezza -.

 

 

Il potere democratico è la ricchezza di tutti

 

Atene non ha nulla da nascondere: anche quando prepara le guerre, consente a qualsiasi straniero di entrare ed uscire dalla città a suo piacimento. Conta sul valore, non sugli stratagemmi; non educa i giovani all'eroismo militare, benché poi vinca puntualmente le guerre. I suoi cittadini amano – affrontare i pericoli con signorile baldanza, piuttosto che con fastidioso esercizio, e con un coraggio che non è frutto di leggi, ma di un determinato modo di vivere - .

E poi Pericle ci offre il frutto della felicità collettiva: - Noi amiamo il bello, ma con misura, e la cultura dello spirito, ma senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per l'opportunità che offre all'azione che per sciocco vanto di parola, e non il riconoscere la povertà è vergognoso per noi, ma più vergognoso non adoprarsi per fuggirla - . Ecco, in sintesi, la consapevole serena, profonda felicità che può scaturire dal potere solo quando è giusto e creativo.

SOBRI, PER PIACERE

Quanto più verde può essere l'erba del vicino? E a quali follie siete disposti per far brillare di più la vostra? La società della competizione conduce a una vita di frustrazione. La cura? Convincersi che la vita è un nettare raro e prezioso, che va sorseggiato e non tracannato.

-Toglietemi il necessario ma lasciatemi il superfluo- diceva Oscar Wilde, incapace di cogliere la serena conquista della sobrietà, equidistante dal difetto e dall'eccesso.

All'imperativo della competitività distruttiva, che esalta i bisogni quantitativi di potere, possesso e denaro, sarebbe più saggio contrapporre una sana emulazione solidale capace di soddisfare bisogni radicali come la convivialità e la bellezza, l'amicizia e l'amore, l'introspezione ed il gioco.

 

Come si misura un uomo

 

Cleobulo era considerato uno dei sette grandi saggi dell'antica Grecia. Invitato a sintetizzare tutta la sua saggezza in una sola frase, scrisse: - Ottima è la misura !-. Ma come si quantifica? – E' l'uomo la misura di tutte le cose -. Ognuno di noi, infatti, conosce bene qual è il suo metro: quanto cibo e sigarette può reggere il proprio fisico, quante persone può amare il cuore e quante cose può capire la mente. Ciascuno , cioè, è portatore di esigenze che chiedono di essere soddisfatte. Di qui il tentativo da parte di tanti psicologi e filosofi, di classificare i bisogni: dai più materiali ai più spirituali, dai più imperiosi ai più deboli.

La classificazione che più mi convince è quella formulata da Agnes Heller, una geniale filosofa ungherese che, insieme col suo grande maestro Gyorgy Lukacs, contrastò coraggiosamente le gerarchie comuniste e fu costretta all'esilio. Nel suo libro Sociologia della vita quotidiana, la Heller constata che tutti gli esseri viventi ( da una pianta a un uomo ) sono accomunati dalle necessità esistenziali connesse alla sopravvivenza fisica:aria, cibo, riposo metabolismo.

 

Il desiderio è una quantità infinita

 

Ma esistono bisogni esclusivi della specie umana, che condizionano l'intera dinamica della nostra società.

Alcuni di questi hanno un loro carattere quantitativo, si riferiscono cioè all'acquisizione di cose che possono essere misurate. Si tratta soprattutto del bisogno di ricchezza, che può essere soddisfatto attraverso il denaro accumulato; di quello di potere, che può essere appagato attraverso il consenso e l'obbedienza ottenuti dagli altri; di quello del possesso, che può essere nutrito attraverso l'acquisto e la disponibilità di oggetti, case, terreni, cibo e informazioni.

Questi bisogni, essendo quantitativi, non hanno mai fine e vengono eccitati dal paragone con gli altri. L'erba del vicino è sempre più verde e l'invidia che ne deriva mi spinge a curare il mio prato fino a superare in splendore quello confinante. Le infinite classifiche imbandite dalle riviste patinate, su chi sia l'uomo più ricco o più elegante o più affascinante, non fanno altro che sollecitare questo bisogno di avere e di scavalcare. Qui torna utile il concetto di misura: ossia la giusta via di mezzo tra gli inconvenienti del troppo e quelli del poco; tra la dolorosa mancanza del necessario e l'incresciosa opulenza del superfluo.

Tutta la filosofia greca e latina cerca di indirizzare sulla via della sobrietà, partendo dalla convinzione che la vita è un nettare raro e prezioso, che va sorseggiato non tracannato.

 

Sette voglie di qualità

 

La Heller, resa più prudente dall'esplosione consumistica dei nostri tempi, ritiene che sia difficile evitare gli eccessi cui induce l'attuale competitività sfrenata, a meno che non si dirotti gran parte delle pulsioni e dei desideri verso bisogni di tutt'altro genere, segnati dalla qualità piuttosto che dalla quantità.

Quali sono? La Heller ne indica cinque, ma io ne aggiungerei un altro paio. Il bisogno di introspezione richiede che ogni tanto ci isoliamo dal mondo, ripieghiamo su noi stessi e riflettiamo sul nostro destino. Quello di amicizia necessita che da una parte di noi si realizzi attraverso persone fidate, capaci di completare la nostra vita con la loro. Il desiderio d'amore esige un rapporto esclusivo, incandescente, pervasivo con persone che ci appaiono diverse da tutte le altre e più di ogni altra degne della nostra dedizione incondizionata. La voglia di gioco lascia spazio al bambino che è in noi , con i suoi stupori, le sue curiosità, le sue avventure, le sue ingenuità. La necessità di comunismo e di convivialità impone il nostro riconoscerci in una collettività etnica, politica, ideologica, comunque capace di farci sentire parte di un tutto per il quale vale la pena di impegnarsi.

A questi, aggiungerei il bisogno di bellezza, che vuole intorno a noi un universo di segni e di oggetti coerenti con la nostra sensibilità, e quello di serenità, che esige il rispetto reciproco e la consapevolezza della fugacità, scritta nel nostro umano destino.


CALMA E GESSO

 

Senza lentezza l'immaginazione si spegne e il benessere si dilegua. La qualità della vita è entrata in collisione con una folle frenesia, nel privato e nel lavoro. Flaiano scriveva che – nelle ore di punta è impossibile persino l'adulterio - . Ma ora ci viene in aiuto la tecnologia. E la creatività è passata al primo posto.

Scadenze, velocità, impegni, frenesia, ansia e stress quotidianamente cospirano contro il nostro benessere, insinuando il dubbio che qualcosa non funzioni nell'organizzazione della nostra vita. Cominciamo a sospettare che il senso della misura sia smarrito e che il prezzo del buon vivere sia diventato eccessivo. Ma, accanto a questo timore, si profila la speranza di tempi nuovi, in cui gli assilli possano essere finalmente dedicati alle macchine.

 

Il paradosso delle fiabe

 

La felicità – diceva genialmente Wolfang Amadeus Mozart, - è soltanto immaginazione - . Benché l'uomo sia uno degli animali più lenti di tutto il creato, tuttavia la goffaggine del suo corpo è compensata dalla velocità della sua fantasia. Mentre nella realtà ogni cosa è subordinata ai vincoli insuperabili del fisico, al perenne avvicendarsi delle stagioni, alle scadenze implacabili della burocrazia; nelle fiabe, che rappresentano la quintessenza dell'inventiva, tutto avviene con fulminea rapidità: la principessa bacia il rospo che si trasforma all'istante in principe; in pochi secondi Pinocchio viene arrestato, condannato e giudicato.

Ma qui scatta un paradosso: noi riusciamo ad essere appagati soltanto con l'immaginazione ma questa, pur rappresentando la parte più veloce di noi, può essere alimentata solo attraverso la riflessione e la calma. Per stare bene occorre immaginare, per immaginare serve riflettere; per riflettere bisogna concedersi il lusso della pausa, cioè dell'andare piano.

La fantasia è una macchina velocissima che, per correre, ha bisogno di quello strano carburante che è la lentezza.

 

 

Mens lenta in corpore celere

 

Questa, dunque, è una risorsa preziosa. Ma, per secoli, l'uomo ha preferito considerarla come un handicap e una sfida, accanto ad altre perenni come la fame, la miseria, la malattia, il dolore, la solitudine e la morte. Perciò , per compensare la fiacca del proprio corpo, nel lungo periodo che va dalla Mesopotamia alla Roma imperiale, l'uomo si è fatto prestare la velocità dal cavallo, dalla ruota e dalle carrozze. Dopo di che, per alcuni secoli, la rapidità non ha fatto altri progressi. Tra Giulio Cesare e Napoleone intercorrono 1800 anni eppure, se avessero voluto coprire la distanza tra Parigi e Roma, entrambi avrebbero impiegato più di una settimana. Tra Napoleone e i giorni nostri passano solo due secoli eppure a noi, per coprire la stessa distanza, bastano appena due ore. Cosa è successo in questi duecento anni che oggi, a ritroso, chiamiamo – società industriale - ?

E' accaduto che, a differenza dei Greci e dei Romani, noi ci siamo concentrati sulla tecnologia, realizzando un progresso senza precedenti: nel 1803 siamo riusciti a volare per pochi metri: solo cinquant'anni più tardi siamo stati capaci di girare intorno al pianeta, in un satellite artificiale. La società industriale, che ha dominato nell'Ottocento e nel Novecento, puntava tutte le sue carte sulla velocità: spostarsi più in fretta con l'automobile e le metropolitane: produrre più rapidamente con le catene di montaggio; consumare in un minuto nei McDonald's, fissare gli appuntamenti ad intervalli sempre più brevi fino a vivere nell'ansia continua di arrivare in ritardo. Come diceva Ennio Flaiano, nelle ore di punta era impossibile perfino l'adulterio. Per preparare i bambini ai ritmi infernali degli adulti, fin da piccoli erano sottoposti a una precoce girandola di minuziosi impegni tra scuola, palestra, piscina, cinema e scout: La quantità finiva per prevalere sulla qualità, la pratica dell'estetica, la vita collettiva su quella privata, la razionalità sull'emotività.

 

 

Il mondo delle idee

 

Perché uso l'imperfetto? Perché, come abbiamo visto, senza lentezza l'immaginazione si spegne e il benessere si dilegua. Dunque, alla fine del Novecento il buon vivere è entrato in rotta di collisione con la frenesia della vita moderna e ha imposto quella riflessione che solo la calma può consentirci. Per nostra fortuna, a furia di correre, la società industriale è riuscita ad inventare macchine prodigiose, dal computer ai robot, capaci di accollarsi tutti i compiti che richiedono sforzo fisico e rapidità. Così, nel 2000, siamo approdati all'attuale società post industriale dove i beni materiali sono prodotti meccanicamente e all'uomo spetta realizzare soprattutto idee. La creatività è finalmente balzata al primo posto e l'esigenza di riflettere con lentezza è diventata irrinunciabile. Per la prima volta nella storia dell'umanità, la velocità del corpo è potenziata dagli aerei e da internet, quella della mente è frenata dal bisogno di riflessione e l'uomo può sperimentare quell'equilibrio al quale aspirava da sempre.


BISOGNO DI SICUREZZA

La necessità di debellare la paura è ai primi posti nella scala delle esigenze umane: E per questo siamo molto sensibili ( e manipolabili ) nei suoi confronti: Omicidi, stupri e violenze vengono amplificati dai media dandoci l'impressione di stare all'inferno. Che fare per liberarsene?

Uno dei nemici più accaniti dell'umana felicità è la paura, che genera insicurezza e, dunque, aggressività. Contro l'inquietudine c'è chi si affida allo psicanalista, chi al prete, chi al poliziotto di quartiere, chi al welfare. Ma in un paese ricco come l'Italia, incline alle virtù cristiane e al welfare, il modo migliore per esorcizzarla è considerare che siamo in una situazione di gran lunga migliore dei nostri antenati e che, comunque, viviamo in uno degli stati con più basso tasso di criminalità.

 

L'illusione della Vienna di fine Ottocento

 

Tutti sanno che negli ultimi anni dell'Ottocento e nei primi del Novecento, la grande Vienna di Francesco Giuseppe fu all'avanguardia in pittura con Gustav Klimt, in musica con Gustav Mahler, in psicologia con Sigmund Freud. Pochi sanno, invece, che quella Vienna fu grande soprattutto perché incarnò la massima aspirazione umana, rappresentando – l'età della sicurezza - , come la definì Stefan Zweig.

Il Parlamento garantiva i diritti dei cittadini, la moneta godeva della massima stabilità, ‘ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso ed una misura precisi '. Ogni famiglia conosceva in anticipo quanto potesse spendere per il vitto, l'alloggio, gli svaghi. A tutti i neonati veniva dedicato un salvadanaio. Nessuno temeva guerre, rivoluzioni, o benché il minimo atto di violenza. Paghe regolari, pensioni e cassa malattia garantivano la tranquillità anche al proletariato. La vita, concepita con austerità e modestia, poteva contare su un progresso inarrestabile, consentito dalla scienza e dalla tecnica.

Purtroppo, come è noto, la Prima guerra mondiale mandò in frantumi questo grande sogno austriaco della sicurezza assoluta, trasformandolo nell'incubo di un'- apocalisse gioiosa-.

 

 

Otto battaglie campali

 

 

Dall'inizio dei tempi l'umanità, nel suo insieme, e ogni singolo individuo per proprio conto, hanno combattuto otto battaglie per affrancarsi da altrettante schiavitù: quelle della miseria, della fatica, della violenza, dell'ignoranza, della tradizione, del dolore, della bruttezza e della morte.

Ognuna di queste schiavitù genera insicurezza e la più ineluttabile di tutte, cioè la morte ci getta addirittura nel panico. Ciascuna di esse deriva da cause reali, ma i mass media possono gonfiarne artatamente alcune o metterne altre in sordina, creando falsi timori e offrendo falsi rimedi. Ad esempio, girare per le strade di Roma, di Milano e persino di Napoli e Palermo è molto meno pericoloso che percorrere le vie di New York, di San Paolo o di Mosca. Eppure nell'immmaginario collettivo furbescamente titillato dai vari Porta a porta , il matricidio di Erika, l'infanticidio di Cogne, il- fidanzaticidio – di Garlasco, finiscono per insinuare il sospetto che in ogni figlia, in ogni madre, in ogni fidanzato si nasconde un potenziale assassino domestico.

Il martellamento dei media ha creato nei cittadini una psicosi sempre più cupa, offrendo, ai sindaci di città pacifiche come Firenze, il pretesto per perseguitare innocui lavavetri nel subdolo intento di catturare non tanto i delinquenti quanto il voto delle loro vittime potenziali. Ma, per nostra fortuna, gli esseri umani sono inclini non solo alla paura indotta dall'insicurezza, ma anche dal benessere che deriva dal vivere sicuri. Perciò per vincere la fatica abbiamo inventato macchine sempre più potenti ed intelligenti. Per sconfiggere l'ignoranza abbiamo trovato sistemi di acculturazione sempre più efficaci. Per placare il dolore abbiamo escogitato farmaci e psicoanalisti. Per debellare la bruttezza abbiamo concepito la chirurgia plastica e la cosmesi. Per abbattere la violenza abbiamo pensato l'ordine pubblico e la buona educazione. Per eliminare la povertà abbiamo architettato la produzione di massa e il welfare. Per esorcizzare la morte abbiamo creato l'illusione dell'arte e dell'aldilà. Non abbiamo ancora vinto una volta per tutte la guerra contro l'insicurezza, ma si deve riconoscere che, rispetto ai nostri antenati, abbiamo fatto molti passi avanti.

 

 

Italia: il miglior mondo disponibile

 

Nella scala delle esigenze umane, la sicurezza occupa uno dei primissimi posti, accanto ai bisogni fisici dell'aria, del sonno, del cibo, e molto prima dell'esigenza di socialità, di prestigio e di autorealizzazione. Per soddisfare una necessità così imperiosa, non basta blindarsi in casa o affidarsi al poliziotto di quartiere occorre leggere le statistiche internazionali della criminalità, che piazzano l'Italia tra i paesi più sicuri, e occorre convincersi che il nostro, anche se non è il migliore dei mondi possibili, resta tuttavia il migliore dei mondi disponibili: Siate felici!

 

 STILE CONTADINO

 

Siamo milioni, sempre più stretti, sempre più urbanamente aggregati e sempre più distanti tra noi. La società rurale è stata superata dalla storia. Ma ci offre spunti per riconquistare un senso di calore comunitario.

La famiglia, gli amici, il paese, come avveniva e continua a succedere nelle comunità agresti ci assicurano premura calore e protezione. Ci fanno sentire sicuri, ci giudicano con indulgenza, tollerano i nostri difetti. Ma a volte ci opprimono con il loro affetto invadente. La grande azienda e la metropoli, invece, ci offrono i vantaggi della meritocrazia, dell'efficienza dell'anonimato e dell'autonomia, ma spesso ci tolgono la solitudine senza darci la compagnia. La sfida è unire i vantaggi della convivialità con quelli della libertà, entrambi indispensabili per una vita appagante.

 

Aggregazione inarrestabile

Fino alla fine dell'Ottocento solo la Roma imperiale aveva raggiunto il milione di abitanti: La stragrande maggioranza della popolazione viveva in piccoli centri dove svolgeva attività agricole o artigianali. La Firenze medicea, che contribuì in misura determinante al Rinascimento delle arti, delle scienze e dell'economia, contava appena 19 mila residenti; nella sua più grande delle sue 55 botteghe lavoravamo una trentina di addetti. Nell'Atene di Pericle e nella Roma di Michelangelo praticamente si conoscevano tutti.

Fu l'avvento dell'industria che spinse milioni di contadini a riversarsi nelle città trasformandosi da braccianti agricoli a operai delle fabbriche. In poco più di cento anni dal 1780 al 1910, Parigi passò da 600 mila a tre milioni di abitanti; Londra da 800 mila a sette milioni; Berlino da 180 mila a 3,5 milioni; New York da 60 mila a 5,5 milioni. Crescendo le dimensioni urbane, cambiò anche il modello di vita: sia nelle metropoli che nelle industrie scomparve il clima familiare che aveva contrassegnato i rioni e le botteghe, mentre i rapporti personali divennero più rari e più formali.

Da allora il fenomeno dell'urbanesimo non si è mai arrestato: gli abitanti delle città erano 224 milioni agli inizi del Novecento ( pari al 14 per cento di tutta la popolazione mondiale); alla fine del secolo erano diventati due miliardi e mezzo ( pari al 45 per cento ); oggi superano i tre miliardi e rappresentano il 51 per cento dell'intera razza umana.

Intanto le metropoli milionarie sono passate da 16 a 500, trenta delle quali con oltre dieci milioni di abitanti.

 

 

Il benessere sotto il campanile

 

In tutte queste città la vita segue ormai un modello radicalmente diverso da quello che ha regalato per secoli la convivenza nei piccoli centri. In estrema sintesi possiamo dire che, il paese contadino era una –comunità- mentre la metropoli attuale è una –società-. Non a caso questa distinzione fu introdotta da un sociologo tedesco, Ferdinand Tonnies, proprio alla fine dell'Ottocento, quando apparve chiaro che il mondo urbano stava prendendo il sopravvento su quello rurale, minando alle fondamenta la tradizionale convivialità.

Cosa distingue una comunità compatta e conviviale da una società rarefatta e alienante? Secondo Tonnies, la vita comunitaria è più calda e rassicurante. Il piccolo gruppo costituito dalla famiglia ha la casa come sua sede e, per così dire, come suo corpo. Analogamente, la congregazione più ampia di persone che vivono sotto lo stesso campanile, che condividono la stessa economia, che si conoscono reciprocamente e reciprocamente si proteggono, ha come sua dimora il villaggio il paese o la piccola città.

Nella comunità conviviale tutti fanno tutto, senza una rigida divisione dei ruoli; ognuno si sente parte della collettività; i rapporti gerarchici sono determinati dall'anzianità e vengono accompagnati dal rispetto; la coesione è accentuata dalla vicinanza spaziale, dalla conoscenza reciproca, dalla condivisione della vita quotidiana. Nella comunità ognuno è giudicato in base alle intenzioni con cui agisce.

 

 

La sfida umana della città

 

Man mano che le città si sono ingrandite, la vita urbana si è allontanata da questo modello -comunitario- per adottare il modello –societario- più freddo, anonimo, efficiente, veloce. Dove ha prevalso questo modello di vita, ci si dà del ‘lei' anche tra i coinquilini del palazzo e tra i colleghi d'ufficio. I vicini di casa ci tolgono la solitudine ma non ridanno la compagnia; in caso di bisogno non possiamo fare affidamento sul concorso spontaneo dei nostri conoscenti ma dobbiamo sperare che ci vengano in aiuto i servizi pubblici. La carriera dipende dal merito e ciascuno è giudicato in base ai risultati.

La comunità è calda e conviviale, ma spesso ci soffoca invadendo la nostra privacy. La società, invece, è fredda e alienante, ma ci garantisce anonimato e autonomia. La sfida, oggi, consiste nel pompare calore umano nei gruppi societari, dall'azienda alla metropoli, per unire i vantaggi della convivialità a quelli della libertà.

 

 

  Articoli tratti dalla rivista STYLE