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La verità vi prego sul pudore PDF Stampa
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Sabato 09 Ottobre 2010 11:30

In un’epoca di panni sporchi lavati fuori casa, il pudore non è. L’indignazione al contrario è un sentimento così facile da dispensare, che dribbla la riflessione e arriva dritto alle parole, con tutti gli errori e le brutture del caso. Partito verso lidi lontanissimi che, forse, non conosceremo mai, il senso della vite sta nel trovare un buon movimento rotatorio, il senso del pudore chi lo sa. La verità è che il mezzo di comunicazione di massa ci sta desensibilizzando, diventiamo mostri spara sentenze e agghiaccianti curiosi della vita altrui, della professione altrui, dell’altrui dolore. Vogliamo sapere. Vogliamo il dettaglio e la motivazione. Vogliamo il controllo. Gli omicidi ci sembrano misteriosi casi da risolvere di cui chiediamo i particolari più macabri, l’esercizio di stile dell’osservatore più morboso, ma che si crede molto colto, è quello di guardare le interviste degli indagati alla luce del “Lie to me” di Tim Roth. La cosa dovrebbe destare una certa preoccupazione. Il “che cosa prova?”, “come si sente?”, “di chi sospetta?”, dovrebbe destare molta preoccupazione quando non esce dalla bocca di un organo di polizia giudiziaria, ad esempio. Il “ma signora, sua figlia era una così bella ragazza” dovrebbe far scattare l’arresto per il sottointeso vomitevole, insinuatore e volgare di chi lo pronuncia. Il caso Scazzi ha sconvolto l’Italia, ma ancora una volta, lontano dal torbido che la situazione ha, ma che non siamo qui per giudicare, ha tirato fuori la parte peggiore dell’essere umano. Questo dovrebbe destare preoccupazione. Chiunque continui a puntare il dito e a riservare il suo sguardo di disapprovazione per la Sciarelli, invece, è un’ipocrita, uno che vuole fare il buono a tutti i costi, un disinformato forse, nel migliore dei casi un cieco.

Chi ha visto la trasmissione (e “Chi l’ha visto?” è seguita per la professionalità con cui racconta e risolve i misteri legati alle scomparse, senza pubblicamente scavare nel dolore della gente coinvolta, senza indugiare o peggio ancora indurre il pianto dei familiari, senza indugiare su morbose inquadrature di dolore o immagini create ad arte, elegante e distante anni luce dall’aggressività dei “Porta a Porta”, dei suoi plastici, dei suoi “psicologi” scambiati come figurine col “Matrix” di Vinci), chiunque l’abbia vista, dicevo, è un “pubblico selezionato” che ha visto l’etica con cui la Sciarelli ha certamente “cavalcato” l’ansa, ma con enorme professionalità ricordando milioni di volte alla madre della ragazza, e al suo avvocato lì presente, la possibilità di interrompere in qualunque momento. L’errore gravissimo, ormai è sdoganato, è il non più premurarsi di mettere una famiglia al corrente di quello che gli sta succedendo prima di avvisare la stampa, di darla in pasto alla stampa. Il risultato orribile, questo sì, di una uber comunicazione e di un potenziale mediatico che non dà scampo. Ma gli opinionisti dell’ultimo minuto, che sono intorno a noi, in mezzo a noi e in molti casi siamo noi, gridano allo scandalo guardando il dito e non il quadro che il dito indica, fingendo un buonismo e una correttezza che, tendenzialmente, comunque non gli appartiene. I giornalisti lo fanno anche loro. Un po’ per abitudine, molto per rabbia, ché per motivi di palinsesto o per motivi di “sfortuna”, hanno “bucato” la notizia. Perché mentre la Sciarelli era in tv con in mano la “notizia del giorno”, e di molti altri giorni ancora, loro erano in tv e basta, in onda con la loro “informazione” (tra virgolette, perché ricordiamoci che c’è il giornalismo di trasmissioni come “Chi l’ha visto?” appunto, senza cui il caso Claps ad esempio non avrebbe fatto un passo, e “giornalismo” fatto di “opinionisti”, “psicologi” e “criminologi” che, se anche fosse, non “indovinano” un fatto neanche con l’aiuto della legge dei grandi numeri) un passo indietro a quella notizia da prima pagina. Ammiro tutti quelli che in questi casi fanno buon uso del telecomando, quelli che schivano questo genere di invasione mediatica, ma noi che non abbiamo criticato, voi che avete criticato, noi che c’eravamo e quelli che poi si sono messi in pari, dove siamo? Davanti ai giornali inchiodati da un caso, attualmente, così perverso da tirare fuori la “perversione” che è in noi. La perversione di sapere cos’è successo e cosa succederà. Il dove come e quando. Al di là di ogni ragionevole dubbio. Al di là delle esigenze di giustizia che ognuno di noi ha o non. Perché ci stanno rendendo freddi cinici e spietati, perché ci hanno tolto tutto, perché si stanno prendendo anche il pudore. E la moralità, dunque, consiste nel sapersi tenere stretta quella capacità che ancora abbiamo, di riuscire a tracciare una linea.