Caro direttore, nell'intervista a Cesare Romiti, pubblicata sul Sole24 Ore il 15 aprile scorso, leggo il mio nome citato insieme a quello di Leonardo Del Vecchio come esempio d'imprenditori che «preferiscono restare nel loro ambito, dove sono bravi» e «non fanno il salto perché hanno paura di essere costretti a fare compromessi con la politica ».
Ringrazio il dottor Romiti per il «bravo» che, bontà sua, mi attribuisce, ma mi sento in obbligo di fare, sull'argomento, qualche osservazione.
Anzitutto, mi riesce difficile comprendere quale «salto» Del Vecchio e io dovremmo fare, dal momento che Luxottica è leader di mercato mondiale nel suo settore e Indesit Company è numero due in Europa e quinto nel mondo. L'importante,per ogni impresa, è crescere nella propria dimensione di mercato. Ma non voglio limitare il discorso a due imprese; sono tante, Romiti ne sia certo, che raccolgono successi sui mercati mondiali e delle quali il Paese deve essere orgoglioso. La questione sta nei valori che ciascuna impresa applica nel suo operare. C'è chi si batte sul mercato aperto, sempre più globale, con le armi dell'innovazione e della qualità. C'è, invece, chi si preoccupa, con il sostegno della politica e delle istituzioni finanziarie, di procurarsi e di proteggere posizioni di rendita, in particolare nel mondo delle infrastrutture e dei servizi, e, in passato, anche nell'industria. È una distinzione che troviamo anche nel mondo del lavoro, tra chi sa che il suo posto si difende contribuendo alla competitività dell'impresa e del sistema, e chi lo percepisce come un'intoccabile rendita di posizione.
La mia impresa da più di trent'anni è costretta ogni giorno a convincere i consumatori ad acquistare i suoi elettrodomestici in Europa, in un regime di concorrenza che diventa sempre più aspro(e Romiti dovrebbe sapere che cosa significa la concorrenza cinese...); oggi produciamo 50mila pezzi al giorno e offriamo prodotti che consumano la metà di acqua ed energia rispetto a dieci anni fa: questo significa confrontarsi quotidianamente con la concorrenza, e rispondere alla sua sfida.
Nella mia carriera d'imprenditore ho avuto momenti di successo e momenti meno facili, ma compromessi con la politica non ne ho mai fatti, perché è mia ferma convinzione che l'imprenditore vero debba saper camminare,e imporsi sul mercato, con le proprie gambe. I compromessi cui allude Romiti, che tanti vantaggi hanno portato a taluni, che impropriamente si definiscono imprenditori e manager, hanno avuto come conseguenza di dover ora sopportare un sistema d'infrastrutture e di servizi che è il più caro e il più inefficiente d'Europa. Il dottor Romiti cita, in modo positivo, l'operato di Sergio Marchionne nel rilanciare la Fiat ; ecco, questo è un esempio del «salto» che molte grandi imprese di servizio dovrebbero fare: sfidare il mercato con le proprie risorse e le proprie capacità.
Nel 1985, la Confindustria aveva vinto la battaglia sulla "scala mobile" e aveva organizzato a Milano il "Convegno sul Futuro": c'era tanto ottimismo, tanti giovani, tante opportunità, tante premesse per fare le riforme e dare nuovo slancio al Paese. Prevalse invece la perversa alleanza tra politica, finanza e grande industria e perdemmo una grande occasione. Nel "Gattopardo", il Principe di Salina dice che l'Italia «è un Paese di aggiustamenti, non di rivoluzioni »; sarà anche vero, ma credo anche, nell'interesse del Paese intero, che il tempo degli «aggiustamenti» debba finire, e il più presto possibile.
Articolo di Vittorio MERLONI tratto da La stampa del 18 aprile 2007
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