| Ritorno alla terra |
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| Economia & Politica - Altri Articoli | |||
| Sabato 12 Giugno 2010 08:48 | |||
Fino a non molto tempo fa chi parlava di crisi era puntualmente bollato come una cassandra. Ciò che dicevano gli ambientalisti, gli economisti alternativi e chi aveva un minimo di vedute più ampie purtroppo era immediatamente recepito come un monotono refrain che in pochi avevano piacere di sentire. In questo modo, parole anche molto lungimiranti o avvertimenti pienamente giustificabili rischiavano di svuotarsi di significato e quindi finivano per essere inascoltati. Un po' perché erano e sono "scomode verità"; un po' perché anche l'informazione e la comunicazione riflettono in pieno il modello consumistico: meglio stare a sentire una buona bugia che illuda, o qualcosa che distragga, piuttosto che affrontare una realtà difficile e in questa maniera più facilmente prorogabile. Oggi, invece, "crisi" sembra diventata la parola d'ordine, rimbalza dappertutto: perché la crisi, o meglio le crisi, sono più che mai evidenti. Così evidenti che anche i principali responsabili di questo disastro umano si stanno tardivamente dannando per trovare delle "soluzioni": sono quelli che hanno sempre fatto "orecchie da mercante" (la metafora non è casuale) di fronte agli appelli delle cassandre e messo in qualche modo a tacere chi osava prendere le distanze dallo stile produttivista e consumistico, dalla sete di profitto a ogni costo e dalla miracolosa mano del libero mercato che, secondo loro, tutto do-vrebbe aggiustare. Ora, tradendo una certa ansia, tentano di tranquillizzarci con le loro proposte obsolete e palesemente inadeguate. È come cercare di curare un ammalato di diabete portandolo in pasticceria. L'urgenza di porre rimedio – visto che si tratta di problemi che iniziano anche a svelare tutta la loro rilevanza economica e a intaccare forti interessi globali – potrebbe indurre i figli del consumismo a credere che chi ha causato il problema possa anche essere in grado di risolverlo.
Le cassandre si trovano di fronte al doppio sforzo di dover da un lato continuare seriamente a denunciare il danno e dall' altro a dover porre le basi perché non si realizzi anche la beffa: nascosta nei biofuel, nelle strategie delle multinazionali dell'agro-business, nella promessa di infrastrutture dove non ci sono strutture, nelle fallaci politiche climatiche che i governi e le istituzioni mondiali propongono a livello globale e locale. . La complessità dei problemi che si sono venuti a creare fa sembrare che la situazione ci sia completamente sfuggita di mano: il riduzionista, chi pensa soltanto in maniera lineare, chi venera il libero mercato sull'altare del consumismo non riesce a trovare la soluzione unica applicabile ovunque, il processo che inverta le tendenze, il nuovo accordo multilaterale fra nazioni o il nuovo prodotto miracoloso. Sono tentativi pericolosi. Quello che serve è un reale cambiamento nei nostri modi di pensare e operare: un nuovo umanesimo, una nuova mentalità, nuovi punti di vista nell'affrontare le sfide che ci troviamo di fronte e un approccio diffuso e differenziato sui territori, sistemico. Ma non si tratta di soluzioni troppo difficili: esse stanno già nei campi di quella metà del mondo che è considerata marginale e arretrata; quella metà del mondo composta da contadini di piccola e media scala, nei pescatori e negli artigiani che non hanno mai voluto – e in certi casi neanche potuto, pur volendo – omologarsi ai dettami dell'agro-industria. La vera soluzione è nelle pratiche virtuose, nella volontà di tanti produttori di cibo che conservano un rapporto costruttivo con la natura, ma anche in tanti cittadini che cambiano le loro abitudini perché consapevoli di essere altrimenti complici, con il loro modo di consumare, del sistema che sta mettendo in ginocchio il pianeta. Brano di Introduzione di Carlo Petrini al testo RITORNO ALLA TERRA di Vandana Shiva
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Fino a non molto tempo fa chi parlava di crisi era puntualmente bollato come una cassandra. Ciò che dicevano gli ambientalisti, gli economisti alternativi e chi aveva un minimo di vedute più ampie purtroppo era immediatamente recepito come un monotono refrain che in pochi avevano piacere di sentire. In questo modo, parole anche molto lungimiranti o avvertimenti pienamente giustificabili rischiavano di svuotarsi di significato e quindi finivano per essere inascoltati. Un po' perché erano e sono "scomode verità"; un po' perché anche l'informazione e la comunicazione riflettono in pieno il modello consumistico: meglio stare a sentire una buona bugia che illuda, o qualcosa che distragga, piuttosto che affrontare una realtà difficile e in questa maniera più facilmente prorogabile.