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IL REGIME A PORTATA DI MANO PDF Stampa
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L’Italia, questa Italia di cui scrivo con la lettera maiuscola solo per amore di grammatica, ha affondato il suo stivale in una fossa profondissima. Una di quelle che quando cammini e ci finisci dentro, pensi che come minimo ti sei irrimediabilmente rotto un piede, una gamba, un ginocchio… Che ci vorrà un’intera squadra di pompieri per tirarti fuori e anni di riabilitazione per camminare come prima. L’Italia quella fossa l’ha scavata e scavata, e scavata, e adesso ci si trova completamente dentro. In questi giorni ad una velocità senza pari, ma costantemente in questi anni, quella fossa è diventata una casa confortevole per i criminali, un superattico magnificamente arredato e termoregolato, comprato (questo sì), ad insaputa di molti. Quelli che erano fuori sperando di vivere la vita di Corona, o a casa a piangere col tronista di uomini e donne (la cui scelta oramai è più attesa e dolorosa di quella di Sophie). In questa fossa si sdraia chi ci sta bene, chi non sa, chi si fa gioco di tutto. Della costituzione, della libertà di stampa, della mafia. Il problema è che una bella fossa, per quanto l’open- space sia open e nonostante la luce perfetta e il profumo di fiori, è sempre una fossa. Con il recente ddl sulle intercettazioni (la cd. legge- bavaglio) si vuole togliere al cittadino il diritto all’informazione, non che il cittadino medio italiano ne abbia saputo fare buon uso fino ad ora, ma se è un diritto inviolabile ci sarà un motivo, e comunque c’è tutta una gamma di cittadini più o meno medi che a quel diritto ci sono affezionati. Negando il programma di protezione al pentito Spatuzza (che ricordiamolo, ha fatto il nome del nostro attuale presidente del consiglio Silvio Berlusconi, e del suo amico Dell’Utri) si lancia un messaggio ben preciso: non importa se parliamo di mafia, questo governo non si attacca, perché ha tutte le armi per affondarti.
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La nostra vita PDF Stampa
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Claudio (Elio Germano) ed Elena (Isabella Ragonese) hanno tutto quello che gli serve. L’amore; due figli e un terzo in arrivo; il sogno di una vacanza in Costa Smeralda; una famiglia che li ama; due vicini di casa “discutibili”, ma generosi. Quando Claudio perde Elena, il mondo gli crolla addosso e la luce si spegne. Luchetti parla di una generazione in bilico, distrutta dalla mancanza di soldi, di lavoro, di valori. In bilico perché se togli la famiglia crolla tutto, e se togli l’amore, i muri vengono giù come un castello di carte. Con la morte di Elena, Claudio pensa di risarcire i figli comprando loro tutto quello che non hanno, e quello che non hanno mai avuto, infilandosi una serie di situazioni sbagliate e togliendo loro l’unica cosa utile. Nonostante la perdita della morale Luchetti non giudica, neppure quando il protagonista tocca il fondo. E mentre lascia a noi il giudizio sull’uomo, e sulle sue motivazioni, gli manda la famiglia in soccorso (che, parafrasando, i parenti come i tacchi sono scomodi ma aiutano), e lo accompagna in una risalita brusca così come era stata la caduta.
 Emerge, tra i paesaggi incolori della periferia romana tutta uguale e tanto grigia da disorientare, l’Italia delle contraddizioni; l’Italia del lavoro in nero; l’Italia che non arriva a fine mese; l’Italia che solo la famiglia può salvare; l’Italia che nel bene o nel male, non si perde d’animo. L’Italia delle strade facili, ma anche quella dei grandi sentimenti. Claudio ci urla nell’orecchio e con le lacrime agli occhi il dolore della perdita (riascoltare “anima fragile” non sarà più la stessa cosa), mentre Luchetti sembra urlare che l’Italia sta per morire, che può essere salvata forse, ma è sull’orlo di un precipizio profondo, e sotto un vortice di valori disordinati. Accanto allo straordinario Elio Germano (palma d’oro a Cannes, pietra dello scandalo e vittima della censura in patria, per aver dedicato il premio “agli italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente”), una fugace Isabella Ragonese, ormai attrice di punta e “asso piglia tutto” del cinema italiano (almeno 5 notevolissimi film in 2 anni). E poi Stefania Montorsi (sempre troppo breve, ma intensa), Luca Zingaretti premuroso pusher di periferia, e il sovrastimato Raoul Bova, qui abbastanza innocuo (nel senso che nulla aggiunge, ma neanche toglie alla pellicola). Un film da vedere (Luchetti non sarà prolifico, ma quando c’è si sente) che ci restituisce l’immagine di un paese che va a rotoli. Un film da arrabbiarsi e poi da consolare. Un film d’autore che non si rassegna, non si sbrodola, e non giudica.

Sara Eudizi
 
18 anni dopo PDF Stampa
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“Sai che cosa diceva quel tale? In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.” (Orson Welles, “Il terzo uomo”). Viene in mente Wells, se si pensa al periodo buio della democrazia, se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, o più semplicemente se lo si vuole vedere, questo bicchiere, viene in mente di guardare al cinema italiano recente. Che non è stato solo Vanzina e Neri Parenti, che non è stato solo Moccia e adolescenti che scrivono sui muri saltando le vocali. La crisi ci fa bene, e almeno al cinema, l’Italia ha sfornato in questa prima metà dell’anno una serie di film degni di nota. “18 anni dopo”, il road- movie di Edoardo Leo, attore di ottimo livello per la prima volta alle prese con la regia, è uno di questi. La pellicola, concerto a sei mani che Leo ha scritto con l’amico e coprotagonista Marco Bonini insieme a Lucilla Schiaffino, racconta il riavvicinamento di due fratelli “18 anni dopo” l’incidente che ha portato alla morte della madre. I due saranno costretti dalla scomparsa del padre a sciogliere i nodi del rapporto interrotto, a dare una spinta alle loro vite immobili, ferme all’idea di quel giorno. Durante un percorso obbligato, intrapreso per esaudire le ultime volontà del genitore defunto, e dunque ricongiungerlo alla moglie sepolta in un piccolo cimitero calabrese, Mirko e Genziano a bordo della storica (e piena della loro storia) Morgan, scopriranno che il viaggio mette in discussione una vita intera, anzi quattro.
 Ripercorrendo la strada che ha ucciso la madre, risolveranno le loro vite “18 anni dopo” quell’incidente. Con l’aiuto di un solido gruppo d’attori e “ospiti d’onore” (tra gli altri una strepitosa Carlotta Natoli), Edoardo Leo costruisce una “commedia drammatica” semplice e ben strutturata, con Ferzetti ospite illustre (esilarante nei “duetti” col 4enne Tommaso Olivieri); Sabina Impacciatore sempre sempre sul pezzo; la presenza “mistica” di una figlia d’arte, Eugenia Costantini; e senza dimenticare Valerio Aprea (co- sceneggiatore della geniale serie tv Boris), bizzarro e inquietante “operatore della cremazione” protagonista di uno dei momenti più divertenti e folli del film. Menzione speciale Opera prima italiana al Roma Indipendent Film Festival, “18 anni dopo”, ribadisce che il cinema italiano c’è, anche se troppo spesso pensa solo ad avere.

Sara Eudizi
 
WILD WILD WEB PDF Stampa
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La privacy nell’era 2.0 non esiste. È l’araba fenice, l’unicorno, la mosca bianca e l’asino volante di questo millennio. La privacy è tutto o niente. Tutto quello che abbiamo. O niente da nascondere. Da giorni non si fa che parlarne, da mesi è sotto accusa anche facebook, il social network con ormai 400 milioni di utenti nel mondo. Proprio oggi Zuckerberg, a difesa della sua creatura (imperfetta sì, ma geniale nella sua perversione), ha dichiarato che ai giovani la privacy non interessa. I “giovani di oggi”, secondo Zuckerberg sono più attenti a condividere che a nascondere le informazioni. Il nuovo modo di relazionarsi con la riservatezza sovverte le regole nel digitale, perché non a tutti importa che gli altri possano sapere, almeno potenzialmente, qualunque cosa sul proprio conto. La preoccupazione dei media è sovvertita da una totale noncuranza del popolo di internet. Che non solo non teme di essere “schedato”, “intercettato”, “spiato” o altro, ma piuttosto si potrebbe dire, tralasciando ogni discorso politico e/o di classe, che teme di non esserlo. Non essere on- line è quasi come non esserci e basta. Non condividere le proprie affermazioni è come non salutare il vicino di casa.
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Purchè se ne parli, diceva qualcuno PDF Stampa
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È incredibile come, ogni anno, Sanremo riesca a dominare la scena. E quando l’argomento non sono i bambini, i piccioni, i sessualmente confusi, o le oscene trovate etiche di Povia, salta fuori qualcos’altro. E quando non sono i conduttori, i vestiti, o gli ospiti, sono i partecipanti. Dunque se l’annunciata esibizione di Emanuele Filiberto di Savoia, non sembra aver destato preoccupazione alcuna, è evidente che l’Italia preferisce farsi scandalizzare da Morgan.
Perché l’Italia è fatta così, e non si può toccare la famiglia, l’eterosessualità, la prima serata, e nemmeno la droga. Ma chi lo sapeva? In Parlamento c’è più coca che farina da un fornaio, eppure la Meloni è insorta. Furiosa quando Morgan ha dichiarato a Max di farne uso da sempre, per combattere la depressione. Intervista estorta, dice lui, oltre che falsa. Con la droga non si diventa Bowie, dice lei, si dà un cattivo esempio e dalla depressione si esce con l’aiuto dei medici, dice in sostanza lei, ministro della gioventù. La fiera dell’ovvio, tanto per cambiare. Così si annuncia l’esclusione da Sanremo del cantante che si dice “maledetto”. Come se mandare un presunto drogato, in prima serata, fosse un messaggio pubblicitario. Capisco che da un popolo così, ci si aspetta di tutto, ma considerarli scemi fino a questo punto, è quasi una mancanza di rispetto. Quasi, perché Sanremo è Sanremo, ma anche chi lo segue...
Morgan si è fatto la sua pubblicità, andata con ritorno economico assicurato, il festival è al centro dell’attenzione, il perbenismo dei politicanti anche, e tutti vissero felici e contenti in questa repubblica delle banane, ma col bollino blu… si capisce.  E per il resto si vedrà, d’altronde riammettere Morgan a Sanremo in questo momento, sarebbe come dare scacco matto allo share.

Sara Eudizi
 
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