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Il nostro Paese e la crisi globale PDF Stampa
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di Antonio ALBINO

L'Italia continua ad essere un paese poco competitivo, secondo l’Economist, cioè con scarsa capacità di stare al passo con la concorrenza. Siamo infatti al 40esimo posto nel mondo dopo Thailandia e Lettonia. La classifica è stata elaborata, prima della crisi finanziaria, e la situazione è drammatica anche nella sola Europa dove il nostro paese precede solo  Grecia e Turchia.

Tra i fattori che determinano l’indice di produttività possiamo annoverare le infrastrutture fisiche e sociali, le competenze delle forze del lavoro, un quadro istituzionale e una cultura inclini all’innovazione e all’efficienza delle istituzioni pubbliche. Sono inoltre piuttosto importanti altri fattori come la qualità dell’ambiente naturale, dell’assistenza sanitaria e i servizi sociali.
Ai primi posti in classifica dell’indice di efficienza competitiva figurano Usa, Svizzera, Svezia , Danimarca e Germania, paesi in cui il livello retributivo è tra i più alti del mondo, insieme naturalmente al livello tecnologico dei loro prodotti.
A determinare la situazione italiana, elaborata e quantificata dall’Economist, è sopratutto lo sfacelo che regna nella Pubblica Amministrazione ed anche nelle Pubbliche  Istituzioni. Questo perché in Italia i costi indotti per tutte le prestazioni fornite sono elevatissimi insieme ai tempi di risposta estremamente lunghi. Ad aggravare la situazione c'è il regime fiscale, giudicato il peggiore del vecchio continente, unito guarda caso al deficit del bilancio pubblico che ci vede primeggiare ( veniamo come ammontare, e con un PIL notevolmente inferiore, soltanto dopo  gli Usa ed il Giappone).
La situazione ci sembra sconfortante partendo dalla considerazione che salari e stipendi sono tra i più bassi d’Europa, mentre il costo dei servizi è tra i più elevati a cominciare dal costo dell’energia elettrica sia per le industrie oltre che per i privati.
In questa situazione, e visto lo svilupparsi di una crisi economico-finanziaria profonda che coinvolge il mondo intero, c’è da chiedersi quello che possiamo fare per fronteggiarla. Si parla di alzare il livello delle retribuzioni per aumentare la domanda di beni e servizi considerando che, come già detto, siamo agli ultimi posti come livello retributivo in Europa. Ma con quali fondi? Non con quelli delle imprese dato che comprometteremmo il già basso livello di competitività e non con il denaro pubblico attraverso una detassazione delle retribuzioni, visto il pesante deficit del bilancio statale. Non con nuove tasse visto che come livello siamo molto vicini a quello dei paesi scandinavi, che guarda caso sono ai primi posti per quanto riguarda la competitività, e che offrono servizi e prestazioni, a partire dall’indennità di disoccupazione, neppure confrontabili con i nostri. Per ovviare a questa situazione di sfacelo rimangono due soluzioni che dovrebbero essere concomitanti: riduzione della spesa pubblica improduttiva e lotta senza quartiere all’evasione fiscale. Ma l’attuale governo sembra piuttosto insensibile alla lotta all’evasione di cui non si sente più neanche parlare e riduce oltre alle spese improduttive anche quelle di investimento ( abnorme in particolare quelle nel settore della ricerca, poi rientrate ). Questo significa come al solito guardare più ai sondaggi di opinione che al futuro del Paese. Il sistema Italia ha bisogno di forti scosse, dal punto di vista decisionale, senza le quali continuerà a languire e a restare ai margini dell’EU, come livello di crescita ( nel nostro caso si può parlare, considerando l’inflazione, più propriamente di stagnazione da almeno dieci anni, se non di recessione ).
Un segnale piccolo, ma significativo, potrebbe essere costituito dall’abolizione della cosiddetta ’ tassa di proprietà ‘ per i televisori, a larghissimo indice di evasione, che penalizza i redditi più bassi e che permette di tenere in piedi un carrozzone come la Rai ( per analogia si pensi all’Alitalia ). L’abolizione di questo balzello da parte di un governo presieduto dal ‘padrone ’ di Mediaset, costituirebbe un importante e significativo passo verso ‘ l’efficientamento ‘ dei pubblici servizi sia a livello costi, che qualità. ( tutti riconoscono che l’informazione ‘tassata’ delle reti pubbliche è pesantemente condizionata dai partiti, in particolare da quelli che governano il Paese ).
In ogni caso il Paese ha bisogno che maggioranza ed opposizione si accordino per varare le riforme istituzionali a cominciare da quelle che riducano notevolmente il numero dei parlamentari e diversifichino le funzioni di Camera e Senato. Questo naturalmente anche per l’effetto indotto di rassicurare il Paese sulla rappresentatività ed affidabilità dei suoi rappresentanti in Parlamento. Il Sistema Italia ha necessità di essere rifondato oltre che riformato ed anche rassicurato. Ciò perché la gente ha paura come non mai del futuro e teme che manchino le personalità giuste per prendere decisioni che possano evitare di precipitare nel baratro.
Detto per inciso, Barak Obama ha affermato che ha scelto i cervelli migliori per fronteggiare la crisi e che ha lasciato spazio solo al merito ed alle capacità. Questo è ciò che manca nel nostro Paese afflitto dalle clientele, dalle lobbies e dalle mafie. Berlusconi quando afferma che è impossibile dialogare con l’opposizione, afferma che non vuole sentite l’opinione di quasi l’altra metà degli Italiani. Se vogliamo un Paese migliore, sotto tutti gli aspetti, i maggiori schieramenti politici devono considerare finito per sempre il tempo delle ideologie, della “ partigianeria “ , della contrapposizione totale e quindi della mancanza di equilibrio e di obiettività.
Anche in questo caso abbiamo molto da imparare dagli Usa; subito dopo aver conosciuto i risultati del voto,  McCain si è congratulato con Obama ed ha aggiunto:.
Prima di cercare di elevarsi a tale livello di democrazia, nell’immediato  il sistema Italia ha  necessità che maggioranza ed opposizione si confrontino a partire dall’adeguamento della Carta Costituzionale ( per quanto riguarda l’aspetto istituzionale ), che ormai ha sesssant’anni di vita, troppi, in un mondo che va sempre più in fretta e che dovrebbe  accelerare ancora per superare la crisi più grave del dopoguerra.
Articolo scritto da Antonio ALBINO in data 2 Dicembre 2008
 
'Troppi imitatori e contraffatori': il governo indiano archivia in video tutte le posizioni d.o.c.# PDF Stampa
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Gli intrecci delle mani, dei piedi, delle gambe, la postura del tronco sono cruciali. Ma anche il ritmo del respiro. E l'inquadratura. Che deve racchiudere, nel breve spazio di un video, l'unicità di una specifica «asana», una delle posizioni tradizionali dello yoga. Al di là di ogni possibile contraffazione. Gli uffici della Traditional Knowledge Digital Library di Nuova Delhi da qualche tempo sembrano trasformati in uno studio di produzione televisivo. L'ente creato cinque anni fa dal governo indiano è impegnato in un'impresa colossale: quella di documentare - immagine per immagine, posizione per posizione - il patrimonio culturale dell'India più noto nel mondo. Lo yoga, appunto. Un tesoro millenario formato da decine di scuole, diramazioni filosofiche, variazioni religiose - e da un numero sterminato di posizioni. Alla Libreria del Sapere Tradizionale sono arrivati a filmare 900 asanas. Per ora. Vinod Kumar Gupta, che dirige l'organismo, li ha battezzati videogrammi: «All'inizio, abbiamo pensato a convertire antichi testi illustrati in formato digitale. Poi ci siamo resi conto che non bastava. C'è gente all'estero che sostiene di aver inventato lo yoga, quando invece esso è nato in India, migliaia di anni fa. I video escludono ogni dubbio e qualunque tentativo di appropriazione»,spiega con una pacatezza leggermente indignata. Insomma, la posizione del loto ha bisogno di un marchio di tutela, come il formaggio d'alpeggio e i grandi cru del vino.
Chi sta tentando di rubare lo yoga? Secondo il governo indiano, gli istruttori che, nell'emisfero occidentale, hanno presentato la domanda di brevetto su nuovi stili, derivati dallo yoga tradizionale. Alcuni sono guru e yogin indiani espatriati, soprattutto negli Stati Uniti. «Il fatto è che, in realtà, si tratta di etichette reinventate per stili di yoga meno conosciuti, ma ampiamente praticati e insegnati nel passato in India. Come siamo in grado di dimostrare»,ha dichiarato Gupta al Guardian di Londra. Così, il corpus filmato della libreria digitale di Delhi dovrebbe funzionare da copyright preventivo.

Niente di nuovo, dunque, in una disciplina che dal subcontinente si è diffusa per il globo nel secolo passato. Per una maliziosa coincidenza, è uscito di recente un libro che racconta gli inizi difficili dello yoga in America, «The Great Oom»(Il grande Oom, di Robert Love, Viking), e le peripezie di Pierre Bernard, che ne fu il pioniere, alla fine dell'Ottocento. Oggi, gli individui che praticano lo yoga nel mondo superano i cento milioni, e le scuole, i seminari, i video-esercizi, le riviste alimentano un prospero giro d'affari.

Il «protezionismo» sullo yoga fa parte di una strategia più ampia delle autorità indiane per la difesa dell'identità culturale, mentre l'immenso Paese si apre alla globalizzazione. Governo centrale e amministrazioni locali spendono ogni anno centinaia di milioni di rupie per festival religiosi, manutenzioni di templi e corsi braminici. Ma la tutela dello yoga potrebbe presentare difficoltà oggettive. Secondo alcuni esperti, le asanas sarebbero milioni. La posizione più antica sarebbe stata identificata in una statuetta ritrovata nella valle dell'Indo, datata più di cinquemila anni fa. Giuseppe Tucci, il grande orientalista italiano, include lo yoga tra le scuole filosofiche ortodosse dell'India. I suoi precetti mirano a liberare l'anima attraverso la disciplina del corpo. Solo che, nella stessa India, non tutti sono d'accordo sul tipo di disciplina. I guru più giovani chiedono un aggiornamento delle disposizioni dei testi tradizionali. Praticare yoga nella giungla non è la stessa cosa che farlo durante una pausa di lavoro in un call center, sostengono gli innovatori. Dayan Singh, che insegna Kundalini yoga a Roma, non sente invece il bisogno di cambiamenti. «Lo yoga ha migliaia di anni di esistenza, portati bene. Il suo segreto è la flessibilità. È grazie a questa che è riuscito ad arrivare dall'India antica all'uomo contemporaneo».

Fabio Sindici
 
Effetti dello yoga PDF Stampa
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Confidiamo nei miracoli in vista del Giubileo PDF Stampa
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Dei 'bushismi' ed altri orrori PDF Stampa
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Quale che sia il contributo di George W. Bush alla storia del mondo, nessun dubbio sul suo posto nella lingua in­glese. In fondo, sotto la scala. Ma pochi leader sgram­maticati come lui hanno avuto l'onore di dare il loro no­me a un termine entrato nell'uso comune. Bushism, che abbiamo tradotto con «bushismo», indica una frase pronunciata dall'ex presidente e segnata da errori di grammatica, sintattici o di logica. Esempi classici di bu­shismi sono l'aggiunta di una «s» finale a sostantivi che non la richiedono (Internets invece di Internet); neologi­smi da fusione arbitraria di parole; scambi di sillabe o di lettere; invenzione di parole inesistenti; salto di lettere (terrorist pronunciato trorist).

E dopo la teoria, ecco a voi la pratica:

«Wow! Il Brasile è grande!» (davanti a una mappa del Paese mostrata dal presidente Lula, novembre 2005).
«(Siamo ansiosi di ascoltare la tua visione, così potremo fare il nostro lavoro più meglio» (settembre 2005).
«l'uomo non dovrebbe mai mettere parole nella bocca di Dio. Voglio dire, non dovremmo mai attri­buire a Dio disastri naturali o altro. Non siamo in al­cun modo o forma, dovrebbe un essere umano gio­care a essere Dio» (ABC, gennaio 2005).
«(Mi rifiuto di farmi coinvolgere in discussioni ipno­teoretiche» (ottobre 2004).
«I nostri nemici sono creativi e pieni di risorse, e lo siamo anche noi. Loro non smettono mai di pen­sare a nuovi modi per danneggiare il nostro Paese e la nostra gente, e nemmeno noi» (agosto 2004).
«II modo migliore per trovare questi terroristi che si nascondono nelle buche è avere gente che si fa avanti per descrivere l'ubicazione della buca» (di­cembre 2003).
«Quella settimana nel 1989 ci furono proteste a Berlino Est e a Lipsia. Entro la fine dell'anno, ogni dittatura comunista nell'America Centrale era crolla­ta» (novembre 2003).
«L'America si batte per la libertà, la ricerca della felicità e per l'inalienalienabile diritto alla vita» (no­vembre 2003).
«Mandela è morto, perché Saddam Hussein uccise tutti i Mandela» (settembre 2007).
«C'è un vecchio detto in Tennessee – so che è nel Texas, credo nel Tennessee – che dice: Fregami una volta, peggio per te. Fregami e non sarai più fregato.»
Povera America!
Brano tratto dal testo ‘Papaveri & Papere’ di Antonio CAPRARICA
 
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