Home Archivio Il nostro è un Paese 'immobile' dal punto di vista economico
Il nostro è un Paese 'immobile' dal punto di vista economico PDF Stampa
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In dieci anni il Pil procapite in Italia è sceso del 4,1% ed è sufficiente questo dato per descrivere la situazione economica ‘poco brillante’ che abbiamo attraversato. La diminuzione è essenzialmente dovuta alla crisi che negli ultimi due anni ha coinvolto le economie del mondo intero. Comunque nel caso la crisi mondiale non si fosse manifestata, il nostro Pil sarebbe rimasto sostanzialmente stabile, mettendo in evidenza che per l’aumento del reddito siamo agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione Europea. Le cause di questa ‘non crescita’sono ben note e sostanzialmente riconducibili al fatto che il nostro indice di competitività ci vede al quarantesimo posto nel mondo cioè, per essere più chiari, a livello della Giordania. Pertanto per rimettere in moto il sistema Paese, sarebbe necessario promuovere una lunga serie di riforme che avrebbero dovuto aver luogo da qualche legislatura.
La nostra classe politica ha saputo soltanto rimpallarsi le conseguenti responsabilità, dimenticando quello di cui il Paese aveva realmente bisogno, cioè la promozione dello sviluppo perchè un sistema economico che non cresce produce sostanzialmente riduzione del benessere ed aumento della povertà. Ne sanno qualcosa i nostri giovani che sono costretti a vivere il precariato, la disoccupazione e il lavoro in nero come fatti normali. Questo perché sono stati considerati nella normalità un costo dell’energia elettrica superiore del 30% alla media degli altri Paesi dell’Unione. Questo perché è stato considerato nella normalità un indice di evasione fiscale doppio rispetto a quello dei Paesi nostri concorrenti. Questo perché rientra nella normalità un livello di corruzione che ci colloca a livelli da Paese sottosviluppato. Questo perché è normale secondo i nostri politici che cause civili e penali possano andare avanti per decenni senza giungere a una sentenza definitiva, scoraggiando fra l’altro, come da sondaggi effettuati, gli investimenti dall’estero. E si potrebbe andare avanti fino ad arrivare alla conclusione che la cosa normale in questo Paese è la più assoluta mancanza di ‘efficienza’ della nostra classe politica, che, fra l’altro, continua a tenerci nascosto il suo costo complessivo, cioè quello di comuni, province, regioni, governo nazionale, parlamento e presidenza.
Ma finalmente, dopo le recenti elezioni regionali, sembra sia arrivato il tempo giusto per le sospirate riforme. Le quali dovrebbero iniziare da quella istituzionale, perché il nostro sistema politico, a cominciare dalla sua struttura, è il primo, come dimostrano i fatti, che ha necessita di essere riformato, attraverso una energica cura dimagrante per numero di ‘addetti’ e per numero di istituti (vedi province e  CNEL). Riforme che dovrebbero poi passare a quella della giustizia in maniera da poterci finalmente considerare un Paese civile. Per arrivare a quella fiscale che il Ministro Tremonti ha definito la riforma delle riforme, perché dovrebbe permettere a suo parere di evitare che: i poveri delle regioni ricche finanzino i ricchi ladri delle regioni povere.
Buon lavoro Onorevoli di nome e speriamo, dopo qualche decina di anni, anche di fatto perchè il sistema Paese, in questi ultimi tre anni di legislatura, si aspetta grandi ed opportune innovazioni dopo decenni di sostanziale e colpevole immobilismo.

Antonio ALBINO