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Bangalore boom-town

 

La riscoperta ad oltranza della tradizione induista ha avuto anche aspetti folcloristici. La –rivoluzione toponomastica- è uno di questi. Per la Silicon Valley californiana, la città indiana di Bangalore è una rivale così temuta da meritare un neologismo: il verbo to bangalore significa delocalizzare oltreoceano i servizi informatici, licenziando negli Stati Uniti per assumere nella nuova capitale mondiale del software.

Eppure proprio Bangalore ha voltato le spalle al linguaggio universale della globalizzazione cambiando nome. Dal 2007 si chiama Bengaluru, ripristinando per legge l'antica fonetica dell'idioma locale, il kannada. Non è il primo caso in India. Su pressione dei movimenti localistici, altre metropoli hanno voluto liberarsi dei nomi anglicizzati, inventati o deformati dal Raj britannico (NdR-Con il termine di Raj britannico si indica l'insieme di domini diretti e protettorati che il Regno Unito accumulò e organizzò nel sub continente indiano) nell'era coloniale, oppure segnati dall'influenza islamica dell'era Moghul. Aprì la strada Bombay ribattezzandosi Mumbai nel 1995, Madras è diventata Chennai nel 1996, Calcutta da cinque anni si scrive Kolkata. Che questa tendenza potesse conquistare persino Bangalore, ha sorpreso non pochi dei suoi cittadini: che non parlano una parola di kannada, e si rivolgono in inglese non solo ai colleghi di lavoro ma anche al fruttivendolo sotto casa.

Microsoft, Ibm, Hewlett-Packard, Intel, Cisco, tutte hanno creato centri di ricerca nella nuova Silicon Valley indiana, dove nel frattempo sono emersi i protagonisti locali del software, Infosys, Wipro e Tata. Negli ultimi cinque anni la popolazione di Bangalore è raddoppiata raggiungendo gli otto milioni. Il suo Politecnico opera all'ingresso una selezione meritocratica così severa che gli “scarti” dell'Indian Institute of Science riescono facilmente ad essere ammessi ad Harward. Proprio perché la boom-town di Bangalore attira i migliori talenti da tutti gli Stati dell'India, la composizione multietnica fa sì che una larga parte dei suoi cittadini non parli il kannada. Nelle scuole d'elite si insegna l'inglese come prima lingua, l'hindi come seconda, e le giovani coppie benestanti preferiscono aggiungere il cinese nel curriculum dei figli. Ma non tutti gli abitanti hanno trovato lavoro nelle oltre mille aziende informatiche della città. A fianco della elite del software convive una città tradizionale, afflitta da servizi pubblici sottosviluppati, dove un maestro elementare guadagna a stento cento euro al mese. Di questa Bangalore anzi Bangaluru, si è fatto portavoce un poeta locale di 74 anni, Ananthamurthy, lanciando la campagna per il ritorno al nome vernacolare. Ha avuto un successo travolgente, il governatore del Karnataka ha firmato la legge che ribattezza la città. Tra i giovani supertecnici l'inglese continuerà a dominare, mentre un'altra India si aggrappa ai nomi antichi. Perché questa modernizzazione non la coinvolge abbastanza, o perché ha paura di perderci l'anima.

 

 

Istruzione e Lavoro

 

- Il nostro problema maggiore – dice il primo ministro Mammohan Singh – è che non stiamo creando in quantità sufficiente i posti di lavoro meno qualificati, adatti per chi ha avuto una istruzione medio-bassa -. Sono i posti di lavoro –cinesi -, quelli che trasformano un contadino povero in un operaio meno povero, l'obiettivo vero delle zone economiche speciali. Chi idealizza l'India dei villaggi dimentica cosa significa per un paese troppo agricolo la dipendenza dai monsoni: nel corso degli ultimi cinquant'anni circa la metà delle variazioni del Pil nazionale sono state provocate dall'andamento buono o cattivo delle piogge. Troppo abbondanti e violenti, i monsoni possono seminare morte e distruzione in pochi giorni; troppo scarsi, fanno crollare i raccolti e precipitano nella disperazione i contadini più poveri. Ancora adesso per sollecitare il – giusto – monsone, ogni anno a giugno in centinaia di migliaia di villaggi si recitano preghiere, si sgozzano polli sacrificali, si organizzano le antiche corse augurali dei bufali dalle corna dipinte. Per il turista sono spettacoli di delizioso folclore, per i contadini quella pioggia è una potenza con diritto di vita e di morte.

L'economista Abhijit Vinayak Benerjee ha studiato la vita dei poveri in una delle città più belle del paese: la leggiadra Udaipur che molti stranieri conoscono per il film di James Bond Octopussy, e i più fortunati per avervi soggiornato, nel sontuoso palazzo nobiliare ( ora Lake Palace, albergo di lusso ) sull'isola in mezzo al lago. A Udaipur, Banerjee si è concentrato sui dettagli delle abitudini di consumo fra la popolazione più diseredata, quella che vive con meno di due dollari al giorno. Ha scoperto che il 55% degli adulti soffre di anemia, malattia che li debilita, rendendoli quasi inabili al lavoro. Spendono appena il 2% del loro reddito per l'istruzione, anche se la scuola offrirebbe ai loro figli una via d'uscita dalla trappola della povertà. La spiegazione più ovvia è che a quel livello di miseria mancano semplicemente le risorse minime per l'istruzione. In realtà un problema sta nel modo in cui spendono il poco che hanno: il 7% solo per l'acquisto di zucchero, e ancora di più in alcol e tabacco. – Il 99% delle famiglie estremamente povere – spiega l'economista – spende regolarmente una grossa fetta del proprio reddito per matrimoni, funerali, e per celebrare festività religiose. – Le feste religiose sono il modo in cui le famiglie più degradate – si comprano la dignità per un giorno all'anno-. Una dignità illusoria, rispetto a quella più durevole che otterrebbero attraverso un'istruzione anche minima dei figli.

 

La globalizzazione

Lo spirito critico che l'uomo bianco proietta sulla rivincita dell'Asia – il nuovo centro del pianeta dove si gioca la partita cruciale tra ricchezza e povertà – mescola valori autentici e ipocrisie. C'è in noi la rispettabile saggezza acquisita da chi, avendo già raggiunto il benessere, ne conosce i limiti e i costi. C'è il disincanto di una civiltà postmoderna che ha perso la fiducia nell'onnipotenza della scienza o nel primato dell'economia. Inoltre gli interrogativi che l'Europa lancia alle potenze asiatiche costituiscono di per sé una novità dell'era contemporanea: i paesi emergenti ci agganciano e ci superano in un mondo dove la circolazione degli uomini e delle conoscenze rende comparabili istantaneamente i livelli di libertà e di dignità fra zone lontane. Nella Londra del lavoro minorile e dello sfruttamento operaio descritto nei romanzi di Dickens o nelle inchieste di Fiedrich Engels, nell'America dei “ baroni ladri “ e della prima industrializzazione selvaggia a fine Ottocento, o nell'Italia di Rocco e i suoi fratelli, non c'era il confronto immediato con standard elevati di salute dei consumatori e diritti dei lavoratori, un confronto che oggi i jet e la tv, i telefonini e Internet rendono ineludibile. Per effetto di questa compressione dello spazio cronologico e geografico, le rivendicazioni di dignità umana e della qualità della vita avanzano rapidamente anche nelle società dallo sviluppo recente. Conflitti e tensioni attraversano il cuore del miracolo asiatico. Le battaglie per la qualità dell'ambiente e contro lo sfruttamento non sono né un nostro lusso né un nostro monopolio.

C'è nella lettura più catastrofista della globalizzazione una testarda battaglia di retroguardia. Si dimentica spesso che l'ultima spinta decisiva verso la globalizzazione negli anni novanta l'abbiamo voluta noi, europei e americani, l'abbiamo governata noi, abbiamo definito le regole, abbiamo definito le regole del gioco, superando le resistenze di chi in Asia temeva di arrivarci impreparato e quindi di essere ricolonizzato dall'Occidente. La partita non ha seguito il copione previsto. I deboli si sono scoperti forti, i detentori della vecchia egemonia culturale si sentono incalzati. Non è una buona ragione per passare da una visione idiliaca della globalizzazione – il circolo virtuoso, il gioco a somma positiva, in cui vincono tutti – alla caricatura opposta di chi predica che stiamo tutti diventando più poveri. Stiamo vivendo una rivoluzione mondiale. Come in tutte le rivoluzioni, chi aveva qualche privilegio piccolo o grande è convinto di vivere un'epoca tragica, vede un futuro gravido solo di minacce. Se cediamo al catastrofismo rischiamo di finire in compagnia di aristocratici francesi pre-Rivoluzione, e delle vecchie borghesie imperiali, nella galleria storica dei ritratti di nostalgici, i teorici dal – si stava meglio prima -.

L'India – riassunto del mondo -, che racchiude in sé tutte le contraddizioni più estreme dei nostri tempi, sta esplorando gli stessi interrogativi che assillano noi europei. Ha deciso che può diventare moderna senza perdere una fisionomia culturale unica, tenace e gioiosamente diversa. E' avida di benessere materiale e, al tempo stesso, sa goderne con più moderazione di noi, mantenendo tradizioni e stili di vita meno distruttivi dei nostri per le risorse naturali del pianeta.

Le parole pluralismo, tolleranza, diritti umani, risuonano nelle baraccopoli di Mumbai e Calcutta, dove i paria delle caste inferiori si aggrappano al loro diritto al voto come al bene più prezioso che possiedono, con un entusiasmo incrollabile. E' una magnifica lezione. Fa parte di una storia comune e quasi l'avevamo dimenticata: la libertà non è un lusso per ricchi, è l'arma più forte in mano ai poveri.

 

I tre brani precedenti sono stati tratti dal testo La speranza indiana di Federico RAMPINI.