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Last Night PDF Stampa
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Venerdì 26 Novembre 2010 22:34

Cosa succede quando si finisce in bilico tra desiderio e fedeltà? Cosa quando si arriva a camminare sul filo sottile del grande amore? Quando si cede all’inganno? Cosa ci permette di avere fiducia? Cosa succede nella notte in cui due giovani sposi lasciano che le circostanze li separino e il resto li tenti con la promessa del sesso, o del ritorno del grande amore?
Niente. Nell’esordio alla regia di Massy Tadjedin non succede nulla.
Il tema è quello che è, siamo d’accordo, di quelli che se non si sta attenti, finire nell’ovvio è un attimo, ma la banalità della sceneggiatura e dei gesti, delle caratterizzazioni e dei moralismi (totalmente assenti o prepotentemente presenti), la quasi totale assenza di accompagnamento musicale, toglie perfino il fiato per la disperazione. La fedeltà e/o la sua assenza, la doverosità o meno della sua presenza, sono concetti eterni ed infiniti, temi che la letteratura, il cinema, la musica, l’arte, hanno usato fino ad abusarne. Mettete in una stanza due persone a chiedersi se sia peggiore un tradimento fisico che viene per così dire consumato o un tradimento mentale che consuma, e non ne caverete niente.

 

Ora non è "Last Night" il genere di film che si guarda in cerca di risposte, è chiaro, ma quello che si chiede è certamente un’idea, una trama, un colpo di scena, un punto di vista che non ci era mai capitato di vedere, un dettaglio, un angolo perso da cui avevamo dimenticato di guardare, una visione distorta da cui dissentire anche, o quantomeno quel minimo di narrazione tale da giustificare 90 minuti di pellicola e una qualità discreta di attori sprecati.
Si può essere più bugiardi di chi promette passione ad ogni sguardo, ed ogni inquadratura la nega? Si può essere più scorretti di chi promette una storia, ed ad ogni battuta l’arresta? Si può essere più banali di chi usa il corpo prorompente di Eva Mendes per personificare la tentazione, e il viso angelico di Keira Knightley per sfiorarne l’idea? Evidentemente si può esserlo usando un litigio come innesco, un pessimo Sam Worthington come marito infedele, e i tratti perfetti di Guillaume Canet per fare l’amor fou (folle passato presente, e per giunta scrittore) della moglie tradita e protagonista indiscussa. Una scelta sicura per generare antipatia verso l’artefice dell’unico tradimento che (quasi) nessuno sarebbe disposto a perdonare, e amore cieco per il sentimento incondizionato di chi c’è sempre stato, nonostante non fosse presente. Ciliegina sulla torta il “finale aperto” (o più precisamente tagliato con l’accetta), che nulla aggiunge (se non un pizzico di nervosismo in più), a una non storia che non valeva neanche la pena d’essere inscenata, l’ultimo lavarsene le mani della regista e sceneggiatrice iraniana che con un non messaggio confuso e una diffusa ipocrisia, dimostra d’essersi stancata molto prima di noi.