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Le Religioni dalla preistoria ai giorni nostri PDF Stampa
Religione - Articoli vari

Il fenomeno religioso si è manifestato, fin dalla preistoria, principalmente come culto dei morti che è stato la chiara espressione, da parte dell’homo sapiens, della credenza nell'oltretomba. Le ragioni di ciò sono attribuibili al fatto che nell'inconscio si sognavano anche le persone estinte, con l'attribuzione di un’essenza spirituale: l'anima. Tale fenomeno, denominato per l'appunto come Animismo, rappresenta probabilmente la prima manifestazione di ciò che può definirsi religione. Tale credenza non si limitava al solo culto dei morti ma prevedeva anche la pratica di culti religiosi evidenziati dalle pitture murali scoperte nelle caverne, che rappresentavano immagini da ritenere sacre per la loro collocazione e ubicazione. Questo anche perchè le grotte decorate erano per la maggior parte difficili da raggiungere per essere considerate come dimora dell'uomo.
E' innegabile che la credenza religiosa è ed è stata talmente diffusa in tutti i continenti da doversi considerare un aspetto fondamentale dell'esperienza umana. L'homo sapiens è anche homo religious. Questo sia perchè ha concepito l'anima e quindi un fattore spirituale distaccato dal corpo, sia perchè di fronte al mistero della vita non aveva risposte e quindi gli era necessario trascendere la realtà. Naturalmente l'Animismo ha subito una profonda evoluzione nel momento in cui per dirimere le nebbie del mistero, la credenza è stata umanizzata. Il soprannaturale possiede solo superpoteri per il resto è un umano: beve, mangia, amoreggia, fa sesso. Concepisce e fa figli, ma sfugge alla morte. Comunque solo con i Sumeri si può parlare di religioni complesse, con riti e credenze codificate con templi riservati alle funzioni e ai riti. Naturalmente il politeismo ne era una caratteristica fondamentale, e accanto agli dei con caratteristiche umane, ne esistevano altri, creati come divinizzazione di fenomeni naturali e degli aspetti sentimentali della vita. Nacquero così il dio del cielo, il dio sole, ma anche il dio dell'amore e quello della guerra e così via. Mentre con gli Egizi le divinità erano raffigurate in svariati modi sia in forma umana che in forma animale; ad esempio il dio dei defunti poteva essere o uno sciacallo o un uomo con la testa di sciacallo. Nell'antica Grecia continuò il processo di umanizzazione in maniera che tutte le divinità erano caratterizzate da sentimenti e passioni. I Romani assimilarono il pantheon greco, con l'ampliamento alle divinità espresse dai Paesi che, dopo la conquista, entravano a far parte dell'impero e con la divinizzazione dei vari imperatori che si succedevano nella sua guida. Comunque le religioni politeiste erano destinate a far posto a quelle monoteiste con l'avanzare del sentimento della sacralità e con l'affermazione di più alti livelli di religiosità anche nella gente comune.
Come affermerà Freud, l'evoluzione nel sentire si rende necessaria col bisogno di rendere sopportabile l'esperienza umana, proiettando nel trascendente qualcosa equivalente alla figura paterna, ovvero di un punto certo di riferimento per il suo agire in un mondo pieno di incognite e di problemi esistenziali.
Il monoteismo, a parte una breve parentesi in Egitto, si manifestò con gli ebrei d'Israele, che con il primo comandamento stabiliva che non esistevano altri dei oltre JAHVE'. Con le sacre scritture costituite dalla Bibbia, era nata un'opera composita ricavata da diverse fonti che attribuiva dei compiti precisi alla divinità e al popolo che era stato eletto su tutti gli altri ad onorarlo. Il Cristianesimo probabilmente nacque e si sviluppò per tutto l'Impero perchè non accettava l'idea della sottomissione dato che tutti gli uomini erano uguali di fronte a dio e questa era una caratteristica fondamentale in un mondo preda della schiavitù. L'idea di dio, che si era rivelato ad Abramo per la prima volta, fu arricchita con i vari profeti e l'umanizzazione di dio fu completata con il Cristo che era vero dio e vero uomo. Finchè nacque in ordine di tempo l'ultima religione monoteista abramitica: l'Islam, dove il Cristo era soltanto uno dei profeti, mentre Maometto quello più importante perchè scelto da dio per recepire le ultime rivelazioni riportate poi nel Corano. Per quanto riguarda l'umanizzazione, il concetto è valido anche per le più importanti religioni orientali, dove nell'induismo è presente un termine, 'avatar' che indica l'incarnazione degli innumerevoli esseri celesti presenti in tale religione. Nel buddhismo invece si assiste al processo inverso cioè la divinizzazione del Buddha, che fa sì da generare la sacralità che lo rende anch'esso fenomeno religioso.
Naturalmente le tre religioni monoteiste non hanno dato luogo ad una unica dottrina perchè non è nella natura dell'Uomo scendere a compromessi in campo spirituale. Ognuno rivendica i suoi Profeti, la sua dottrina, i suoi riti, le sue credenze perchè vengono ritenuti fondamentali per la qualità della vita sia terrena che ultraterrena (ammesso che esista, cosa che è ritenuta certa dagli integralisti). Il fenomeno del fondamentalismo blocca qualsiasi possibilità di evoluzione e di avvicinamento delle tre religioni, per motivi essenzialmente dovuti all'ignoranza di tutti i processi e della storia dei fenomeni religiosi. Le religioni sono state create dall'uomo con tutti i suoi limiti, che sono stati trasferiti nelle relative credenze. Pertanto se non vogliamo diventare preda dell'irrazionale e della immaginazione dobbiamo prendere atto di quello che ha affermato il mistico tedesco Gerhard Tersteegen: un dio comprensibile non è più un dio. Pertanto l'unico attributo che possiamo associare alla divinità, ammesso che ne accettiamo l'esistenza, è di Creatore del mondo che ci circonda (il nostro rappresenta il migliore dei mondi possibili come affermato da Leibniz, perchè il male è opera dell'uomo, che non ha ancora raggiunto nel processo evolutivo quel grado di altruismo che farà diventare il pianeta Terra la sede della serenità, della pace e della vera religiosità). E quindi la prima regola per onorare Dio consiste nel portare rispetto alle sue Creature anzi all'intero Creato. Ovvero si tratta di applicare la prima regola dei saggi che consiste nel fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te e di non sprecare le risorse del mondo rispettando quindi l'Ambiente e tutto ciò che ne fa parte.
Quest'ultime sono le uniche conclusioni a cui si può arrivare analizzando razionalmente il concetto di divino e di religione.

 

Antonio ALBINO

 

 
Il sacro, la religiosità e le religioni PDF Stampa
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La religione (dal latino religio con il significato di unire, legare) è costituita dal complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro. Il teologo Natham Soderblom si esprime molto chiaramente in proposito affermando: Sacro è la parola fondamentale in campo religioso; è ancora più importante della nozione di Dio. Una religione può realmente esistere senza una cognizione precisa della divinità, ma non esiste alcuna religione reale senza distinzione tra sacro e profano.

Il fenomeno religioso nasce per l'esigenza di dare un senso alla vita e dal timore per gli sconvolgimenti determinati dalla natura: terremoti, alluvioni, nubifragi, trombe d'aria, etc, che venivano interpretati come manifestazioni dell'ira del cielo. La religione si manifesta principalmente nel culto dei morti, che è l'espressione della credenza, comune a tutte quelle più diffuse, dell'immortalità dell'anima che dà luogo ai riti funebri, nella costruzione di luoghi come i cimiteri, nella elaborazione di credenze sull'aldilà. Questi atteggiamenti sono propri dell'essere umano fin dai tempi più remoti. La specie Homo sapiens ha sempre inumato i morti e in molte sepolture preistoriche sono stati ritrovati resti di corpi dipinti con l'ocra, una sorta di argilla rossa, e decorati con conchiglie, corna di cervo e altri oggetti ornamentali. Questo fa pensare che già i nostri lontani antenati praticassero riti funebri e avessero elaborato credenze relative al destino dei morti e all'aldilà. Il più importanti monumento preistorico (neolitico) sito a Stonehenge, classificato come un 'osservatorio astronomico' per le fasi lunari (?) pensiamo possa soltanto rappresentare, vista l'imponenza e quindi le difficoltà di costruzione, un tentativo di onorare e/o di comunicare con il sacro. Soltanto così si possono spiegare le fatiche profuse nella sua erezione, ancora inspiegabile visto le dimensioni ed il peso dei massi impiegati, impresa che ricorda quella per la costruzione delle piramidi. E poi i templi, le chiese, le cattedrali e tutti i luoghi di culto disseminati sul pianeta non fanno altro che testimoniare la necessità della specie umana, in tutta la sua storia e in tutte le civiltà, di rivolgersi verso il sacro. L'uomo può essere definito quindi un animale religioso perchè, come già detto, fin dalla preistoria si è dedicato al culto dei morti e quindi ha riconosciuto l'esistenza del soprannaturale che si confonde con l'idea del sacro cioè del 'totalmente altro' come lo definisce il teologo Rudolph Otto. A cominciare dai primordi della storia umana non è mai esistito un popolo che non si rivolgesse al sacro, che non avesse i suoi sacerdoti e i suoi riti propiziatori. L'uomo ha sempre guardato verso l'alto, verso il cielo cercando una spiegazione al mistero che lo circondava il quale poteva essere interpretato e compreso soltanto riconoscendo l'esistenza di un'altra entità. In questa prospettiva Rudolph Otto analizza le componenti del sacro. Innanzi tutto individua come suo primo attributo il termine 'numinoso' (da numen) che sta ad esprimere la potenza divina che rischiara le tenebre dell'esistenza. Gli altri elementi del sacro sono rappresentati dalla fascinazione e dal terrore contemporaneamente (fascinans, tremendum). Il numinoso è talmente lontano dall'umano che quest'ultimo può provare per lui soltanto un sentimento di amore (mysterium fascinans) e nello stesso tempo di terrore (mysterium tremendum), perchè il divino oltre che lontanissimo, non è interpretabile nella sua immensità e quindi procura anche profonda angoscia che può determinare un raccoglimento profondo fino all'estasi, ma anche può far sprofondare in un orrore allucinatorio spaventoso (isteria).

Per l'homo religious la Natura è sempre ricca di un significato che la innalza verso il sacro, è temibile in determinati momenti, ma è meravigliosa normarmalmente e l'uomo a contatto con essa si rigenera e trova serenità e pace perchè si sente Creatura nel Creato. La Natura incontaminata rappresenta la manifestazione più evidente del sacro e l'uomo non può non genuflettersi davanti ad essa, non può esimersi dal diventare religious. Ciò rappresenta il primo stadio della sua religiosità ed è qualcosa che nasce dal profondo e che successivamente lo coinvolge completamente. Il Mondo è fatto in modo che contemplandolo l'uomo scopre le molteplici forme del sacro. Sarà poi in uno stadio successivo che sempre osservando la Natura si renderà conto che non esiste la Bellezza senza un suo Creatore e volgerà lo sguardo al cielo, che nella sua immensità gli ispira un sentimento di riverenza verso il Fattore del Tutto. Il divino si manifesta e si nasconde contemporaneamente anche perchè vuole essere cercato e scoperto attraverso la contemplazione e la meditazione. Il Dio creatore è lì che aspetta di essere individuato attraverso le sue opere, se si manifestasse completamente e facilmente non avrebbe 'rispetto' per le sue creature più grandi: la Natura e lo homo religious. La ricerca di Dio- dice il teologo Nicolò Cusano - è uno dei tratti peculiari e distintivi della condizione dell'uomo sulla terra, una sorta di aspirazione naturale e legittima al felice compimento del destino del genere umano. E, senza dubbio, l'aver supposto l'immagine pressochè perfetta della mente divina e la parte eccelsa e privilegiata dell'anima, non soltanto rende lecita una aspirazione siffatta, ma ne assicura il larga misura, l'esito finale.

La nascita quindi delle varie religioni è un fatto del tutto naturale che nasce da precise esigenze di venerare il 'numinoso', ed in molti casi dalla necessità di non essere preda delle nevrosi che scaturiscono dalle riflessioni sulla limitatezza della vita dal punto di vista temporale e sociale.
La sua natura mortale l'uomo non l'ha mai accettata completamente e ha cercato, in ogni modo, di darsi una spiegazione del fatto che venendo al mondo, intelligentissimo e fragilissimo, capace di pensare ad un tempo infinito, nel contempo era condannato alla vecchiaia e alla morte. Il sacerdote, il bramino, lo sciamano, il guru che gli tendevano la mano rassicurandolo, erano visti come una liberazione da questi pensieri e la vita eterna dell'anima e il raggiungimento del paradiso o del nirvana come uno stato di beatitudine che lo compensava di tutti i sacrifici terreni.



Antonio ALBINO

 
Un centro divino nel cervello PDF Stampa
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Le neuroscienze stanno attraversando una fase di rapida evoluzione. Per i neuroscienziati è in atto una “rivoluzione scientifica”  destinata a sconvolgere non soltanto i sistemi di diagnosi e cura in medicina e psichiatria, ma le nostre stesse concezioni millenarie, a partire dai sistemi filosofici.

Si tratta di una svolta finalizzata a comprendere la struttura e il funzionamento del cervello, e gli aspetti più intimi e privati dei nostri pensieri e desideri, come pensiamo, agiamo e cosa proviamo

Nell’ambito di questo meraviglioso progresso neuro scientifico, sono stati compiuti notevoli avanzamenti nell’esame del rapporto tra cervello e credenze in Dio, spiritualità, sacro, religione e dimensione del trascendente. Lo sviluppo di questo nuovo settore di ricerca ha dato origine a due discipline: Neuroteologia, termine coniato da A. Huxley, e Neuroscienza dello Spirito.

Il neuro scienziato Michael Persinger è stato il primo studioso a sostenere che le credenze in Dio, nell’anima e nelle esperienze religiose hanno basi in aree del cervello. “Tutti gli esseri umani, per Persinger, possiedono la capacità innata di credere in un Essere superiore insieme con il senso del mysterium  tremendum,ossia con la sensazione del terrore, della paura e di tutto  ciò che è mistero, nascosto, sconosciuto.

Ricerche condotte attraverso  i sofisticati metodi di brain imaging da A. Newberge e E. d’Aquili mostrano che l’idea di Dio non è prodotta da semplici opinioni personali o da speculazioni filosofiche o teologiche, oppure da stati patologici, come sosteneva Freud, ma si fonda sull’attività del cervello. Esperimenti effettuati prima con monaci giapponesi poi con suore francescane e carmelitane hanno dimostrato che la credenza in Dio, nella spiritualità e nel sacro nonché il fenomeno della meditazione e della preghiera modificano e attivano sistemi neurali e alcune aree del cervello.

L’insieme delle ricerche indica dunque che  strutture cerebrali sono coinvolte in queste credenze.

Il sistema delle credenze spirituali e religiose è una capacità innata, una inclinazione, un evento biologico, genetico, ereditario del nostro cervello.

E’ una scoperta di enormi proporzioni: le basi biologiche per cui gli esseri umani sono “predisposti” (Rudolph Otto) al pensiero religioso. La mente possiede un’attitudine, un istinto religioso che ha avuto origine da reazioni biologiche comuni a tutti gli esseri umani.  La persona umana è un “homo religiosus”.

Possiamo parlare di “una grammatica spirituale e morale universale”, di “una scintilla etica e spirituale impiantata nel cervello” (Green).

Ulteriori ricerche  hanno sottolineato l’importanza della spiritualità e delle esperienze religiose nell’evoluzione della specie umana (Persinger), nella  capacità innata di trascendere l’io, per riempire di “senso” la vita, rispondere alle grandi domande esistenziali, scongiurando la possibilità che gli esseri umani cadano in uno stato di ansia e di depressione per le piccole e grandi tragedie della vita,  e per ridurre l’angoscia determinata dalla sofferenza, dalle malattie e dalla consapevolezza della propria morte. Le credenze sono “indispensabili” per la “sopravvivenza umana” e per la “prosperità” della nostra specie. Esse sono poi il “collante” per impedire alla nostra specie, attraverso il predominio della pulsione di morte (thanatos), cioè del cervello rettiliano, di “distruggere” a lungo andare se stessa....

 

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Il Dio nascosto PDF Stampa
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La “Ricerca di Dio” è intesa da Cusano, nell'intero arco della sua meditazione filosofica-religiosa, come uno dei tratti peculiari e distintivi della condizione dell'uomo sulla terra: una sorta di aspirazione naturale e legittima al felice compimento del destino del genere umano, previsto fin dai tempi della creazione. E, senza dubbio, l'aver supposto neoplatonicamente “nell'intellectus” l'immagine pressochè perfetta della mente divina e la parte eccelsa e privilegiata dell'anima, non soltanto rende lecita una aspirazione siffatta, ma ne assicura anche, in larga misura, l'esito finale. Le vie percorse nella ricerca di Dio, tuttavia – non è forse superfluo ricordarlo - , non sono quelle consuete e proprie dell'immagine razionale, che è circoscritta di necessità nell'ambito del finito e di ciò che è valutabile per mezzo dei sensi e dell'esperienza. Tale ricerca prescinde rigorosamente da tutto ciò e, nella consapevolezza dell'impossibilità di un sapere assoluto e certissimo, concernente Dio ma anche quello che non è delimitato e, dunque, per ciò stesso, misurabile (l'intima essenza di ciascuna cosa finita, per esempio), nell'aperta e sincera ammissione di “non sapere”, prelude alla pura intuizione intellettuale.
Intorno all'intelletto ruota così, per Cusano, la parte più significativa della vicenda umana. In quanto esso è immagine dell'intelletto divino, per prima cosa organizza e gestisce, tramite i sensi e la ragione, l'attività conoscitiva nel suo complesso: ad imitazione della infinita arte divina, che produsse ogni singolo ente creato attingendolo dalla sua immutabile e omnicomprensiva unità, a sua volta trae da sé l'insieme variegato e multiforme delle rappresentazioni mentali di tutto quanto il reale. Ed è su sua sollecitazione che la ragione discorsiva raccoglie e correla, misura e proporziona tra di loro i dati molteplici e provvisori della realtà creata che continuamente muta e si rinnova. Perciò “ un intelletto sano e libero conosce e abbracccia con amore quella verità che aspira insaziabilmente di raggiungere quando va indagando su ogni cosa con il procedimento discorsivo che gli è insito […]. Tutti coloro che ricercano, giudicano le cose incerte comparandole e proporzionandole con un presupposto che sia certo. Ogni ricerca ha carattere comparativo e impiega il mezzo della proporzione. […] Ma l'infinito, in quanto infinito, poiché si sottrae a ogni proporzione, ci è sconosciuto”

Nel corso dell'immagine razionale, l'intelletto si approssima sempre alla verità ultima delle cose senza riuscire tuttavia a coglierla mai pienamente, mai fino in fondo. L'essenza delle cose, la verità precisa di ciascuna di esse – Dio stesso, in definitiva, che è il fondamento ontologico del mondo reale - , sfuggendo a qualsiasi forma di correlazione adeguata, risultano inafferrrabili e irraggiungibili attraverso l'utilizzazione del metodo logico-deduttivo. “E' dunque evidente che, per quanto riguarda il vero, noi non sappiamo altro se non che esso è incomprensibile nella sua realtà in maniera precisa; che la verità è come la necessità più assoluta, che non può essere né di più ne di meno di ciò che è, e il nostro intelletto è come la possibilità. L'essenza delle cose, che è la verità degli enti, è inattingibile nella sua purezza, ricercata da tutti i filosofi, ma da nessuno scoperta nella sua realtà in sé. E quanto più a fondo saremo dotti in questa ignoranza, quanto più abbiamo accesso alla verità stessa”

Ciò che possediamo per intero, e che a ragione può essere definito la ceazione del nostro intelletto, è quello che noi stessi abbiamo costruito: il mondo di parole, nomi, numeri, figure, nozioni nel quale abbiamo di volta in volta individuato o imposto regole, norme, leggi e che è, a suo modo, un mondo di ordine e precisione (valga per tutti l'esempio del rigore delle scienze matematiche), anche se si tratta pur sempre di valori provvisori e ancora perfettibili, certamente non assoluti e perenni. Più semplicemente, è il mondo delle “congetture” varie e molteplici, poiché tante e diverse sono le menti che danno lor vita; e tale mondo vive in parallelo rispetto al mondo degli enti reali e in nessun caso, neppure nella formulazione concettuale più alta, è coincidente con esso.

Cusano si esprime al riguardo con grande chiarezza:

 

La mente umana è dunque forma del mondo concettuale, come la mente divina è forma del mondo reale. Come l'entità divina assoluta è tutta la realtà dell'essere in qualunque cosa esistente, così anche l'unità della mente umana costituisce l'entità delle varie congetture: Dio compie ogni operazione in vista di se medesimo, per essere a un tempo, principio intelligibile e fine di tutte le cose; parimenti, l'esplicazione del mondo razionale, che proviene dalla nostra mente che lo complica, si attua in vista della mente stessa che lo costruisce. Quanto più acutamente essa contempla nel mondo che ha esplicato di sé, con tanta maggiore fecondità essa si arricchisce in se stessa, perchè il proprio fine è la ragione infinita, nella quale soltanto avrà l'intuizione di se, del proprio essere, quella ragione infinita che sola è la misura di tutti gli enti ragionevoli.

 

Ben conscio dunque dei limiti delle proprie attività, ma anche certo che, tramite essa, porta a termine l'opera per la quale era stato di proposito creato, l'intelletto si appresta ora alla “visio”, all'intuizione di Dio e di se, come similitudine dello stesso infinito intelletto divino. L'uomo, perciò, afferra Dio in modo che va molto aldilà delle congetture terrene espresse in merito – tutte più o meno plausibili, nessuna verissima e numerose per forza di cose, giacchè frutto della molteplicità e della disuguaglianza che caratterizzano il mondo contratto delle creature. L'uomo afferra Dio 'ritrovandolo' nel fondo stesso della sua anima, nel chiuso ricettacolo del suo intelletto, al di fuori e al di sopra di qualsivoglia rappresentazione positiva. Dio è, senza dubbio, un “Dio nascosto” - quello stesso Dio ignoto venerato da alcune popolazioni pagane - , e le strade che conducono a lui sono altre da quelle maestre dell'indagine razionale.

 

 

Brano tratto dall'Introduzione di Lia Mannarino al testo Il Dio Nascosto di Niccolò Cusano

 
Elevazione spirituale attraverso la meditazione PDF Stampa
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Ciò che si sviluppa negli stati ultimi della meditazione è il distacco dalle concezioni e dalle conoscenze egoiche, e una visione equanime, imparziale, quasi impersonale, di tutti i fenomeni, compresa la vita e la morte. - Il saggio non si affligge nè per i vivi nè per i morti- dice la Bhagavad-Gita. Egli considera gioie e dolori – effimeri e transitori come l'estate e l'inverno-; e soprattutto sa che -nulla può distruggere l'anima-.

Questo testo indù, profondamente teista, esalta sia la devozione sia la meditazione, dando parecchie indicazioni concrete. Ma la stessa pratica viene sviluppata dal Buddhismo, che pure rifiuta le nozioni di Dio e di anima. Questo significa che la meditazione è una vera e propria vita inter-religiosa, adatta sia a chi crede sia a chi non crede in un Dio. Tant'è vero che la si trova in tutte le principali religioni, dal Cristianesimo all'Islam. A Maometto viene per esempio attribuito il seguente detto: -Un'ora di meditazione vale più di sessanta anni di preghiere-.

La differenza fondamentale è che chi crede in un Dio trova più naturale la pratica della preghiera, perchè è convinto di rivolgersi ad una -Persona-, sia pure suprema. Invece chi non crede in Dio, o non crede in questo tipo di Dio, deve vedersela più con se stesso che con un -Altro-.

La meditazione, però, ci ha abituati a vedere nelle antinomie - come queste fra Dio-persona e Dio impersonale o fra Dio-altro e Dio interiore – i tipici prodotti della mente condizionata: un'operazione, questa , che la fede non è propensa a compiere. E, quindi, bisogna riconoscere alla contemplazione la capacità di predisporre lo spirito a una assimilazione dell'Assoluto in quanto coincidentia oppositorum. Come sosteneva Nicolò Cusano, Dio supera – ogni opposizione e ogni contraddizione, trascende infinitamente tutti gli opposti e non può essere compreso nè con la ragione, nè con l'immaginazione, nè con il senso. L'unità di tutte le cose è Dio, ed in ogni parte dell'universo si può trovare una via che porta a Lui- [da Opere religiose, UTET, Torino 1971]

Alla trascendenza dunque non possiamo avvicinarci che col superamento del dualismo mentale (essere-nonessere, interno-esterno, finito-infinito, aldilà-aldiqua, sè-non-sè, ecc.) e la disidentificazione dall'io empirico, attività che noi riusciamo a compiere proprio in meditazione. In questo caso, Dio – persona o non persona- diventa un'esperienza possibile, una nostra esperienza.

Per la meditazione orientale, il Dio – oggetto- di sentimento o di pensiero non può essere il vero assoluto, perchè quest'ultimo è lo stato non-condizionato della mente, la non-mente. Quando si riesce a trascendere la mente, quando si riesce a fare il vuoto mentale, il nostro spirito si assimila allo Spirito universale, a ciò che Derrida definisce – il divino non ancora corrotto da Dio-.

Mentre per la tradizione giudaioco-cristiana esiste una frattura tra Dio e l'uomo, causata dal peccato originale, per L'Oriente la frattura non è altro che la Creazione stessa, con la frammentazione: è lo Spirito universale che si materializza e si moltiplica, dando origine a ogni cosa. Ne segue che ogni essere vivente è una parte di Dio, una parte infinita dell'infinito.

Il problema non è dunque quello di riappacificarci o di ristabilire qualche accordo con un Dio -totalmente altro-, ma quello di ritrovarsi in noi stessi, nel nostro spirito. Anche il Buddhismo, che pure non è teista in senso tradizionale, segue questa logica. L'uomo deve – mettere tra parentesi- la propria comune attività mentale – costituita da sensazioni contrapposte dialetticamente (piacere-dispiacere), da pensieri, da giudizi, da fantasie, da atti di volizione o di evitazione, da paure, ecc- per ritrovare dentro di sè quel fondo incontaminato, quella quiete piena di vita, quell'anima nuda che, nel distacco, è già Essere universale.

Purezza, vuoto, calma, unità, assenza di intenzionalità, dimenticanza di sè, pura consapevolezza, superamento dell'io psicologico, fermezza, ma non rigidezza, non-azione....sono questi i mezzi con cui ci si assorbe in una condizione di trascendenza. - Se tu potessi annientarti per un solo attimo- dichiara per esempio Eckhart, potresti essere quel che Dio è in sè-. Lo spirito che si isola nella propria nuda interiorità trova in realtà lo Spirito universale.

Questa divinità, pur essendo trascendente, è in ogni essere vivente, è ogni essere vivente: Se noi sospendiamo l'abituale attività mentale, dispersiva e fuorviante, se facciamo il silenzio dentro di noi, se raggiungiamo lo stato di non-mente, ecco che riapriamo in noi la finestra sull'infinito. Se invece continuiamo a invocare Dio come Altro-da-noi, finiamo per mantenere – proprio con questa attività- la nostra distanza da -Lui-. Anzi con simili operazioni conserviamo il processo creativo di distinzione e di contrapposizione del Sè universale rispetto ai sè individuali.

Dentro di noi esiste un punto – l'apex mentis dei mistici- in cui la nostra essenza, pur essendo una parte dell'infinito, è infinita. Questa è la terza e ultima funzione della meditazione, la quale non richiede adesioni di fede, ma vuole che facciamo una esperienza diretta, qui ed ora, di una trascendenza che non può non essere, in fondo, una condizione dello spirito. Come diceva Epittedo, -se vuoi sei libero-.

La Maitry-upanisad spiega chiaramente perchè dobbiamo -purificare- la nostra mente che è parte del sansara:-Noi diventiamo ciò che pensiamo: ecco il supremo mistero. Con la calma del pensiero, andiamo al di la delle azioni cattive e delle azioni buone; risiediamo nell'atman sereno, godiamo di una gioia inalterabile- E la Chandoya-upanisad afferma che -la meditazione [dhyiana] è in realtà superiore alla ragione -; per questo motivo, - mentre gli uomini mediocri sono portati a chiacchierare e a litigare, gli uomini superiori sono inclini a meditare-.

 

Brano tratto dal testo Manuale di meditazione di Claudio LAMPARELLI

 
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