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Elevazione spirituale attraverso la meditazione PDF Stampa
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Ciò che si sviluppa negli stati ultimi della meditazione è il distacco dalle concezioni e dalle conoscenze egoiche, e una visione equanime, imparziale, quasi impersonale, di tutti i fenomeni, compresa la vita e la morte. - Il saggio non si affligge nè per i vivi nè per i morti- dice la Bhagavad-Gita. Egli considera gioie e dolori – effimeri e transitori come l'estate e l'inverno-; e soprattutto sa che -nulla può distruggere l'anima-.

Questo testo indù, profondamente teista, esalta sia la devozione sia la meditazione, dando parecchie indicazioni concrete. Ma la stessa pratica viene sviluppata dal Buddhismo, che pure rifiuta le nozioni di Dio e di anima. Questo significa che la meditazione è una vera e propria vita inter-religiosa, adatta sia a chi crede sia a chi non crede in un Dio. Tant'è vero che la si trova in tutte le principali religioni, dal Cristianesimo all'Islam. A Maometto viene per esempio attribuito il seguente detto: -Un'ora di meditazione vale più di sessanta anni di preghiere-.

La differenza fondamentale è che chi crede in un Dio trova più naturale la pratica della preghiera, perchè è convinto di rivolgersi ad una -Persona-, sia pure suprema. Invece chi non crede in Dio, o non crede in questo tipo di Dio, deve vedersela più con se stesso che con un -Altro-.

La meditazione, però, ci ha abituati a vedere nelle antinomie - come queste fra Dio-persona e Dio impersonale o fra Dio-altro e Dio interiore – i tipici prodotti della mente condizionata: un'operazione, questa , che la fede non è propensa a compiere. E, quindi, bisogna riconoscere alla contemplazione la capacità di predisporre lo spirito a una assimilazione dell'Assoluto in quanto coincidentia oppositorum. Come sosteneva Nicolò Cusano, Dio supera – ogni opposizione e ogni contraddizione, trascende infinitamente tutti gli opposti e non può essere compreso nè con la ragione, nè con l'immaginazione, nè con il senso. L'unità di tutte le cose è Dio, ed in ogni parte dell'universo si può trovare una via che porta a Lui- [da Opere religiose, UTET, Torino 1971]

Alla trascendenza dunque non possiamo avvicinarci che col superamento del dualismo mentale (essere-nonessere, interno-esterno, finito-infinito, aldilà-aldiqua, sè-non-sè, ecc.) e la disidentificazione dall'io empirico, attività che noi riusciamo a compiere proprio in meditazione. In questo caso, Dio – persona o non persona- diventa un'esperienza possibile, una nostra esperienza.

Per la meditazione orientale, il Dio – oggetto- di sentimento o di pensiero non può essere il vero assoluto, perchè quest'ultimo è lo stato non-condizionato della mente, la non-mente. Quando si riesce a trascendere la mente, quando si riesce a fare il vuoto mentale, il nostro spirito si assimila allo Spirito universale, a ciò che Derrida definisce – il divino non ancora corrotto da Dio-.

Mentre per la tradizione giudaioco-cristiana esiste una frattura tra Dio e l'uomo, causata dal peccato originale, per L'Oriente la frattura non è altro che la Creazione stessa, con la frammentazione: è lo Spirito universale che si materializza e si moltiplica, dando origine a ogni cosa. Ne segue che ogni essere vivente è una parte di Dio, una parte infinita dell'infinito.

Il problema non è dunque quello di riappacificarci o di ristabilire qualche accordo con un Dio -totalmente altro-, ma quello di ritrovarsi in noi stessi, nel nostro spirito. Anche il Buddhismo, che pure non è teista in senso tradizionale, segue questa logica. L'uomo deve – mettere tra parentesi- la propria comune attività mentale – costituita da sensazioni contrapposte dialetticamente (piacere-dispiacere), da pensieri, da giudizi, da fantasie, da atti di volizione o di evitazione, da paure, ecc- per ritrovare dentro di sè quel fondo incontaminato, quella quiete piena di vita, quell'anima nuda che, nel distacco, è già Essere universale.

Purezza, vuoto, calma, unità, assenza di intenzionalità, dimenticanza di sè, pura consapevolezza, superamento dell'io psicologico, fermezza, ma non rigidezza, non-azione....sono questi i mezzi con cui ci si assorbe in una condizione di trascendenza. - Se tu potessi annientarti per un solo attimo- dichiara per esempio Eckhart, potresti essere quel che Dio è in sè-. Lo spirito che si isola nella propria nuda interiorità trova in realtà lo Spirito universale.

Questa divinità, pur essendo trascendente, è in ogni essere vivente, è ogni essere vivente: Se noi sospendiamo l'abituale attività mentale, dispersiva e fuorviante, se facciamo il silenzio dentro di noi, se raggiungiamo lo stato di non-mente, ecco che riapriamo in noi la finestra sull'infinito. Se invece continuiamo a invocare Dio come Altro-da-noi, finiamo per mantenere – proprio con questa attività- la nostra distanza da -Lui-. Anzi con simili operazioni conserviamo il processo creativo di distinzione e di contrapposizione del Sè universale rispetto ai sè individuali.

Dentro di noi esiste un punto – l'apex mentis dei mistici- in cui la nostra essenza, pur essendo una parte dell'infinito, è infinita. Questa è la terza e ultima funzione della meditazione, la quale non richiede adesioni di fede, ma vuole che facciamo una esperienza diretta, qui ed ora, di una trascendenza che non può non essere, in fondo, una condizione dello spirito. Come diceva Epittedo, -se vuoi sei libero-.

La Maitry-upanisad spiega chiaramente perchè dobbiamo -purificare- la nostra mente che è parte del sansara:-Noi diventiamo ciò che pensiamo: ecco il supremo mistero. Con la calma del pensiero, andiamo al di la delle azioni cattive e delle azioni buone; risiediamo nell'atman sereno, godiamo di una gioia inalterabile- E la Chandoya-upanisad afferma che -la meditazione [dhyiana] è in realtà superiore alla ragione -; per questo motivo, - mentre gli uomini mediocri sono portati a chiacchierare e a litigare, gli uomini superiori sono inclini a meditare-.

 

Brano tratto dal testo Manuale di meditazione di Claudio LAMPARELLI

 
Dio dove sei? Chi sei mio Dio? PDF Stampa
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..Il mio cuore è vuoto. Il vuoto è uno specchio che mi guarda. Vi vedo riflessa la mia immagine e

provo disgusto e paura….E’ così crudelmente impensabile percepire Dio con i propri sensi?

Perché deve nascondersi in una nebbia di mezze promesse e di miracoli che nessuno ha visto?

Come possiamo credere in chi crede se non crediamo a noi stessi? Cosa sarà di quelli come noi che

vorrebbero credere ma non ci riescono?  E cosa sarà di quelli che non vogliono e non possono

credere? Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la

mano, che mi sveli il suo volto, mi parli.

 

Ingmar Bergman

 

 

 

Interrogavo la terra chiedendo se fosse Dio......

e chiesi anche al cielo e alle sue Creature..........

anche al mare domandai se fosse Dio.....

mi fu risposto: “ Il tuo Dio è colui che ci ha fatto”

“Tu chi sei?” mi domandai,

“Un uomo”

Un uomo, l'immagine speculare di sé

L'immagine deforme di me stesso mi rivelò un volto nuovo,

egli mi disse: “Torna in te stesso”

non fuori da me stesso, ma dentro me stesso

Ti trovai!

 

Agostino di Ippona

 
Il migliore dei mondi possibili PDF Stampa
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A  persone non più giovani, che  hanno avuto modo di vivere la propria vita in maniera intensa, questo mondo appare come qualcosa di incompiuto. Cioè per entrare nel merito esso viene visto come una barca  con un solo remo , come una casa senza un bagno, come un amore non corrisposto. Da bambini invece si guarda il mondo con attonita meraviglia e non si vede l’ora di entrare a far parte delle categoria dei 'grandi', che, si crede,  godano pienamente di tutti i piaceri che offre la vita. Quando anch’essi diventano adulti, dopo aver terminato gli studi e aver trovato spesso con fatica un posto di lavoro, cominciano a rendersi conto che le loro supposizioni  erano infondate. Vedono che invidie, gelosie, cattiverie sono parte integrante di tutti gli  ambienti, anche di quelli familiari, perché anche se la competizione e il confronto fanno parte della natura dell’essere umano, queste possono essere esercitate in maniera ‘maldestra’ come quasi sempre avviene. Ciò è dovuto al fatto che la gente, sul piano materiale, vuole più di quello che ha, senza che esista un livello ritenuto soddisfacente di 'benessere'. Mentre una delle massime fondamentali della saggezza di tutti i tempi e di tutte le culture è che per essere felici bisogna bastare a sé stessi, nel senso che desiderare intensamente e smodatamente ciò che non si ha, produce in genere frustrazione e soltanto un po’ di sollievo temporaneo nel caso si riesca ad ottenerla. L’uomo non conosce la vera gioia- scrive Bacchelide –perché desidera sempre ciò che non ha. Ed una volta che ha a disposizione tutto ciò che può desiderare, a prescindere dalle virtù e dal sapere, aspira al potere, a gestire la vita e la sorte anche di milioni di persone. Quindi i beni materiali non permetteranno all’uomo di avvicinarsi  alla serenità in maniera soddisfacente. La vita come mezzo di conoscenza: con questo principio nel cuore si può solo vivere valorosamente, ma anche vivere gioiosamente e gioiosamente ridere, afferma Nietzsche; non si può non essere d’accordo, perché solo chi   ha meditato, pensato e argomentato, come i mistici , è arrivato in genere a raggiungere uno stato di pienezza esistenziale e di soddisfazione personale dovuta al fatto che ha scoperto e conosciuto la ‘sua verità’ sulla vita, gli uomini e il mondo. In particolare la limitatezza della nostra vita e il decadimento psico-fisico con l’avanzare dell’età fanno  sorgere  interrogativi cui bisogna trovare valide risposte. Freud non pensava al corrompersi delle cose come un male da sconfiggere. Per lui è proprio la caducità a generare bellezza. Il trascorrere del tempo, il suo divenire inesorabile ci fa apprezzare i dettagli più insignificanti e arricchisce il senso della nostra esistenza. Tra i ‘dettagli’ possiamo annoverare la visione di albe, tramonti, ma anche di un fiore come una semplice margherita o una superba orchidea, di un passero che si avvina a reclamare una briciola del nostro dolcetto o di un panorama, di una montagna  piena di verde o di un bosco pieno di alberi e di cespugli. Per non parlare di bambini che giocano felici o di innamorati che si tengono per mano. Tutto ciò ci spinge a parlare della Natura dove tutto sembra talmente scontato che con l’aggettivo naturale si intende qualcosa di ‘comune, consueto’; ma è forse ‘ovvio’ che gli uccelli migratori volino per migliaia di chilometri per raggiungere luoghi più ospitali senza necessità di Assistenza alla Navigazione come gli aerei più moderni? Ma è forse normale che i salmoni attraversino gli oceani, come esperti nocchieri, per riportarsi nei luoghi dove sono nati per deporre le uova prima di morire?  Non credo, perché il tutto è molto complesso, straordinario ed inspiegabile. L’umanità trova in Natura tutto ciò di cui ha bisogno per sostentarsi e per soddisfare i propri gusti.  Inoltre con le sue creazioni come l’arte, la letteratura, la poesia, la musica può innalzarsi  fino a toccare i vertici più alti della spiritualità. Pertanto ci avviciniamo a poter affermare che tutto sommato questo mondo ci riserba numerose possibilità di vivere in maniera da appagare il nostro senso del buono, del bello, del vero e del giusto. Se poi consideriamo che da fanciulli eravamo completamente appagati nei confronti della vita, pur sognando un mondo irreale, da grandi possiamo affermare che questa ‘realtà’ è stata creata dall’Uomo. Siamo stati noi stessi a creare il Male, a invidiare ai nostri fratelli il loro benessere, a pensare soltanto a valori materiali, a fare del denaro il nostro unico Dio. Ciò vale a dire che l’affermazione di Leibnitz che il nostro è il migliore dei mondi possibili non ci  appare  come infondata. In Natura è soltanto l’animale Uomo ad essere infelice perché ha creato la Disonestà, che scaturisce essenzialmente dall’ignoranza la quale non gli permette di rendersi conto che il benessere del fratello equivale al nostro benessere perché appartiene alla nostra famiglia, alla nostra gente, al nostro mondo, all’Umanità. L’ignoranza genera solo invidia, risentimento, avidità e quindi la gente non è appagata da qualsiasi somma di danaro e da qualsiasi bene materiale a sua disposizione. Pertanto per ‘riempire’ il mondo attuale di persone  'felici' è necessario cambiare i valori in gioco nella vita: fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi, come  predicato  da varie religioni, ma con scarso seguito. Inoltre le considerazioni precedenti ci inducono a credere che non è stato il Caso a produrre questo Mondo e l’Umanità, perché il Caso genera solo caos, disordine, confusione ed inoltre non tiene in alcun conto un attributo fondamentale di tutte le cose come la Bellezza. Eppure la Natura offre uno spettacolo affascinante e in alcuni casi spettacolare fino a arrivare alla macchina umana, cioè qualcosa di unico come prestazioni ed eccezionale come Bellezza non soltanto dal punto di vista estetico. Qualcosa che non può essere stata concepita dal Caso, perché troppo vicina anche alla perfezione spirituale. Si potrà arrivare a tale compiutezza perché l’Evoluzione che riteniamo Intelligente (non Naturale) non ci risulta essersi fermata; anzi potrebbe e dovrebbe continuare finchè l’Umanità non avrà scoperto il vero Dio; perché questo significa che avrà imparato a comportarsi a Sua immagine e somiglianza, cioè facendo della Ragione e dell’Amore le vere ispiratrici di ogni azione e di ogni pensiero. Il migliore dei mondi possibili potrebbe diventare così soltanto il  mondo della serenità e della pace. Questo possiamo ragionevolmente supporre se accettiamo l'ipotesi dell'esistenza di un Dio creatore (vedi primo articolo della Sezione TEOLOGIA RAZIONALE) e la stessa creazione come un atto d'amore infinito.

 

Antonio ALBINO

 
Considerazioni di Baruch Spinoza sui miracoli PDF Stampa
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In più di un luogo la Scrittura dice che la natura osserva un ordine fermo e immutabile. [……] Inoltre nell’Ecclesiaste (III,2) , il Filosofo afferma che Dio ebbe a stabilire esattamente ogni cosa nel suo tempo, e al versetto 14 dichiara di sapere che, qualunque cosa Dio faccia, essa permarrà in eterno e che nulla può esserle né aggiunta né sottratta.  Ciò fa capire in maniera inequivocabile che la natura mantiene un ordine stabile e non possibile di mutamenti, che Dio persistette identico in tutte le ere a noi note e ignote, che le leggi della natura sono tanto perfette e feconde, che nulla può essere loro aggiunto o da esse eliminato, e finalmente che i miracoli sembrano essere qualcosa di nuovo e di straordinario soltanto a causa dell’ignoranza degli uomini.
Tutto ciò si trova espressamente insegnato nella Scrittura, e in nessuna parte di essa è detto che in natura accade qualcosa di incompatibile con le sue leggi e che non possa venir ricondotto ad esse: sarebbe quindi illecito attribuirle simili affermazioni. A ciò si aggiunge che i miracoli richiedono (come già mostrammo) condizioni e circostanze di fatto, che essi traggano origine non da un presunto potere di monarca che il volgo malamente attribuisce alla divinità bensì dalla volontà e dal decreto divino in quanto questo è tutt’uno con il regolato ordinamento della natura (come del resto mostrammo anche alla luce della stessa Scrittura ) che infine artefici di miracoli sono stati anche dei profeti ingannatori, come si può sicuramente dimostrare in base a Deuteronomio, XII[,2 sgg] e a Matteo, XXIIII, 24 (NdR: Sorgeranno infatti altri falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti) . Ne segue con la massima evidenza che i miracoli raccontati dalla Scrittura furono fenomeni naturali e che perciò debbono essere spiegati in modo tale che essi non appaiano né ‘nuovi’ (per esprimermi come Salomone) né in contraddizione con la natura; occorre al contrario, se è possibile, mostrare che essi sono perfettamente attinenti al mondo naturale. E perché ciò possa essere fatto da chiunque più agevolmente, ho formulato ed esposto alcune regole tratte proprio dalla Scrittura.
Debbo peraltro precisare che, sostenendo che la Scrittura offre tali insegnamenti, non intendo dire che essa li impartisce come necessari alla salvezza, ma soltanto che i profeti hanno assunto un punto di vista vicino al nostro. Ciascuno ha dunque la libertà di professare intorno a queste questioni le opinioni che gli sono più congeniali e più idonee al fine di accogliere sinceramente nel proprio animo i sentimenti religiosi e il culto dovuto alla divinità. Flavio Giuseppe giudica anch’egli così, e infatti scrive a conclusione al libro II delle Antichità: «Nessuno respinga la parola miracolo, se risulta dalla tradizione che ad uomini di epoche remote, esenti da vizi, si aperse una via di salvezza attraverso il mare, sia per volontà divina, sia in modo spontaneo e naturale; poiché anche per coloro che tempo fa seguivano Alessandro re di Macedonia, il mare di Pamfilia che li separava dai nemici, si divise offrendo ad essi un transito, dato che mancava ogni altra strada. Voleva Dio infatti  in tal modo distruggere l’impero persiano. Questo fatto è riconosciuto concordemente come vero da tutti coloro che scrissero delle gesta di Alessandro; pertanto giudichi ciascuno, di ciò, secondo il proprio criterio». Tali sono le parole di Giuseppe e tale è la sua opinione circa la credenza dei miracoli.


B. Spinoza, Trattato Teologico-Politico, UTET, Novara, 1997, pagg. 505,506,507

 
Dio e l'evoluzione-God and evolution PDF Stampa
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Durante la seconda metà del XIX secolo si è cominciato a parlare di guerra tra scienza e religione. Nel corso del XX secolo, tuttavia, il conflitto è andato attenuandosi. Seguendo le orme tracciate dal Concilio Vaticano II, all’inizio del suo pontificato Giovanni Paolo II istituì una commissione con il compito di riesaminare e rettificare la sentenza di condanna nei confronti di Galileo Galilei pronunciata nel 1633. Nel 1983 il Papa promosse poi una conferenza per celebrare il 350° anniversario della pubblicazione dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, durante la quale affermò che l’esperienza del caso di Galileo aveva indotto la Chiesa a «un atteggiamento più maturo e una maggiore consapevolezza dell’autorità che le è propria», consentendole di distinguere con più chiarezza tra «i fondamenti della fede» e i «sistemi scientifici di una data epoca».

Nel settembre 1987 il Pontefice patrocinò una settimana di studi sul rapporto fra scienza e religione a Castelgandolfo. Il 1° giugno 1988, sulla scorta dei risultati, inviò una lettera assai costruttiva al direttore della Specola Vaticana, ove incoraggiava un percorso di dialogo e interazione in cui scienza e religione non cercassero di sostituirsi l’una all’altra né tanto meno si ignorassero e combattessero. Gli sforzi sarebbero dovuti andare nella direzione di una più profonda comprensione dei rispettivi confini e delle rispettive competenze, ma anche della ricerca di un terreno comune. La scienza avrebbe dovuto astenersi dal volersi erigere a religione; la religione non avrebbe dovuto pretendere di soppiantare la scienza. Questa, infatti, può contribuire a purificare la religione dall’errore e dalla superstizione, mentre la religione può purificare la scienza dall’idolatria e dai suoi falsi assoluti. Ogni disciplina dovrebbe pertanto conservare la propria integrità, ma al tempo stesso essere aperta alle capacità di discernimento e alle scoperte e intuizioni dell’altra..................

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