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L'evoluzione e la creazione sono associati PDF Stampa
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Dio non fa le cose, una formula questa di Teilhard de Chardin che io cito spesso, che lui diceva già nel 1920 e 1921 in due articoli della Rivista dei gesuiti francesi Etudes (c’è ancora questa rivista e corrisponde un po’ a La Civiltà Cattolica italiana), e sottolineava questo dato. Dio non fa le cose, ma offre alle cose di farsi. Cioè Dio alimenta; l’Energia arcana, come la chiama il Concilio, che alimenta il processo, ma, dal punto di vista dei fenomeni, dal punto di vista quindi dello sviluppo del processo creativo, tutto avviene attraverso cause create. Non c’è nulla nel processo della creazione che non abbia una causa creata. Questo è un dato importante da tenere presente. Perché, vedete, ancora con Pio XII e anche con Giovanni Paolo II si diceva: “Però dobbiamo ammettere la creazione dell’anima, l’intervento di Dio...”, e questo voleva dire non capire l’azione creatrice, che non interviene, non viene tra le creature, ma le costituisce, offre alle creature di farsi.
Capite? È una modalità di azione che offre possibilità, non impone le situazioni, le offre, perché dà la possibilità di essere, dà la possibilità di operare.
Allora in questa prospettiva voi capite che anche il problema del Progetto intelligente è un problema falso. E adesso cerco di spiegarvi il perché, che è legato appunto al concetto di azione creatrice.

Il Progetto intelligente si muove all’interno del paradigma evolutivo, e dicono, sono anche scienziati questi che lo dicono: “Ebbene, certo c’è l’evoluzione, oggi non può essere negata, tuttavia è un’evoluzione che viene programmata, per cui si passa dal più imperfetto al perfetto e c’è una complessità sempre maggiore, ordinata, già prevista”; per questo parlano del “Progetto intelligente”. Ma questo modo di pensare è quello proprio antropomorfico, è un po’ come il caso dell’ingegnere o l’architetto che ha fatto una casa, stanze, porte ecc., ha misurato le cose, le ha messe in quel punto preciso o in un altro; e interpretano in questo modo appunto il processo evolutivo.
Nella prospettiva, invece, dell’azione creatrice che offre possibilità ma non le impone, il processo non avviene perché una soluzione è già determinata, perché la soluzione creatrice contiene tante soluzioni, tante possibilità.
Anche nella nostra vita, quando noi veniamo al mondo, noi siamo molteplici, possiamo diventare tante persone, non c’è nessuna determinata, non c’è un progetto tale per cui noi dobbiamo diventare quello e solo quello. Perché ci sono scelte che ci sono chieste, decisioni che dobbiamo prendere.
Ma questo avviene anche nell’ambito biologico e forse anche nell’ambito fisico, sono dei processi che hanno diverse soluzioni possibili. Perché? Perché la forza creatrice contiene molte possibilità, molte ricchezze, offerte contemporaneamente, appunto perché Dio non impone le cose, non fa le cose, ma offre alle cose di farsi, offre alle cose di essere e di divenire.
In questa prospettiva, allora, voi capite che sono due ambiti diversi, collegati fra di loro, perché noi siamo sostenuti, ma questo non fa parte della ricerca scientifica. La ricerca scientifica analizza i fenomeni, come avvengono, le diverse cause collegate fra di loro e anche individua delle casualità dei processi che possono avere soluzioni diverse, e quindi la vita può anche intraprendere dei sentieri ciechi per cui ci sono dei rami dello sviluppo evolutivo che a un certo momento vengono troncati, che non procedono perché c’è una grande libertà all’interno dei processi, che nell’uomo diventa libertà di scelta, perché l’offerta creatrice è molteplice, non impone nulla.
Capite, allora, che è possibile anche quel disordine della creazione, anche quei tentativi falliti della creazione. Perché è questo che colpiva Darwin: “Possibile che per raggiungere questo risultato ci debba essere questa dispersione enorme di possibilità? Quelle forme molteplici di vita che scompaiono perché uno solo possa emergere?”.
Allora io vorrei richiamarvi, in questo senso, a un’idea importante: la nostra condizione temporale. Cioè noi come creature, ma pensate tutte le creature, siamo tempo, cioè non possiamo accogliere in un istante solo tutta la perfezione a cui siamo chiamati, che pure ci viene offerta. Noi non la possiamo accogliere tutta in un istante, ma possiamo accogliere solo frammenti dopo frammenti e successivamente così, progressivamente così, fino a pervenire a un compimento, a una pienezza che suppone una complessità di strutture che pian piano si sviluppano, ma si sviluppano attraverso tentativi che a volte falliscono, perché appunto ogni situazione è dipendente anche da componenti che possono non esserci.
Per cui, vedete, se vi mettete in questa prospettiva evolutiva, cioè della perfezione che possiamo accogliere solo passo dopo passo, voi capite perché il male, e il disordine, e la sofferenza, ci accompagna fin dall’inizio.
Cioè, non c’è stata una situazione iniziale perfetta, come invece interpretavano quelli che avevano il modello statico: all’inizio tutta la perfezione, poi dopo è successo qualcosa per cui le cose sono cambiate. Nella prospettiva evolutiva la perfezione è alla fine, è il traguardo. Quindi noi cominciamo dal poco, dal nulla, e poi pian piano c’è uno sviluppo, anche dal punto di vista nostro personale, ma poi pensate alla vita nelle sue forme originali, pian piano, poi per tentativi, poi imbocca delle vie da cui deve tornare indietro, riprende altre, perché l’offerta di vita è condizionata a tante situazioni e circostanze. Pensate, per esempio, non so, ad un bambino che non viene amato e allora ha dei traumi, non riesce ad affrontare certe circostanze, certe situazioni, oppure, andando avanti, si trova preclusa una strada.
Da un punto di vista, quindi, di fede noi comprendiamo bene che le situazioni originarie sono ancora imperfette, inadeguate, e il male ci accompagna e l’imperfezione ci accompagna sempre. La fede in Dio a che cosa ci conduce? A riconoscere che possiamo vivere tutte le situazioni della nostra esistenza in modo così da accogliere quella forza di vita che ci conduce alla perfezione definitiva, alla nostra identità di figli di Dio, cioè a sviluppare quella dimensione spirituale che è la ragione della nostra esistenza sulla terra.
Quindi, nella prospettiva di fede, il compimento è il compimento che viene non in ordine alla vita biologica, ma in ordine alla vita spirituale, cioè a quella dimensione che comincia a svilupparsi quando cominciamo a renderci conto della nostra condizione e cominciamo ad aprirci a quella forza di vita per cui una nuova qualità si sviluppa in noi. Che è quella che nella tradizione cristiana chiamiamo l’identità di figli di Dio, la dimensione spirituale, per cui, come diceva Gesù, c’è un nome scritto nei cieli.
Allora la nostra condizione terrena, quindi da un punto di vista biologico e da un punto di vista psichico, è una condizione imperfetta, inadeguata, ma ordinata allo sviluppo di una dimensione spirituale per la quale tutto acquista un significato, perché noi possiamo vivere tutte le situazioni in modo da accogliere l’azione di Dio in noi ed a pervenire a quella identità di figli di Dio, come diceva Gesù, per cui c’è un nome per noi scritto nei cieli, ripeto.
La domanda eventuale potrebbe essere: “Ma allora vale la pena percorrere questo cammino, se il male ci accompagna sempre, se il disordine è sempre alle nostre porte e dentro la nostra interiorità?”.
La risposta a questa domanda può essere data solo quando alla fine giungiamo al compimento; allora ci rendiamo conto se realmente le situazioni vissute nell’imperfezione, anche nel disordine, nella sofferenza, sono proporzionate al compimento al quale siamo chiamati.
Quello che allora è importante per noi è individuare con quale atteggiamento vivere le diverse situazioni, anche di sofferenza, d’incomprensione, di emarginazione, di morte, perché tutti siamo chiamati ad attraversare la morte.
Come vivere queste situazioni in modo da sviluppare la nostra dimensione filiale, cioè la nostra dimensione spirituale che ci consente di attraversare la morte da vivi? Questo è il problema reale della nostra condizione di creature.
Allora il fatto che c’è un disordine, che ci sono ancora imperfezioni dipende appunto dalla condizione creata che è ancora incompiuta, cioè la creazione è ancora in corso, per cui dovremmo dire non che Dio ci ha creati, ma che Dio ci sta creando pian piano. Solo che noi non possiamo accogliere tutta la perfezione in modo compiuto in un istante, ma solo giorno dopo giorno, frammento dopo frammento, per giungere appunto a quel compimento al quale Dio ci chiama come figli suoi.
Allora, vedete, in questa prospettiva non ci sono difficoltà ad assumere il modello evolutivo, a capire la nostra condizione; anzi questo ci dà modo di vivere armoniosamente anche le situazioni imperfette, sapendo che possiamo viverle e attraversarle in modo da crescere come figli di Dio e raggiungere quell’armonia profonda che ci consente, appunto, di attraversare la morte umanamente, cioè da persone viventi.
Questo è il modello che Gesù ci ha indicato quando, nella Risurrezione, ha mostrato qual è il traguardo a cui come figli di Dio siamo chiamati.
Allora le altre discussioni riguardo la scienza sono discussioni che hanno un significato, hanno un valore, ma che non incidono nel modo come noi dobbiamo interpretare la nostra esistenza e soprattutto sperimentare a quale qualità di vita conduce il dare fiducia a Dio anche in queste situazioni imperfette e inadeguate.
Questa è la verifica importante del nostro cammino di fede.
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Il testo è stato tratto dalla conferenza: IL DARVINISMO E LA TEOLOGIA CATTOLICA tenuta dal  Prof Carlo MOLARI nella Parrocchia di San Mattia Apostolo