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L'uomo e la nascita delle religioni PDF Stampa
Religione - Articoli vari

L'uomo è l'unico essere vivente insoddisfatto della sua natura. Lo è sempre stato, anche nel più remoto passato, tant'è vero che ha immaginato degli esseri immortali e felici: gli dei. Solo chi è fragile, infelice, mortale e non vuol esserlo, può immaginare qualcuno che non lo è e considerarlo più reale di se stesso. Gli dei sono sempre stati ciò che gli uomini desideravano essere.

O, meglio, sono sempre stati ciò che l'uomo sentiva che avrebbe dovuto essere, la parte più profonda, più vera, più nobile di sé. Per pensare a sé stesso, l'uomo ha dovuto sdoppiarsi: da un lato il suo io, miserabile e mortale, e dall'altro la divinità. Questa sua natura mortale l'uomo non l'ha mai accettata completamente anche se l'ha subita, se ha cercato, in ogni modo di farsene una ragione, di darsi una spiegazione di ciò che venendo al mondo, intelligentissimo e fragilissimo, capace di pensare ad un tempo infinito e, nel contempo, condannato alla vecchiaia e alla morte.

L'uomo si è accorto subito che la sua vita è, rispetto a ciò che egli può immaginare, incredibilmente breve, addirittura qualche cosa di assurdo. Noi siamo così abituati ai lamenti dei poeti e dei filosofi sul tempo che fugge, che vola in un attimo, alla vita che sembra trascorsa in un istante, da considerarle cose banali e noiose. Ma spesso ciò che è veramente importante è proprio ciò che è più ovvio, più risaputo, più banale. E, da che mondo è mondo, gli uomini si sono sempre lamentati della brevità della loro vita, se hanno continuamente ripetuto che questa vita è un istante e niente di più, vuol dire che questa è un'esperienza fondamentale, essenziale, primordiale e ricorrente. Noi non possiamo considerarla come un errore, o un lamento, o una esagerazione. Se c'è vuol dire che ha una ragione, ed una ragione profonda. Questo è il nostro punto di partenza: l'uomo è insoddisfatto della sua natura ed ha una ragione per esserlo, una ragione importante.

Che sia così lo si intuisce subito anche guardando le cose dal punto di vista dell'evoluzione biologica. Su un corpo che non differisce troppo da quello degli altri primati è cresciuto in un tempo breve - sia esso di uno o due milioni di anni – un immenso cervello costituito di miliardi di cellule e capace di miliardi di miliardi di operazioni. Questo straordinario apparato pensante non è nemmeno tutto sviluppato alla nascita. Le fibre nervose, infatti, non sono tutte mielizzate. Si sviluppa nel corso degli anni e può essere messo in funzione solo attraverso una complicatissima istruzione. Se il cervello non subisse danneggiamenti dovuti alle malattie, ai tossici, all'invecchiamento, potrebbe imparare una quantità incredibile di cose. E invece è stato collocato in un organismo che ha la stessa capacità di rigenerazione cellulare degli altri animali. Il risultato è che non appena ha cominciato a funzionare a pieno regime, diciamo a venticinque anni, il cervello comincia a deteriorarsi perché intossicato, mal ossigenato, colpito da malattie. Ciononostante, in genere, esso sopravvive a tutti gli altri organi corporei che, a poco a poco, si distruggono. Le arterie si ispessiscono, il fegato e i reni funzionano sempre più malamente, le articolazioni si irrigidiscono. Con la vecchiaia questo strumento perfetto viene letteralmente murato vivo dentro il corpo e deve assistere impotente al disfacimento di tutto l'organismo, poi al suo stesso disfacimento e, infine, alla sua morte.

Nel suo bellissimo racconto Fiori per Algernon, Daniel Keys narra di un poeta idiota che, grazie ad una terapia, diventa intelligente, addirittura un genio. Però la fase di grande attività cerebrale dura pochissimo. A poco a poco riappare la demenza. Lui , intelligentissimo, è allora costretto ad assistere allo scempio che avviene dentro di sé. Una esperienza atroce, straziante. In realtà la vicenda di Algernoon è quella di ciascun uomo che viene murato vivo nel proprio corpo, costretto ad assistere alla propria progressiva distruzione, pezzo per pezzo, fino alla morte. Ecco perché è adeguata l'espressione . E' infatti come se qualcuno avesse costruito uno smisurato calcolatore che richiede decenni di lavoro per essere messo in funzione. Però questo calcolatore non l'ha installato in un grande edificio razionale, non l'ha protetto, alimentato in modo appropriato. No, lo ha lasciato in edifici decrepiti e addirittura all'aperto, al sole, all'aria, al vento, sotto l'acqua, dove incomincia a deteriorarsi prima di essere programmato e dove, in poco tempo, diventa un rottame. Immaginiamo ora che questo calcolatore sia dotato di coscienza. Cosa dovrebbe dire dei suoi costruttori?

Gli uomini hanno capito subito che il loro corpo era penosamente inadeguato rispetto alle loro capacità intellettuali e vi sono sentiti ospiti stranieri. E' così che è nata – in tutte le società ed in tutti i tempi – l'idea di un'anima immortale costretta a stare in un corpo mortale. Noi abbiamo oggi l'impressione che i nostri antenati siano stati un po' megalomani nell'attribuirsi un'anima immortale, addirittura divina. E megalomani ci sembrano i loro sacerdoti, sciamani e mistici che hanno sempre pretese di essere in contatto con le divinità, cioè con qualcosa di distinto e superiore alla natura. Ma questo era il modo con cui essi esprimevano l'immediata, insopprimibile esperienza di portare in sé qualcosa che trascende il dato della natura: una sovranatura. Questo orgoglio primordiale è l'altra faccia del rifiuto primordiale di cui abbiamo parlato.

Da un lato quindi l'uomo si è attribuito un'anima immortale, della stessa natura degli dei o della loro sostanza, una scintilla divina che anima la materia. Anche nella Bibbia Dio ha fatto l'uomo a immagine e somiglianza. Dall'altro, però, quegli stessi uomini hanno cercato, in ogni modo, di spiegarsi perché, nonostante questa parentela con Dio o gli dei, era toccato loro in sorte una vita così breve, povera e piena di dolore. E per farsene una ragione hanno descritto la loro condizione come illusione (indù e buddisti ), destino (i greci ), come caduta della scintilla divina nella materia (zoroastrani, manichei, gnostici ), come peccato da espiare (ebrei), o come croce da portare (cristiani ). E tutte le religioni e tutte le filosofie hanno sempre promesso, o in questa vita o nell'altra, o alla fine dei tempi, la fine della miseria e del dolore. Non però nello stesso modo. Una prima fondamentale divisione è quella che separa la tradizione indiana e, in modo particolare, il buddismo, da quanto invece è accaduto in occidente. In India, verso il IV secolo prima di Cristo, si è diffuso il convincimento che l'universo, il mondo, il corpo, l'infinita varietà delle cose che nascono e muoiono nel tempo, siano solo e soltanto un'illusione. L'uomo è insoddisfatto della sua natura perché, in realtà, ciò che gli appare come natura è un inganno, un gioco di specchi. Chi crede nella natura e nel tempo è come è come se cadesse in un sogno. La morte e la rinascita sono un cadere da un sogno in un altro sogno e tutti angosciosi. Rinunciando a credere nel sogno, cioè rinunciando a credere nel tempo e nelle cose, rinunciando ai desideri, all'ambizione, allo sforzo, ci si può risvegliare, cioè uscire dal sogno. Secondo questa prospettiva non si deve modificare la natura, anzi ci si deve disinteressare di lei. Più la si , più si interviene, più si interviene, più si resta imprigionati nell'illusione cosmica.

Totalmente opposto è stato lo sviluppo dell'occidente. Qui l'insofferenza che l'uomo ha provato nei riguardi della sua natura si è dapprima tradotta in religioni che promettono la fine della ‘prigionia' nel corpo e il ricongiungimento con Dio. Le religioni misteriche greche, il giudaismo, il cristianesimo e l'islam, sono tutte . La è la fine di quello stato angoscioso in cui l'uomo si trova buttato e che queste religioni spiegano come caduta o come colpa. A prima vista queste religioni sembrano passive come quelle orientali. Ma non è così. L'universo, infatti, non è una illusione, ma il prodotto della creazione divina, qualcosa in cui l'uomo è tenuto ad agire.

Ma anche le religioni occidentali, da sole, non avrebbero prodotto una trasformazione. In occidente in realtà, ha agito un meccanismo ancora più radicale: gli uomini si sono ribellati alla loro condizione ed hanno cercato di trasformare la loro natura. Solo in occidente è stata portata avanti, e senza riserve, quella trasformazione pratica a cui diamo il nome di progresso tecnico. Negli abissi della preistoria gli uomini si sono scoperti senza pelo e avevano freddo, senza zanne ed erano minacciati da animali predatori, senza la capacità di arrampicarsi come le scimmie o la capacità di fuggire come le gazzelle, ed erano circondati di pericoli. Se si fossero limitati a considerare tutto il mondo illusione, concentrandosi nella meditazione, cosa sarebbe accaduto di loro? Se si fossero limitati a sognare una vita più felice dopo la morte, o una redenzione successiva, sarebbero mutate le cose? Per fortuna dobbiamo dire, essi non si sono limitati a maledire la loro natura idiota ma, popolando l'universo di potenze immaginarie, hanno creato a se stessi il modello da seguire: Non c'è una sola delle scoperte dell'uomo che non sia stata immaginata millenni e millenni fa. I primi documenti umani in nostro possesso ci mostrano una umanità che immagina, fantastica cose meravigliose. Gli dei si spostavano alla velocità del vento e del pensiero, parlavano a distanza fra loro e con gli uomini. I giganti innalzavano montagne e scavavano fiumi; i maghi avevano specchi con cui guardare a distanza, tappeti volanti, filtri per guarire le malattie. Questa immaginazione non è stata solo un compenso alla mancanza, ma una traccia per il desiderio, una guida per l'intelligenza e per l'azione.

 

Brano tratto dal testo L'albero della vita di Francesco ALBERONI