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Psicologia della religione PDF Stampa
Religione - Articoli vari

-La religione fa bene alla salute?- titola un saggio pubblicato qualche anno fa da un medico americano Harold G. Koenig. Un titolo provocatorio, che riassume in breve gli interrogativi che si pone chi tenta di analizzare la fede con gli strumenti della psicologia.

Partendo da un assunto che pochi sono disposti a contestare: la religione fa parte da sempre della società umana. Anzi, nasce di pari passo con le prime aggregazioni sociali. –Nasce per rispondere all'esigenza di dare un senso alla vita, dal culto dei morti, dal timore di fronte alla natura- afferma Mario Aletti, psicoanalista e docente universitario, presidente della Società Italiana di Psicologia della Religione (SIPR). Nasce, insomma, da una esigenza che dobbiamo appagare per evitare di cadere nella nevrosi.

-Fa parte della nostra natura generare idee, porci interrogativi che nascono dal fatto che noi umani siamo, per quanto si sappia, l'unica specie in grado di avere coscienza del passato, e di proiettarci in un futuro che ci porta a mettere in conto la nostra fine-, aggiunge Antonella Delle Fave, ordinario di psicologia generale alla Facoltà di Medicina dell'Università di Milano. Il che non vuol dire che la fede sia l'unica risposta possibile al tentativo di dare un senso all'esistenza:- Un ideale politico o una ‘missione' possono assumere la stessa funzione psichica della religione. Che però, per come è strutturata, è una proposta culturalmente privilegiata ed intenzionalmente totalizzante- aggiunge Aletti. – Anche se , proprio per la loro rilevanza sociale, tutte le religioni sono esposte al rischio di un'organizzazione rigida, di dogmatismi acritici, di ritualismi-.............

 

 

-La religione è un fenomeno così diffuso perché la nostra mente è particolarmente attratta da idee intuitive, che tendono a trasmettersi di generazione in generazione molto più di quanto avvenga con concetti che richiedono una riflessione approfondita -, sostiene Thomas Lawson. Professore di religioni comparate alla Western Michigan University. –Senza dimenticare che questo tipo di idee, e le pratiche che ne sono nate, sono anche particolarmente efficaci nello stabilire le distinzioni tra gruppi, contribuiscono a rafforzare la coesione sociale e forniscono una solida motivazione per i comportamenti altruistici-.

Così, mentre in molte culture è la religione stessa a dar forma al tessuto sociale, non esistono società del tutto areligiose. A parte poche comunità che hanno tentato, con i risultati che sappiamo, di eliminare la religione sostituendola con utopie come il marxismo-, osserva Delle Fave. E ricerche recenti sembrano indicare che chi ha un credo molto sviluppato riesce a raggiungere un grado di benessere più elevato: -cosa comprensibile dal punto di vista evoluzionistico, se si pensa che la religione contribuisce alla costruzione del sé ed aiuta a trovare un senso di appartenenza-.

 

 

Dare senso alla vita

In realtà, gli psicologi stanno ancora cercando un accordo sul concetto stesso di religione: -Credo si possa definirla come un sistema di significati incentrati sul sacro, che in questo caso diventa attraverso la quale percepiamo la realtà- propone Israela Silbermanin un articolo sul ‘Journal of Social Issues' . -Un sistema formato da credenze ed aspettative, che influenza la vita degli individui, sia a livello personale che nelle relazioni con gli altri. E ha la caratteristica di dare un senso alla storia ed alla nostra esistenza, dalla nascita alla morte ed oltre. Anche se non sempre le risposte che vengono dalla religione generano felicità e benessere-.

Forse perché molte religioni propongono modelli di comportamento non facili da applicare?-Il fatto che i ‘comandamenti' dettati dalle diverse religioni siano destinati a rimanere un obiettivo irraggiungibile contribuisce a creare quella tensione etica che permette di tenere vivo l'intero processo -, spiega Aletti. -Non dimentichiamo che originariamente la religione nasce a livello individuale, per poi strutturarsi come organizzazione, creando una liturgia generata dall'esigenza di trovare gesti e linguaggi comuni per condividere questa esperienza all'interno della propria comunità. E sempre nel corso dell'evoluzione storica nascono i dogmi, che hanno lo scopo di preservare la religione dalle critiche esterne-.

Si parla infatti di psicologia ‘della religione' e non ‘delle religioni', -perché l'oggetto della disciplina è il vissuto psichico, ciò che di psichico vi è nella religione, e non nelle religioni in quanto tali-, spiega Aletti. Ma è indubbio che le diverse fedi, nella loro evoluzione storica, seguano percorsi diversi anche dal punto di vista psicologico, e contribuiscano in maniera diversa a strutturare la personalità dell'individuo, imponendo a chi si occupa dell'argomento uno sforzo per entrare in un mondo che non è il proprio, o quantomeno per stabilire una collaborazione con antropologi o storici delle religioni. Senza comunque prescindere dal vissuto religioso del ricercatore. –Diventiamo religiosi, o atei, nel processo di interazione e di negoziazione con l'universo simbolico della religione che ci è proposto dalla cultura in cui viviamo-, spiega Aletti. –In Occidente, anche chi non è credente non può prescindere dalla tradizione giudaico-cristiana che è indissolubilmente legata alla nostra cultura, così come in Oriente l'induismo e il buddhismo.

 

Tra cultura e tradizione

Ed è inevitabile che ogni religione dia risposte diverse ad interrogativi universali.-Buddhismo, cristianesimo, ebraismo propongono scale di valori e modelli educativi diversi, ed anche un diverso senso dell'esistenza-, spiega Dario Galati, professore ordinario di psicologia generale all'Università di Torino. Qualche esempio? –La tradizione giudaico-cristiana –spiega Delle Fave- mette un forte accento sulla ‘mancanza' dell'uomo, sul marchio rappresentato dal peccato. In altre religioni, come l'induismo, il gap tra l'uomo e la divinità può essere colmabile, mentre l'islamismo punta decisamente alla sottomissione del fedele. Ma anche all'interno dell'islamismo e del cristianesimo c'è un filone mistico – pensiamo a Meister Eckhart, a Santa Caterina o ai mistici sufi- che propone una fusione col divino-

Altre variabili nascono da un diverso atteggiamento nei confronti della storia: la tradizione giudaico-cristiana ha un forte senso dello scorrere del tempo, di un progredire all'interno del quale – come avviene per esempio nell'ebraismo con il continuo dibattito sulla Torah – anche i dettami della religione trovano nuove interpretazioni adeguate al mutare del contesto storico culturale. Culti come l'induismo hanno invece una percezione ciclica del tempo, al cui interno ogni mutamento assume una importanza relativa-, prosegue la psicologa. Lo stesso vale per la componente emotiva presente in molte culture: -se pensiamo alle esperienze estatiche presenti in molte religioni vediamo che, per esempio, queste vengono vissute dalle mistiche cristiane come contatto con il divino, comunione con Cristo, mentre per alcune religioni orientali si tratta di un processo di dissoluzione dell'Io nel Tutto-, ricorda Galati.

Senza dimenticare che ogni fede vive fasi alterne, di evoluzione e di stasi: Se la religione è un insieme di istruzioni culturali, può fare la scelta di non evolvere, di cristallizzarsi, impedendo l'evoluzione della società: così succede che in nome della fede si vedano bruciare libri o impedire l'emancipazione sociale delle donne-, prosegue Delle Fave.- Ma mentre nell'evoluzione biologica l'errore porta alla morte dell'organismo, in quella culturale non viene selezionato il 'gene' più adatto alla sopravvivenza in senso assoluto, ma il più forte in quella specifica fase. E un errore può creare mostri in grado di distruggere-.

Quello evoluzionistico è soltanto uno dei possibili approcci al tema religioso, assieme a quello psicoanalitico, che dedica particolare attenzione alla relazione tra vissuto religioso e figure parentali, e a quello cognitivo –diffuso soprattutto negli Stati Uniti- che studia i meccanismi culturali o cognitivi che generano insegnamenti religiosi anche molto diversi tra loro. –La religione può produrre una vasta gamma di effetti, dall'estasi alla paura-, spiega Lawson. -Specifici credo religiosi possono rendere gli individui felici, amichevoli e cooperativi oppure infelici, isolati o perfino ostili nei confronti di quanti non appartengono al loro gruppo-.

Religiosità e psicoanalisi

Su questi temi si sono già confrontati i padri fondatori della psicologia moderna. Freud, nel breve saggio L'avvenire di una illusione , descrive la religione come originata dalla debolezza stessa dell'uomo, che si sente inerme di fronte alle forze della natura, da cui è circondato all'esterno, e dei propri stessi istinti. Nel 1902 William James affronta, con il suo Le varie forme della coscienza religiosa, gli aspetti psicologici del vissuto religioso, notando come questo possa essere fonte di serenità per alcuni e di tormento per altri.

-Una data importante per la psicologia della religione è il 1909 –racconta Aletti- quando, al sesto congresso internazionale di psicologia, Theodore Flournoy propone due principi metodologici per la nascente disciplina : quello della ‘esclusione della trascendenza', che si astiene da un giudizio sul valore metafisico del contenuto della credenza, e quello della ‘interpretazione biologica della religiosità', che va studiata come un processo dell'organismo espresso in comportamenti osservabili ed interpretabili dallo psicologo-.

Rimanendo in un contesto più decisamente psicoanalitico, Freud sosteneva invece che l'origine del pensiero religioso fosse collegata per ogni individuo alle relazioni con il padre. –più avanti - spiega ancora Aletti- la psicoanalisi ha valorizzato meglio entrambi le figure parentali. E ha anche introdotto, accanto alla figura del padre biologico, quella di altre relazioni simboliche di paternità/figliolanza(che si possono stabilire con un insegnante, o con un amico dal carattere forte e carismatico,N.d.R.) in cui il padre rappresenta l'ordine, il limite, ma insieme la promessa e la possibilità di sviluppo. E le ricerche più recenti confermano come l'immagine di Dio, che è insieme amore, benevolenza e modello da seguire, racchiuda in sé entrambe le figure dei genitori-.

Si tratta di un processo psicologico individuale che ci porta a definire un'idea di Dio tradotta in linguaggio terreno, che è inevitabilmente antropomorfizzata: per così dire, -a immagine e somiglianza dell'uomo-. – Tanto che il credente – prosegue Aletti – deve stare attento a non identificare Dio con l'idea che se ne è fatto: in questo senso, la fede è continua ricerca, desiderio di un oggetto che è per definizione latente, cioè presente ma non raggiungibile.

 

Vivere secondo religione

Poiché dà un senso alla nostra vita, la religione contribuisce in modo decisivo a orientare la nostra personalità, fissando i valori in base ai quali ci confrontiamo con gli altri e con la società. Nel 2004 la rivista Personality and Individual Differences ha pubblicato una metanalisi su –Religiosità e Valori- realizzata da Vassillis Saroglu, direttore del Centro di psicologia della religione dell'Università Cattolica di Lovanio: i dati raccolti su oltre 8000 soggetti in 15 paesi diversi mostrano –forse prevedibilmente- che le persone religiose tendono a favorire i valori che promuovono la tradizione e l'ordine sociale, hanno un atteggiamento diffidente nei confronti dell'indipendenza e dell'autonomia, non apprezzano l'edonismo e sembrano relativamente poco interessate al potere e al successo. Da sottolineare che molti di questi atteggiamenti sono comuni a cristiani, ebrei ed islamici.

Altri studi mostrano che i giovani credenti tendono a manifestare - anche a giudizio dei loro coetanei- un atteggiamento più altruistico ed empatico. E c'è anche una serie di ricerche sul senso dell'umorismo, dalle quali emerge –anche qui non è una sorpresa- che i credenti non amano troppo le barzellette pesanti:

-La religione può avere effetti sia positivi sia negativi sugli individui e sulla società-, sintetizza Israela Silberman. – Può creare conflitti all'interno dell'ambito familiare ma anche accelerarne la soluzione, portare al perdono o alla vendetta. Può incoraggiare il terrorismo e la violenza, a livello nazionale ed internazionale, ma anche facilitare la soluzione dei conflitti-

Sul piano personale, la fede può rafforzare l'autostima, ma anche diminuirla. E l'atteggiamento di un individuo è destinato a cambiare a seconda che creda in un Dio amoroso e benevolo oppure in una divinità severa e vendicativa. –I sistemi religiosi che spingono i fedeli a credere in un utopistico, futuro paradiso in Terra –spiega Silberman- possono garantire un buon livello di benessere e serenità, ma anche generare cocenti delusioni quando le speranze che hanno acceso non vengono soddisfatte-

Un sentimento condiviso a volte da chi crede fermamente in un Dio che ricompensa i giusti e punisce i malvagi. –Alcune forme di preghiera sconfinano nel pensiero magico-, sostiene Aletti. – Se ci rivolgiamo ad un Dio per garantirci un beneficio materiale significa che riteniamo che riteniamo di poterlo influenzare, così come la magia ritiene di poter manipolare la realtà. E questo è un atteggiamento infantile, diverso da quello del credente che non immagina un Dio capace di intervenire di quando in quando a manipolare la storia umana per venire incontro ai nostri bisogni, ma vive la preghiera come una opportunità per mettersi in relazione col divino, e per guardare alla propria realtà con una prospettiva diversa.-

Ma se alcune forme di fede presentano manifestazioni eccessive o addirittura possono sconfinare nella patologia, la religione non è in sé patologica. –Almeno non più di qualunque altro ambito culturale ed istituzionale, che presenti un assetto ideologico e normativo forte, quando impatta su personalità fragili o già disturbate-, spiega Aletti. –A far male non è la religione, e men che meno la religione cattolica, ma personalità patologiche possono trovare canali di espressione della propria patologia in tutti gli ambiti della loro vita quotidiana, religione inclusa.

 

 

Le nuove emergenze

-Dove erano gli psicologi l'11 settembre ?-, si è chiesto Mario Aletti in un editoriale pubblicato sul notiziario della Società italiana di psicologia della religione, invitando i colleghi ad una maggiore attenzione ai soggetti psichici ignorati dalla psicologia. Mobilitati nel tentativo di dare un senso al fondamentalismo religioso, ancora una volta gli studiosi si dividono.

- Il fondamentalismo dimentica che le religione è un processo di acquisizione e non un possesso definitivo delle verità: è l'atteggiamento di chi si ritiene un soggetto –o un popolo- privilegiato e non riesce ad accettare, senza rinunciare alla propria fede, il percorso vissuto da altri nello sforzo comune di arrivare ad una verità-, spiega Aletti. In un'ottica di evoluzione culturale, il comportamento dei kamikaze e le diverse forme di martirio si spiegano con il desiderio di far sopravvivere e trionfare il proprio credo anche a costo della vita –propria e altrui- anteponendo le leggi della trasmissione culturale a quelle della genetica.

Intanto, una società sempre più multietnica, in cui non si affiancano solo religioni diverse ma anche molti modi di vivere la stessa fede, apre nuovi obiettivi alla psicologia della religione. –Dovremo fare i conti con l'intolleranza religiosa fino a quando la specie umana non sarà capace di riconoscersi come unità e di gestire le differenze come fonte di ricchezza e non di conflitto-, avverte Delle Fave. Tutto fa pensare che le religioni continueranno ad accompagnarci a lungo, nella nostra storia futura: per aiutarci o per creare dei problemi? –La risposta –scrive lo psicologo americano Kenneth Pargament- è tanto familiare quanto frustrante: dipende- E il dibattito resta aperto.

 

Articolo di Paola Emilia CICERONE tratto dalla rivista MENTE & CERVELLO

 

Intervista a Viktor Frankl

Una corrispondente della rivista americana Time, nel corso di una intervista, mi chiese se la tendenza attuale non porti lontano dalla religione. Risposi dicendo che, a mio parere, la tendenza di oggi non allontana dalla religione, bensì da quelle confessioni che sembrano non aver altro da fare che contrastarsi di continuo, provocando un sempre crescente abbandono dei credenti. La giornalista, allora, domandò se ciò non volesse preludere all’avvento, presto o tardi, di una religione universale. Risposi negativamente: invece che verso una religione universale, ci stiamo incamminando verso una religione personale, verso una religiosità più profondamente personalizzata, una religiosità dalla quale ognuno troverà il proprio modo di esprimersi. Ognuno scoprirà le parole più intime, più personali, più originali per rivolgersi a Dio. 
Ciò non toglie che debbano scomparire rituali e simboli comuni. Del resto c’è una infinità di idiomi, e tutti hanno quale base comune il medesimo alfabeto.
In un modo o nell’altro, le specifiche religioni, nella loro diversità, mi richiamano appunto i diversi idiomi: nessuno oserà proclamare che la sua lingua sia superiore alle altre. In ogni lingua l’uomo può giungere alla verità – all’unica verità – come pure in ogni lingua l’uomo può sbagliare, anzi anche mentire. Allo stesso modo, attraverso l’intermediario di ogni religione, l’uomo può giungere fino a Dio, fino all’unico Dio.

 

 

Brano tratto da Alla ricerca di un significato della vita