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IL LONFO ( poesia metasemantica) PDF Stampa
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Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa legica busia, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui, zuto
t' alloppa, ti sbernecchia; e tu l'accazzi.

Fosco Maraini

"Il Lonfo", brevissimo componimento di Fosco Maraini (Firenze, 15 novembre 1912 – 8 giugno 2004).

Quanto appena riportato è un esempio di quella che lo stesso autore - celebre orientalista ed antropologo - chiamava poesia metasemantica : una creazione poetica , cioè, che si fonda sulla pura capacità dei suoni di evocare e suggerire immagini , pur se quei medesimi suoni ed effetti vocali non hanno alcuna relazione con parole dotate di significato .

"Il Lonfo" è inserito nella raccolta "Gnosi delle Fànfole" (1978), piccola perla del non-sense ispirato e del gioco linguistico , semantico e lessicale"

 
La rana e lo scorpione PDF Stampa
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Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda." La rana gli rispose "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!" "E per quale motivo dovrei farlo?" incalzò lo scorpione "Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!" La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. 
A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Forse lo scorpione puo` rappresentare la vera natura del presidente Trump. Questo presidente, che fu`eletto grazie a una moltitudine di povera gente rimasta marginalizzata negli ultimi 20 anni, per lo piu` come risultato della globolizazione del commercio, ha recentemente presentato al congresso degli Stati Uniti un budget per le spese del prossimo anno che significamente riduce i fondi destinati ad allievare le pene di questa povera gente. Come nella favola, Trump aveva una brutta reputazione nei suoi affari che avevano a che fare con gli strati piu' indigenti della societa`. Un esempio e` la Trump University, una organizazione che li avrebbe educati per un certo successo finanziaro, come veniva spiegato nella pubblicita`. Questa organizazione provo` di essere una truffa totale e lo stesso Trump fini` con l'elargire una somma di 25 milioni di dollari per risolvere tutte le querele. Per alleviare l'effetto` della sua cattiva reputazione, Trump durante il periodo prima delle elezioni, dovette abbindolare questa gente con molte promesse. In questa fase fu` molto abile nel convincerli delle sue buone intenzioni. Ora, una volta eletto, non puo` mantenere quelle promesse perche` non sono parte della sua natura e deve procedere a liquidare i suoi elettori anche se questo potrebbe significare la sua morte in politica.

 
Le ricette e i ricettari: da Marco Gavio Apidio a Pellegrino Artusi PDF Stampa
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Al giorno d'oggi il termine 'ricetta' in Italia viene utilizzato per indicare principalmente due cose : la procedura di preparazione di un piatto di cucina o l'impegnativa rilasciata dal medico . In senso culinario , nelle ricette moderne sono indicati dosi e liste di ingredienti che servono per cucinare una portata oltre alle varie fasi della preparazione della stessa : forse non tutti sanno che i ricettari sono 'cosa antica' che andava di moda già a partire dal medioevo . Il termine ricetta deriva infatti dal participio passato del verbo recipere , che coniugato come indicato in precedenza diventa recepta : questo perché in epoca medievale tutte le descrizioni e le indicazioni relative alle cose da fare per effettuare una preparazione iniziavano con il termine recipe (cioè 'prendi'), che attualmente è il termine inglese che significa proprio 'ricetta'. In età medievale i ricettari erano dei veri e propri          manuali che custodivano i 'segreti del mestiere' non solo di cuochi ma anche di artigiani e medici , nei quali spesso si possono riscontrare riferimenti a quella che sarebbe poi diventata l'alchimia .

Ma come si sono evolute ricette e ricettari nel corso dei secoli ? 
Quello che sicuramente balza all'occhio è che nei ricettari antichi , al contrario di quello che succede ora , nelle ricette non venivano date indicazioni in merito a dosi e tempi di cottura anche perché questi libri erano rivolti ad esperti del settore e non a massaie o cuochi amatoriali come succede al giorno d'oggi . Dopo quello di Marco Gavio Apicio (gastronomo dell'antica Roma vissuto tra il 25 a.C. e il 35 d.C.), il principale trattato di cucina medioevale è il Liber de coquina che si deve a un cortigiano che visse alla corte del re Carlo II d'Angiò. Questo libro è una summa di ricette che risentono di influenze principalmente napoletane e francesi ma anche arabe , spagnole e delle varie parti d'Italia. I ricettari del periodo iniziavano con 'sei vuoi fare' e il nome della pietanza, ed erano molto stringate . Già a partire dal '400 però le ricette vengono scritte in modo più accurato sia dal punto di vista terminologico che delle procedure . Nel '500 i ricettari sono infarciti di termini dotti ma a partire dalla metà del '700 i libri sono scritti in gergo barocco , densi di quelli che vengono definiti francesismi ed idiotismi . E proprio da una polemica contro questo modo di scrivere , il celeberrimo Pellegrino Artusi partirà i suoi libri di ricette scritti in modo semplice e alla portata di tutti , che ne decreteranno il successo negli anni a venire .

Cinzo Zeribi

 
Necessità e libertà PDF Stampa
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La classica opposizione di necessità e libertà, antica quanto il pensiero, è riassumibile in questa alternativa:

-il mondo è un processo necessario e logico, e di conseguenza anche privo di libertà

-il mondo è un processo libero e creativo, e di conseguenza anche privo di un disegno logico e sensato.

I filosofi si dividono tra chi assegna il primato alla necessità e al senso, e chi invece alla libertà e al non-senso. Tra le molte possibilità scelgo di presentare il pensiero di Cartesio e di Spinoza, i due sommi filosofi dell’inizio della modernità, entrambi esponenti di un filosofare così attento ai risultati della scienza da modellarsi sul metodo scientifico, in particolare  sul rigore delle dimostrazioni geometriche.
Cartesio sosteneva come principio di palese evidenza  il fatto che «noi abbiamo un libero arbitrio»fondandolo sulla possibilità di «frenare l’assenso delle cose dubbie e così evitare l’errore»; anzi, per lui «il fatto che vi sia libertà nella nostra volontà, e che ad arbitrio possiamo assentire o non assentire a molte cose, è manifesto è manifesto al punto che è da annoverarsi fra le nozioni prime e del tutto comuni che ci sono innate». E a chi affermava di essere vittima di istinti e di passioni più forti, ricordava: « Quando un cane vede una pernice è naturalmente portato a correre verso di essa; e quando ode un fucile sparare, il rumore lo incita naturalmente a fuggire; ma nondimeno si addestrano generalmente i cani da caccia in maniera che la vista di una pernice fa sì che si arrestino e il rumore che odono dopo, quando si spara su di essa, fa che accorrano. Ora, è utile sapere queste cose per dare a chiunque il coraggio di applicarsi a dominare le proprie passioni».
Di contro Spinoza qualche anno dopo scriveva: « Gli uomini si ingannano a ritenersi liberi, e questa opinione consiste solo in questo, che essi sono consapevoli delle loro azioni ma sono ignari delle cause da cui sono determinate [….]. Infatti, essi dicono che le azioni umane dipendono dalla volontà, ma sono soltanto parole di cui non hanno alcuna idea. Tutti ignorano infatti che cosa sia la volontà e in che modo faccia muovere il corpo».  E più avanti: « L’esperienza insegna più che a sufficienza che nulla gli uomini hanno meno in potere della propria lingua, e niente sono meno capaci di fare che moderare i propri desideri […] così il delirante, la chiacchierona, il bambino e moltissimi altri uomini del genere credono di parlare per libero decreto della Mente, mentre invece non sono capaci di contenere l’impulso che hanno di parlare» Insomma ««decreti della Mente non sono altro che gli appetiti stessi e perciò variano a seconda della varia disposizione del Corpo» perché deve essere chiaro che « ognuno regola tutto secondo il proprio affetto».
Io penso che ci troviamo al cospetto di ragionamenti persuasivi su entrambi i fronti. Le cose peraltro si complicano ulteriormente  se prendiamo in considerazione la fisica contemporanea. Qui i grandi fisici, che per natura devono essere anche un po’ filosofi, come i grandi filosofi devono essere anche un po’ fisici, si dividono:  al campo della necessità appartiene Einstein con la teoria della relatività, al campo della libertà appartiene Bohr con la meccanica quantistica.
La teoria della relatività riguarda lo spazio-tempo, l’energia e la gravitazione, le stelle e le galassie; la meccanica quantistica riguarda il comportamento degli atomi e delle particelle subatomiche. La prima regna nell’immensamente grande, la seconda nell’infinitamente piccolo. Ognuna nel suo ambito funziona alla perfezione, ma i fisici non sono in grado di conciliarle. Così scrive Brian Greene, fisico teorico della Columbia University: «Nel modo in cui sono formulate, la relatività generale e la meccanica quantistica non possono essere giuste entrambe. Le due teorie responsabili del progresso straordinario della fisica dell’ultimo secolo, le teorie che spiegano l’espansione dei cieli e la struttura della materia, sono incompatibili tra di loro». Così il fisico italiano Carlo Rovelli: « Eppure le due teorie non possono essere entrambe giuste, almeno nella loro forma attuale, perché si contraddicono l’un l’altra. Uno studente universitario che assista alle lezioni di relatività generale il mattino e a quelle di meccanica quantistica nel pomeriggio non può che concludere che i professori sono citrulli, o hanno dimenticato di parlarsi da un secolo: gli stanno insegnando due immagini del mondo in completa contraddizione».
La prima concezione interpreta l’universo all’insegna dell’ordine, ritenendo che esso si muova seguendo precise e ordinate leggi fisiche che sono il prodotto di forze tra loro finemente sincronizzate, di modo che non vi è nulla di casuale ma tutto procede secondo una precisa necessità fisica. La necessitas alla guida del tutto, che per Einstein corrisponde ai principi matematici delle leggi della fisica, venne teorizzata fin dall’antichità e fu denominata anànchè dai greci, fatum dai latini, Karman dagli hindu e dai buddisti, mentre per i monoteismi corrisponde al Dio unico e personale che vede, prevede, provvede ed il cui disegno inevitabilmente si compie.
La seconda concezione, oggi maggioritaria in Occidente, considera all’opposto il mondo come generato dal caso e governato dalla contingenza: in esso non c’è nessun principio, nessun senso, tanto meno uno scopo, se non un’enorme quantità di energia che genera e fa degenerare ogni ente, la quale era caos, è ancora caos e sempre caos rimarrà.
Scrivendo al fisico Max Born, Einstein riassumeva così lo stato dell’arte: « Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi tra di loro. Tu ritieni che Dio giochi a dadi col mondo; io credo invece che tutto ubbidisca a una legge, in un mondo di realtà obiettive che cerco di cogliere per via furiosamente speculativa. Lo credo fermamente […]. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualità, anche se so bene che i colleghi più giovani considerano questo atteggiamento come un effetto di sclerosi. Un giorno si saprà quale di questi due atteggiamenti  istintivi sarà quello giusto».
Quel momento auspicato da Einstein finora non è ancora arrivato e al momento non rimane che fare i conti con l’inconciliabilità teorica tra teoria della relatività e meccanica quantistica.

Brano tratto da Il coraggio di essere liberi di Vito MANCUSO

 
Viaggiando tra le stelle PDF Stampa
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Viaggiare nello spazio, visitando pianeti appartenenti ad altri sistemi solari con meravigliose vedute e splendide civiltà, è un tema affascinante che è sviluppato in molti romanzi di fantascienza.

Anche gli scienziati non sembrano negare che un giorno, tutto questo sarà possibile. Personalmente non ho mai letto un articolo scientifico che eliminasse questa possibilità. Per questo motivo nei prossimi paragrafi cercheremo di esaminare come sarebbe realizzabile un progetto di navigazione tra le stelle.

Per primo, vogliamo analizzare quali sarebbero le limitazioni di una nave spaziale progettata con il massimo che la scienza potrà mai offrire. Questa astronave userebbe un motore che emette il propellente quasi alla velocità della luce (motore ionico) e come sappiamo questa velocità non può essere superata. Per quanto riguarda la velocità finale, quindi, qualsiasi tecnologia futura non potrà

offrire niente di meglio.
Nella figura seguente è rappresentata un'astronave con motori ionici, cioè motori che accelerano le particelle dell propellente fino circa alla velocità della luce.

Questi motori, che richiedono un lungo tempo (mesi) per raggiungere la velocità finale, forniscono la massima propulsione.

E' importante tenere in considerazione che, fermare l'astronave dopo che ha raggiunto la velocità finale, richiede la stessa quantità di energia o propellente. Se poi si vuole ritornare sulla Terra, l'operazione di accelerazione e riduzione della velocità deve essere ripetuta. In questo caso, solamente 1/4 del propellente potrà essere usato per raggiungere la velocità finale, durante la spedizione e inoltre un quarto della velocità della luce potrebbe esser raggiunto se il peso del propellente costituisse il 100% del peso totale della nave spaziale. Ovviamente questo non è possibile perché, per la lunghezza del viaggio, la parte abitabile dell'astronave dovrà essere spaziosa e finirà col pesare almeno quanto il propellente. Tutto questo ridurrebbe la velocità finale a un ottavo della velocità della luce. Se teniamo in considerazione l'efficienza dei motori, possiamo dire che anche nei migliori dei casi, la massima velocità possibile per compiere il viaggio non supererebbe un decimo della velocità della luce.

Ora che abbiamo progettato questa meravigliosa astronave, capace di viaggiare a un decimo della velocità della luce, dobbiamo scoprire quali nuovi orizzonti si vengono ad aprire per la nostra avventura spaziale.

La stella più vicina da visitare è l'Alfa Centauri a una distanza di 4.2 anni luce. Purtroppo questo sistema solare è composto di tre stelle differenti e non ci sono pianeti da visitare. Il successivo sistema solare è Tau Ceti alla distanza di 11.8 anni luce. Questa stella, con circa il 78% della massa del sole, ha cinque pianeti nella zona abitabile e sarebbe ideale farne la meta di un viaggio di esplorazione. Usando la nostra astronave, il viaggio di andata e ritorno impiegherebbe 240 anni. Questo sarebbe l'equivalente di circa otto generazioni e quindi la longevità dell'uomo non è compatibile con le avventure spaziali. Senza prendere in considerazione tutti gli altri problemi, come la manutenzione delle macchine e dei viaggiatori, è evidente che la navigazione tra le stelle rimarrà un soggetto solamente per la fantascienza.

 

Marcello VENEZIANO

 
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