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Giovedì 17 Settembre 2009 21:54 |
 Anche se la domanda come funzioni il placebo (NdR-Farmaco terapeuticamente inattivo, il cui effetto è basato sulla sola suggestione psicologica) è stata sostanzialmente ignorata dalla medicina, recentemente alcuni ricercatori tradizionalisti hanno rivolto l'attenzione a questo punto. I risultati delle ricerche rivelano che non erano soltanto le strampalate cure ottocentesche a favorire l'effetto placebo, ma anche la sofisticata tecnologia della medicina moderna, compreso il più "concreto" degli strumenti: la chirurgia.
Uno studio della Baylor School of Medicine pubblicato nel 2002 sul New England Journal of Medicine ha valutato gli interventi chirurgici su pazienti affetti da gravi dolori alle ginocchia. Il principale autore dello studio, il dottor Bruce Moseley, "sapeva" che la chirurgia del ginocchio aiutava i suoi pazienti: «Tutti i bravi chirurghi sanno che in chirurgia non esiste l'effetto placebo», ma lo studio mirava a stabilire l'aspetto più efficace dell'intervento chirurgico.
I pazienti vennero divisi in tre gruppi. Nel primo, Moseley raschiò la cartilagine del ginocchio danneggiata. Nel secondo, mise a nudo l'articolazione, eliminando del materiale ritenuto la causa dell'infiammazione. Entrambi sono interventi classici per la cura dell'artrite al ginocchio. Il terzo gruppo fu sottoposto a un "finto" intervento. Il paziente venne anestetizzato, Moseley fece tre incisioni di routine, e parlò e agì come avrebbe fatto durante un vero intervento, spruzzò persino dell'acqua salata per simulare i suoni del lavaggio del ginocchio. Dopo quaranta minuti, ricucì le incisioni come se avesse completato l'intervento. Ai tre gruppi venne prescritta la stessa terapia postoperatoria, compreso un programma di rieducazione.
I risultanti furono sorprendenti. È vero che i pazienti sottoposti a vero intervento chirurgico migliorarono, com'era lecito aspettarsi, ma il gruppo placebo migliorò esattamente come gli altri due! Nonostante si eseguano 650.000 interventi chirurgici all'anno per l'artrite al ginocchio, a un costo di circa 5.000 dollari l'uno, per Moseley i risultati parlavano chiaro: «La mia abilità di chirurgo non ha svolto alcun ruolo su questi pazienti; l'intero beneficio dell'intervento chirurgico per l'osteoartrite del ginocchio è dovuto all'effetto placebo». I notiziari televisivi dimostrarono vividamente i sorprendenti risultati riprendendo i pazienti del gruppo placebo che camminavano e giocavano a basket, facendo cioè cose che affermavano di non poter fare prima dell'"intervento chirurgico". Per due anni, il gruppo placebo ignorò di avere subito un finto intervento. Un membro del gruppo, Tim Perez, che prima dell'intervento doveva camminare appoggiandosi a un bastone, ora gioca tranquillamente a basket con i nipoti. Intervistato al Discovery Health Channel riassunse il tema di questo libro dicendo: «In questo mondo tutto è possibile se vi applicate la mente. Io so che la mente può davvero fare miracoli».
Il brano è stato tratto dal testo ‘La biologia delle credenze’ di Bruce LIPTON |
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Sabato 17 Gennaio 2009 10:37 |
Anni fa ho trascorso buona parte della Settimana del Libro a girare per librerie in compagnia di un somarello di nome Rosina. Sono stato a Napoli, nella Galassia Gutenberg, a Roma, nel centro commerciale di Cinecittà Due, e a Milano, nell’Ottagono in Galleria. Dovunque ho provato a fare un esperimento scientifico: ho posto sul tavolo, a un metro di distanza dal muso della povera bestia, un libro e una carota, e, incredibile a dirsi, Rosina ogni volta si è fiondata sulla carota.
I presenti ridevano di cuore e nessuno si rendeva conto che stavo parlando proprio di lui, dell’uomo che non ha mai letto un libro, ovvero di due terzi dei nostri compatrioti. La maggior parte degli italiani, infatti, la sera, dopo cena, tra un buon libro e una carota televisiva, sceglie sempre, inevitabilmente, la carota, anche quando questa non è di prima qualità.
Ma perché bisogna leggere? Perché tra un lettore e uno spettatore televisivo la differenza è abissale. Quando si legge un libro infatti, per quanto bravo possa essere stato l’autore, le informazioni che ne riceviamo sono sempre incomplete. Supponiamo, per esempio, che io stia leggendo Delitto e castigo, ebbene, la faccia dell’usuraia Alena Ivanovna, il vestito di Raskolnikov, il vociare ubriaco di Marmeladov, la tappezzeria gialla della stanza del delitto e il grigiore plumbeo del cielo di San Pietroburgo debbo sempre immaginarmeli io, e questo mi fa crescere la fantasia, mi allarga l’anima, mi fa vivere una seconda vita.
Lo spettatore di una telenovela, invece, non deve sottoporsi a nessuno sforzo. Tutto gli viene servito, direttamente in poltrona, nei minimi particolari: le facce, gli ambienti, i gesti, le voci. Lui può restarsene passivo, immobile come una statua, davanti al televisore, e la sua immaginazione ha tutto il tempo per riposare.
La televisione è dunque il nostro nemico? Non sono così irriconoscente da dichiararlo (in particolare io che debbo quasi tutto al tubo catodico). Il problema piuttosto sta nella misura: due ore al giorno sono stimolanti, cinque ore letali.
Le mie riflessioni vanno indirizzate in particolar modo ai genitori. Fate in modo che i vostri figli imparino a leggere e vi accorgerete che la loro vita cambierà da così a così. Come già detto, la povertà del futuro sarà l’ignoranza, e le differenze sociali degli anni a venire saranno stabilite, più che dal denaro, dalla cultura di chi sa qualcosa e di chi non sa niente. D’altronde la fantasia, al pari dei muscoli, se non viene esercitata si atrofizza.
La mente ha bisogno di libri così come il corpo ha bisogno di proteine, e dal momento che all’inizio il leggere è sul serio una “fatica”, che si usino pure tutti i generi di lettura, anche quelli considerati minori, per abbattere il muro della pigrizia: magari i fumetti, Salgari, Liala, Agatha Christie, Simenon, e perché no, anche De Crescenzo. Più volte, infatti, mi sono definito una di quelle scalette di soli tre gradini che si trovano nelle biblioteche: modeste nelle dimensioni, ma indispensabili per poter prendere i libri che si trovano più in alto.
Il brano è stato tratto dal testo Il caffè sospeso di Luciano DE CRESCENZO |
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Giovedì 15 Ottobre 2009 22:02 |
In a zoo in California , a mother tiger gave birth to a rare set of triplet tiger cubs.
Unfortunately, due to complications in the pregnancy, the cubs were born prematurely and due to their tiny size, died shortly after birth.
The mother tiger, after recovering from the delivery, suddenly started to decline in health, although physically, she was fine. The veterinarians felt that the loss of her litter had caused the tigress to fall into a depression. The doctors decided that if the tigress could surrogate another mother's cubs, perhaps she would improve.
After checking with many other zoos across the country, the depressing news was that there were no tiger cubs of the right age to introduce to the mourning mother. The
veterinarians decided to try something that had never been tried in a zoo environment. Sometimes a mother of one specie s will take on the care of a different species. The only 'orphans' that could be found quickly, were a litter of weanling pigs.
The zoo keepers and vets wrapped the piglets in tiger skin and placed the babies around the mother tiger. Would they become cubs or pork chops?
Photos and article have been provided from Kathleen McKee |
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Venerdì 27 Marzo 2009 22:15 |
 Il termine “Ergonomia” deriva dalle parole greche “Ergon” (lavoro) e “nòmos” (regola, legge).
E’ stata usata per la prima volta da Woiciech Jastrzebawski in un giornale polacco nel 1857.
Il termine è stato ripreso nel 1949 da Murrell, che lo utilizzò per descrivere le linee guida nel design dei prodotti, servizi o ambienti rispondenti, alle necessità dell’utente.
L’ergonomia, come attività di ricerca della comunità scientifica, nasce ufficialmente quindi nel 1949, con la creazione della prima associazione di ergonomia in Gran Bretagna e il primo congresso di ergonomia (S.I.E), Società Italiana Ergonomia.
L’ergonomia ha come oggetto l’attività umana in relazione alle condizioni ambientali, strumentali e organizzative in cui si svolge. Infine è l’adattamento di tali condizioni alle esigenze dell’uomo, in rapporto alle sue caratteristiche e alle sue attività. Nata per studiare e fare rispettare nella progettazione una serie di norme che tutelano la vita del lavoratore e accrescono l’efficienza e l’affidabilità dei sistemi uomo-macchina, l’ergonomia ha allargato il proprio campo di applicazione in funzione dei cambiamenti che sono sopravvenuti nella domanda di salute e benessere. L’obiettivo attuale è quello di contribuire alla progettazione di oggetti, servizi e ambienti di vita e di lavoro, che rispettino i limiti dell’uomo e ne potenzino le capacità operative.
Le fasi principali dell’ergonomia potrebbe essere tre. La prima fase del secolo scorso, vede la sua nascita nei paesi anglo-sassoni, ed è la fase iniziale di meccanizzazione dei grandi processi produttivi prevalentemente industriali, si caratterizza in particolare per la ricerca di antropologia e fisiologia che forniscono linee guida per l’analisi e la progettazione del posto di lavoro, per modellarlo sulle misure e le caratteristiche fisiologiche dei lavoratori.
In una fase successiva, che potremmo definire come una seconda fase (fine anni ’40), la tecnologia sgrava progressivamente l’uomo dalla fatica fisica, svolgendo automaticamente il processo di lavoro. L’attenzione si sposta dal carico muscolare a quello percettivo.
Infine c’è la terza ed ultima fase che è caratterizzata dalla progressiva automazione dei processi di lavoro che porta la macchina ad assumere una parte rilevante del trattamento dell’informazione.
In questa fase assume sempre maggiore importanza la conoscenza dell’uomo da un punto di vista psicologico.
Finora abbiamo visto cos’è l’ergonomia e le sue fasi di sviluppo, ma viene spontaneo chiederci chi erano i primi studiosi di ergonomia o meglio chi erano i primi ergonomi?
Erano antropologi fisici, fisiologi, medici del lavoro, psicologi, esperti di biomeccanica e di ingegneria industriale e architetti che applicavano le procedure proprie dei loro campi di provenienza allo studio del lavoro.
Nel 1961 videro la luce l’Associazione Internazionale di Ergonomia (I.E.A) e la S.I.E. (Società Italiana di Ergonomia).
Durante l’ultima riunione del Direttivo dell’IEA (International Ergonomics Association), San Diego, luglio 2000, è stata approvata la seguente definizione di ergonomia.
“Ergonomics, (o Human Factors) è quella disciplina scientifica che si occupa della comprensione della interazione fra l’uomo e gli altri elementi di un sistema, e quella professione che applica teoria, principi, dati e metodi di progettazione al fine di ottimizzare il benessere dell’uomo e la prestazione dell’intero sistema”.
ROBERTA PATI |
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