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Piacere e piacersi PDF Stampa
Utilità - Curiosità
Venerdì 03 Aprile 2009 21:45

E’ diventato ormai un tema costante di testate giornalistiche e di trasmissioni televisive ma anche e soprattutto dei discorsi di noi donne, delle nostre confidenze tra amiche: i disturbi alimentari.
Indipendentemente dall’età e dagli interessi di ciascuna, tutte in un qualche momento ci siamo “sentite grasse”, o avevamo tradotto nel “linguaggio del peso”, tutti i sentimenti che non siamo state in grado di esprimere direttamente e le cose importanti che non siamo riuscite a dire. Ci siamo sentite grasse e inadeguate quando ci siamo sentite sole, non capite, quando non abbiamo avuto in nessun modo la possibilità di poter esprimere le nostre più recondite preoccupazioni, emozioni o sentimenti. Il numero delle ragazze affette da anoressia o bulimia va sempre aumentando, mantenendo costanti dinamiche e problemi ad essi connessi. Sotto il bisogno di abbuffarsi, di vomitare , di stare a dieta o di digiunare c’è la vita quotidiana di ognuno di noi.
Capita spesso che noi donne, amiche o anche semplicemente conoscenti, parliamo per mettere in comune la nostra vita, condividiamo i dettagli, cerchiamo di dare sostegno a chi parla, a chi si confida con noi per fare sapere davvero come ci sentiamo e in quasi tutti i nostri discorsi troviamo un filo conduttore che ci accomuna.
Sembra che già nella preadolescenza, le ragazze si trovano di fronte a una scelta: possono rimanere quelle che sono, differenziandosi dalle loro amiche e rischiando così di poterle perdere o possono diventare come tutte le altre. Nel tentativo di omologarsi, cominciano a mettere da parte dei pezzi di se stesse. Da una parte ci sarà il vero Sé , più interno, che contiene tutti i pensieri e i sentimenti che la società dice di non esprimere, come rabbia, gelosia; dall’altra il falso Sé, l’involucro esterno che creano per mostrare agli altri le qualità e le reazioni che la società si aspetta da loro.
Le ragazze ricevono costantemente messaggi ambivalenti sulle cose a cui danno valore e che sanno essere vere di se stesse, come se non potessero andare d’accordo con ciò che la società si aspetta da loro, primo tra tutti i tipi di bellezza che quasi nessuna può incarnare.
La ragazza perfetta è Barbie: alta , magra, bionda, bianca, bella, competente, sicura di sé, indipendente, giovane, atletica, sexy e potente. Il modello di perfezione che viene presentato loro è un modello unidimensionale, che non ha nessuna delle meschinità, delle insicurezze, degli stress e degli alti e bassi della vita reale. Trattandosi di un modello irraggiungibile, nonostante i loro sforzi le ragazze finiscono inevitabilmente per sentirsi in qualche modo sbagliate. Dato che nessuno dei valori e nessuna delle qualità che rappresentano la vera cultura femminile hanno un rimando positivo dalla società, imparano molto presto a svalutare se stesse.
Per una ragazza è quasi impossibile diventare adulta senza preoccuparsi del peso, senza ambivalenze nei confronti del cibo, senza mai giustificarsi per ciò che mangia.
E’ difficile non farci sedurre dal miraggio di essere magre e dall’idea che, se solo ci impegniamo abbastanza, potremmo cambiare la forma del nostro corpo.
La nostra società vede male il grasso. Per questo, sentirci grasse equivale a dire :”il mio corpo non mi piace”, e questo in realtà significa:”non mi piace come sono”.
I disturbi alimentari insorgono quando i comportamenti che ruotano intorno alla preoccupazione per cibo e peso diventano ossessivi, al punto che qualunque cosa una ragazza faccia, e tutte le sue emozioni, sono determinate da ciò che ha o non ha mangiato quel giorno.
Il disturbo una volta avviato fa sì che non è il cibo la causa del problema. Esso diventa il punto intorno al quale ruotano comportamenti che sono indotti in primo luogo da bisogni psicologici.
Insomma bisognerebbe dire che tutti abbiamo bisogno di sentirci in grado di controllare le situazioni, di avere un po’ di ordine e sicurezza nella vita.
E allora cerchiamo di dare voce ai nostri bisogni, alle nostre insicurezze e fragilità ed esaltiamo la nostra femminilità con i nostri difetti facendoli amare ed accettare prima a noi stesse e poi a chi ci sta accanto.
 
ROBERTA PATI
 
Cambiare il Mondo? E’ possibile? PDF Stampa
Utilità - Curiosità
Venerdì 10 Aprile 2009 22:04

di Antonio ALBINO

Per cercare di cambiare l'ambiente del pianeta dal punto di vista sociale si è pensato anche alla cosiddetta geniocrazia. Sostituire la forma di governo 'attualmente' ritenuta più avanzata (naturalmente la democrazia),  costituisce un’idea ‘geniale’ ma secondo me è molto difficile da realizzare perché mancano gli strumenti per accertare oggettivamente la <genialità>. Si è visto ormai che i test di rilevamento del QI sono insufficienti ad accertare tutte le qualità intellettive dell’individuo. Pertanto bisogna ricorrere ad altri metodi. Ciò che ritengo più fattibile è lo sfruttamento di quel mezzo estremamente potente nel campo dei mass-media rappresentato da Internet per elevare il livello culturale dell’umanità; cosa che permetterebbe indubbiamente perlomeno di migliorare la qualità della vita nel mondo.
Abbiamo questa ‘ragnatela’ a nostra disposizione con una potenzialità praticamente illimitata, ma purtroppo riservata ad una parte piuttosto limitata dell’umanità. Si tenga comunque presente che tale parte costituisce quella che è in grado di condizionare in misura notevole, ‘anche’ per sudditanza psicologica, la parte rimanente. Pertanto per cambiare il mondo, in senso positivo naturalmente, è possibile "imporre" un valore fondamentale ovvero quello della cultura e dell’istruzione in maniera che permettano di aumentare l’apertura mentale delle genti e non solo il loro livello nozionistico. E’ dimostrato che il livello culturale migliora l’uomo sotto tutti gli aspetti in particolare per quanto riguarda l’ampiezza delle vedute intellettuali. Una dimostrazione dell’assunto è costituita dal fatto che gli ebrei rappresentando solo circa il 3% della popolazione degli USA riescono a vincere premi Nobel con una percentuale di circa il 20% rispetto agli altri vincitori americani. Naturalmente la cosa è spiegabile prevalentemente con il fatto che di livello di istruzione e culturale (in questo caso visto ovviamente come apertura mentale) gli Ebrei americani ne posseggono in proporzioni notevolmente superiore a quello degli altri connazionali. Questo soprattutto perché le Sinagoghe oltre che luoghi di culto sono e lo erano fin dall’antichità anche centri d’istruzione e formazione per le masse di fedeli (fedeli che rappresentano la grande maggioranza del popolo ebraico).
Pertanto (associando la cultura alla qualità ed alla bontà della vita) per cercare di migliorare l’umanità, per cambiare il mondo, bisogna puntare ad ‘imporre’ un nuovo grande valore (possibilmente come status symbol) il livello culturale appunto; questo in tutti i campi; in particolare in quello umanistico ovvero in quello della filosofia la cui etimologia è non a caso <amore della conoscenza>, della psicologia per comprendere meglio il nostro animo e dopo un accordo unanime anche nell’ambito della Teologia delle Religioni per comprendere le basi razionali del Credo, chiedendo venia al Buddismo. Quest’ultima Religione pur essendo una delle più avanzate sul piano sociale e spirituale (si prefigge fra l’altro di conseguire la felicità su questo mondo) non vede il ‘riconoscimento’ di un Ente superiore come una necessità assoluta.
Naturalmente l’acquisizione del nuovo status symbol andrebbe incentivata in maniera morale, spirituale ed anche materiale; questo, per i primi due punti, sarebbe compito dei mass media stimolati dai governi naturalmente. La cosa ci sembra piuttosto facile da ottenere se si facesse una campagna in modo da stimolare i politici a promuovere in definitiva la saggezza, perché nessuno avrebbe l’interesse ad opporsi (forse soltanto per i pochi Stati a regime comunista rimasti si porrebbe il problema ed in particolare, vista l’entità della popolazione e la lingua, per la Cina). Per quanto riguarda le risorse finanziarie credo che non dovrebbero sussistere problemi attingendo al pubblico ed al privato per organizzare lezioni/conferenze in Inglese (precedute da un corso di lingua propedeutico). Si dovrebbero anche organizzare dei test, naturalmente sfruttando sempre il web, superati i quali nel caso la gente lo volesse avrebbe diritto a  premi di varia natura a cominciare dai ‘libri’ passando per abbonamenti a ‘riviste culturali’ per finire al denaro. In questo modo il livello culturale delle genti che hanno a disposizione Internet crescerebbe notevolmente in tempi relativamente brevi, con possibilità di influenzare profondamente la restante parte dell’umanità: finirebbe la notte buia senza Luna né stelle dell’ignoranza per lasciar posto alla luce piena della cultura e dell’istruzione.
E così l’affascinante gioco di cambiare il mondo sembrerebbe potersi concludere con una grande vittoria dell’umanità; ma forse stiamo soltanto sognando.
 
Antonio ALBINO
 
Parliamo di Vincent Van Gogh PDF Stampa
Utilità - Curiosità
Venerdì 08 Maggio 2009 23:45

di Roberta PATI

“Mio caro Theo , non posso farci niente se i miei quadri non si vendono . Ma verrà il giorno in cui si vedrà che valgono più del prezzo del colore che ci metto, e della mia stessa vita”.
Quando si parla di Van Gogh, non si può non parlare anche della dicotomia genio-follia; indicando in quest'ultima il motore della pittura originale ed unica del grande artista olandese. Altri ritengono che Van Gogh dipingesse nei momenti di sanità e lucidità , e che la sua genialità non fosse connessa alla follia, dimenticata invece nei rapporti con alcuni membri della sua famiglia.
La sua personalità sembra plasmarsi quasi per contrasto in seno alla rispettabile e conformista famiglia borghese in cui ha in sorte di nascere e nell'ambiente di provincia chiuso e bigotto dove si trova a vivere , “La mia giovinezza è stata (....) tetra , fredda e sterile , scrive Vincent al fratello Theo in una delle centinaia di lettere a lui indirizzate. Particolarmente significative , tra le altre , le pagine scritte al fratello da Etten , piccolo centro olandese dove Vincent torna a vivere in famiglia per qualche tempo , nel 1881 , dopo una serie di esperienze fallimentari.
A Etten , il contrasto coi genitori esplode con violenza anche perchè favorito da un evento catalizzatore: Vincent che, come altre volte in passato e in futuro, si innamora della persona sbagliata.
Ed è del periodo olandese il dipinto che io personalmente trovo tra i più belli , tra i più espressivi:”I mangiatori di patate”, aprile 1885 , olio su tela.
Questa tela è il primo quadro  cui Vincent si riferisce definendolo dipinto , anzi in diverse occasioni è citato come “il dipinto”. Qualche tempo dopo, da Parigi , scriverà alla sorella Willemine: “penso che il dipinto dei contadini mangiatori di patate....rimane après tout il migliore di tutta la mia produzione”.
Questo dipinto non a caso è tra i miei preferiti , questi contadini sono “estremamente brutti , vecchi , rugosi , sgradevoli e perciò tanto più veritieri”.
Sui loro volti solcati dalla povertà e dalla fatica , c'è la disperazione della vita . Anche la scelta dei colori non è casuale , toni forti, scuri. Il colore esprime qualcosa di per se stesso , il colore viene usato in senso espressivo e non naturalistico.
 I mangiatori di patate , sono personaggi talmente pieni di espressione da assurgere al rango di icone sociali , simboli di un elevatezza etica benedetta da Dio , metafora che viene dalla fatica del quotidiano . La tavola è illuminata da una luce fioca , una piccola lampadina , che rende l 'ambiente anch 'esso cupo , ma anche essa sembra metafora di un qualcosa che va al di là , infatti scrive così Van Gogh a tal proposito : (.....) “al momento dipingo ....anche di sera alla luce della lampadina ...sino a quando riesco anche a malapena a distinguere i colori sulla tavolozza , e questo per capire il più possibile i particolari effetti prodotti dall'illuminazione notturna.....”
Il pittore dice anche :” ci ho voluto lavorare su in modo tale che chi lo guarda abbia l'idea che quella gente ....si stia servendo dal piatto con quelle stesse mani con cui ha zappato la terra”.
Di questo genio non ci sono eredi , almeno così credo personalmente , anche perchè dal canto suo Van Gogh non ha avuto allievi , non ha dato origine ad una scuola.
La bellezza e la potenza della sua arte era apprezzata da pochi amici: Emile Bernard , Camille Pissarro , Paul Gauguin , Henri de Touluose-Lautrec. Van Gogh è stato definito dalla critica un solitario che dialoga con la propria opera privilegiando decisamente l'espressione di sé piuttosto che l'impressione: il suo scopo è far emergere qualcosa che sta dentro l'artista più che nell'oggetto della rappresentazione.
Questo pittore così apparentemente complesso e folle , ma solo e sensibile o lo si ama da subito o lo si odia , ha proposto una visione dell'arte tutta personale , come “segno” indelebile della propria anima tormentata. Un talento in costante equilibrio tra genio e follia , ma capace di dare vita ad opere come dei veri e propri capolavori donati all'umanità , e soprattutto capace di averci regalato grandi emozioni attraverso le sue opere.
 
ROBERTA PATI
 
Destino o imprevedibilità della vita? PDF Stampa
Utilità - Curiosità
Venerdì 19 Giugno 2009 22:07

… GUSTA OGNI ATTIMO,
 OGNI EMOZIONE, OGNI ISTANTE,
 OGNI PERSONA CHE TI CAPIRA’ NELLA VITA..MOMENTI, ATTIMI E ISTANTI IRRIPETIBILI..PERSONE INDIMENTICABILI… SENTIMENTI PROFONDI E INDELEBILI…L’EMOZIONE, L’AMORE, LA GELOSIA, L’AMICIZIA, TANTI SORRISI E NON MANCHERANNO LE LACRIME…E’ IL BELLO DELLA VITA …NON SAI MAI CHE CARTA TI CAPITERA’ NELLA PROSSIMA MANO MA DEVI GIOCARE…
 
Ieri una mia carissima amica mi ha inviato questo messaggio, da trasmettere  a chiunque almeno una volta  mi abbia regalato un sorriso. In un primo momento ho pensato ai soliti messaggi che si inviano senza uno scopo preciso, invece successivamente nell’arco della giornata mi sono ritrovata a pensarci su molto profondamente.
Chiamatelo destino o imprevedibilità, ma la vita è anche questo. La vita è davvero una partita, dove non si scoprono mai prima le carte a meno che non ci sia un falso gioco o un traditore. Ma potremmo dire che è un caso di imprevedibilità del gioco o un destino del giocatore? Ci sono quei momenti o anche quelle giornate, quando tutto ci sembra inevitabilmente avviato verso il declino anzi verso il fallimento totale, in cui ecco che accade qualcosa di magnifico, di inspiegabile, un tocco magico regalatoci proprio dalle imprevedibilità. E allora sì che ci sentiamo nuovamente vivi, ecco che quelle imprevedibilità trasmettono nuovi stimoli che giungono dritti fino al cuore.
Anche se alcuni lo chiamano destino, altri fatalità o imprevedibilità, le carte della vita sono sconosciute a noi comuni mortali; ma proprio perché è l’imprevedibile a governarla, la vita diventa qualcosa di grande, dove regnerebbe  solo la monotonia di eventi insignificanti e scontati se tutto fosse prevedibile. Credo che non si riesca a dare una spiegazione razionale alla maggior parte degli avvenimenti della nostra vita; potremmo dire solo che alcune episodi ci troviamo ad affrontarli non per caso ma con l’ausilio dell’esperienza. Capita comunque che quando qualcosa non va per il verso giusto o quando ci accade un brutto episodio, diciamo che era “destino” che andasse così. Quando invece ci va tutto nella maniera migliore possibile, allora siamo portati a dire che è tutto merito delle nostre capacità. La nostra vita non è un programma stabilito da seguire ogni giorno, ma spesso ci sorprende e frequentemente ci scuote, positivamente o negativamente ma ci scuote. L’imprevedibilità del gioco-vita, sta anche quando s’incontra una persona giusta al momento giusto, quando ci si innamora inaspettatamente, quando si trova qualcosa di importante dopo aver perso tutte le speranze, quando si riceve una telefonata o un messaggio inaspettato, la posta in gioco è sempre alta ma vale la pena giocare...
 
ROBERTA PATI
 
Siamo fatti anche di elettroni e bit? PDF Stampa
Utilità - Curiosità
Giovedì 27 Agosto 2009 21:12

 

Oggigiorno c’è da porsi la domanda riportata come titolo dell’articolo, visto che la prima cosa che facciamo al mattino è raderci la barba con un rasoio elettrico, ultrasottile per evitare che occupi troppo spazio nell’armadietto del bagno, dove sono presenti anche lo spazzolino elettronico, l’auto-depilatore soft, l’asciugacapelli modulato a 6 velocità, lo strumento automatico per la misura della pressione arteriosa, il dispositivo elettro-meccanico per l’aerosol, etc, etc.
Naturalmente dopo che abbiamo aperto la porta del box automaticamente col telecomando multifunzione, siamo pronti per diventare piloti della nostra auto, sfruttando naturalmente l’accensione elettronica ed attivando l’autoradio o il lettore di CD e/o DVD tenuti ad alto volume per coprire i rumori del traffico. Dopo un tragitto più o meno lungo, naturalmente con l’inserimento dell’antifurto elettronico, siamo pronti a recarci a prendere il caffè sfruttando la macchina distributrice automatica, perché in casa occorre troppo tempo per prepararselo, ma niente paura la società dei consumi sta già provvedendo per dotarci in real time di splendide personal coffee machine.
Finalmente in ufficio davanti ad un notebook, un PC, una work station in funzione del ruolo che si ricopre. A secondo della sua importanza è chiaro che ci compete un monitor a cristalli liquidi o un monitor con tubo a raggi catodici di quelli che affaticano di più la vista. E poi tutto il giorno a secondo dei gusti a combattere o a giocare con Windows, Word, Excel, Outlook e così via, senza staccarsi dal mouse  per rispondere al telefono della scrivania, che purtroppo ancora non è digitale. Ma è nell’intervallo o pausa pranzo che possiamo riprendere in mano la situazione sfruttando il cellulare, dopo aver esaminato le varie voci della rubrica, dando la precedenza alle amiche e poi ai figli. Comunque attualmente il cellulare è praticamente un telefono-computer compatto,ovvero uno smart-phone, per cui la pausa non è realmente tale perché non ci libera dalla ‘schiavitù’ dell’elettrone e dei bit.
Nel pomeriggio, sperando invano che ci sia qualche riunione di lavoro che ci permetta di ammirare qualche collega piacente, continuiamo a passare il nostro tempo contornati di orologi marcatempo, di telecamere che consentono alla direzione di controllare la situazione in maniera che si continui a spendere la maggior parte del tempo dialogando con i computer anziché con i colleghi. Il dialogo naturalmente si deve svolgere col Web perchè il rapporto con la macchina deve essere saldo, senza spreco di interfacce umane. Alla fine della giornata lavorativa siamo quindi pronti per tornare a casa ben documentati sulle news del giorno a mezzo naturalmente il WWW. In pratica arriviamo a casa ‘pronti’ per la cena, perché per manifestare il nostro attaccamento al lavoro e al computer, in Italia è costume fare ‘regolarmente’ qualche ora di ‘straordinario’ che forse vista la regolarità sarebbe meglio definire come Extra Time.
La cena viene naturalmente consumata davanti al televisore digitale per sentire quello che Berlusconi pensa delle news del giorno, prima di dedicarsi allo zapping per la scelta del film da vedere visto che non c’è stato tempo di leggere i programmi televisivi della giornata. Ovvialmente negli intervalli pubblicitari siamo pronti a correre davanti al frigorifero per metterlo a soqquadro per ‘spegnere’ la fame nervosa che chissà per quale motivo ci assale. Qualche pasticchetta per conciliare un purtroppo non lungo sonno e poi l’indomani siamo pronti per riprendere la nostra vita in questa giungla elettronica, che non ci concede tregua neppure nei week-end. Perchè per mantenerci in forma le passeggiate sono troppo dispersive dal punto di vista temporale, meglio qualche palestra con tapis roulant e cyclette, elettroniche naturalmente per tenere sotto controllo la pressione arteriosa ed i battiti cardiaci, mentre inviamo qualche SMS. E finalmente le ferie con ‘code intelligenti’, con navigazione satellitare e soprattutto con tanta voglia di riprendere la normale routine che non ci costa quello che ci costano le ferie e ci assicura una vita con una sana ‘electronic competition’ con i colleghi. Questo senza perdite di tempo a leggere il giornale di carta stampata sotto l’ombrellone, magari nella ‘solita’ Sardegna, perchè non siamo riusciti, neanche quest’anno a spingerci fino alle Maldive o alle Seychelles, che non abbiamo ammirato solo in cartolina, come si diceva una volta. ma solo sul Web.



Antonio ALBINO
 
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