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Chysler's Sergio Marchionne: The Turnaround Artista PDF Stampa
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Martedì 03 Gennaio 2012 21:12

Whenever Sergio Marchionne talks about his latest calling — fixing auto companies written off as basket cases — he doesn't sound anything like most auto types. For a start, he's a lawyer and an accountant rather than a car engineer, and instead of getting bogged down in long discussions about the merits of one particular type of engine or gearbox, he likes to talk about Apple.

Since he took over as chief executive of Italy's Fiat in 2004, the chain-smoking Canadian Italian has used Apple as a model, focusing on the way Steve Jobs transformed it from an also-ran computer company into a global icon of cool. He encourages Fiat managers to take a close look at Apple's branding prowess and even asks them to benchmark their activities against the company. His biggest success at Fiat is the 500 — a tiny, very cool 21st century version of a 52-year-old Italian icon once driven by movie stars such as Marcello Mastroianni and Sophia Loren — which Marchionne calls "our iPod."

All this has a touch of Italian hyperbole, but the point is a serious one as Marchionne, 57, tackles his next big challenge: Chrysler. For at Chrysler, he's moving, just as he did at Fiat, to restructure the organization, overhaul production, revamp the lineup, motivate a beaten-down workforce and deal with prickly shareholders — this time including the U.S. Government.

If Marchionne is to succeed, he needs above all to reposition Chrysler from maker of clunky, overpowered gas-guzzlers to purveyor of must-own, energy-efficient vehicles. "The challenge for Fiat Chrysler is to move away from popular products and into 'pop' products, full of cool environmental technology and on the right side of history," says Carlo Alberto Carnevale, a professor of strategic management at Bocconi University's business school in Milan and a close watcher of Fiat. "In that sense, it's the same bet as Steve Jobs'. That's why Marchionne uses that metaphor."

The jazz-loving Marchionne, who left Italy as a teenager to move to Canada and for a while lived just across the river from Detroit, is not a micromanager. He declined to be interviewed, but in a first-person account of the Fiat turnaround published in Harvard Business Review, he talked about how he had abandoned the "Great Man model of leadership" that long characterized the Italian firm. Fiat's Great Man was the late Gianni Agnelli, grandson of founder Giovanni, whose family was nothing short of Italian industrial royalty and still controls the firm.

Marchionne has no such regal aspirations. He doesn't even own a soccer team. He's not a flashy dresser, sporting casual, open-necked shirts and spending his free time quietly with family by Lake Geneva. He's at the firm to manage Fiat, not rule it. "My job as CEO is not to make decisions about the business but to set stretch objectives and help our managers work out how to reach them," he wrote. It worked at Marchionne's previous job, as head of a Swiss inspection and verification company called SGS.

Marchionne's most interesting challenge is that Chrysler's new owners, postbankruptcy, are his employees — the United Auto Workers, which holds a 55% stake through its retiree trust fund. His other bosses include the U.S. and Canadian governments, which hold 8% and 2%, respectively. Fiat will start with a 20% stake, which could reach 35% if Chrysler succeeds. "Politics and unions are Marchionne's biggest risks," says Carnevale. "Having politicians on the board of directors will require very complex management."

So what's his strategy? Marchionne is likely to hew closely to the playbook he used to revive Fiat. On June 10, the day Fiat sealed the deal, he announced a thorough organizational revamp. From now on, each of the four individual brands — Chrysler, Jeep, Dodge and Mopar (which makes parts) — will be distinct business units responsible for profit and loss. He also reached deep into the ranks, bypassing the engineers and putting a younger, energetic generation of managers with marketing experience in charge of the brands. "That's a mirror image of what he did at Fiat," says a longtime Fiat executive. Next up: installing Fiat production platforms at Chrysler plants and using Fiat's sales network to sell Jeeps and other Chrysler models around the world.

If Marchionne gets mirror results, he'll make two governments and a union very happy. Fiat's auto unit, after 17 consecutive quarters of losses, finally turned a profit in 2005. The time to market for its cars has dropped from four years to 18 months.

In his first memo to Chrysler employees, Marchionne talked about that record. "Five years ago, I stepped into a very similar situation at Fiat. It was perceived by many as a failing, lethargic automaker that produced low-quality cars and was stymied by endless bureaucracies," he wrote. Giving his version of the turnaround — hard 
 work, tough choices, heavy investment and a culture "where everyone is expected to lead" — he promised that "we can and will accomplish the same results here." Even if Fiat doesn't become the next 
 Apple, everyone from the President to the survivors on the Jeep shop floor are hoping that he's right.

With reporting by Joe Szczesny from Time magazine

 
La propaganda rimbecillisce PDF Stampa
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Domenica 28 Agosto 2011 20:25

Il pubblico è stupido? Adolf Hitler pensava di sì. Ed effettivamente la sua carriera si basò sulla stupidità del pubblico tedesco. Cosa sorprendente, Hitler ammetteva che questa è stata la base di partenza della sua carriera. Nel suo libro, “Mein Kampf”, scrisse che i marxisti del suo tempo erano i maestri della propaganda politica. In altre parole, erano i suoi maestri. Per quanto riguarda i moderati e i conservatori, Hitler disse che “L’uso corretto della propaganda è rimasto praticamente sconosciuto ai partiti borghesi”.

La propaganda, diceva Hitler, doveva essere diretta contro le masse. E le masse, diceva, erano stupide. “Il contenuto della propaganda non è scienza”, dice Hitler. Il contenuto della propaganda, diceva, richiama “l’attenzione delle masse su certi fatti, processi, necessità, ecc.” ma questi fatti non hanno bisogno di essere veri. Uno potrebbe cominciare a parlare di riscaldamento globale, cosa che giustifica misure estreme. Uno potrebbe cominciare a dire che le foreste pluviali stanno morendo, e questo potrebbe essere un modo di aumentare il proprio potere mentre si privano degli individui di energia (per esempio elettricità). Voi affermate questi “fatti” anche se essi non sono dei fatti.

Questa è la base della propaganda. Che deve essere realizzata in modo abile, spiegava Hitler, “in modo che ciascuno sia convinto che il fatto sia reale, il processo necessario, la necessità effettiva, ecc.”. Si ha il dovere di provare qualcosa scientificamente? “Ogni propaganda deve essere popolare e il suo livello intellettuale deve essere commisurato all’intelligenza più limitata di coloro che sono fra i destinatari”, scriveva Hitler. Una propaganda che mira esclusivamente alle persone intelligenti non realizzerà niente. Se richiedete intelligenza, da parte del pubblico, se vi aspettate che salgano ad un livello più alto, sarete delusi.

“Più modesto è il suo bagaglio intellettuale”, spiegava Hitler, “più esclusivamente prende in considerazione le emozioni delle masse, più esso sarà efficace”. In altre parole, il pubblico è stupido e non pensa. Al contrario, si fida delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. Ma qual è il livello di intelligenza di un sentimento? È anche un errore, diceva Hitler, proporre una propaganda con molte sfaccettature. “La recettività delle grandi massi è limitatissima, la loro intelligenza è piccola e la loro capacità di dimenticare enorme”.

Dal momento che il pubblico dimentica così presto e così facilmente, la propaganda deve essere ripetuta spesso. Dovete stabilire un tambureggiamento virtuale di ripetizioni. “Ashcroft è un pericoloso estremista di destra” è qualcosa che dovete ripetere mille e mille volte. “I Repubblicani creano contrasti” sarebbe un’altra frase comunemente martellata.

Se guardate da vicino, queste idee sono assurde. Più che spesso, gli uomini che danno origine a questa propaganda sono loro stessi degli estremisti la cui propaganda divide la nazione secondo sesso e razza. Ma accusando gli altri di fare ciò che essi stessi fanno ogni giorno, si isolano dagli attacchi. Tutti gli occhi sono volti in un’altra direzione. La migliore propaganda dunque è semplice e ripetitiva. Dal momento che è ripetuta tanto spesso, diffonde e riceve rinforzo da tutti i gruppi dal momento che il pubblico stupido rigurgita ciò che ha appreso nei discorsi correnti.

“La grande massa di una nazione”, scrisse Hitler, “non è composta da professori di politologia o perfino d’individui capaci di formarsi un’opinione razionale”. Ciò che la propaganda favorisce non è il pensiero indipendente ma l’emozione di massa. Questa è la formula che portò Hitler al potere e lo rese popolare presso le masse germaniche.

Deve essere osservato che i punti di vista di Hitler per quanto riguarda la manipolazione delle masse non erano originali. Mentre molti leader ignoravano le scienze sociali, Hitler qualcosa aveva letto. Si dice che egli sia stato influenzato, nel suo pensiero, da uno dei principali uomini di scienza d’Europa, Gustave Le Bon. Fu Le Bon che scrisse il suo famoso trattato del 1895 sulla psicologia delle folle.

Hitler e Lenin, i dittatori che hanno fondato la Germania Nazista e la Russia Sovietica, hanno ambedue letto Le Bon ed hanno applicato le sue scoperte. Nello stesso tempo, con l’eccezione di Teddy Roosevelt, i leader occidentali non sono riusciti a fare altrettanto. Per conseguenza, i Paesi occidentali sono stati bombardati con successo con messaggi di propaganda anti-occidentale per molti decenni, ed essi hanno con successo massacrato le nostre istituzioni e le nostre idee, hanno distrutto i nostri imperi coloniali, lasciando irriconoscibile il panorama psicologico dell’Occidente.

Le Bon dice che il pubblico è stupido? Scrivendo a proposito delle folle, Le Bon non si riferisce soltanto ai grandi gruppi di persone riunite insieme. Egli si riferisce anche a qualcosa che chiama “una folla psicologica”. È stato Le Bon che ha per primo spiegato che l’intelligenza e l’individualità sono sommerse quando qualcuno aderisce ad un grande gruppo. Egli notò che “certe facoltà ne sono distrutte” e “la personalità cosciente svanisce”. Notò che le persone che si vedono fuse in un gruppo vedono le cose attraverso il filtro del gruppo. Essi divengono “capaci di percepire soltanto sentimenti semplici ed estremi”.

Secondo Le Bon una folla è altamente suggestionabile. In altre parole, aspetta di essere ipnotizzata. Hitler usava metodi simili all’ipnotismo, nei suoi discorsi. È stato perfino detto che egli “mesmerizzava” la gente. I sentimenti e i pensieri di una folla psicologica, scrisse Le Bon, “sono piegati nella direzione determinata dall’ipnotizzatore”.

In simili concezioni, la ragione non ha più nessun potere. Invece di dire al soggetto “hai sonno, hai sonno, hai sonno” l’ipnotizzatore può dire: “Il mondo sta diventando più caldo, più caldo, più caldo”. Hitler diceva che la colpa di tutto era “degli ebrei, degli ebrei, degli ebrei”. La propaganda comunista degli anni ’60 ripeteva, ancora e ancora, facendo rima in inglese,  l’affermazione: Ho, Ho, Ho Chi Minh! Il Viet Cong vincerà!”

Questa sorta di follia non può essere fermata. La propaganda non è la verità, spiegò Hitler. Con la propaganda, la stessa assurdità non è un ostacolo per il successo. “Non la verità ma l’errore è stato il fattore fondamentale nell’evoluzione delle nazioni, e la ragione per la quale il socialismo è così potente, oggi”, scrisse Le Bon.

J.R. Nyquist

Traduzione di Gianni Pardo

 
I like you so much better when you're stated PDF Stampa
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Domenica 26 Giugno 2011 17:43

Sono passate meno di 24 ore dall’approvazione del “Marriage Equality Act” (promessa mantenuta del governatore Cuomo, che rende valido il matrimonio tra coppie dello stesso sesso) nello Stato di New York. Meno di 24 ore in cui l’orgoglio dei newyorkesi ha colorato l’Empire State Building, riempito le strade, fatto esplodere twitter in un rincorrersi di proposte di matrimonio e manifestazioni di gioia trasversali. Quasi 24 ore e, sorpresa, il mondo sta ancora girando. Nessuna catastrofe, niente rane o cavallette, neanche un asteroide, nessun Noè impegnato a mettere gli animali sull’arca. Un po’ deludente, amettiamolo, ché a giudicare dalle promesse dei cattolici, ci si aspettava qualcosa di più spettacolare, qualche fulmine, un maremoto, una cosa un tantino più spaventosa di un sopracciglio aggrottato e un sottofondo di borbottii. New York (il sesto stato d’America, in ordine di tempo, ad essersi aperto alle nozze gay) ha vinto la sua battaglia contro la disuguaglianza, riconoscendo che il matrimonio è qualcosa di più di una semplice questione di sesso. E d’accordo, magari le coppie che tra un mese si sposeranno, tra due invocheranno il loro diritto al divorzio, ma è veramente importante? Non fa parte dell’evoluzione? L’uguaglianza non è anche potersi lamentare delle stesse cose? Il diritto di fare e disfare tutti allo stesso modo? E non bisogna essere illuminati, per vedere l’importanza di una simile possibilità, come non bisogna essere gay per augurarsi che questo sia solo il primo passo. Per augurarsi che si guardi anche noi, e non solo noi, a questa eletta superpotenza americana, e qualche volta per le ragioni giuste. Non sempre e solo per spartirsi la gloria di una guerra discutibile che non siamo neppure in grado di combattere o per invocare riforme scolastiche che non siamo capaci di imitare. Giriamoci a guardare, per una volta, come sono stati bravi ad affermare il diritto di stare con chi gli pare, se gli pare. Imitiamoli, per una volta, nella gentilezza che hanno mostrato per quel sentimento di cui tanto ci piace parlare, e di cui troppo spesso non capiamo il senso. Prendiamo un mappamondo e contiamo gli stati in cui scegliere di stare insieme “finché morte non ci separi” a prescindere dal sesso, è permesso. Pur guardando molto molto attentamente, mi sembra che l’unica cosa che possa succedere, sia l'eventualità di partecipare ad una serie di matrimoni a cui ora non siamo abituati, ma che comporterebbero lo stesso identico tipo di gioia e insofferenza che un matrimonio eterosessuale comporta: non ho niente da mettere; non mi fate piangere; bisognerà svegliarsi prestissimo; come sono belli/e insieme; si sposano tutti quando fa troppo caldo; quello/a si è vestito malissimo; non te li mettere i tacchi se non li sai portare; i capelli mi stanno sempre male; le scarpe mi stanno uccidendo; quanto manca?

 
"La rete non è Che Guevara, anche se si finge tale" PDF Stampa
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Lunedì 20 Giugno 2011 10:39

La rete è bella, bellissima, eccezionale. Ma “la rete”, è quello che i religiosi dicono della chiesa quando gli si fa notare che la chiesa sbaglia parecchio: è fatta di uomini. E allora “la rete” siamo noi che non riusciamo a comunicare, che ci sentiamo migliori degli altri, che ci vogliamo vicendevolmente insegnare a vivere. La rete è stata, tra le altre cose, la forza che ha spinto il referendum. La forza che l’ha vinto. La forza che, una volta avuto successo, non si è trovata altro da fare che criticare. Forse la rete è veramente di sinistra, e quindi litiga. Con gli altri e anche con se stessa. E, nel caso di specie, con quelli che hanno votato e quelli che non. Il mondo dei social network, sopra tutto e soprattutto, ha le sue regole che si ergono sulle solide basi di un giudizio che viene dall’idea di un consenso potenzialmente infinito. E allora bisogna stare attenti a come si parla, all’entusiasmo che si manifesta per una vittoria politica, alla speranza, alla disillusione. La rete è una trappola che tenderebbe ad arginare i sentimenti estremi, ma mentre prescrive una certa cautela nel manifestare gioia, concede di allontanarsi dalla misura, quando si tratta di odio e risentimento. L’alternativo (che si crede alternativo, ma per andare sempre contro ha fatto tutto il giro e adesso non sa più chi è), sul social network (che crede) alternativo, è quello che non deve mostrare entusiasmo mai, è quello che si indigna, è quello che “io da qua me ne vado”, ma sta sempre insieme a noi comuni mortali che ci arrabbiamo, critichiamo e odiamo questo paese, ma sappiamo anche godere di alcune vittorie, seppur piccole.

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Oh, bella, ciao... PDF Stampa
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Martedì 31 Maggio 2011 09:32

Una mattina, mi son svegliata ed era l’alba di una nuova era. La luce alla fine del tunnel? Un nuovo inizio? La fine del berlusconismo? Forse. Certamente qualcosa è cambiato. E ho usato le prime parole di un noto canto popolare, per pura generosità nei confronti degli sconfitti, perché so quanto li fa stare bene dare del comunista a chi non la pensa come loro, ma anche e soprattutto perché quando Alemanno è stato eletto nella mia città, ho visto e sentito cose che ora non potrei nemmeno ripetere. Comunque, dicevamo, qualcosa è cambiato. Milano, Napoli, ma non solo. La giornata di ieri ha atterrato il centrodestra come una ginocchiata nello stomaco. Quella sovranità popolare, che la nostra Costituzione garantisce, e che l’attuale Presidente del Consiglio ha sempre usato a suo piacimento, ha spintonato con decisione questo governo che va avanti a colpi di fiducia, mazzette e promesse. Sono andate a votare le tasche vuote e l’indignazione della gente; i giovani e la voglia di vivere in uno Stato che sia degno d’essere chiamato democratico; le donne e gli uomini stufi di essere insultati da un personaggio che perfino Neri Parenti troverebbe troppo volgare. Questa battaglia che i candidati del centrodestra hanno combattuto a colpi bassissimi, forse per particolari esigenze di statura fisica, politica e morale, non ha dato i frutti sperati. Eppure, onore al merito, si sono impegnati moltissimo: i monologhi a reti unificate; il giochino del “In tutto quello che diremo oggi, si nasconde una notizia vera. Scoprila! Telefonandoci avrai l’occasione di sostenere il tuo Premier, vincendo un posto in prima fila in uno degli attuali processi a suo carico (non è garantita la sua partecipazione)”; lo spettro dei rom, delle moschee, dei gay, dell’uomo nero che di notte si ruba sempre tutte le coperte. Eppure il centrodestra ha perso, ma non temete, non credo che abbia perso per il gioco scorretto.

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