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Giovedì 25 Settembre 2008 18:40 |
Bangalore boom-town
La riscoperta ad oltranza della tradizione induista ha avuto anche aspetti folcloristici. La –rivoluzione toponomastica- è uno di questi. Per la Silicon Valley californiana, la città indiana di Bangalore è una rivale così temuta da meritare un neologismo: il verbo to bangalore significa delocalizzare oltreoceano i servizi informatici, licenziando negli Stati Uniti per assumere nella nuova capitale mondiale del software.
Eppure proprio Bangalore ha voltato le spalle al linguaggio universale della globalizzazione cambiando nome. Dal 2007 si chiama Bengaluru, ripristinando per legge l'antica fonetica dell'idioma locale, il kannada. Non è il primo caso in India. Su pressione dei movimenti localistici, altre metropoli hanno voluto liberarsi dei nomi anglicizzati, inventati o deformati dal Raj britannico (NdR-Con il termine di Raj britannico si indica l'insieme di domini diretti e protettorati che il Regno Unito accumulò e organizzò nel sub continente indiano) nell'era coloniale, oppure segnati dall'influenza islamica dell'era Moghul. Aprì la strada Bombay ribattezzandosi Mumbai nel 1995, Madras è diventata Chennai nel 1996, Calcutta da cinque anni si scrive Kolkata. Che questa tendenza potesse conquistare persino Bangalore, ha sorpreso non pochi dei suoi cittadini: che non parlano una parola di kannada, e si rivolgono in inglese non solo ai colleghi di lavoro ma anche al fruttivendolo sotto casa.
Microsoft, Ibm, Hewlett-Packard, Intel, Cisco, tutte hanno creato centri di ricerca nella nuova Silicon Valley indiana, dove nel frattempo sono emersi i protagonisti locali del software, Infosys, Wipro e Tata. Negli ultimi cinque anni la popolazione di Bangalore è raddoppiata raggiungendo gli otto milioni. Il suo Politecnico opera all'ingresso una selezione meritocratica così severa che gli “scarti” dell'Indian Institute of Science riescono facilmente ad essere ammessi ad Harward. Proprio perché la boom-town di Bangalore attira i migliori talenti da tutti gli Stati dell'India, la composizione multietnica fa sì che una larga parte dei suoi cittadini non parli il kannada. Nelle scuole d'elite si insegna l'inglese come prima lingua, l'hindi come seconda, e le giovani coppie benestanti preferiscono aggiungere il cinese nel curriculum dei figli. Ma non tutti gli abitanti hanno trovato lavoro nelle oltre mille aziende informatiche della città. A fianco della elite del software convive una città tradizionale, afflitta da servizi pubblici sottosviluppati, dove un maestro elementare guadagna a stento cento euro al mese. Di questa Bangalore anzi Bangaluru, si è fatto portavoce un poeta locale di 74 anni, Ananthamurthy, lanciando la campagna per il ritorno al nome vernacolare. Ha avuto un successo travolgente, il governatore del Karnataka ha firmato la legge che ribattezza la città. Tra i giovani supertecnici l'inglese continuerà a dominare, mentre un'altra India si aggrappa ai nomi antichi. Perché questa modernizzazione non la coinvolge abbastanza, o perché ha paura di perderci l'anima.
Istruzione e Lavoro
- Il nostro problema maggiore – dice il primo ministro Mammohan Singh – è che non stiamo creando in quantità sufficiente i posti di lavoro meno qualificati, adatti per chi ha avuto una istruzione medio-bassa -. Sono i posti di lavoro –cinesi -, quelli che trasformano un contadino povero in un operaio meno povero, l'obiettivo vero delle zone economiche speciali. Chi idealizza l'India dei villaggi dimentica cosa significa per un paese troppo agricolo la dipendenza dai monsoni: nel corso degli ultimi cinquant'anni circa la metà delle variazioni del Pil nazionale sono state provocate dall'andamento buono o cattivo delle piogge. Troppo abbondanti e violenti, i monsoni possono seminare morte e distruzione in pochi giorni; troppo scarsi, fanno crollare i raccolti e precipitano nella disperazione i contadini più poveri. Ancora adesso per sollecitare il – giusto – monsone, ogni anno a giugno in centinaia di migliaia di villaggi si recitano preghiere, si sgozzano polli sacrificali, si organizzano le antiche corse augurali dei bufali dalle corna dipinte. Per il turista sono spettacoli di delizioso folclore, per i contadini quella pioggia è una potenza con diritto di vita e di morte.
L'economista Abhijit Vinayak Benerjee ha studiato la vita dei poveri in una delle città più belle del paese: la leggiadra Udaipur che molti stranieri conoscono per il film di James Bond Octopussy, e i più fortunati per avervi soggiornato, nel sontuoso palazzo nobiliare ( ora Lake Palace, albergo di lusso ) sull'isola in mezzo al lago. A Udaipur, Banerjee si è concentrato sui dettagli delle abitudini di consumo fra la popolazione più diseredata, quella che vive con meno di due dollari al giorno. Ha scoperto che il 55% degli adulti soffre di anemia, malattia che li debilita, rendendoli quasi inabili al lavoro. Spendono appena il 2% del loro reddito per l'istruzione, anche se la scuola offrirebbe ai loro figli una via d'uscita dalla trappola della povertà. La spiegazione più ovvia è che a quel livello di miseria mancano semplicemente le risorse minime per l'istruzione. In realtà un problema sta nel modo in cui spendono il poco che hanno: il 7% solo per l'acquisto di zucchero, e ancora di più in alcol e tabacco. – Il 99% delle famiglie estremamente povere – spiega l'economista – spende regolarmente una grossa fetta del proprio reddito per matrimoni, funerali, e per celebrare festività religiose. – Le feste religiose sono il modo in cui le famiglie più degradate – si comprano la dignità per un giorno all'anno-. Una dignità illusoria, rispetto a quella più durevole che otterrebbero attraverso un'istruzione anche minima dei figli.
La globalizzazione
Lo spirito critico che l'uomo bianco proietta sulla rivincita dell'Asia – il nuovo centro del pianeta dove si gioca la partita cruciale tra ricchezza e povertà – mescola valori autentici e ipocrisie. C'è in noi la rispettabile saggezza acquisita da chi, avendo già raggiunto il benessere, ne conosce i limiti e i costi. C'è il disincanto di una civiltà postmoderna che ha perso la fiducia nell'onnipotenza della scienza o nel primato dell'economia. Inoltre gli interrogativi che l'Europa lancia alle potenze asiatiche costituiscono di per sé una novità dell'era contemporanea: i paesi emergenti ci agganciano e ci superano in un mondo dove la circolazione degli uomini e delle conoscenze rende comparabili istantaneamente i livelli di libertà e di dignità fra zone lontane. Nella Londra del lavoro minorile e dello sfruttamento operaio descritto nei romanzi di Dickens o nelle inchieste di Fiedrich Engels, nell'America dei “ baroni ladri “ e della prima industrializzazione selvaggia a fine Ottocento, o nell'Italia di Rocco e i suoi fratelli, non c'era il confronto immediato con standard elevati di salute dei consumatori e diritti dei lavoratori, un confronto che oggi i jet e la tv, i telefonini e Internet rendono ineludibile. Per effetto di questa compressione dello spazio cronologico e geografico, le rivendicazioni di dignità umana e della qualità della vita avanzano rapidamente anche nelle società dallo sviluppo recente. Conflitti e tensioni attraversano il cuore del miracolo asiatico. Le battaglie per la qualità dell'ambiente e contro lo sfruttamento non sono né un nostro lusso né un nostro monopolio.
C'è nella lettura più catastrofista della globalizzazione una testarda battaglia di retroguardia. Si dimentica spesso che l'ultima spinta decisiva verso la globalizzazione negli anni novanta l'abbiamo voluta noi, europei e americani, l'abbiamo governata noi, abbiamo definito le regole, abbiamo definito le regole del gioco, superando le resistenze di chi in Asia temeva di arrivarci impreparato e quindi di essere ricolonizzato dall'Occidente. La partita non ha seguito il copione previsto. I deboli si sono scoperti forti, i detentori della vecchia egemonia culturale si sentono incalzati. Non è una buona ragione per passare da una visione idiliaca della globalizzazione – il circolo virtuoso, il gioco a somma positiva, in cui vincono tutti – alla caricatura opposta di chi predica che stiamo tutti diventando più poveri. Stiamo vivendo una rivoluzione mondiale. Come in tutte le rivoluzioni, chi aveva qualche privilegio piccolo o grande è convinto di vivere un'epoca tragica, vede un futuro gravido solo di minacce. Se cediamo al catastrofismo rischiamo di finire in compagnia di aristocratici francesi pre-Rivoluzione, e delle vecchie borghesie imperiali, nella galleria storica dei ritratti di nostalgici, i teorici dal – si stava meglio prima -.
L'India – riassunto del mondo -, che racchiude in sé tutte le contraddizioni più estreme dei nostri tempi, sta esplorando gli stessi interrogativi che assillano noi europei. Ha deciso che può diventare moderna senza perdere una fisionomia culturale unica, tenace e gioiosamente diversa. E' avida di benessere materiale e, al tempo stesso, sa goderne con più moderazione di noi, mantenendo tradizioni e stili di vita meno distruttivi dei nostri per le risorse naturali del pianeta.
Le parole pluralismo, tolleranza, diritti umani, risuonano nelle baraccopoli di Mumbai e Calcutta, dove i paria delle caste inferiori si aggrappano al loro diritto al voto come al bene più prezioso che possiedono, con un entusiasmo incrollabile. E' una magnifica lezione. Fa parte di una storia comune e quasi l'avevamo dimenticata: la libertà non è un lusso per ricchi, è l'arma più forte in mano ai poveri.
I tre brani precedenti sono stati tratti dal testo La speranza indiana di Federico RAMPINI. |
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Giovedì 25 Settembre 2008 18:38 |
Un tempo si studiava la storia dell'Occidente ( Egitto, Grecia, Roma, Italia, Europa) una prima volta alle elementari , poi nelle medie inferiori e di nuovo, in modo più approfondito, nelle medie superiori. Con la mondializzazione si sarebbe dovuto aggiungere l'India e la Cina. Invece nel nome della lotta al nozionismo e in base al principio marxista che non contano le personalità ma i fattori economici, sono stati cancellati i nomi dei personaggi, gli accadimenti più importanti e le date. Il risultato è che gli studenti che arrivano all'università non sanno quando sono vissuti i Buddha e Confucio, quando è stato ucciso Giulio Cesare, quand'è vissuto Maometto, quand'è avvenuta la prima crociata, quando è vissuto Dante, quando sono accadute la guerra dei cent'anni o la Riforma protestante.
Cosa significa non conoscere la propria storia? Se qualcuno ci domanda:- Chi sei?- come rispondiamo? Gli diciamo il nostro nome, la nostra professione, gli diamo il nostro curriculum. Se una persona ci interessa le raccontiamo cosa abbiamo fatto. Gli innamorati si raccontano e poi raccontano momenti importanti della loro esperienza comune, la storia della loro coppia. Noi siamo la nostra storia. Chi la dimentica, lo smemorato non sa più chi è. E lo stesso vale per i popoli, per le civiltà.
Se volete capire la forza, la vitalità, la solidarietà di una coppia, di una impresa, di un partito, di una nazione fate parlare la gente della sua storia. Quando la società è forte, decisa, in espansione, la ricordano con orgoglio, con entusiasmo. Le grandi nazioni sono fiere delle loro origini e celebrano gli accadimenti che hanno segnato il loro sviluppo. La Francia festeggia la presa della Bastiglia, gli Usa il giorno dell'Indipendenza. I musulmani hanno riscoperto il loro passato e lo ostentano con fierezza. Gli ebrei, dispersi in cento paesi, sono rimasti uniti per duemila anni perché hanno sempre minuziosamente ricostruito e studiato tutto quanto è accaduto al loro popolo.
Un popolo, una civiltà che dimentica la propria storia perde la propria identità, la propria solidarietà, svanisce. Se gli italiani hanno smesso di insegnare la storia ai loro figli è perché stanno perdendo la fiducia in se stessi, non sono più orgogliosi di ciò che hanno fatto nel passato, non credono più di poter fare cose importanti nel futuro: chi cancella la sua storia perde la speranza: Solo chi la ritrova, ritrova la speranza.
Francesco ALBERONI |
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Giovedì 25 Settembre 2008 18:33 |
 E' fatta, il sistema politico italiano ha assunto una dimensione analoga a quella degli altri Paesi Europei: non più 25 partiti ma soltanto 5. E non è tutto: il paese è caratterizzato da una completa governabilità, PdL e Lega hanno un centinaio di voti di maggioranza alla Camera ed una cinquantina al Senato.
Il paese ha concesso la più completa fiducia al Cavaliere ed ha anche eliminato le ali estreme dello schieramento politico, che potevano comportare l'attuazione di una opposizione al di fuori dei normali schemi e quindi in grado di ritardare i lavori parlamentari.
Il Paese non ha mai visto un sistema politico così predisposto alla efficienza ed alla ‘produttività'.
Gli Italiani si attendono molto dal Cavaliere perché tutto quello che poteva essere fatto per garantirgli la governabilità si è realizzato.
Berlusconi aveva parlato dell'abolizione dell'Ici, anche per l'anno in corso, da effettuare, a mezzo Decreto Legge, nel primo Consiglio dei Ministri del nuovo governo , insieme alla detassazione del lavoro straordinario e dei premi di produttività e all'introduzione di un buono di mille euro per i nuovi nati.
Quindi ha annunciato di avere già in mente una serie di provvedimenti e un progetto preciso per contenere i prezzi nelle grandi catene alimentari (e dove va a finire il libero mercato?????). “Introdurremo un adeguamento al costo della vita per le pensioni più basse.", ha aggiunto Berlusconi confermando che il primo Consiglio dei ministri si terrà a Napoli come risposta all'emergenza rifiuti. "Confermo l'impegno a Napoli. Ho già trovato la sede operativa, resterò lì tre giorni e fino a quando avrò la certezza di avere avviato a conclusione il problema dei rifiuti".
Buone premesse e promesse, ma vorremmo che il discorso proseguisse con l'avvio di un piano per dare luogo finalmente alla ripresa ovvero alla crescita economica dopo quindici anni di stasi o perlomeno di crescita molto blanda che ha i permesso alla Spagna di superare il nostro PIL pro capite. Questo ovviamente avverrà solo se aumenterà la nostra competività e quindi le prestazioni dell'industria e dei servizi. In particolare per essere più competitivo, il Paese deve migliorare in termini di ricerca e di innovazione, di tecnologie dell'informazione, di imprenditorialità, di istruzione e di formazione. Per fare tutto questo il sistema Italia deve investire. Il sistema pubblico, per stimolare il sistema privato a farlo, deve ammodernarsi, tagliare i cosiddetti rami secchi rappresentati dagli enti ed anche dalle istituzioni inutili che trovano la massima espressione nel sistema politico bicamerale ( costituito da una Camera ed un Senato con le stesse attribuzioni ) senza trascurare le Province ed il CNEL ( Comitato Nazionale per l'Economia ed il Lavoro). Quest'ultimo, che dovrebbe svolgere una attività di consulenza per tutti gli enti ed istituti del Sistema, praticamente non è stato mai interpellato da alcuno. In conclusione ci sembra indispensabile fare riferimento alla drastica riduzione degli esponenti delle varie caste a cominciare da quella politica, descritta in maniera esaustiva da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel libro che ha venduto oltre un milione di copie.
Questo comporterebbe una diminuzione dei costi che dovrebbero comportare un aumento degli investimenti produttivi e la riduzione del deficit del bilancio.
Forse bisogna rimarcare che per il sistema statale è necessario aumentare notevolmente l'efficienza dell'Amministrazione della Giustizia. Quante piccole Aziende finiscono strangolate dai debiti per pagamenti effettuati con ritardi molto maggiori dei tempi consentiti e quante grosse Aziende non riescono a soddisfare le proprie esigenze perché non risulta conveniente avere certi riconoscimenti dopo diversi lustri. L'ammodernamento del sistema per ‘assicurare giustizia' in tempi accettabili inoltre contribuirebbe a fare, del nostro, un Paese ‘veramente' civile, perché mi sembra di poter affermare che attualmente non lo è a sufficienza.
Aumentare la produttività vuol dire affermarsi sulla concorrenza, in particolare delle Aziende dell'Unione Europea, il che significa riprendere a crescere . Questo è vitale per i giovani che troverebbero più facilmente lavoro e molto gratificante per i meno giovani che verrebbero retribuiti in maniera più adeguata. Inoltre soltanto creando nuova ricchezza si potrebbe ridistribuirla in maniera da migliorare il tenore di vita in particolare delle classi più deboli. Si tenga presente che la mancata crescita ha prodotto una situazione per cui i salari e gli stipendi italiani sono tra i più bassi d'Europa.
Pertanto in conclusione il Cavaliere dopo aver migliorato in termini accettabili la condizione di vita delle Classi meno abbienti, evitando di cadere nel populismo, dovrebbe puntare tutto sull' ammodernamento e lo sviluppo del sistema Italia
Soltanto se riprendiamo a crescere questo Paese potrà sbloccarsi e puntare ad un futuro migliore non solo sul piano materiale; questo perché la maggiore scolarità ( abbiamo parlato naturalmente anche di istruzione e formazione per aumentare la competitività ) renderebbe il sistema Italia più vivibile soprattutto per il maggior senso civico che ne deriverebbe e quindi per un indubbio aumento della qualità dell'esistenza.
Articolo scritto da Antonio ALBINO in data 24/4/2008 |
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Giovedì 25 Settembre 2008 18:29 |
Un giorno sul nostro pianeta tutto sarà artificiale, cioè prodotto dalla volontà umana. Vuol dire che tutto sarà freddo, razionale, privo di sentimenti e di mistero? No, l'aumento della libertà aumenta anzi il mistero che sta dentro di noi. Dove un tempo trovavamo delle necessità, degli ostacoli insuperabili, domani dovremo compiere delle scelte. E chi guiderà allora nelle scelte se non ciò che è dentro di noi, quella ‘natura' che è la nostra essenza di uomini? Noi dominiamo la natura esterna, ma liberiamo le potenzialità della natura interna.
Un contadino che, fino a pochi decenni fa, era costretto a lavorare dal sorgere del sole al tramonto, aveva ben poco tempo per porsi problemi. E lo stesso accade ai miliardi di persone che lottano per la sopravvivenza quotidiana. L'attività intellettuale è stata possibile, nel passato, solo per minoranze privilegiate che avevano degli schiavi che lavoravano per loro. E' da meno di un secolo che i progressi della tecnica creano macchine e robot capaci di sostituire l'uomo in tutte le sue attività manuali, di routine. Tutto ciò che è routine può essere automatizzato, compiuto da una macchina. In questo processo, che nessuna forza al mondo può interrompere, aumenta continuamente l'impegno intellettuale degli esseri umani costretti a manovrare i complessi strumenti inventati da loro. Ma aumenta continuamente il tempo libero, e questo è fondamentalmente tempo da impiegare in relazioni emotive, tempo del sentimento, dell'emozione, dell'avventura interiore e umana. Prima la gente viveva e nasceva nello stesso posto. Aveva pochi affetti stabili, che duravano tutta la vita. Oggi aumenta continuamente il numero delle persone che conducono una vita movimentata, attiva, moderna. Ebbene, anche la loro vita emotiva, culturale, intellettuale, erotica, è diventata più ricca, tumultuosa, variata, piena di problemi e di dubbi. Anch'essa, come la loro vita intellettuale, è un continuo rischio, una continua sfida, richiede una continua creatività. I nostri libri, i nostri giornali, sono pieni di lamenti sulla crisi della famiglia, sulla crisi della coppia: Ma perché c'è tale crisi? Perché nessun essere umano moderno può più vivere un tipo di vita statico e immobile come quello dei suoi antenati. Così come ci muoviamo nello spazio, così come siamo costretti a risolvere nuovi ed imprevisti problemi economici o tecnici, così ci muoviamo anche di relazione in relazione, conosciamo altre persone, abbiamo fame di nuove esperienze, affrontiamo e risolviamo nuovi problemi emotivi. Non è progredita soltanto la fisica e la chimica. Il mondo moderno ha visto crescere ed espandersi anche la psicologia, psicanalisi, la sociologia, tutte le scienze che riguardano i problemi che scaturiscono dai rapporti interumani. Mentre scompaiono le foreste tropicali, sostituite da ordinate piantagioni, è il mondo sociale e interiore dell'uomo che si complesssifica, si arricchisce, diventa estremamente più ricco, più vario, più interessante. Le foreste rimangono nel cuore degli uomini e fra gli uomini, ed ogni volta devono essere esplorate e trasformate. A questo lavoro non c'è fine. Qualcuno ha sostenuto che la vita condotta in una piccola tribù, con gli stessi gesti, giorno dopo giorno, anno dopo anno, con le stesse persone, gli stessi problemi, è la vita naturale. Ma naturale per chi? Per gli animali o per gli uomini? E' naturale per noi vivere in quel modo? Non più, vi moriremo di noia, impazziremmo in pochi mesi: E allora? Allora vuol dire che ciò che abbiamo chiamato artificiale è, in realtà, naturale per noi, perché la natura dell'uomo è di creare artifici e, quindi, la nostra natura è proprio artificiale. Poi, se l'artificiale diventa monotono, oppressivo invivibile, ciò non dipende dal fatto che è artificiale, ma dalla specifica forma che ha assunto. Una bellissima villa con piscina, con parco, con fiori esotici e con la persona che amiamo è altrettanto artificiale di una prigione squallida, buia e piena di aguzzini. Ma la prima è bella e la seconda è brutta, la prima appartiene al bene e la seconda al male. La prima risponde alla domanda profonda della nostra natura, la seconda no. Entrambe sono prodotto degli uomini, creazioni, artificio. Artificio naturale dovremmo dire, se natura e artificio non fossero contrapposti in quel modo. Artificio, dunque, come è artificio l'amore con le sue esitazioni, i suoi stratagemmi, il desiderio di piacere, il gioco dei sentimenti.
Il pericolo esiste, ma è un altro. Lo sviluppo della nostra civiltà ha alterato i meccanismi automatici della natura, quelli che regolano l'equilibrio ecologico del pianeta. Sono meccanismi che , per crearsi, hanno richiesto miliardi di anni. In poco più di un secolo, quindi dal punto di vista evolutivo in un istante, noi uomini li abbiamo sconvolti senza sapere come sono fatti, senza poterli sostituire con la nostra scienza, la nostra azione, il nostro artificio. In questo campo artificio, artificiale, significa stupido, irresponsabile, incosciente. Non c'è nessun pericolo che l'artificialità della vita dissecchi l'animo umano, la sua fantasia; su questa strada i progressi sono sicuri. C'è invece il terribile pericolo che le macchine, le trasformazioni materiali, i consumi, dissecchino la terra, rompano gli equilibri ecologici della natura e senza che poi si sappia aggiustarli. La società dei consumi, la società affluente, non è un male perché fa star male la gente. Chi di noi vorrebbe tornare a vivere come si viveva cent'anni fa, senza aerei, senza radio, senza medicine? Nessuno. No, la società dei consumi è un male perché è una società dello spreco. L'evoluzione ed il progresso si muovono verso i piccoli numeri, il prolungamento della vita, il suo arricchimento emotivo ed intellettuale. La società dei consumi invece ha trasferito i progressi tecnici a livello della quantità. La popolazione umana è aumentata ed aumenta vertiginosamente e tutti vogliono una parte del benessere. Per di più la quantità è stata prodotta anche negli oggetti, nel loro uso, nel loro rapido abbandono. Così facendo l'umanità ha continuato a comportarsi come la natura che produce miliardi di uova, miliardi di esemplari che poi muoiono quasi tutti nei primi giorni o nei primi istanti di vita. E' l'antico meccanismo che ottiene i risultati attraverso l'eccesso, la sovrabbondanza, lo spreco quasi illimitato. In questa epoca storica noi abbiamo fatto lo stesso. Guerre mondiali con decine di milioni di morti, campi di sterminio e, sul piano materiale, milioni di automobili, di carri armati e cannoni, miliardi di prodotti press'a poco identici, in una concorrenza frenetica e spietata. In tal modo ci siamo limitati a riprodurre, nell'ambiente umano, quelle stesse forze evolutive che hanno agito per milioni di anni lentissimamente. Solo che qui i tempi erano rapidissimi. L'intelligenza e l'artificio non possono procedere come la natura procede con i pesci. I tempi della trasformazione, grazie all'intelligenza, sono immensamente accelerati. Non c'è bisogno di produrre miliardi di esemplari e poi fare una ecatombe per sapere che cosa andrà bene. Occorre pensarci prima, sperimentare in ambienti ristretti e poi realizzare solo ciò che è adatto o ha una elevata probabilità di esserlo. Altrimenti a che cosa serve la scienza? Forse, combinando tutte le sostanze a caso si sarebbero alla fine ottenuti tutti i composti chimici moderni, ma in mille miliardi di anni. Noi ci abbiamo messo più di un secolo. Domani non dovremo neppure produrli, dovremo simularne la produzione e gli effetti. L'età dello spreco è perciò un'età ancora troppo prossima ai meccanismi tradizionali della natura, un'età in cui c'è stata una scarsa applicazione dell'intelligenza, un'età in cui l'artificialità non è stata elevata, ma paurosamente bassa. Corrispondentemente è stata elevata l'irresponsabilità. La madre che dissemina un milione di uova non si sente responsabile dei piccoli pesci che ne nascono. Una madre di mammiferi si prende cura della sua prole. Gli uomini, soprattutto quando hanno un figlio unico, se ne assumono completamente la responsabilità. Ogni processo di spreco è perciò un processo irresponsabile, lontano dalla coscienza, tipico delle fasi primordiali dell'evoluzione. Artificiale, artificio hanno assunto un significato sinistro per questi motivi, come grossolanità, brutalità, stolidità.
Ogni processo è accompagnato da perdite. Anche il mondo moderno le ha subite. Pensiamo alla ricchezza umana e intellettuale del lavoro di un artista-artigiano rispetto alla brutalità e stupidità della catena di montaggio. La cosa riacquista un senso e una prospettiva solo se vediamo la catena di montaggio come la prima tappa per eliminare la fatica umana e sostituirla con robot, lasciando all'uomo la funzione di progettare e controllare, cioè fare tutto nel pensiero. Il progresso, l'evoluzione intellettuale, tendono ad alterare il meno possibile la materia, a non toccarla neppure. Una grande conquista contemporanea , resa possibile grazie ai calcolatori, è la simulazione, cioè la verifica razionale dell'immaginario. Se avessimo posseduto questi strumenti di calcolo solo un secolo fa avremmo di certo compiuto meno errori, avremmo seguito meno pedissequamente la – natura – nella sua irresponsabile dissipazione. Per questo l'età dello spreco deve finire, perché è una minaccia mortale che può addirittura soffocare sul nascere il vero processo di costruzione volontario, artificiale del mondo.
Brano di Francesco ALBERONI tratto dal testo L'albero della vita |
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