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Depressione: funziona la cura verde PDF Stampa
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Sabato 01 Novembre 2008 22:24

Pastiglie addio, cureremo anche la depressione grave con un’erba? Che l’iperico, o erba di San Giovanni (una pianta erbacea perenne) fosse utile nei casi di depressione lievi o di modesta entità già si sapeva, ma ora una rassegna della Cochrane Library su ben 29 studi clinici dimostrerebbe l’efficacia dell’iperico anche nei casi di depressione grave. Negli studi l’erba di San Giovanni è stata confrontata sia con placebo (farmaco inattivo), sia con farmaci antidepressivi di prima generazione (triciclici) e di più recente introduzione (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, Ssri).

MA NON E' INNOCUO - I dati ottenuti su più di 5000 pazienti indicano che questa pianta medicinale non avrebbe nulla da invidiare a triciclici e Ssri, con il vantaggio di essere meglio tollerata e comportare minori effetti collaterali. «L’estratto di iperico contiene sostanze farmacologicamente attive che agiscono sul sistema nervoso — commenta Giovanni Biggio, presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia —. Si tratta di un rimedio di derivazione naturale, ma non per questo "innocuo". Fatta questa precisazione, non mi sorprende che questa erba possa funzionare anche nelle depressioni più gravi. Verosimilmente, ha effetto in pazienti nei quali avrebbero funzionato, forse anche meglio, i farmaci tradizionali. Noi oggi sappiamo che gli antidepressivi non sono efficaci in tutti: ci sono infatti individui che, probabilmente per ragioni genetiche, non rispondono alle terapie. Purtroppo in questi casi né iperico, né farmaci possono molto».
FONDAMENTALE LA TEMPESTIVITÀ - Che si ricorra all’erba di San Giovanni o ai farmaci, il segreto del successo delle cure sta nell’intervenire precocemente e evitare ricadute. «Fatta la diagnosi di depressione, la sfida è "azzeccare" il farmaco più adatto, somministrarlo nelle dosi appropriate e per il tempo necessario — fa notare Biggio —. Oggi sappiamo che nelle forme di depressione lievi la cura va protratta per almeno sei mesi, anche se già dopo poche settimane il paziente sta meglio. Nelle forme importanti, il trattamento deve invece durare almeno due anni. Gli studi su pazienti con depressione maggiore mostrano infatti che le ricadute sono circa il 10% se il paziente è curato a lungo, mentre salgono al 60-70% se la terapia viene troncata dopo sei mesi. E riprendersi dalle ricadute è difficile perché le cellule nervose tendono ad atrofizzarsi e non riescono più a recuperare». Più scettico è Carlo Altamura, direttore della Clinica psichiatrica del Policlinico di Milano: «Indubbiamente l’iperico ha un’attività psicostimolante che in alcuni casi può giovare, ma non nella depressione maggiore. Noi sappiamo che nelle forme gravi di depressione il trattamento farmacologico deve essere prolungato, ma non abbiamo dati sull’uso dell’iperico per lunghi periodi. Non sappiamo inoltre se questo genere di farmaco può portare a una remissione completa».
Articolo di Antonella Sparsoli tratto da Il Corriere della Sera del 19-10-2008
 
Felicità made in Italy PDF Stampa
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Giovedì 30 Ottobre 2008 18:33

E’ giunto il momento di tirare le conclusioni e di sintetizzare l’Italian way to happiness. Lo farò tralasciando le esperienze minoritarie, nello sforzo di descrivere il minimo comun denominatore del più variegato made in Italy della felicità.
Gli abitanti del Bel Paese che si dicono assai appagati hanno alcune idee chiare: non è obbligatorio essere felici ( la vita può essere discreta comunque ) e specialmente è pericoloso cercare di esserlo con molta insistenza, dato che il desiderare troppo la felicità comporta il non averla o il restarne delusi.
E’ meglio perseguirla con moderazione e specialmente riconoscerla e accoglierla se e quando viene. In altre parole è giusto e utile tentare di accrescere le opportunità di incontrarla, ma con un po’ di fatalismo, essendo consapevoli che la gioia di vivere non dev’essere un obiettivo, ma la conseguenza ( non certa ) di una serie di atteggiamenti e di attività facilitanti.
La felicità da noi, non c’entra granchè con i piaceri, grandi e piccoli, a cui pure siamo attenti; e neppure con il ben-essere psico-fisico o il benessere economico. Certo, un’esistenza povera e misera, scarsa di pleasures & leisure, schiacciata dalle difficoltà materiali, magari solitaria, riduce parecchio la speranza di appagamento esistenziale, ma i soldi, gli agi, i lussi, il potere sociale eccetera – se cospicui – non garantiscono affatto un < di più > di soddisfazione di sé e delle proprie esperienze.
Il risultato è che chi si batte – con forza penetrativa e convessa – per salire nella scala sociale al di là del livello media/medio alto non guadagna posizioni e anzi si danna.
Le cose vanno meglio a chi, all’opposto, si rilassa e si fa concavo, disponibile, accogliente. In questo Paese la felicità si scopre e si coglie: spesso come lampo di beatitudine magica nelle piccole cose quotidiane, più raramente come stato prolungato. L’arte italica è appunto quella del farsi invadere dalla felicità, senza volerla a tutti i costi produrre o inseguire, senza confonderla con il piacere o con l’eccitazione, spesso accontentandosi di quel che offre la vita, nelle cui pieghe si possono trovare gocce o rivoli felicitanti, godendoli con stupita meraviglia.
Di più: si deve essere consapevoli che la soddisfazione esistenziale è reversibile, può finire, spesso non c’è stata in passato; ma proprio perché va coltivata con simpatia e rispetto, con sapiente attenzione ( anche per poterla rievocare nei momento bui, quando bisognerà saperla attendere, poiché a volte ritorna, inaspettata ).
Per molti italiani l’appagamento viene dalla serenità, dalla quiete, dall’assenza di grandi aspettative, dalla passività soddisfatta e non pugnace. Eppure le possibilità di essere felici crescono se ci sono senso di responsabilità e senso del dovere, impegno e tensione migliorativa, consapevolezza e sforzo: mirati non all’appagamento, ma all’agire ( su di sé e con altri ) per dare alla propria vita una direzione e un significato. Ciò può sembrare in contrasto con l’accoglienza passiva ( seppure attenta ) di cui s’è detto: ma la contraddizione è solo apparente, dal momento che l’impegno è quello di dare un senso all’esistenza, ritrovandolo nella propria cultura, oppure cercandolo con intima libertà. Come? Non con un movimento frenetico, ma procedendo verso una meta senza maniacalità, alternando momenti veloci e momenti lenti, investendo su più fronti, praticando il pluralismo delle passioni ( affettive, professionali, ideali eccetera ) senza restringersi in un ambito solo.
Gli italiani appagati, inoltre, sanno che la felicità è un viaggio e non il raggiungimento della destinazione, che lo zigzagare gli è tipico, e che esso avviene meglio con altri, che richiede l’arte dell’ < e…e…>, della conciliazione degli opposti ( sonno e veglia, vivacità e relax, ricordi e progetti, segreti e condivisione, lavoro o studio e tempo libero, serietà e giocosità, tecnologia e rifiuto del meccanico e del virtuale, casa e fuori casa, capacità di sopportare e reazioni ferme ).
Il tutto richiede uno stile esistenziale allegro, positivo, flessibile, creativo, ottimista, esplicitante le emozioni, a volte teatrale, sempre cordialmente relazionabile ed estroverso, aperto al dialogo e alla mutua influenza oltre che alla cooperazione, generoso e impiccione ( ma senza strafare ), fondato sull’ascolto e sull’empatia, espresso nel darsi da fare per gli altri e a favore di una maggiore giustizia.
D’aiuto è il non volere molto ma preferire l’abbastanza, al di fuori di ogni delirio di onnipotenza, rifiutando lo stress e la sistematica autocolpevolizzazione. E’ bene sottrarsi alla schiavitù del voler crescere compulsivamente e continuamente ( in reddito, consumi, produttività: non in sapere ), mirando al < meno ma meglio>.
Sono da preferire la selezione e la rarefazione dei doveri e dei piaceri, anzitutto per riconquistare tempo per sé e poi per opporsi silenziosamente, ma con decisione, ai dettami del potere, al quale gli italiani resistono cercando spazi di libertà e di felicità privati e poco visibili ( la soddisfazione esistenziale è da noi tacitamente oppositiva, ostile o estranea al mainstream  della produzione e del consumo: privilegia spesso i tempi vuoti, le chiacchere, la convivialità, l’esposizione al bello ).
La felicità viene cercata qui con intelligenza e pure con furbizia ( e bugie ), spesso d’istinto e sulla base di valori forti, di una certa autostima, dell’uso integrato dei propri sensi, di una spiccata sensibilità fisica ed emozionale.
Gli affetti, la famiglia, i figli e i nipoti – ancora di più che l’amore e il sesso – sono la prima palestra e spesso l’ambito-chiave d’applicazione delle strategie felicitanti dei nostri connazionali: certo, la famiglia, la casa, le modalità di relazione tra donne e uomini sono assai cambiate negli ultimi decenni, ma senza togliere centralità alla prevalente dimensione privata dell’italico appagamento esistenziale. Semmai la rivoluzione è ora quella dell’invecchiamento lieto e attivo, dello spostamento in avanti del baricentro dell’innovazione: anche se il recupero esplicito dell’idea della morte nella vita pare necessario per non cadere nell’infelicità della sua rimozione.
La via italiana alla felicità è improduttiva, calda, non troppo individualistica, estranea ai must del mercato e del consumo, a volte passiva e a volte con forte impegno sociale: comunque spesso intima o legata alla propria microcomunità, estroversa e relazionale.
Essa ha il respiro di un’esperienza millenaria e ha sviluppato un’abilità particolare nelle fasi di difficoltà, risultando più adatta nei decenni cupi e nei momenti di revisione – lenta e veloce – degli assetti consolidati. Forse anche di alcune sue debolezze, appare valida proprio ora che l’Occidente sta iniziando a perdere o a ridefinire la sua leadership: non pretende di rendere l’umanità tanto migliore di quello che è, ma il mondo un po’ più abitabile ( e infatti mira alla qualità della vita ).
Insegna ad accontentarsi e a godere, oppure a cambiare ma portandosi dietro sensibilità del passato. Evita ogni estremismo, ma solo perché sa che la coesistenza degli opposti può dar vita ad una miscela magica. Sfiora spesso l’irresponsabilità ma si riscatta con la generosità. Non sempre aiuta l’incivilimento del Paese, ma lo rende più piacevole. Si muove tra realismo e sogni. Ogni giorno cerca e sfrutta non la fonte della felicità ( che non c’è ), bensì le sue gocce e i suoi piccoli rivoli interstiziali, spesso ignoti. Privilegia la rugiada al fiume, ma quella vuole trovare e spesso trova. Insegna la misura, testimonia l’affetto, non si dà tante arie. Forse, nel lungo termine, si dimostrerà vincente.   
 
 
Brano tratto dal testo Come siamo felici di Enrico FINZI
 
Le cose importanti della vita PDF Stampa
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Sabato 31 Gennaio 2009 23:04

Un professore di filosofia, davanti alla sua classe, senza dire parola, prende un barattolo grande e vuoto di maionese e procede a riempirlo con delle palle da golf. Dopo chiede agli studenti se il barattolo è pieno. Gli studenti sono d'accordo e dicono di si.
Allora il professore prende una scatola piena di palline di vetro e la versa dentro il barattolo di maionese. Le palline di vetro riempiono gli spazi vuoti tra le palle da golf.
Il professore chiede di nuovo agli studenti se il barattolo è pieno e loro rispondono di nuovo di si.
Il professore prende una scatola di sabbia e la versa dentro il barattolo. Ovviamente la sabbia riempie tutti gli spazi vuoti e il professore chiede ancora se il barattolo è pieno. Questa volta gli studenti rispondono con un sì unanime.
Il professore, velocemente, aggiunge due tazze di caffè al contenuto del barattolo ed effettivamente riempie tutti gli spazi vuoti tra la sabbia.
Gli studenti si mettono a ridere in questa occasione.
Quando la risata finisce il professore dice:
-"Voglio che vi rendiate conto che questo barattolo rappresenta la vita…
Le palle da golf sono le cose importanti come la famiglia, i figli, la salute, gli amici, l'amore; le cose che ci appassionano. Sono cose che, anche se perdessimo tutto e ci restassero solo quelle, le nostre vite sarebbero ancora piene.
Le palline di vetro sono le altre cose che ci importano, come il lavoro, la casa, la macchina, ecc.
La sabbia è tutto il resto: le piccole cose.
Se prima di tutto mettessimo nel barattolo la sabbia, non ci sarebbe posto per le palline di vetro ne' per le palle da golf.
La stessa cosa succede con la vita.
Se utilizziamo tutto il nostro tempo ed energia nelle cose piccole, non avremo mai spazio per le cose realmente importanti.
Fai attenzione alle cose che sono cruciali per la tua felicità: gioca con i tuoi figli, prenditi il tempo per andare dal medico, vai con il tuo partner a cena, pratica il tuo sport o hobby preferito.
Ci sarà sempre tempo per pulire casa, per tagliare le erbacce, per riparare le piccole cose...
Occupati prima delle palline da golf, delle cose che realmente ti importano.
Stabilisci le tue priorità: il resto è solo sabbia…
Uno degli studenti alza la mano e chiede cosa rappresenta il caffè.
Il professore sorride e dice: "Sono contento che tu mi faccia questa domanda. E' solo per dimostrarvi che non importa quanto occupata possa sembrare la tua vita, c'è sempre posto per un paio di tazze di caffè con un amico!"
 
DAL WEB
 
La felicità e l’amore PDF Stampa
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Sabato 07 Febbraio 2009 13:22

Associo la felicità all’amore. Mi sembra giusto e non lo è, lo so; ma mi piace. Mi rendo conto che esistono diverse felicità, per diversi momenti ed altrettante situazioni. Voglio dire subito che non penso che dipendano l’una dall’altro. Voglio dire che parlare della natura dell’amore e come parlare dell’esistenza di Dio. Si può dire di tutto, per migliaia di capitoli, miliardi di capitoli, eppoi, arriva uno che ti dimostra che tutto è diverso. Che per lui è diverso.

 

Allora mi associo a quelli che dicono che l’amore, come la felicità, non esiste, magari come anche Dio. Se esistono, sono una magia, un incantesimo, una trascendenza…che parolone! Penso che esistano, parlo dell’amore e della felicità, come stati eccelsi, sublimi, di un momento, brevi, rari. Sono orgasmi della fantasia, magari orgasmi della testa e del cuore insieme.
Si aspetta l’amore, come la felicità, finché non arriva e subito è sparita; si ricomincia ad aspettare e intanto si ricorda quella passata o quella che vorremmo avere in più e di diverso.
Ogni cosa bella della vita è in effetti così: la vacanza, un film, una festa, una partita, un banchetto, un bicchiere d’acqua nel deserto. Tutto è relativo, basta desiderare quello che non si ha sapendo che si potrà avere, magari con grande difficoltà. In effetti passiamo l’intera vita a desiderare, aspettare, ricordare; l’amore, come la felicità, è un lampo che illumina tutto a giorno, non fai in tempo ad aprire gli occhi che già si è fatto buio.
Viva la felicità, viva l’amore. Forse a me capiterà una dose maggiore. Oppure, mah!, vedremo…

 

Fran Tarel

 
Qualche osservazione sulla nostra società PDF Stampa
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Mercoledì 19 Maggio 2010 23:17

La nostra è la società dell’apparire e questo è il motivo per cui la cultura personale non viene apprezzata: non si può ‘ostentare’ e non è neppure ‘visibile’ agli occhi della gente. Solo la cultura intesa come conoscenza e sapere può assicurare la percezione corretta del vero senso da dare alla vita, plasmando in maniera opportuna l’animo umano. Il divino Poeta, più che mai attuale, oltre ad affermare che <<fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza>> ha sicuramente mostrato attraverso le sue opere che la fede (‘pensata’) in un Dio giusto è la condizione indispensabile per percepire la vita in maniera corretta. 
Più in generale solo l’affermazione di valori morali può permettere di cambiare in meglio questa società, che non può basarsi su ideologie, per fortuna ormai abbandonate, come il comunismo  o su strutture come quelle capitalistiche. Perché anche quest’ultima genera anomalie come consumismo, eccessi di ogni natura e soprattutto vede 'l’individuo' non come una persona ma come un soggetto da sollecitare per  promuovere il consumo e niente di più. Questo perché, come afferma  Natale Colafati: << la nostra è una società tecnologicamente avanzata ed efficiente, capace di offrire cose da consumare, ma povera nella dimensione tipicamente umana. Vi è solo la differenza tra chi, avendo mezzi , potere e successo, può consentirsi quello che vuole, e chi, non avendo tutto questo, da una parte contesta la prima categoria e dall’altra si affanna per inserirvisi>>
 Soltanto il prevalere di valori come il vero e il giusto può permettere di cogliere il bisogno di avere e dare affetto e quindi, nel caso ci si riesca, la sensazione suprema di autorealizzazione. Questo significa benessere individuale il quale scaturisce dalla sensazione di un benessere anche collettivo. Purtroppo il degrado morale, che poi significa fra l’altro il prevalere dell’interesse privato sul collettivo, è così elevato che l’ansia, l’angoscia e la depressione relative si manifestano prepotentemente e comunemente. Infatti gli psicofarmaci, necessari per combattere il cancro dell’anima che ne scaturisce, sono i medicinali cui si ricorre più di frequente in questa società malata essenzialmente di mancanza di affetti e di sani valori.
La crisi economico-finanziaria da cui stiamo faticosamente uscendo è scaturita da mancanza assoluta di valori umani che ha fatto sì che fossero concessi prestiti e mutui a centinaia di migliaia di persone che non erano assolutamente in grado di pagare i ratei relativi. Questo (il capitalismo selvaggio e crudele) ha determinato milioni di vittime (dal punto di vista economico) soprattutto tra i diseredati e la povera gente e  una assoluta e generale rimozione della fiducia in un mondo migliore sia dal punto di vista economico che dei rapporti umani. Finchè si anteporrà la cosiddetta professionalità alla umanità questo sarà sempre un mondo alla ricerca di un 'qualcosa' che non riuscirà mai a trovare.

Antonio ALBINO
 
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