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Da uno dei tanti cucciolotti lasciati soli: PDF Stampa
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Dati (Big Data) per costruire un mondo felice? PDF Stampa
Saper vivere - Altri articoli

Negli ultimi anni abbiamo avuto una transizione senza precedenti nella nostra storia: dati di diversa natura sul comportamento umano (che facciamo, dove andiamo, quanto guadagniamo, cosa consumiamo, con che cosa comunichiamo….) sono passati da essere una risorsa inesistente o molto scarsa per essere disponibili in maniera massiccia e in tempo reale. Questa disponibilità di grandi quantità di dati (big data) su ciascuno di noi, sta cambiando profondamente il mondo e ha dato luogo a una comparsa di una nuova disciplina chiamata Scienza Sociale Computerizzata. La finanza, la economia, la salute, la medicina, la fisica, la biologia, la politica, il marketing, il giornalismo e l’urbanistica, tra gli altri, hanno sperimentato l’impatto di questo fenomeno. L'analisi dei dati aggregati su grande scala del comportamento umano apre straordinarie opportunità di comprendere e modellare schemi di comportamento per assistere nel processo decisionale, in modo che non ci siano più esseri umani che decidono, ma che le decisioni vengano determinate da algoritmi costruiti per mezzo di questi dati. Per quale motivo desideriamo che le decisioni vengano prese da un algoritmo? L'idea che un algoritmo decida al posto delle persone può sembrare inquietante. Però non dobbiamo dimenticare che la storia è corredata di numerosi esempi di pregiudizi estremi nel processo di prendere decisioni per l'umanità-in particolare per strutture di potere nella distribuzione di risorse, la giustizia, l'uguaglianza e i beni pubblici-. Ciò ha dato luogo a risultati inefficaci, corruzione, ingiustizie con gravi conflitti di interessi e con conseguenze in molti casi devastanti per milioni di persone (alcuni esempi recenti: la crisi economica, le ipoteche con clausole inaccettabili, i casi di corruzione...). Dinanzi a ciò lo sviluppo di algoritmi per prendere decisioni riflette la ricerca e l'aspirazione di arrivare a decidere basandosi su evidenze in maniera da eliminare – o almeno minimizzare – la discriminazione, la corruzione, l'ingiustizia o l'inefficienza dalle quali disgraziatamente non rifuggono le decisioni umane. E nel contesto del bene sociale William Easterly propone il concetto della 'tirannia degli esperti' , secondo il quale economisti, centri di studi, agenzie di aiuti umanitari, analisti ed esperti hanno dominato progetti globali di sviluppo economico e di riduzione della povertà. Come conseguenza di questa 'tirannia' , si è osservato che gli esperti hanno favorito spesso soluzioni tecnocratiche che molte volte non hanno rispettato i diritti individuali dei cittadini e non hanno raggiunto l'impatto positivo sperato. Visto il potenziale dei dati , nell'ultimo anno è nato un fertile campo di investigazione dedicato allo sviluppo per cercare di prendere decisioni nell'ambito dei miglioramenti sociali per l'ottimizzazione delle risorse. Questi algoritmi sono stati disegnati per analizzare quantità ingenti di informazioni di fonti distinte e, in maniera automatica, selezionare i dati rilevanti per usarli in maniera concreta. Ciò si conosce come big data per il bene sociale. E in questo campo si sono gestiti progetti che hanno analizzato il valore dei dati per comprendere lo sviluppo economico di una regione, prevedere e precedere la criminalità, limitare la propagazione di infezioni invalidanti come ebola, stimare le emissioni di CO2 o quantificare l'impatto di disastri naturali. Tanti investigatori come governi, comunità, imprese o gruppi di cittadini sperimentano attivamente, innovando e adattando strumenti per prendere decisioni basate sull'analisi dei dati. Il potenziale è immenso e ciò è giustamente una delle motivazioni del mio lavoro di investigazione in questa area.

Nella comunità scientifica sono state identificate una serie di sfide sociali, etico e legali relazionate nel prendere decisioni con algoritmi, che influenzano campi come la privacy, la sicurezza, la trasparenza, la ambiguità in relazione alle responsabilità, le sfide o la discriminazione.
Difatti, nel 2014, la Casa Bianca pubblicò un rapporto Big Data: catturando opportunità, preservando valori che sottolineava la discriminazione potenziale che potevano contenere i dati e individuava alcuni rischi in relazione all'uso dei dati personali per prendere decisioni sul credito, la salute e l'occupazione delle persone. Corriamo il rischio di sostituire la 'tirannia degli esperti' con una 'tirannia dei dati' se non saremo coscienti e mediteremo per minimizzare o eliminare le limitazioni inerenti le decisioni basate sui dati.

Per poter utilizzare adeguatamente il potenziale delle decisioni basate sui dati e procedere verso un mondo più giusto, onesto e egalitario abbiamo quattro sfide importanti a cui dedicarci nel risolvere i problemi dell'impiego degli algoritmi per prendere decisioni.
La prima è la garanzia della privacy delle persone. E' necessario meditare sul fatto che gli algoritmi hanno accesso a dati provenienti da un numero crescente di fonti incluso quando detti dati sono anonimi; il processamento e la combinazione possano causare problemi su una persona in particolare, anche se questa informazione mai sarà svelata alla medesima, come illustra il lavoro di Yves Alexandre de Montjoye. Per fortuna si può pensare di prendere decisioni per minimizzare o eliminare questo impatto sulla privacy, come aggregazioni di dati anonimi.
Altra sfida è la asimmetria nell'accesso alle informazioni. Potremmo arrivare a una situazione nella quale una minoranza ha accesso ai dati e dispone delle conoscenze e degli strumenti necessari per analizzarli, mentre la maggioranza non è in grado di farlo. Questa situazione aggraverebbe la asimmetria già esistente nella distribuzione del potere nei Governi e nelle imprese, da una parte, e le persone dall'altra. Iniziative per promuovere 'dati aperti' (open data) e programmi di istruzione per allargare la alfabetizzazione digitale e la analisi dei dati sono due esempi che si potrebbero promuovere per mitigare questo aspetto.
Il terzo punto controverso è la opacità degli algoritmi. Jenna Burrell parla di un contesto di tre tipi che caratterizza le opacità: 1) opacità intenzionale, dove l'obbiettivo è la protezione della proprietà intellettuale; 2) opacità per ignoranza, perchè alla maggioranza dei cittadini mancano le conoscenze tecniche per comprendere gli algoritmi dell'intelligenza artificiale relativa; 3) Opacità intrinseca, risultato della natura delle operazioni matematiche utilizzate, che in molte occasioni sono molto difficili o impossibili da interpretare. Questo tipo di opacità può essere minimizzato con l'introduzione di una legislazione che obblighi all'uso di sistemi aperti con programmi educativi di informatica: Con iniziative per spiegare ai cittadini senza conoscenze tecniche, come funzionano gli algoritmi per prendere decisioni e con l'uso di modelli artificiali che siano facilmente interpretabili, anche se tale condizione implica la necessità di impiegare modelli più semplici e ottenere risultati minori se vengono comparati con quelli tipo scatola nera.
L'ultima sfida è la esclusione sociale e la discriminazione potenziale che può risultare dallo scegliere algoritmi per la selezione dei dati. I motivi possono essere multipli: in primo luogo, i dati che si utilizzano possono contenere pregiudizi che rimangono spalmati nei detti algoritmi; inoltre se non si utilizzano i modelli correttamente, i risultati possono essere discriminatori – come hanno dimostrato in un recente lavoro de Toon Calders e Indr Zliobait -. Un altro rischio è costituito dal fatto che a certi individui si negano opportunità dovute non per proprie azioni ma per quelle similari di altre persone. Ad esempio, qualche impresa emettitrice di carte di credito ha ridotto i limiti di credito di clienti senza basarsi su relativi episodi finanziari, ma a partire dall'analisi di altri clienti.
Per questo è di vitale importanza conoscere tanto le caratteristiche che i problemi sia dei dati che dei modelli utilizzati e arrivare a capo delle analisi necessarie per identificare e quantificare le possibili limitazioni. Per fortuna queste sfide non sono insolubili. Il potenziale dei dati per aiutare a migliorare il mondo è immenso in numerose aree, includendo la salute pubblica, le risposte a precedenti disastri naturali e situazioni di crisi, la sicurezza delle città, il riscaldamento globale, l'istruzione, la pianificazione urbana, lo sviluppo economico o la elaborazione di statistiche. Infatti, l'uso dei big data è un elemento centrale dei 17 obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite: i dati – e le conclusioni cui possiamo arrivare grazie alle analisi – sono e saranno un elemento chiave per aiutarci ad abbordare le grandi sfide che incontriamo come umani.
Usati bene, i dati offrono la possibilità di democratizzare certe decisioni, superando la 'tirannia degli esperti' menzionata precedentemente e facendo in modo che le decisioni rispondano a variabili meno soggette all'arbitrarietà di pochi. Inoltre dobbiamo trovare un equilibrio e assumerci la responsabilità di non cadere nella 'tirannia dei dati'. Solo dopo un compromesso collettivo che comprende tanto ricercatori, politici e altre parti sociali, i cittadini – o chiunque stia leggendo questo articolo – potremo esplorare e sfruttare le possibilità potenziali che i dati offrono per conseguire il bene comune, nostro e delle generazioni future. Abbiamo una opportunità che non dobbiamo – né possiamo – lasciar passare.

 

Articolo di Nuria OLIVER tratto dal quotidiano El Pais e tradotto da Antonio ALBINO

 
La meditazione consiste in un continuo fluire di percezioni e di pensieri PDF Stampa
Yoga - Live
Tutti noi, più o meno consapevolmente, cerchiamo quella pace della mente che la meditazione ci può dare. Ognuno di noi ha un modo tutto suo di tendere a questa pace, un modo personale di meditare, dall'anziana signora che lavora a maglia davanti al camino, al barcaiolo che guarda un tramonto sul fiume, incurante del passare del tempo. Quando focalizziamo l'attenzione, la mente diviene silenziosa: quando ci riesce di concentrare i pensieri su di un solo oggetto, il continuo brusio interiore si calma. In effetti quel senso di appagamento che viviamo quando la mente è concentrata, deriva spesso non tanto da ciò che facciamo, ma dal fatto che, intenti in qualcosa, ci lasciamo alle spalle preoccupazioni e problemi.
Purtroppo, questo tipo di attività è un breve intervallo di pace. Quando la mente viene di nuovo distratta, ritorna alla normale routine di vagabondaggio senza meta, dissipando l' energia tra i ricordi e i progetti per il futuro e trascurando ciò che è a portata di mano. Per ottenere un appagamento più duraturo è necessario educare la mente con la meditazione.
La meditazione è la pratica in cui la mente osserva costantemente se stessa. Ciò significa focalizzare la nostra attenzione su di un punto, calmare la mente per poter percepire il Sé. Interrompendo le onde dei pensieri arriverete alla comprensione della vostra vera natura e scoprirete la saggezza e la tranquillità interiore.
Concentrandovi sulla fiamma di una candela o su un mantra riportate continuamente l'attenzione sull'oggetto scelto, riducendo il movimento della mente a un piccolo cerchio. Dapprima i pensieri continueranno a presentarsi, ma, con la pratica, riuscirete ad aumentare il tempo in cui la mente è concentrata. All'inizio, quando l'attenzione è ancora discontinua, la meditazione si chiama più propriamente concentrazione. La differenza è solo questione di grado, non di tecnica. Swami Vishnu la esprime in questo modo: "Nella concentrazione le redini della mente sono solidamente trattenute; nella meditazione le redini non servono più perché la mente si sofferma spontaneamente su una sola onda di pensiero».
Nelle otto Membra di Patanjali la concentrazione e la meditazione costituiscono il sesto e il settimo stadio del Raja yoga. L' ottavo stadio (samadhi) è uno stato di consapevolezza superiore oltre il tempo, lo spazio e la causalità, in cui il corpo e la mente vengono trascesi e si realizza una totale unità. Nel samadhi colui che medita e l' oggetto di concentrazione diventano una cosa sola perché è l' ego che crea un senso di separazione e di dualismo. Secondo gli antichi Veda la concentrazione (dharana) impegna la mente su un pensiero per la durata di dodici secondi, la meditazione (dhyana) corrisponde a dodici dharana, circa due minuti e mezzo, mentre il samadhi corrisponde a dodici dhyana, circa mezz'ora.
Così come i raggi del sole attraverso una lente diventano incandescenti, il focalizzare in un punto i raggi del pensiero rende la mente penetrante e più incisiva. Praticando regolarmente la meditazione scoprirete di possedere più determinazione e più forza di volontà, e il vostro modo di pensare diverrà più chiaro ed efficace influendo positivamente su tutte le vostre azioni.
Come ha scritto Swami Vishnu "La meditazione non è semplice: una bella pianta cresce lentamente, è necessario aspettare per la fioritura, per la maturazione dei frutti e perché questi abbiano un buon sapore. La 'fioritura' della meditazione è un senso di pace difficilmente esprimibile che invade l'intero essere. Il frutto ... è indescrivibile.
Il controllo della mente
La mente è come un lago la cui superficie è increspata dai pensieri. Per vedere il sottostante bisogna prima imparare a eliminare queste increspature, a diventare padroni e non schiavi della mente. Per gran parte della veglia la mente si agita tra un pensiero e l'altro spinta da desideri e da avversioni, da emozioni e ricordi sia piacevoli che spiacevoli. Tra tutte le forze in grado di agitare la mente, ciò che più spesso disturba la concentrazione sono i sensi, che provocano fantasie e desideri. Una nota conosciuta ascoltata alla radio spedisce la mente alla ricerca della situazione in cui è stata udita per la prima volta, mentre un profumo piacevole o un'improvvisa corrente d'aria sono in grado di distruggere il filo dei pensieri. Tra tutti i sensi, la vista e l'udito sono i più potenti e stimolano in continuazione la mente verso I'esterno con grande spreco di energie mentali.
Per questo motivo in meditazione si usano anche suoni (mantra) o immagini.
Per sua natura la mente cerca costantemente la felicità nella vana speranza di trovare soddisfazione tutte le volte che riesce a ottenere ciò che desidera. Una volta acquisito l'oggetto del desiderio, la mente si calma temporaneamente, ma, dopo un po', l'intero meccanismo si rimette in moto perché la mente stessa non è cambiata e il vero desiderio rimane insoddisfatto. Immaginate, per esempio, di comprare una nuova auto. Per un po' di tempo ne siete orgoglioso e soddisfatto e la mente se ne sta tranquilla. Ma presto cominciate a desiderare un nuovo modello o un colore diverso o a preoccuparvi che vi venga rubata o ammaccata. Ciò che all'inizio era un piacere diventa ora una nuova sorgente di insoddisfazione perché quando si soddisfa un desiderio se ne creano molti altri.
Lo yoga ci insegna che dentro di noi abbiamo già la sorgente della gioia e della saggezza, una riserva di tranquillità che siamo in grado di percepire e da cui possiamo trarre nutrimento quando il movimento della mente si calma. Se siamo in grado di incanalare questo desiderio di appagamento dentro di noi anziché proiettarlo su oggetti esterni, che per loro natura sono effimeri, scopriremo il modo di vivere in pace.
Come diventare testimoni del gioco dei pensieri
In meditazione la mente viene vissuta come uno strumento. Basta concentrarsi appena un po' tutti i giorni per accorgersi del movimento incessante della mente e di quanto poco si viva nel presente. Basta un breve incontro con un diverso modo di percepire le cose per imparare a osservare e quindi a cambiare il proprio modo di pensare. Uno dei modi più utili per arrivare a controllare la mente e di smettere di identificarsi con le emozioni, i pensieri e le azioni è quello di assumere un ruolo di testimoni, come se si stesse guardando un altro. Con questa osservazione spassionata, senza giudizi né apprezzamenti, i pensieri e le emozioni perdono il potere che hanno su di voi e comincerete a percepire il corpo e la mente come strumenti in vostro potere. Distaccandosi dai giochi dell'Io, si impara ad assumersi piena responsabilità di se stessi.
La meditazione nella vita di tutti i giorni
E' poco probabile che si riesca a controllare la mente in una breve seduta di meditazione se per il resto del tempo la lasciate vagare a briglia sciolta. Più tempo dedicherete a tenere controllata la mente, più presto sarete in grado di concentrarvi quando meditate. A parte le tecniche contenute nelle prossime pagine, ci sono altre cose che potete fare per mantenere la mente concentrata: mentre camminate, per esempio, provate a sincronizzare il passo con il respiro, inspirando per tre passi ed espirando per altri tre passi. Respirando lentamente e in modo controllato, la mente si calma. Quando leggete un libro fermatevi alla fine di una pagina e, come esercizio di concentrazione, verificate quante cose vi ricordate. Non confinate la ripetizione del mantra alla vostra seduta di meditazione: ripetete il vostro mantra mentre state andando al lavoro o mentre vi preparate per le asana o anche mentre state cucinando. Mantenete il vostro pensiero il più positivo possibile. Quando la pace della mente rischia di essere compromessa dalla collera o dall'insoddisfazione, si può recuperare la calma focalizzandosi sull'emozione opposta, contrapponendo, per esempio, l'amore all'odio e la fede o la speranza al dubbio. Usando queste semplici tecniche, abituerete lentamente la mente alla concentrazione. Comincerete a notare che l'influenza esterna è meno forte di prima.
Sia che abbiate una settimana pesante sul lavoro sia che passiate un giorno piacevole in campagna, il vostro umore rimarrà costante. Raggiungerete la certezza che pur in mezzo ai cambiamenti, che sono l'essenza della vita, vi sentirete sicuri e imperturbabili.
I tipi di meditazione
Nello yoga vi sono due tipi principali di meditazione: la meditazione concreta (saguna: 'che possiede qualità') e la meditazione astratta (nirguna: 'senza qualità'). Nella meditazione saguna ci si concentra su un oggetto concreto su cui la mente possa facilmente fissarsi, come un'immagine, un simbolo visivo o anche un mantra.
Nella meditazione nirguna ci si concentra su un'idea astratta, come l'Assoluto, che non può essere descritta a parole. La meditazione concreta è dualistica, chi medita si considera infatti separato dall'oggetto di meditazione, mentre nella meditazione astratta egli percepisce se stesso e l'oggetto come una cosa sola. Le tecniche di meditazione descritte  sono prevalentemente concrete dal momento che è più difficile ancorare la mente a un concetto astratto. Ma per coloro che sono in grado di farlo abbiamo incluso due mantra astratti : Om e Soham. Qualunque sia il tipo di meditazione che praticate, il fine ultimo è lo stesso, la trascendenza del guna. Come ha detto Swami Vishnu nei suoi insegnamenti «Lo scopo della vita è di fissare la mente all'Assoluto».
I principi della meditazione
La meditazione, come il sonno, non si può insegnare, viene da sé, con i suoi tempi. Ma se seguite i giusti passi iniziali, potrete accelerare considerevolmente i vostri progressi. La cosa più importante è di fare della meditazione un'abitudine, utilizzando ogni giorno lo stesso luogo e la stessa ora. Questo abituerà la mente a reagire prontamente non appena vi sedete a meditare, un pò come lo stomaco è condizionato ad aspettarsi il cibo alle ore dei pasti. Dopo pochi mesi di pratica regolare la mente comincerà da sola a esprimere I'esigenza di questo momento. Le ore migliori per meditare sono l'alba e il crepuscolo, quando l'atmosfera è carica di energia spirituale. Se questo non è possibile, scegliete semplicemente un'ora in cui siete soli e indisturbati. Cominciate a meditare per venti minuti, per poi aumentare gradatamente sino a un'ora. Sedetevi rivolti a est o a nord per beneficiare dei sottili effetti del campo magnetico terrestre. Prima di iniziare potrete avvolgervi una coperta attorno alle spalle per tenervi caldi. La cosa più importante è che siate seduti in modo comodo e rilassato perché se siete scomodi la concentrazione ne risentirà. Prima di iniziare, convincete la vostra mente ad abbandonare tutti i pensieri del passato, del presente e del futuro; poi regolate la respirazione, il che servirà a controllare la circolazione del prana che, a sua volta, calmerà la mente. E' meglio che non tentiate di contrastare l'inquietudine della mente perché questo non farebbe che aumentare il flusso dei pensieri. Cercate semplicemente di staccarvi dalla vostra mente e osservarla dall' esterno.
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Brani tratti da IL LIBRO DELLO YOGA scritto sotto la guida di Swami Vishnu Devananda
 
L'evoluzione e la creazione sono associati PDF Stampa
Religione - Articoli vari

Dio non fa le cose, una formula questa di Teilhard de Chardin che io cito spesso, che lui diceva già nel 1920 e 1921 in due articoli della Rivista dei gesuiti francesi Etudes (c’è ancora questa rivista e corrisponde un po’ a La Civiltà Cattolica italiana), e sottolineava questo dato. Dio non fa le cose, ma offre alle cose di farsi. Cioè Dio alimenta; l’Energia arcana, come la chiama il Concilio, che alimenta il processo, ma, dal punto di vista dei fenomeni, dal punto di vista quindi dello sviluppo del processo creativo, tutto avviene attraverso cause create. Non c’è nulla nel processo della creazione che non abbia una causa creata. Questo è un dato importante da tenere presente. Perché, vedete, ancora con Pio XII e anche con Giovanni Paolo II si diceva: “Però dobbiamo ammettere la creazione dell’anima, l’intervento di Dio...”, e questo voleva dire non capire l’azione creatrice, che non interviene, non viene tra le creature, ma le costituisce, offre alle creature di farsi.
Capite? È una modalità di azione che offre possibilità, non impone le situazioni, le offre, perché dà la possibilità di essere, dà la possibilità di operare.
Allora in questa prospettiva voi capite che anche il problema del Progetto intelligente è un problema falso. E adesso cerco di spiegarvi il perché, che è legato appunto al concetto di azione creatrice.

Il Progetto intelligente si muove all’interno del paradigma evolutivo, e dicono, sono anche scienziati questi che lo dicono: “Ebbene, certo c’è l’evoluzione, oggi non può essere negata, tuttavia è un’evoluzione che viene programmata, per cui si passa dal più imperfetto al perfetto e c’è una complessità sempre maggiore, ordinata, già prevista”; per questo parlano del “Progetto intelligente”. Ma questo modo di pensare è quello proprio antropomorfico, è un po’ come il caso dell’ingegnere o l’architetto che ha fatto una casa, stanze, porte ecc., ha misurato le cose, le ha messe in quel punto preciso o in un altro; e interpretano in questo modo appunto il processo evolutivo.
Nella prospettiva, invece, dell’azione creatrice che offre possibilità ma non le impone, il processo non avviene perché una soluzione è già determinata, perché la soluzione creatrice contiene tante soluzioni, tante possibilità.
Anche nella nostra vita, quando noi veniamo al mondo, noi siamo molteplici, possiamo diventare tante persone, non c’è nessuna determinata, non c’è un progetto tale per cui noi dobbiamo diventare quello e solo quello. Perché ci sono scelte che ci sono chieste, decisioni che dobbiamo prendere.
Ma questo avviene anche nell’ambito biologico e forse anche nell’ambito fisico, sono dei processi che hanno diverse soluzioni possibili. Perché? Perché la forza creatrice contiene molte possibilità, molte ricchezze, offerte contemporaneamente, appunto perché Dio non impone le cose, non fa le cose, ma offre alle cose di farsi, offre alle cose di essere e di divenire.
In questa prospettiva, allora, voi capite che sono due ambiti diversi, collegati fra di loro, perché noi siamo sostenuti, ma questo non fa parte della ricerca scientifica. La ricerca scientifica analizza i fenomeni, come avvengono, le diverse cause collegate fra di loro e anche individua delle casualità dei processi che possono avere soluzioni diverse, e quindi la vita può anche intraprendere dei sentieri ciechi per cui ci sono dei rami dello sviluppo evolutivo che a un certo momento vengono troncati, che non procedono perché c’è una grande libertà all’interno dei processi, che nell’uomo diventa libertà di scelta, perché l’offerta creatrice è molteplice, non impone nulla.
Capite, allora, che è possibile anche quel disordine della creazione, anche quei tentativi falliti della creazione. Perché è questo che colpiva Darwin: “Possibile che per raggiungere questo risultato ci debba essere questa dispersione enorme di possibilità? Quelle forme molteplici di vita che scompaiono perché uno solo possa emergere?”.
Allora io vorrei richiamarvi, in questo senso, a un’idea importante: la nostra condizione temporale. Cioè noi come creature, ma pensate tutte le creature, siamo tempo, cioè non possiamo accogliere in un istante solo tutta la perfezione a cui siamo chiamati, che pure ci viene offerta. Noi non la possiamo accogliere tutta in un istante, ma possiamo accogliere solo frammenti dopo frammenti e successivamente così, progressivamente così, fino a pervenire a un compimento, a una pienezza che suppone una complessità di strutture che pian piano si sviluppano, ma si sviluppano attraverso tentativi che a volte falliscono, perché appunto ogni situazione è dipendente anche da componenti che possono non esserci.
Per cui, vedete, se vi mettete in questa prospettiva evolutiva, cioè della perfezione che possiamo accogliere solo passo dopo passo, voi capite perché il male, e il disordine, e la sofferenza, ci accompagna fin dall’inizio.
Cioè, non c’è stata una situazione iniziale perfetta, come invece interpretavano quelli che avevano il modello statico: all’inizio tutta la perfezione, poi dopo è successo qualcosa per cui le cose sono cambiate. Nella prospettiva evolutiva la perfezione è alla fine, è il traguardo. Quindi noi cominciamo dal poco, dal nulla, e poi pian piano c’è uno sviluppo, anche dal punto di vista nostro personale, ma poi pensate alla vita nelle sue forme originali, pian piano, poi per tentativi, poi imbocca delle vie da cui deve tornare indietro, riprende altre, perché l’offerta di vita è condizionata a tante situazioni e circostanze. Pensate, per esempio, non so, ad un bambino che non viene amato e allora ha dei traumi, non riesce ad affrontare certe circostanze, certe situazioni, oppure, andando avanti, si trova preclusa una strada.
Da un punto di vista, quindi, di fede noi comprendiamo bene che le situazioni originarie sono ancora imperfette, inadeguate, e il male ci accompagna e l’imperfezione ci accompagna sempre. La fede in Dio a che cosa ci conduce? A riconoscere che possiamo vivere tutte le situazioni della nostra esistenza in modo così da accogliere quella forza di vita che ci conduce alla perfezione definitiva, alla nostra identità di figli di Dio, cioè a sviluppare quella dimensione spirituale che è la ragione della nostra esistenza sulla terra.
Quindi, nella prospettiva di fede, il compimento è il compimento che viene non in ordine alla vita biologica, ma in ordine alla vita spirituale, cioè a quella dimensione che comincia a svilupparsi quando cominciamo a renderci conto della nostra condizione e cominciamo ad aprirci a quella forza di vita per cui una nuova qualità si sviluppa in noi. Che è quella che nella tradizione cristiana chiamiamo l’identità di figli di Dio, la dimensione spirituale, per cui, come diceva Gesù, c’è un nome scritto nei cieli.
Allora la nostra condizione terrena, quindi da un punto di vista biologico e da un punto di vista psichico, è una condizione imperfetta, inadeguata, ma ordinata allo sviluppo di una dimensione spirituale per la quale tutto acquista un significato, perché noi possiamo vivere tutte le situazioni in modo da accogliere l’azione di Dio in noi ed a pervenire a quella identità di figli di Dio, come diceva Gesù, per cui c’è un nome per noi scritto nei cieli, ripeto.
La domanda eventuale potrebbe essere: “Ma allora vale la pena percorrere questo cammino, se il male ci accompagna sempre, se il disordine è sempre alle nostre porte e dentro la nostra interiorità?”.
La risposta a questa domanda può essere data solo quando alla fine giungiamo al compimento; allora ci rendiamo conto se realmente le situazioni vissute nell’imperfezione, anche nel disordine, nella sofferenza, sono proporzionate al compimento al quale siamo chiamati.
Quello che allora è importante per noi è individuare con quale atteggiamento vivere le diverse situazioni, anche di sofferenza, d’incomprensione, di emarginazione, di morte, perché tutti siamo chiamati ad attraversare la morte.
Come vivere queste situazioni in modo da sviluppare la nostra dimensione filiale, cioè la nostra dimensione spirituale che ci consente di attraversare la morte da vivi? Questo è il problema reale della nostra condizione di creature.
Allora il fatto che c’è un disordine, che ci sono ancora imperfezioni dipende appunto dalla condizione creata che è ancora incompiuta, cioè la creazione è ancora in corso, per cui dovremmo dire non che Dio ci ha creati, ma che Dio ci sta creando pian piano. Solo che noi non possiamo accogliere tutta la perfezione in modo compiuto in un istante, ma solo giorno dopo giorno, frammento dopo frammento, per giungere appunto a quel compimento al quale Dio ci chiama come figli suoi.
Allora, vedete, in questa prospettiva non ci sono difficoltà ad assumere il modello evolutivo, a capire la nostra condizione; anzi questo ci dà modo di vivere armoniosamente anche le situazioni imperfette, sapendo che possiamo viverle e attraversarle in modo da crescere come figli di Dio e raggiungere quell’armonia profonda che ci consente, appunto, di attraversare la morte umanamente, cioè da persone viventi.
Questo è il modello che Gesù ci ha indicato quando, nella Risurrezione, ha mostrato qual è il traguardo a cui come figli di Dio siamo chiamati.
Allora le altre discussioni riguardo la scienza sono discussioni che hanno un significato, hanno un valore, ma che non incidono nel modo come noi dobbiamo interpretare la nostra esistenza e soprattutto sperimentare a quale qualità di vita conduce il dare fiducia a Dio anche in queste situazioni imperfette e inadeguate.
Questa è la verifica importante del nostro cammino di fede.
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Il testo è stato tratto dalla conferenza: IL DARVINISMO E LA TEOLOGIA CATTOLICA tenuta dal  Prof Carlo MOLARI nella Parrocchia di San Mattia Apostolo
 
Il presidente Trump e le sindromi PDF Stampa
Utilità - Punti di vista

Una domanda che ci si puo` fare e`: come mai il presidente Trump ha perso solamente una piccola percentuale del suo elettorato dopo aver introdotto leggi che danneggiano soprattuto quei ceti piu` bassi della societa` che sono i suoi maggiori sostenitori? Per capire questo fenomeno bisogna andare negli Stati Uniti d' America del Sud dell' ottocento. Negli Stati del Sud, in questo periodo, non esisteva una scuola pubblica e solamente gli strati piu` influenti della societa` venivano educati da istituzioni private. Le famiglie piu` influenti, possedenti di schiavi, erano al massimo il 10% della popolazione. Il resto dei bianchi erano per lo piu` lavoratori dipendenti. La ragione di questa situazione era ovviamente costituita dal fatto che gli schiavi erano molto costosi e solamente i grandi proprietari terrieri potevano comprarli. In questo periodo gli schiavi rappresentavano circa il 65 % di tutta la ricchezza del Sud e proprio qui era vigente il cosi` detto Grand Old Plantation system, in cui i bianchi della classe povera venivano ad adulare i ricchi possedenti delle piantagioni per cui lavoravano. Nella loro ignoranza, questa classe cresciuta senza alcuna educazione, si sentiva completamente persa quando doveva contare su un proprio modo di pensare e per questo motivo era completamente abituata nel vedere i propri padroni, con i loro chiaro saper fare, come l'unico punto di riferimento da seguire in tutte le circostanze. Un esempio di questa fedelta` assoluta ai loro padroni fu la guerra civile (1861-1865) a cui tutti i bianchi del sud, con moltissime perdite, parteciparono anche se la grande maggioranza non aveva alcun interesse finanziaro per opporsi alla liberazione degli schiavi neri. Purtroppo questo modo di pensare feudale e` ancora esistente negli stati del Sud e questa potrebbe essere una delle sindromi che continuano ad aiutare il presidente Trump.
Un' altra sindrome puo` essere la cosi` detta "Sindrome di Stoccolma". Il nome e` derivato da un furto in una banca che avvenne nel 1973 appunto a Stoccolma. Questo nome fu coniato quando gli ostaggi presi durante la rapina si rifiutarono di testimoniare contro i loro rapitori. La sindrome si presenta quando gli ostaggi sviluppano sentimenti positivi verso i loro rapitori. Il tutto avviene se gli ostaggi si convincono di avere in comune con gli aggressori gli stessi valori umani e per questo motivo cessano di percepire gli aggressori come una minaccia alla loro esistenza. Nel nostro caso il truffatore Trump, pur commettendo dei crimini in continuazione, sarebbe immune dalle critiche di soggetti afflitti da questa sindrome.
Per finire si puo` dire che, in genere, la gente non ammette facilmente di aver commesso un errore dopo aver preso una certa decisione. Non vogliono ammettere che Il votare per il presidente Trump, sia stato uno sbaglio disastroso e preferiscono aspettare che miracolosamente le cose comincino ad andare verso il meglio. Questa e` una sindrome di cui noi tutti siamo a conoscenza.

 

Marcello VENEZIANO