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Psicologia della religione PDF Stampa
Religione - Introduzioni
Giovedì 09 Ottobre 2008 17:08

-La religione fa bene alla salute?- titola un saggio pubblicato qualche anno fa da un medico americano Harold G. Koenig. Un titolo provocatorio, che riassume in breve gli interrogativi che si pone chi tenta di analizzare la fede con gli strumenti della psicologia.

Partendo da un assunto che pochi sono disposti a contestare: la religione fa parte da sempre della società umana. Anzi, nasce di pari passo con le prime aggregazioni sociali. –Nasce per rispondere all'esigenza di dare un senso alla vita, dal culto dei morti, dal timore di fronte alla natura- afferma Mario Aletti, psicoanalista e docente universitario, presidente della Società Italiana di Psicologia della Religione (SIPR). Nasce, insomma, da una esigenza che dobbiamo appagare per evitare di cadere nella nevrosi.

-Fa parte della nostra natura generare idee, porci interrogativi che nascono dal fatto che noi umani siamo, per quanto si sappia, l'unica specie in grado di avere coscienza del passato, e di proiettarci in un futuro che ci porta a mettere in conto la nostra fine-, aggiunge Antonella Delle Fave, ordinario di psicologia generale alla Facoltà di Medicina dell'Università di Milano. Il che non vuol dire che la fede sia l'unica risposta possibile al tentativo di dare un senso all'esistenza:- Un ideale politico o una ‘missione' possono assumere la stessa funzione psichica della religione. Che però, per come è strutturata, è una proposta culturalmente privilegiata ed intenzionalmente totalizzante- aggiunge Aletti. – Anche se , proprio per la loro rilevanza sociale, tutte le religioni sono esposte al rischio di un'organizzazione rigida, di dogmatismi acritici, di ritualismi-.

-La religione è un fenomeno così diffuso perché la nostra mente è particolarmente attratta da idee intuitive, che tendono a trasmettersi di generazione in generazione molto più di quanto avvenga con concetti che richiedono una riflessione approfondita -, sostiene Thomas Lawson. Professore di religioni comparate alla Western Michigan University. –Senza dimenticare che questo tipo di idee, e le pratiche che ne sono nate, sono anche particolarmente efficaci nello stabilire le distinzioni tra gruppi, contribuiscono a rafforzare la coesione sociale e forniscono una solida motivazione per i comportamenti altruistici-.

Così, mentre in molte culture è la religione stessa a dar forma al tessuto sociale, non esistono società del tutto areligiose. A parte poche comunità che hanno tentato, con i risultati che sappiamo, di eliminare la religione sostituendola con utopie come il marxismo-, osserva Delle Fave. E ricerche recenti sembrano indicare che chi ha un credo molto sviluppato riesce a raggiungere un grado di benessere più elevato: -cosa comprensibile dal punto di vista evoluzionistico, se si pensa che la religione contribuisce alla costruzione del sé ed aiuta a trovare un senso di appartenenza-.

 

 

Dare senso alla vita

In realtà, gli psicologi stanno ancora cercando un accordo sul concetto stesso di religione: -Credo si possa definirla come un sistema di significati incentrati sul sacro, che in questo caso diventa attraverso la quale percepiamo la realtà- propone Israela Silbermanin un articolo sul ‘Journal of Social Issues' . -Un sistema formato da credenze ed aspettative, che influenza la vita degli individui, sia a livello personale che nelle relazioni con gli altri. E ha la caratteristica di dare un senso alla storia ed alla nostra esistenza, dalla nascita alla morte ed oltre. Anche se non sempre le risposte che vengono dalla religione generano felicità e benessere-.

Forse perché molte religioni propongono modelli di comportamento non facili da applicare?-Il fatto che i ‘comandamenti' dettati dalle diverse religioni siano destinati a rimanere un obiettivo irraggiungibile contribuisce a creare quella tensione etica che permette di tenere vivo l'intero processo -, spiega Aletti. -Non dimentichiamo che originariamente la religione nasce a livello individuale, per poi strutturarsi come organizzazione, creando una liturgia generata dall'esigenza di trovare gesti e linguaggi comuni per condividere questa esperienza all'interno della propria comunità. E sempre nel corso dell'evoluzione storica nascono i dogmi, che hanno lo scopo di preservare la religione dalle critiche esterne-.

Si parla infatti di psicologia ‘della religione' e non ‘delle religioni', -perché l'oggetto della disciplina è il vissuto psichico, ciò che di psichico vi è nella religione, e non nelle religioni in quanto tali-, spiega Aletti. Ma è indubbio che le diverse fedi, nella loro evoluzione storica, seguano percorsi diversi anche dal punto di vista psicologico, e contribuiscano in maniera diversa a strutturare la personalità dell'individuo, imponendo a chi si occupa dell'argomento uno sforzo per entrare in un mondo che non è il proprio, o quantomeno per stabilire una collaborazione con antropologi o storici delle religioni. Senza comunque prescindere dal vissuto religioso del ricercatore. –Diventiamo religiosi, o atei, nel processo di interazione e di negoziazione con l'universo simbolico della religione che ci è proposto dalla cultura in cui viviamo-, spiega Aletti. –In Occidente, anche chi non è credente non può prescindere dalla tradizione giudaico-cristiana che è indissolubilmente legata alla nostra cultura, così come in Oriente l'induismo e il buddhismo.

 

Tra cultura e tradizione

Ed è inevitabile che ogni religione dia risposte diverse ad interrogativi universali.-Buddhismo, cristianesimo, ebraismo propongono scale di valori e modelli educativi diversi, ed anche un diverso senso dell'esistenza-, spiega Dario Galati, professore ordinario di psicologia generale all'Università di Torino. Qualche esempio? –La tradizione giudaico-cristiana –spiega Delle Fave- mette un forte accento sulla ‘mancanza' dell'uomo, sul marchio rappresentato dal peccato. In altre religioni, come l'induismo, il gap tra l'uomo e la divinità può essere colmabile, mentre l'islamismo punta decisamente alla sottomissione del fedele. Ma anche all'interno dell'islamismo e del cristianesimo c'è un filone mistico – pensiamo a Meister Eckhart, a Santa Caterina o ai mistici sufi- che propone una fusione col divino-

Altre variabili nascono da un diverso atteggiamento nei confronti della storia: la tradizione giudaico-cristiana ha un forte senso dello scorrere del tempo, di un progredire all'interno del quale – come avviene per esempio nell'ebraismo con il continuo dibattito sulla Torah – anche i dettami della religione trovano nuove interpretazioni adeguate al mutare del contesto storico culturale. Culti come l'induismo hanno invece una percezione ciclica del tempo, al cui interno ogni mutamento assume una importanza relativa-, prosegue la psicologa. Lo stesso vale per la componente emotiva presente in molte culture: -se pensiamo alle esperienze estatiche presenti in molte religioni vediamo che, per esempio, queste vengono vissute dalle mistiche cristiane come contatto con il divino, comunione con Cristo, mentre per alcune religioni orientali si tratta di un processo di dissoluzione dell'Io nel Tutto-, ricorda Galati.

Senza dimenticare che ogni fede vive fasi alterne, di evoluzione e di stasi: Se la religione è un insieme di istruzioni culturali, può fare la scelta di non evolvere, di cristallizzarsi, impedendo l'evoluzione della società: così succede che in nome della fede si vedano bruciare libri o impedire l'emancipazione sociale delle donne-, prosegue Delle Fave.- Ma mentre nell'evoluzione biologica l'errore porta alla morte dell'organismo, in quella culturale non viene selezionato il 'gene' più adatto alla sopravvivenza in senso assoluto, ma il più forte in quella specifica fase. E un errore può creare mostri in grado di distruggere-.

Quello evoluzionistico è soltanto uno dei possibili approcci al tema religioso, assieme a quello psicoanalitico, che dedica particolare attenzione alla relazione tra vissuto religioso e figure parentali, e a quello cognitivo –diffuso soprattutto negli Stati Uniti- che studia i meccanismi culturali o cognitivi che generano insegnamenti religiosi anche molto diversi tra loro. –La religione può produrre una vasta gamma di effetti, dall'estasi alla paura-, spiega Lawson. -Specifici credo religiosi possono rendere gli individui felici, amichevoli e cooperativi oppure infelici, isolati o perfino ostili nei confronti di quanti non appartengono al loro gruppo-.

 

Religiosità e psicoanalisi

Su questi temi si sono già confrontati i padri fondatori della psicologia moderna. Freud, nel breve saggio L'avvenire di una illusione , descrive la religione come originata dalla debolezza stessa dell'uomo, che si sente inerme di fronte alle forze della natura, da cui è circondato all'esterno, e dei propri stessi istinti. Nel 1902 William James affronta, con il suo Le varie forme della coscienza religiosa, gli aspetti psicologici del vissuto religioso, notando come questo possa essere fonte di serenità per alcuni e di tormento per altri.

-Una data importante per la psicologia della religione è il 1909 –racconta Aletti- quando, al sesto congresso internazionale di psicologia, Theodore Flournoy propone due principi metodologici per la nascente disciplina : quello della ‘esclusione della trascendenza', che si astiene da un giudizio sul valore metafisico del contenuto della credenza, e quello della ‘interpretazione biologica della religiosità', che va studiata come un processo dell'organismo espresso in comportamenti osservabili ed interpretabili dallo psicologo-.

Rimanendo in un contesto più decisamente psicoanalitico, Freud sosteneva invece che l'origine del pensiero religioso fosse collegata per ogni individuo alle relazioni con il padre. –più avanti - spiega ancora Aletti- la psicoanalisi ha valorizzato meglio entrambi le figure parentali. E ha anche introdotto, accanto alla figura del padre biologico, quella di altre relazioni simboliche di paternità/figliolanza(che si possono stabilire con un insegnante, o con un amico dal carattere forte e carismatico,N.d.R.) in cui il padre rappresenta l'ordine, il limite, ma insieme la promessa e la possibilità di sviluppo. E le ricerche più recenti confermano come l'immagine di Dio, che è insieme amore, benevolenza e modello da seguire, racchiuda in sé entrambe le figure dei genitori-.

Si tratta di un processo psicologico individuale che ci porta a definire un'idea di Dio tradotta in linguaggio terreno, che è inevitabilmente antropomorfizzata: per così dire, -a immagine e somiglianza dell'uomo-. – Tanto che il credente – prosegue Aletti – deve stare attento a non identificare Dio con l'idea che se ne è fatto: in questo senso, la fede è continua ricerca, desiderio di un oggetto che è per definizione latente, cioè presente ma non raggiungibile.

 

Vivere secondo religione

Poiché dà un senso alla nostra vita, la religione contribuisce in modo decisivo a orientare la nostra personalità, fissando i valori in base ai quali ci confrontiamo con gli altri e con la società. Nel 2004 la rivista Personality and Individual Differences ha pubblicato una metanalisi su –Religiosità e Valori- realizzata da Vassillis Saroglu, direttore del Centro di psicologia della religione dell'Università Cattolica di Lovanio: i dati raccolti su oltre 8000 soggetti in 15 paesi diversi mostrano –forse prevedibilmente- che le persone religiose tendono a favorire i valori che promuovono la tradizione e l'ordine sociale, hanno un atteggiamento diffidente nei confronti dell'indipendenza e dell'autonomia, non apprezzano l'edonismo e sembrano relativamente poco interessate al potere e al successo. Da sottolineare che molti di questi atteggiamenti sono comuni a cristiani, ebrei ed islamici.

Altri studi mostrano che i giovani credenti tendono a manifestare - anche a giudizio dei loro coetanei- un atteggiamento più altruistico ed empatico. E c'è anche una serie di ricerche sul senso dell'umorismo, dalle quali emerge –anche qui non è una sorpresa- che i credenti non amano troppo le barzellette pesanti:

-La religione può avere effetti sia positivi sia negativi sugli individui e sulla società-, sintetizza Israela Silberman. – Può creare conflitti all'interno dell'ambito familiare ma anche accelerarne la soluzione, portare al perdono o alla vendetta. Può incoraggiare il terrorismo e la violenza, a livello nazionale ed internazionale, ma anche facilitare la soluzione dei conflitti-

Sul piano personale, la fede può rafforzare l'autostima, ma anche diminuirla. E l'atteggiamento di un individuo è destinato a cambiare a seconda che creda in un Dio amoroso e benevolo oppure in una divinità severa e vendicativa. –I sistemi religiosi che spingono i fedeli a credere in un utopistico, futuro paradiso in Terra –spiega Silberman- possono garantire un buon livello di benessere e serenità, ma anche generare cocenti delusioni quando le speranze che hanno acceso non vengono soddisfatte-

Un sentimento condiviso a volte da chi crede fermamente in un Dio che ricompensa i giusti e punisce i malvagi. –Alcune forme di preghiera sconfinano nel pensiero magico-, sostiene Aletti. – Se ci rivolgiamo ad un Dio per garantirci un beneficio materiale significa che riteniamo che riteniamo di poterlo influenzare, così come la magia ritiene di poter manipolare la realtà. E questo è un atteggiamento infantile, diverso da quello del credente che non immagina un Dio capace di intervenire di quando in quando a manipolare la storia umana per venire incontro ai nostri bisogni, ma vive la preghiera come una opportunità per mettersi in relazione col divino, e per guardare alla propria realtà con una prospettiva diversa.-

Ma se alcune forme di fede presentano manifestazioni eccessive o addirittura possono sconfinare nella patologia, la religione non è in sé patologica. –Almeno non più di qualunque altro ambito culturale ed istituzionale, che presenti un assetto ideologico e normativo forte, quando impatta su personalità fragili o già disturbate-, spiega Aletti. –A far male non è la religione, e men che meno la religione cattolica, ma personalità patologiche possono trovare canali di espressione della propria patologia in tutti gli ambiti della loro vita quotidiana, religione inclusa.

 

 

Le nuove emergenze

-Dove erano gli psicologi l'11 settembre ?-, si è chiesto Mario Aletti in un editoriale pubblicato sul notiziario della Società italiana di psicologia della religione, invitando i colleghi ad una maggiore attenzione ai soggetti psichici ignorati dalla psicologia. Mobilitati nel tentativo di dare un senso al fondamentalismo religioso, ancora una volta gli studiosi si dividono.

- Il fondamentalismo dimentica che le religione è un processo di acquisizione e non un possesso definitivo delle verità: è l'atteggiamento di chi si ritiene un soggetto –o un popolo- privilegiato e non riesce ad accettare, senza rinunciare alla propria fede, il percorso vissuto da altri nello sforzo comune di arrivare ad una verità-, spiega Aletti. In un'ottica di evoluzione culturale, il comportamento dei kamikaze e le diverse forme di martirio si spiegano con il desiderio di far sopravvivere e trionfare il proprio credo anche a costo della vita –propria e altrui- anteponendo le leggi della trasmissione culturale a quelle della genetica.

Intanto, una società sempre più multietnica, in cui non si affiancano solo religioni diverse ma anche molti modi di vivere la stessa fede, apre nuovi obiettivi alla psicologia della religione. –Dovremo fare i conti con l'intolleranza religiosa fino a quando la specie umana non sarà capace di riconoscersi come unità e di gestire le differenze come fonte di ricchezza e non di conflitto-, avverte Delle Fave. Tutto fa pensare che le religioni continueranno ad accompagnarci a lungo, nella nostra storia futura: per aiutarci o per creare dei problemi? –La risposta –scrive lo psicologo americano Kenneth Pargament- è tanto familiare quanto frustrante: dipende- E il dibattito resta aperto.

 

Articolo di Paola Emilia CICERONE tratto dalla rivista MENTE & CERVELLO

 
Ipotesi sull'esistenza del Dio Creatore PDF Stampa
Religione - Introduzioni
Giovedì 09 Ottobre 2008 17:21

La nascita della vita

Il cosiddetto Big Bang, con una quantità incommensurabile di energia "irradiata" ha consentito la conversione (E=mc^2) energia-materia e quindi la nascita, durata milioni di unità di tempo del sistema universo, con i relativi parametri spazio-tempo.

Alla luce di queste considerazioni (scientifiche) non è possibile ipotizzare che il fenomeno vita sia pervenuto da altri mondi (via meteore), dove era qualcosa di eterno. No, la vita è nata sulla Terra.

Le ipotesi più attendibili della scienza ufficiale sulla origine della vita, prevedono che la crosta terrestre si sia andata solidificando sotto un'atmosfera ricca di vapore acqueo surriscaldato e contenente alcuni gas elementari liberi, tra i quali idrogeno ed azoto; verso quest'atmosfera si proiettavano, da fratture nella crosta, masse magnetiche incandescenti, ricche di carburi metallici: la reazione dei carburi con il vapore acqueo dovette portare alla produzione di idrocarburi . Contemporaneamente si formò dell'ammoniaca, o per la reazione di azoturi con il vapore acqueo o per la costituzione di cianamidi o ancora per unione dell'azoto primitivo con l'idrogeno dell'atmosfera incandescente. Per la reazione degli idrocarburi con l'ammoniaca si ebbe la comparsa di ammini e di altri composti azotati.

La spiccata reagibilita' di sostanze contenenti carbonio e azoto, attraverso condizionamenti e reazioni successive, avrebbe portato alla produzione delle proteine.

Attraverso numerose ipotesi di aggregazione, condensazione e sintetizzazione molecolare, si sarebbe arrivati successivamente alla duplicazione delle sostanze stesse e quindi al primo fenomeno di riproduzione. A tali sostanze quindi potrebbe essere assegnato l'attributo di viventi primordiali.

Peccato però, che le difficoltà teoriche e quelle pratiche di riprodurre gli ambienti supposti, abbiano fatto affermare che questi elementi, uniti, 'naturalmente', al lunghissimo periodo necessario alla produzione delle prime sintesi impedirebbero la ripetizione nei laboratori delle tappe percorse dalla genesi della sostanza vivente.

 

Evoluzionismo somatico

Da semplici particelle di vita che si sarebbero sviluppate nel mondo acquatico attraverso i cosiddetti Procarioti che, 'naturalmente ovviamente' avrebbero 'prodotto' o 'dato luogo' alle cosiddette Euglune etc, etc fino a trasferirsi anche (chissà per quale motivo, ragione o fatto) in un ambiente senza alcun dubbio meno favorevole rispetto al precedente: la terraferma.

Si noti bene che il processo, chissà per quale oscuro motivo poi, da considerare sempre in continua evoluzione, con assenze assolute di periodi di stasi od anche (perché no?) di involuzione, avrebbe comportato secondo la scienza ufficiale, attraverso una sequenza impressionante, come numero e modalità di eventi (che si risparmiano al lettore) a partire da microrganismi di natura non ben precisata (le Euglune) la autogestazione di esseri dotati di organi sofisticatissimi dal punto di vista funzionale (occhi, orecchie, fegato, reni etc, etc con gli associati processi metabolici, enzimatici, ormonali etc, etc). Per quanto riguarda l'occhio in particolare, si citano di seguito al riguardo le testuali parole di Darwin  tratte  da 'L'origine delle specie':

"Supporre che l'occhio con tutti i suoi inimitabili congegni per l'aggiustamento del fuoco a differenti distanze, per il passaggio di differenti quantita' di luce, e per la correzione della aberrazione sferica e cromatica, possa essersi formato per selezione naturale sembra, lo ammetto francamente, del tutto assurdo".

Le suddette sono affermazioni che le osservazioni successive dei cosiddetti casualisti(convertitosi forse solo in parte in mutazionisti) non riusciranno mai a smentire o anche soltanto a sminuire o a scalfire, considerando che la sola pupilla può rappresentare una parte talmente sofisticata della tecnologia della automazione, che un team di specialisti per riprodurla per la prima volta avrebbe bisogno non soltanto di simulazioni al computer, ma anche di modelli, prove e tentativi di ordine pratico.

Si esamini inoltre la complessità di apparati come quello sessuale, associato, sempre per motivi legati alla: - mutazione casuale combinata con la selezione naturale cumulativa non casuale - (Dawkins-eminente cattedratico inglese- spiegando in dettaglio la teoria di Darwin) a quello del godimento per stimolare la riproduzione delle specie(?). Il che avviene, nel caso dei mammiferi, da ovuli di circa 0,2 millimetri di diametro, fecondate da elementi microscopici come gli spermatozoi.

E quindi lo sviluppo dell'embrione, uno dei fenomeni più esaltanti, suggestivi ed impenetrabili dell'esistenza, che sfugge completamente all'analisi genetica e biochimica, che diventa feto fino alla nascita, fino alla prima 'poppata', con l'alimento più completo che la cosiddetta Madre-Natura offre alla vita che nasce ed inizia a svilupparsi.

Si noti che nel campo dell'umano (per le altre specie non si conoscono statistiche) esiste un bilanciamento quasi perfetto tra numero di nascite di maschi e numero di nascite di femmine, il che varrebbe a dire che siamo nella condizione in cui il fattore Caso (mutante) genera l'ordine casuale-statico.

Il fenomeno riproduttivo dei mammiferi in particolare, presuppone quindi che si siano verificati, nella sua determinazione, una serie di eventi di numero e complessità tale da essere assolutamente non spiegabili, sempre 'naturalmente' ovviamente, anche partendo dal presupposto che la durata del tutto è stata milioni di anni.

No, anche l'eternità, da sola, non partorisce la vita, soprattutto nelle forme e manifestazioni esistenti

Evoluzionismo psichico

L'evoluzionismo psichico risulta associato ovviamente a a quello somatico fino ad arrivare all'Uomo, che si è citato solo marginalmente, perché dal punto di vista prestazioni fisiche, alcune specie gli sono superiori ( felini, quadrumani, etc,).

Comunque per chiarezza Darwin è stato un credente-agnostico, che ha affermato esplicitamente soltanto che le miriadi di organismi, di animali e di esseri, tra cui anche l'Uomo, che popolano questo mondo non sono nati da altrettanti distinti atti di 'formazione' . E quindi il Darwinismo, con il concetto della selezione naturale (comunque credo che il significato preciso del termine Natura siano in pochi a conoscerlo) non fa che accreditare l'ipotesi della esistenza di una Mente ordinatrice universale. Questo anche perché rimangono altrimenti ignote le funzioni e le necessità legate al processo evolutivo, che hanno prodotto quella potenzialità immensa della macchina cerebrale umana, che tutti conosciamo, nella maggior parte dei casi purtroppo solo indirettamente. Quest'ultima è rimasta nel processo evolutivo (non motivato) sottoimpiegata, sottoutilizzata, destinata , dal punto di vista delle esigenze primarie, a migliorare soltanto il livello di vita 'materiale'. Non si capiscono quali siano state le ragioni che hanno promosso lo sviluppo spirituale, quale motivazioni abbia l'essere umano per cercare ad esempio di capire il mondo nelle componenti legate alle ragioni esistenziali, quando il concetto base della teoria di Darwin è che 'La selezione naturale trae la sua origine dalla lotta per l'esistenza'.

Pertanto si possono concepire le eccezionali prestazioni fornite dalla cosiddetta materia grigia, soltanto come il prodotto di un Big Bang dell'istinto che ha determinato la 'nascita' dell'Homo Sapiens. Questo perché quando parliamo di Homo Sapiens parliamo di una Entità in grado di intendere compiutamente e di agire adeguatamente, momento che si è determinato forse soltanto quando  ha riconosciuto l'esistenza di un Fattore per tutto ciò che lo circondava ed incosciamente anche per sé stesso.

La materia grigia di cui si parlava, presenta una struttura costituita da dieci miliardi di neuroni e diecimila miliardi di sinapsi, cioè gli elementi che permettono alle cellule nervose di comunicare tra di loro. Si noti che (chiamandolo con il suo nome proprio) il Sistema Nervoso Centrale gode della proprietà della Plasticità, che consiste nella possibilità di creare nuove sinapsi, cioè nuovi collegamenti tra i neuroni.

Questo fenomeno è presente, sebbene in misura via via minore, per tutta la vita, e consente ovviamente oltre che l'adattamento ad ambienti, a stimoli, ad input completamente diversi, anche di compensare una lesione; questo attivando la funzionalità di un'area cerebrale di riserva, che agisce come supplente e va a mantenere l'equilibrio del sistema nel suo complesso, anche a seguito di danni esterni; ad esempio per danni alla vista, si sviluppano rapidamente altre funzioni sensoriali che permettono di compensare in parte tale deficit.

Il sistema nervoso centrale rappresenta un sistema biologico con una regolare attività elettrica, accompagnata da una attività chimica con lo scambio di una cinquantina di sostanze necessarie per il trasferimento delle informazioni da una cellula all'altra.

Una 'macchina' con le sue periferiche, i suoi sensori senza necessità di interfacce ed una estensione di memoria dati, che le permette di acquisire il contenuto di una intera enciclopedia senza bisogno di alcun tipo di' refresh '.

L'elemento vitale più complesso e sofisticato che esista, il quale è in possesso, ovviamente con una struttura elementare, rispetto a quella descritta, anche degli altri animali, ma che permette loro soltanto uno sviluppo fisico regolare; e dopo l'acquisizione della necessaria autonomia, la sopravvivenza; uno 'strumento' cioè per assicurare la vita anche alle altre 'creature'.

Mentre nel campo dell' umano 'qualcosa' rappresentato (secondo S.FREUD) dai cosiddetti IO, ES, il superIO, o forse (secondo G. JUNG) dal SE, la PERSONA, l'OMBRA, l'ANIMUS-ANIMA, cioè il conscio, il subconscio individuale, quello collettivo etc.

Insomma un elemento con una struttura hardware accessibile per presa visione, ma con una struttura software inesplicabile, coperta di mistero, che produce pensieri, sogni, sensazioni, intuizioni, ragionamenti. I quali, forse vale la pena di ricordarlo, hanno determinato, all'apice della evoluzione, tutte le scoperte e le invenzioni dalla clava alle astronavi ed insomma tutto lo scibile umano, rappresentato da decine di facoltà universitarie, centinaia di specializzazioni, migliaia di discipline.

E tutto ciò dovrebbe essersi autodeterminato a partire da un microrganismo autogeneratosi. No, è profondamente irrazionale pensare ciò.

Non a caso la mente più alta,  l'ingegno più evoluto, il genio più grande che ha espresso l'umanità nell'era moderna, Albert EINSTEIN, profondamente consapevole del meraviglioso ordine che è alla base del Creato, aveva scritto all'amico scienzato Niels BOHR: Dio non  gioca a dadi con l'Universo.
Ovvero, scendendo maggiormente in profondità, lo scienzato aveva affermato: «Io non sono un ateo e non penso di potermi definire un panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino che è entrato in una immensa biblioteca piena di libri scritti in molte lingue. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri, ma non sa come e non conosce le lingue in cui sono stati scritti, sospetta però che ci sia un misterioso ordine nella disposizione dei volumi, ma non sa quale sia. Questa mi sembra la situazione dell'essere umano anche del più intelligente di fronte a Dio. La convinzione profondamente affascinante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell'incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio».

 

Creazionismo

La Biologia (la scienza che studia la vita e la materia vivente in tutte le sue forme ed in tutti i suoi fenomeni) pertanto -forse- non risponde compiutamente alle considerazioni riportate, in particolare a quelle relative alla materia vivente cerebrale, anzi si classifica in maniera evidente come scienza non esatta, nel momento in cui esponenti tra i più qualificati della stessa (D.L. KIRK) affermano:

- 'Dal momento che oggi riconosciamo la nostra appartenenza al mondo che ci circonda, dobbiamo anche considerare miracoloso e meraviglioso il fatto che il processo evolutivo abbia dato origine ad una creatura in grado di guardarsi intorno e di contemplare il grandioso scenario di cui essa fa parte' -.

Pertanto alla luce di tutte le considerazioni riportate, rispetto alla teoria soltanto 'naturistica' di Darwin, ci sembra molto piu' razionale quella relativamente recente denominata Intelligent Design. Tale teoria postula l'intervento di una Entità intelligente nel processo che ha determinato l'evoluzione incessante di tutte le specie vegetali ed animali fino allo status attuale, che solo il fattore tempo fa definire come quello finale. Intervento non 'naturale' da definire di una probabilità estrema, considerando almeno cinque fattori: la spiegazione della nascita della vita sul pianeta e la rimozione dei dubbi di Darwin; la complessità della  cellula, unità basica ed autosufficiente di tutti gli organismi viventi; in grado di assumere nutrienti, di convertirli in energia, di svolgere funzioni specializzate e di riprodursi, se necessario. E quindi lo splendore della natura incontaminata in tutte le sue forme, aspetti ed espressioni, associato all'adattività completa all'ambiente di tutte le varietà (milioni) di piante e di animali, incluso l'uomo, presenti sulla Terra. Ed infine le considerazioni da fare sulla  macchina umana, che se correttamente gestita, può raggiungere prestazioni psico-fisiche tali da superare con il massimo dei voti qualsiasi 'Quality Control'. Una entità (forse definirla macchina è  riduttivo) fatta ad immagine e somiglianza della perfezione assoluta.

In questo campo inoltre non si possono ignorare le opere relativamente recenti di LOVELOCK, (scienziato inglese esperto di cibernetica e consulente della NASA). In disaccordo con quanti ritengono che la vita esiste sulla Terra solo perché consentita da condizioni favorevoli, vede il pianeta come un unico organismo vivente, capace di autoregolarsi, in maniera tale da poter essere battezzato Madre Gaia.

Tra le numerose considerazioni al riguardo, la prima è costituita dal fatto che la concentrazione nell'atmosfera di gas quali ossigeno e ammoniaca si trova ad essere mantenuta ad un livello ottimale, e scostamenti anche minimi da tale equilibrio potrebbero avere conseguenze disastrose per la vita, in tutte le sue espressioni. Si noti che se l'ossigeno normalmente e stabilmente presente nell'atmosfera in concentrazione pari al 21% aumentasse di appena 4 punti percentuali, si determinerebbe una situazione in cui il mondo sarebbe estremamente vicino al pericolo di una disastrosa conflagrazione, poiché l'incendio di una foresta determinerebbe la sua combustione totale. L'ipotesi invece dell'abbassamento anche in questo caso minimo della concentrazione dell'ossigeno produrrebbe difficoltà sostanziali nella generazione della combustione con difficoltà facilmente immaginabili su tutti gli aspetti della vita. Per rimanere nell'ambito dell'atmosfera si noti inoltre che se diminuissero le dimensioni della fascia di ozono che la circonda, ci sarebbe un aumento di radiazione ultravioletta proveniente dal Sole, che comporterebbe conseguenze "spiacevoli" per la vita così come noi la conosciamo. Molte specie compreso l'uomo sarebbero "disturbate" ed alcune verrebbero distrutte.

Un altro elemento che suscita interesse e perplessità, nelle considerazioni di LOVELOCK, è rappresentato dal livello di salinità delle acque dei mari, che attualmente è al livello del 3,4 per cento, eppure la quantità di sali provenienti dalle terre e portata al mare dai fiumi durante ogni periodo di 80 milioni di anni è uguale all'attuale contenuto salino degli oceani(?!)Se tale processo fosse continuato senza autoregolazione (!?) fin dalla loro formazione, tutti gli oceani sarebbero ora come il Mar Morto, cioè saturi di sale e quindi habitat intollerabili per la Vita.

Quello che colpisce è quindi la completa stabilità fisico chimica degli oceani, dell'atmosfera e delle terre del pianeta e quindi quella di ogni forma di vita. Inoltre c'è da considerare che un rapporto dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, redatto con il contributo di quarantotto altri scienzati , afferma che anche nel caso di esplosione di metà delle scorte di armi nucleari esistenti, gli effetti su gran parte degli ecosistemi umani sarebbero quasi trascurabili, a prescindere naturalmente dalle catostrofiche devastazioni locali. Si afferma esplicitamente cioè che distruggere la vita sul nostra pianeta sia una impresa molto vicina all'impossibile.

Tutte le considerazioni riportate di LOVELOCK di natura difficilmente contestabile, (a prescindere da quella relativa al pianeta Terra che è visto come un unico organismo biologicamente attivo), fanno sì che rendano talmente evidenti gli equilibri presenti nella cosiddetta Natura, che non si può non condividere la sua asserzione: "La probabilità che sia stato il Caso a produrre tutto ciò che è presente al Mondo, è la stessa di quella che avrebbe un automobilista ubriaco di non incorrere in incidenti in aree di traffico intenso".

E poi la coscienza (la legge morale scolpita all'interno di ognuno noi), l'angoscia esistenziale di chi non avverte il Divino, l'ansia di giustizia unita all'attaccamento alla vita, (che qualcuno ha definito come una dolce malattia dalla quale si guarisce solo con l'Amore), che ce Lo fanno toccare, con lo spirito 'naturalmente'.

DIO ''TU'' SEI

(l'Amor che move il sole e l'altre stelle)-Dante

 

Tesina di Antonio ALBINO dedicata al suo Docente di Teologia Fondamentale: Padre Carlo SKALICKY

 
Alla ricerca del Dio Creatore PDF Stampa
Religione - Introduzioni
Giovedì 09 Ottobre 2008 17:17

Attraverso la scienza noi esseri umani siamo in grado di comprendere almeno una parte dei segreti della natura. Abbiamo decifrato una parte del codice cosmico. Perché sia accaduto, perché l'Homo Sapiens abbia in sé una scintilla di razionalità che gli dà la chiave dell'universo, resta un profondo enigma.

Noi, figli dell'universo – polvere di stelle animata – ciononostante possiamo riflettere sulla natura dell'universo stesso e perfino intravedere le regole che lo fanno funzionare. Come sia nato il nostro legame con questa dimensione cosmica è un mistero, ma il legame stesso non può essere negato.

Che significa tutto questo? Che cos'è l'Uomo, per partecipare di un simile privilegio? Non posso credere che la nostra presenza in questo universo sia solo un gioco del fato, un accidente della storia, una battuta casuale del nostro dramma cosmico. Il nostro coinvolgimento è troppo intimo: la specie umana Homo può anche non contare nulla, ma l'esistenza della mente in un organismo di un pianeta dell'universo è sicuramente un fatto di una importanza fondamentale. L'universo ha generato attraverso degli esseri coscienti, la consapevolezza di sé: non può essere un dettaglio banale, un sottoprodotto secondario di forze cieche e senza scopo. La nostra esistenza è stata voluta.

Brano tratto dal libro di Paul Davies: LA MENTE DI DIO

 
Il significato del termine religione PDF Stampa
Religione - Introduzioni
Giovedì 09 Ottobre 2008 17:15

Il termine Religione proviene dal latino Religio che ha il significato di Unire, Legare insieme
• Che cos'è una religione?

Quando si confrontano diverse tradizioni religiose, bisogna stare attenti a non dare per scontata la propria idea di che cosa sia una religione. Infatti, con la parola "religione" si possono intendere almeno quattro cose diverse:

- Religione come pratica
Un insieme di tradizioni, di riti, di racconti, di abitudini e di cerimonie che vengono coltivati da un certo gruppo di persone e che vengono trasmessi di generazione in generazione.

- Religione come visione complessiva della vita
Una serie di credenze, un sistema di regole di comportamento, una concezione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e, in generale, una certa "visione del mondo".

- Religione come teologia
Una dottrina che spiega il rapporto dell'essere umano con tutto ciò che sta al di là della realtà materiale, ovvero con la sfera ultraterrena.

- Religione come atteggiamento spirituale intimo
Un rapporto individuale che ciascuna persona sviluppa con ciò che è sacro. A volte le persone si identificano pienamente con una determinata religione, altre volte interpretano la tradizione a cui appartengono in maniera personale.

A seconda dell'accezione alla quale ci si riferisce, una certa tradizione spirituale potrà essere considerata come una religione oppure no. Ad esempio, alcuni studiosi di storia delle religioni si chiedono se il Buddhismo possa essere inteso come una religione nello stesso senso in cui lo sono l'Ebraismo, il Cristianesimo o l'Islam: se per religione si intende un rapporto tra l'essere umano e un Essere Superiore, allora il Buddhismo (che non parla di Dio) non lo è; ma se si estende il significato del termine per intendere un insieme di insegnamenti spirituali e morali accettati con fede da una comunità e praticati nella vita quotidiana, allora anche il Buddhismo rientra a pieno titolo nella definizione.

fonte: http://www.tolerance.kataweb.it/ita/

 
L'uomo e la nascita delle religioni PDF Stampa
Religione - Introduzioni
Giovedì 09 Ottobre 2008 17:09

L'uomo è l'unico essere vivente insoddisfatto della sua natura. Lo è sempre stato, anche nel più remoto passato, tant'è vero che ha immaginato degli esseri immortali e felici: gli dei. Solo chi è fragile, infelice, mortale e non vuol esserlo, può immaginare qualcuno che non lo è e considerarlo più reale di se stesso. Gli dei sono sempre stati ciò che gli uomini desideravano essere.

O, meglio, sono sempre stati ciò che l'uomo sentiva che avrebbe dovuto essere, la parte più profonda, più vera, più nobile di sé. Per pensare a sé stesso, l'uomo ha dovuto sdoppiarsi: da un lato il suo io, miserabile e mortale, e dall'altro la divinità. Questa sua natura mortale l'uomo non l'ha mai accettata completamente anche se l'ha subita, se ha cercato, in ogni modo di farsene una ragione, di darsi una spiegazione di ciò che <<gli è successo>>venendo al mondo, intelligentissimo e fragilissimo, capace di pensare ad un tempo infinito e, nel contempo, condannato alla vecchiaia e alla morte.

L'uomo si è accorto subito che la sua vita è, rispetto a ciò che egli può immaginare, incredibilmente breve, addirittura qualche cosa di assurdo, uno <<scherzo di natura>>. Noi siamo così abituati ai lamenti dei poeti e dei filosofi sul tempo che fugge, che vola in un attimo, alla vita che sembra trascorsa in un istante, da considerarle cose banali e noiose. Ma spesso ciò che è veramente importante è proprio ciò che è più ovvio, più risaputo, più banale. E, da che mondo è mondo, gli uomini si sono sempre lamentati della brevità della loro vita, se hanno continuamente ripetuto che questa vita è un istante e niente di più, vuol dire che questa è un'esperienza fondamentale, essenziale, primordiale e ricorrente. Noi non possiamo considerarla come un errore, o un lamento, o una esagerazione. Se c'è vuol dire che ha una ragione, ed una ragione profonda. Questo è il nostro punto di partenza: l'uomo è insoddisfatto della sua natura ed ha una ragione per esserlo, una ragione importante.

Che sia così lo si intuisce subito anche guardando le cose dal punto di vista dell'evoluzione biologica. Su un corpo che non differisce troppo da quello degli altri primati è cresciuto in un tempo breve - sia esso di uno o due milioni di anni – un immenso cervello costituito di miliardi di cellule e capace di miliardi di miliardi di operazioni. Questo straordinario apparato pensante non è nemmeno tutto sviluppato alla nascita. Le fibre nervose, infatti, non sono tutte mielizzate. Si sviluppa nel corso degli anni e può essere messo in funzione solo attraverso una complicatissima istruzione. Se il cervello non subisse danneggiamenti dovuti alle malattie, ai tossici, all'invecchiamento, potrebbe imparare una quantità incredibile di cose. E invece è stato collocato in un organismo che ha la stessa capacità di rigenerazione cellulare degli altri animali. Il risultato è che non appena ha cominciato a funzionare a pieno regime, diciamo a venticinque anni, il cervello comincia a deteriorarsi perché intossicato, mal ossigenato, colpito da malattie. Ciononostante, in genere, esso sopravvive a tutti gli altri organi corporei che, a poco a poco, si distruggono. Le arterie si ispessiscono, il fegato e i reni funzionano sempre più malamente, le articolazioni si irrigidiscono. Con la vecchiaia questo strumento perfetto viene letteralmente murato vivo dentro il corpo e deve assistere impotente al disfacimento di tutto l'organismo, poi al suo stesso disfacimento e, infine, alla sua morte.

Nel suo bellissimo racconto Fiori per Algernon, Daniel Keys narra di un poeta idiota che, grazie ad una terapia, diventa intelligente, addirittura un genio. Però la fase di grande attività cerebrale dura pochissimo. A poco a poco riappare la demenza. Lui , intelligentissimo, è allora costretto ad assistere allo scempio che avviene dentro di sé. Una esperienza atroce, straziante. In realtà la vicenda di Algernoon è quella di ciascun uomo che viene murato vivo nel proprio corpo, costretto ad assistere alla propria progressiva distruzione, pezzo per pezzo, fino alla morte. Ecco perché è adeguata l'espressione << scherzo di natura>>. E' infatti come se qualcuno avesse costruito uno smisurato calcolatore che richiede decenni di lavoro per essere messo in funzione. Però questo calcolatore non l'ha installato in un grande edificio razionale, non l'ha protetto, alimentato in modo appropriato. No, lo ha lasciato in edifici decrepiti e addirittura all'aperto, al sole, all'aria, al vento, sotto l'acqua, dove incomincia a deteriorarsi prima di essere programmato e dove, in poco tempo, diventa un rottame. Immaginiamo ora che questo calcolatore sia dotato di coscienza. Cosa dovrebbe dire dei suoi costruttori?

Gli uomini hanno capito subito che il loro corpo era penosamente inadeguato rispetto alle loro capacità intellettuali e vi sono sentiti ospiti stranieri. E' così che è nata – in tutte le società ed in tutti i tempi – l'idea di un'anima immortale costretta a stare in un corpo mortale. Noi abbiamo oggi l'impressione che i nostri antenati siano stati un po' megalomani nell'attribuirsi un'anima immortale, addirittura divina. E megalomani ci sembrano i loro sacerdoti, sciamani e mistici che hanno sempre pretese di essere in contatto con le divinità, cioè con qualcosa di distinto e superiore alla natura. Ma questo era il modo con cui essi esprimevano l'immediata, insopprimibile esperienza di portare in sé qualcosa che trascende il dato della natura: una sovranatura. Questo orgoglio primordiale è l'altra faccia del rifiuto primordiale di cui abbiamo parlato.

Da un lato quindi l'uomo si è attribuito un'anima immortale, della stessa natura degli dei o della loro sostanza, una scintilla divina che anima la materia. Anche nella Bibbia Dio ha fatto l'uomo a <<sua immagine e somiglianza>>. Dall'altro, però, quegli stessi uomini hanno cercato, in ogni modo, di spiegarsi perché, nonostante questa parentela con Dio o gli dei, era toccato loro in sorte una vita così breve, povera e piena di dolore. E per farsene una ragione hanno descritto la loro condizione come illusione (indù e buddisti ), destino (i greci ), come caduta della scintilla divina nella materia (zoroastrani, manichei, gnostici ), come peccato da espiare (ebrei), o come croce da portare (cristiani ). E tutte le religioni e tutte le filosofie hanno sempre promesso, o in questa vita o nell'altra, o alla fine dei tempi, la fine della miseria e del dolore. Non però nello stesso modo. Una prima fondamentale divisione è quella che separa la tradizione indiana e, in modo particolare, il buddismo, da quanto invece è accaduto in occidente. In India, verso il IV secolo prima di Cristo, si è diffuso il convincimento che l'universo, il mondo, il corpo, l'infinita varietà delle cose che nascono e muoiono nel tempo, siano solo e soltanto un'illusione. L'uomo è insoddisfatto della sua natura perché, in realtà, ciò che gli appare come natura è un inganno, un gioco di specchi. Chi crede nella natura e nel tempo è come è come se cadesse in un sogno. La morte e la rinascita sono un cadere da un sogno in un altro sogno e tutti angosciosi. Rinunciando a credere nel sogno, cioè rinunciando a credere nel tempo e nelle cose, rinunciando ai desideri, all'ambizione, allo sforzo, ci si può risvegliare, cioè uscire dal sogno. Secondo questa prospettiva non si deve modificare la natura, anzi ci si deve disinteressare di lei. Più la si << prende sul serio >> , più si interviene, più si interviene, più si resta imprigionati nell'illusione cosmica.

Totalmente opposto è stato lo sviluppo dell'occidente. Qui l'insofferenza che l'uomo ha provato nei riguardi della sua natura si è dapprima tradotta in religioni che promettono la fine della ‘prigionia' nel corpo e il ricongiungimento con Dio. Le religioni misteriche greche, il giudaismo, il cristianesimo e l'islam, sono tutte <<religioni di salvezza>>. La << salvezza>> è la fine di quello stato angoscioso in cui l'uomo si trova buttato e che queste religioni spiegano come caduta o come colpa. A prima vista queste religioni sembrano passive come quelle orientali. Ma non è così. L'universo, infatti, non è una illusione, ma il prodotto della creazione divina, qualcosa in cui l'uomo è tenuto ad agire.

Ma anche le religioni occidentali, da sole, non avrebbero prodotto una trasformazione. In occidente in realtà, ha agito un meccanismo ancora più radicale: gli uomini si sono ribellati alla loro condizione ed hanno cercato di trasformare la loro natura. Solo in occidente è stata portata avanti, e senza riserve, quella trasformazione pratica a cui diamo il nome di progresso tecnico. Negli abissi della preistoria gli uomini si sono scoperti senza pelo e avevano freddo, senza zanne ed erano minacciati da animali predatori, senza la capacità di arrampicarsi come le scimmie o la capacità di fuggire come le gazzelle, ed erano circondati di pericoli. Se si fossero limitati a considerare tutto il mondo illusione, concentrandosi nella meditazione, cosa sarebbe accaduto di loro? Se si fossero limitati a sognare una vita più felice dopo la morte, o una redenzione successiva, sarebbero mutate le cose? Per fortuna dobbiamo dire, essi non si sono limitati a maledire la loro natura idiota ma, popolando l'universo di potenze immaginarie, hanno creato a se stessi il modello da seguire: Non c'è una sola delle scoperte dell'uomo che non sia stata immaginata millenni e millenni fa. I primi documenti umani in nostro possesso ci mostrano una umanità che immagina, fantastica cose meravigliose. Gli dei si spostavano alla velocità del vento e del pensiero, parlavano a distanza fra loro e con gli uomini. I giganti innalzavano montagne e scavavano fiumi; i maghi avevano specchi con cui guardare a distanza, tappeti volanti, filtri per guarire le malattie. Questa immaginazione non è stata solo un compenso alla mancanza, ma una traccia per il desiderio, una guida per l'intelligenza e per l'azione.

 

Brano tratto dal testo L'albero della vita di Francesco ALBERONI