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Domenica 27 Marzo 2011 15:19 |
“The breakthrough in medical science came in 1952. Doctors could now cure the previously incurable. By 1967, life expectancy passed 100 years.” (La svolta, nella scienza medica, arrivò nel 1952. I medici sarebbero stati in grado di curare malattie prima di allora incurabili. Nel 1967, la speranza di vita superava i 100 anni.)
Chi siamo? Cosa ci rende umani oltre ogni ragionevole dubbio? Quanto tempo abbiamo? Se pure lo sapessimo, saremmo veramente in grado di sfruttarlo al meglio o finiremmo a sprecarlo, in attesa di qualcosa che nemmeno conosciamo? Ci sembrebbe troppo o troppo poco? Tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro (miglior romanzo del 2005 per il “Times”, che lo ha inserito nella lista dei cento migliori romanzi in lingua inglese pubblicati dal 1923 al 2005, e vincitore del Premio Letterario Merck Serono un anno dopo) e arrivato in Italia con colpevole ritardo, “Never Let Me Go” non ci offre risposte, ma solo domande. Ambientato in un c.d. “presente alternativo distopico”, indesiderabile sotto ogni punto di vista, in cui tutto (anche e soprattutto etica e progresso) è portato all’estremo, la pellicola ci accompagna nella vita di tre alunni cresciuti ad Hashram. Hashram è un collegio immerso nella campagna inglese, completamente isolato dal mondo esterno. Hashram è un grigio allevamento di cellule, una gabbia che non ha nemmeno l’accortezza di essere dorata, una prigione che coltiva uomini senza identità.
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Domenica 06 Marzo 2011 18:54 |
“American college student Amanda Knox stands accused of killing her roommate in a bizarre sex game gone wrong". Una serie di frammenti giornalistici ci buttano nella “storia”, mentre Lifetime presenta, “based on a true story” e con il sottofondo di una musica pseudo africana, la vicenda più che mai controversa del delitto di Meredith Kercher. Poi una città da cartolina; una Perugia (che Perugia non è) statica al limite del panico; una Punto della postale che viaggia con la calma di un pullman in gita scolastica; il luogo del delitto. È così che si apre la prima trasposizione televisiva (andata in onda lo scorso 21 febbraio in America) di una vicenda non ancora conclusa, che procede ripercorrendo i passi di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, senza disturbare Meredith Kercher, più di quanto non sia necessario. Principali interpreti, dunque, Hayden Panettiere (Amanda) e Paolo Romio (Raffaele Sollecito) immersi in una fotografia che nella foga di mostrarci “l’angolo di mondo perfetto, appena sconvolto da un orribile delitto”, finisce col somigliare troppo ad un poster sbiadito, di quelli lasciati al sole nei negozi del centro in cui nessuno entra più da anni. Nonostante le numerose critiche, ricevute per ovvie ragioni di legalità e rispetto di un processo non ancora concluso, Hayden Panettiere ha dichiarato di non essersi pentita affatto di avere interpretato questo “film girato in modo elegante”, ma piuttosto di essersi sentita proprio come Amanda, quando, fotografata a fare shopping durante le riprese, è stata accusata di essere poco sensibile. Ora, da un eccesso all’altro, l’accusa di poca sensibilità è ridicola tanto quanto la sua dichiarazione, ma definire questo film “elegante”, lo è ancora di più. Interessante, sicuramente, come è interessante poter giudicare un prodotto dopo averlo metabolizzato; invadente come la curiosità morbosa che (quasi) tutti hanno di sapere cosa è successo; spaventoso come il ruolo dei media, e terrificante come le persone; limitato nell’arbitraria e maldestra mescolanza delle due lingue (italiano- inglese), ma imparziale nel suo non cercare mai di dirci a cosa credere.
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Venerdì 18 Febbraio 2011 12:08 |

Presentato per la prima volta a Venezia lo scorso 2010, dopo aver consacrato la bravura della meravigliosa Natalie Portman (Golden Globe) e la sorprendente interpretazione di Mila Kunis (Premio Marcello Mastroianni), arriva anche in Italia (sempre troppo tardi) il film capolavoro di Aronofsky, il plurinominato e superfavorito tra i candidati all’Oscar, “Black Swan”. Lo sfondo, richiamato dal titolo, è quello del “Lago dei Cigni”, la fiaba drammatica che sulle note di Tchaikovsky segue l’evoluzione di una maledizione che solo l’amore potrebbe spezzare; la metamorfosi torbida e catartica di una giovane principessa, che un sortilegio ha trasformato in cigno. Aronofsky, come ogni visionario che si rispetti, spiazza il pubblico e mette in scena una vita che per esistere deve avere un palcoscenico; prende una donna e scava nella sua testa talmente a fondo da confondere anche noi; afferra un’idea e la mette in mano a pochi interpreti davanti ai quali inchinarsi sarebbe la cosa più giusta da fare. L’immensa Natalie Portman è affiancata da un’inaspettatamente magistrale Mila "sweet lips" Kunis, e un Vincent Cassel al suo meglio, che sottolinea, anche il modo violento, il carattere controverso e bloccato di una donna alla ricerca della perfezione, una ballerina ostinata perennemente in lotta con se stessa. Come se la storia di questo balletto facesse impazzire chi lo interpreta, vediamo l'ex cigno Winona Rider (in una piccola partecipazione), perdere il sonno e la ragione, e la Portman seguire le sue orme. Perdersi nella sua nemesi, la giovane e disinibita Kunis; perdersi nel rigore di un'educazione al limite della follia; perdersi in un ruolo cercato e voluto. La vediamo allenarsi, sudare, crescere, sparire, la vediamo lasciarsi andare. E poi la guardiamo perdere letteralmente le piume e non possiamo che restare ipnotizzati da quell’atmosfera perfettamente in bilico tra il sogno e la paranoia, tra l’estasi e il fastidio.
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Domenica 30 Gennaio 2011 13:16 |
La fortunata formula di “Generazione X” è sempre la stessa: un artista emergente sul palco del “Teatro studio”; un “padrino” d’eccezione; un pubblico da conquistare. In palio la possibilità di farsi conoscere. La 6 edizione di “Generazione X” è rimasta così, come Maurizio Viola l’aveva voluta, raccogliendo anche quest’anno un discreto successo. L’Auditorium Parco della Musica dedica a lui questa edizione, alla sua prematura scomparsa, invitando ospiti in qualche modo legati al suo ricordo e certamente in accordo con la sua passione per la musica. Il terzo dei sei appuntamenti in calendario, dunque, ha avuto come protagonista Fabio Abate “sponsorizzato” dalla “cantantessa” Carmen Consoli, produttrice con la sua etichetta “Narciso records” dell’album di debutto di quest’ultimo. “Itinerario precario”, questo è il nome dell’album uscito lo scorso Aprile, vale sicuramente la pena d’essere ascoltato, al suo interno ritroviamo anche un brano (“Senza farsi male”, candidato al David di Donatello) già presente nella colonna sonora del film di Maria Sole Tognazzi “L’uomo che ama”. Abate ha l’aria, ma soprattutto la voce, del cantautore che si ama o si odia, a cui comunque non si resta indifferenti. Chitarrista, batterista e bassista di questa tappa romana, sono formidabili. In questo senso la rassegna ha l’indubbio merito d’aver scelto con attenzione i suoi artisti anche se qualche falla nell’organizzazione resta: la breve apparizione della “cantantessa”, troppo breve anche se la si giustifica con la volontà di non mettere in ombra il vero protagonista della serata, e l’apertura affidata a Montecristo.
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