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Considerazioni razionali sull'esistenza del Dio Creatore PDF Stampa
Religione - Teologia razionale
La nascita della vita

Il cosiddetto Big Bang, con una quantità incommensurabile di energia "irradiata" ha consentito la conversione (E=mc^2) energia-materia e quindi la nascita, durata milioni di unità di tempo del sistema universo, con i relativi parametri spazio-tempo.

Alla luce di queste considerazioni (scientifiche) non è possibile ipotizzare che il fenomeno vita sia pervenuto da altri mondi (via meteore), dove era qualcosa di eterno. No, la vita è nata sulla Terra.

Le ipotesi più attendibili della scienza ufficiale sulla origine della vita, prevedono che la crosta terrestre si sia andata solidificando sotto un'atmosfera ricca di vapore acqueo surriscaldato e contenente alcuni gas elementari liberi, tra i quali idrogeno ed azoto; verso quest'atmosfera si proiettavano, da fratture nella crosta, masse magnetiche incandescenti, ricche di carburi metallici: la reazione dei carburi con il vapore acqueo dovette portare alla produzione di idrocarburi . Contemporaneamente si formò dell'ammoniaca, o per la reazione di azoturi con il vapore acqueo o per la costituzione di cianamidi o ancora per unione dell'azoto primitivo con l'idrogeno dell'atmosfera incandescente. Per la reazione degli idrocarburi con l'ammoniaca si ebbe la comparsa di ammini e di altri composti azotati.

La spiccata reagibilita' di sostanze contenenti carbonio e azoto, attraverso condizionamenti e reazioni successive, avrebbe portato alla produzione delle proteine.

Attraverso numerose ipotesi di aggregazione, condensazione e sintetizzazione molecolare, si sarebbe arrivati successivamente alla duplicazione delle sostanze stesse e quindi al primo fenomeno di riproduzione. A tali sostanze quindi potrebbe essere assegnato l'attributo di viventi primordiali.

Peccato però, che le difficoltà teoriche e quelle pratiche di riprodurre gli ambienti supposti, abbiano fatto affermare che questi elementi, uniti, 'naturalmente', al lunghissimo periodo necessario alla produzione delle prime sintesi impedirebbero la ripetizione nei laboratori delle tappe percorse dalla genesi della sostanza vivente.

 

Evoluzionismo somatico

Da semplici particelle di vita che si sarebbero sviluppate nel mondo acquatico attraverso i cosiddetti Procarioti che, 'naturalmente ovviamente' avrebbero 'prodotto' o 'dato luogo' alle cosiddette Euglune etc, etc fino a trasferirsi anche (chissà per quale motivo, ragione o fatto) in un ambiente senza alcun dubbio meno favorevole rispetto al precedente: la terraferma.

Si noti bene che il processo, chissà per quale oscuro motivo poi (la sola adattività all'ambiente non può essere ritenuta sufficiente soprattutto nelle prime fasi ), da considerare sempre in continua evoluzione, con assenze assolute di periodi di stasi od anche (perché no?) di involuzione, avrebbe comportato secondo la scienza ufficiale, attraverso una sequenza impressionante, come numero e modalità di eventi (che si risparmiano al lettore) a partire da microrganismi di natura non ben precisata (le Euglune) la autogestazione di esseri dotati di organi sofisticatissimi dal punto di vista prestazionale (occhi, orecchie, fegato, reni etc, etc) con gli associati sviluppi funzionali. Tra questi ultimi  si cita,tratto da un testo di Barry Sears, la descrizione di quello metabolico:- Il modo in cui il metabolismo lavora è uno dei grandi misteri della biologia. Gli alimenti che contengono proteine, carboidrati e grassi (insieme a vitamine, minerali e sostanze fitochimiche) entrano nell'organismo dalla bocca e vengono scissi nei loro componenti base per essere assorbiti. Questi elementi semplici vengono poi riassemblati in biomolecole complesse necessarie a sostenere la vita. Il metabolismo non è solo la fonte di energia che ci permette di 'funzionare', ma ci consente anche di rinnovare di continuo ogni cellula dell'organismo, di difenderci  dalla costante invasione dei microbi, di riparare le lesioni del corpo e, infine di riprodurci.
La parola metabolismo porta con sè il significato di cambiamento: un termine di gran lunga troppo semplicistico per descrivere ciò che di vero avviene durante i processi metabolici. Il metabolismo può produrre energia partendo dal materiale biologico, oppure costruire biomolecole complesse da componenti alimentari semplici. Il punto è che se non funziona correttamente, cominciamo ad ingrassare, a contrarre patologie croniche, a invecchiare più in fretta.
Pensate alla complessità di mantenere in costante comunicazione i diecimila miliardi di cellule del nostro organismo. Il motivo per cui il nostro metabolismo funziona così agevolmente è che sfrutta una sorta di internet biologico, una rete assai più complicata di quella che chiunque potrebbe concepire in futuro. A differenza del semplice flusso di elettroni che alimenta l'internet informatico, il nostro web biologico va ad ormoni e, come l'ingegneria dei sistemi ci insegna, gli ormoni funzionano al meglio se mantenuti entro una zona ottimale-.

Per quanto riguarda la funzione visiva inoltre, si citano di seguito al riguardo le testuali parole, guarda caso dello stesso Darwin,  tratte  da 'L'origine delle specie':
-Supporre che l'occhio con tutti i suoi inimitabili congegni per l'aggiustamento del fuoco a differenti distanze, per il passaggio di differenti quantità' di luce, e per la correzione della aberrazione sferica e cromatica, possa essersi formato per selezione naturale sembra, lo ammetto francamente, del tutto assurdo-.

Le suddette sono affermazioni che le osservazioni successive dei cosiddetti casualisti (convertitosi forse solo in parte in mutazionisti) non riusciranno mai a smentire o anche soltanto a sminuire o a scalfire, considerando che la sola pupilla può rappresentare una parte talmente sofisticata della tecnologia della automazione, che un team di specialisti per riprodurla per la prima volta avrebbe bisogno non soltanto di simulazioni al computer, ma anche di modelli, prove e tentativi di ordine pratico; inoltre sappiamo quanti anni di studi e di ricerche è costata la definizione dell'internet informatico che abbiamo visto può costituire, per associazione, una sola funzione del sistema metabolico.

Si esamini inoltre la complessità di apparati come quello sessuale, associato ( per motivi legati alla: - mutazione casuale combinata con la selezione naturale cumulativa non casuale -: Dawkins, eminente cattedratico inglese, cercando di spiegare in dettaglio la teoria di Darwin) a quello del godimento per stimolare (?) la riproduzione delle specie. Il che avviene, nel caso dei mammiferi, da ovuli di circa 0,2 millimetri di diametro, fecondate da elementi microscopici come gli spermatozoi.

E quindi lo sviluppo dell'embrione, uno dei fenomeni più esaltanti, suggestivi ed impenetrabili dell'esistenza, che sfugge completamente all'analisi genetica e biochimica, che diventa feto fino alla nascita, fino alla prima 'poppata', con l'alimento più completo che la cosiddetta Madre-Natura offre alla vita che nasce ed inizia a svilupparsi.

Si noti che nel campo dell'umano (per le altre specie non si conoscono statistiche) esiste un bilanciamento quasi perfetto tra numero di nascite di maschi e numero di nascite di femmine, il che varrebbe a dire che siamo nella condizione in cui il fattore Caso (mutante) genera l'ordine casuale-statico.

Il fenomeno riproduttivo dei mammiferi in particolare, presuppone quindi che si siano verificati, nella sua determinazione, una serie di eventi di numero e complessità tale da essere assolutamente non spiegabili, sempre 'naturalmente' ovviamente, anche partendo dal presupposto che la durata del tutto è stata milioni di anni.

No, anche l'eternità, da sola, non partorisce la vita, soprattutto nelle forme e manifestazioni esistenti..............

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Cenni sul Buddhismo PDF Stampa
Religione - Religioni Orientali

Il Buddha (il Risvegliato) dopo aver conseguito la cosiddetta Illuminazione, sentì il bisogno di diffondere le riflessioni e le tecniche di meditazione che avevano prodotto il suo stato di profondo benessere spirituale.  Tenne quindi il suo primo discorso in pubblico, si dice ai suoi primi cinque discepoli, su ciò che sarebbe diventata la dottrina di una religione contrapposta all’Induismo.

Il Buddha non ha lasciato testi scritti e i suoi insegnamenti sono stati trasmessi oralmente. Il maggior testo sacro del Buddhismo risale probabilmente al primo secolo avanti Cristo, quattro secoli dalla sua morte. Esso ha preso il nome di Dhammapada che, in lingua pali, significa “parole di Dhamma”, dove con quest’ultimo termine si intende la legge morale che il Buddha ha visto nell’ordine cosmico. Il testo è composto di 423 strofe, distribuite su ventisei capitoli, che contengono non solo gli insegnamenti del Buddha ma anche proverbi e detti popolari.

Le basi del suo pensiero sono costituite dalle cosiddette Quattro Nobili Verità che permettono di dischiudere le porte dell’Illuminazione.

La prima è costituta dall’affermazione che la vita umana è fatta di dolore e sofferenza. Già la nascita è fonte di sofferenza per la madre e per il bambino e poi le malattie, le avversità, la vecchiaia, la fobia della morte e le pene che procurano la morte stessa. Gli stessi stati di serenità che si attraversano sono impermanenti e quindi la loro scomparsa procura dolore.

Con la seconda verità il Buddha individua la causa della sofferenza nella cupidigia. L’uomo non si accontenta per nessuna ragione di quello che ha, non si sente mai appagato e ciò determina il processo delle reincarnazioni che è dovuto essenzialmente alla brama di perpetuarsi.

Con la terza si afferma che per rimuovere il dolore è necessario estinguere la cupidigia e la brama che precludono l’accesso al cosiddetto Nirvana. Tale condizione, di cui parleremo più profondamente in seguito, non ben definita dal Buddha ma da intendere come uno stato di eterna beatitudine, conseguente alla rimozione del sansara, ovvero del ciclo delle morti e delle rinascite.  Rimozione dovuto al karma, cioè la legge cosmica che fa sì che le corrette azioni influiscano positivamente nel corso delle varie esistenze.

L’ultima delle nobili verità permette di superare gli ostacoli che impediscono di liberarsi dalla sofferenza e di raggiungere quindi l’Illuminazione, perché fornisce le informazioni sugli “Otto Sentieri” da percorrere.

Questi ultimi sono denominatati rispettivamente retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retto modo di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retto raccoglimento (o meditazione - che, insieme alla retta consapevolezza, permette di osservare con distacco e consapevolezza noi stessi e il mondo e di cui si parlerà nell'articolo successivo ).

 

Con il primo sentiero da percorrere si dice che una retta visione della vita ci fa affermare che il dolore è l’unica caratteristica permanente della vita umana e che tutto il resto è impermanente. Il concetto viene affermato nella strofa 277 della Dhammapada:

 

Quando con piena cognizione si comprende

“tutte le cose fenomeniche sono impermanenti”.

Allora ci si disgusta del dolore: questo è il sentiero

per la purificazione.

 

 

Per percorrere il secondo sentiero si dice che il retto pensiero permette di comprendere la vita e ciò esige uno sforzo adeguato con la rimozione della pigrizia e della indolenza. Solo la liberazione dall’ignoranza e quindi l’acquisizione della saggezza possono portare verso l’Illuminazione. Il concetto viene affermato nella strofa 280:

 

Colui che non si sforza quando è tempo di sforzarsi

Che, pur giovane e forte, è dotato solo di pigrizia,

che ha il pensiero e la mente debole, indolente e inerte,

non trova il sentiero verso la saggezza

 

 

 

Per percorrere i tre sentieri successivi si afferma che soltanto con la retta parola, la retta azione e un retto modo di vita si agisce correttamente e si è in grado di vivere pienamente la propria vita . I concetti vengono affermati nella strofa 281:

 

Controllando la propria parola, ben governato nella mente,

nemmeno col corpo commetta del male,

purifichi queste tre vie dell’azione,

percorra il sentiero annunciato dai saggi.

 

Per percorrere il sesto sentiero si afferma che solo con un retto sforzo, né troppo grande da lasciarci esausti né troppo tenue da non produrre effetti significativi si è in grado di vivere pienamente fino a conseguire la saggezza. Il concetto è affermato nella strofa 280, già richiamata

 

 

Per percorrere il settimo e l’ottavo sentiero si afferma che con una retta consapevolezza e un retto raccoglimento si può meditare profondamente e concentrarsi pienamente fino a contemplare la verità per mezzo della conoscenza totale, che conduce all’Illuminazione. Il concetto è affermato anche se in parte nella strofa 282

 

Dall’attenzione concentrata nasce la conoscenza, per effetto

dell’assenza di attenzione concentrata la conoscenza

va distrutta

così avendo conosciuto questa duplice via, del guadagno

e della perdita,

ci si disponga in modo che la conoscenza aumenti.


Tenendo presente l’intero Dhammapada si evince che la brama e l’ignoranza sono state considerate le cause principali del dolore e del sansara (la reincarnazione). Forse l’ignoranza in particolare può essere la più nociva perché essa può generare il desiderio smodato di beni materiali che ci allontanano completamente dalla possibilità di conseguire l’Illuminazione. Quest’ultima dovrebbe coincidere per quanto riguarda gli induisti con lo stato di contemplazione rappresentato dal Samadhi dello Yoga ( vedi l’articolo relativo Le basi dello Yoga). Per essere più precisi su quest’ultimo punto citiamo quanto affermato da Mircea Eliade nel suo Storia delle credenze e delle idee religiose:

«Qualunque ne sia la “natura”, è certo che ci si può accostare al Nirvana solo seguendo il metodo insegnato dal Buddha. La struttura yoga di questo metodo è evidente, in quanto essa comporta una serie di meditazioni e di concentrazioni note da parecchi secoli. Si tratta però di uno Yoga rielaborato e reinterpretato dal genio religioso del Beato»

 

Ovvero il Nirvana può essere (in)definito dal seguente ammonimento tratto stavolta da testi sacri al Buddismo e riportato su un articolo di Gianfranco Bonola:

 

«O monaci, vi è una sede dove non esiste né terra, né acqua, né fuoco, né aria, né percezione, né questo mondo, né l’altro, né sole, né luna. Io affermo o monaci, che in essa non c’è venuta, né andata, né immobilità, né morte, né nascita. E’ qualcosa di non fisso, che non diviene, che non ha sostegno. E’ la fine della sofferenza»

Ed infine sempre tratti da testi buddisti una serie di attributi relativi:

 

Il Nirvana è permanente, stabile, imperituro, immobile, senza età, senza morte, senza divenire, che è potere, beatitudine, felicità, rifugio sicuro, ricetto, luogo di sicurezza senza più minacce;che è la Verità reale e la suprema Realtà; che è il bene, la meta suprema, il solo e unico concepimento della nostra vita, la Pace eterna, nascosta, incomprensibile.

Con queste definizioni, fornite da uno dei più grossi esperti di testi buddisti, Edward Conze,  riusciamo soltanto a comprendere che il Nirvana rappresenta un rifugio sicuro per lo spirito e forse una connessione con il Sacro. Pertanto non possiamo affermare con certezza che il Buddhismo sia una religione senza Dio, anche perché per fare ciò dovremmo attribuire ai termini un preciso significato. Comunque il Buddha aveva sempre rifiutato di parlare in merito, esprimendosi invece nei suoi discorsi su cose più concrete e avendo cura di evitare completamente il metodo speculativo.

Ad esempio aveva ripudiato la casta sacerdotale dei brahmani, perché la riteneva troppo chiusa nell’apprendere dai testi sacri dell’Induismo (i Veda, le Upanisad, etc che sono stati rifiutati completamente) concetti che dispensava con libera interpretazione. Invitava la gente a rendersi autonoma dal punto di vista culturale attingendo direttamente alla fonte (i suoi discorsi o quelli dei suoi discepoli e la propria ragione) il sapere religioso.

Spazzò via inoltre tutti i riti e le cerimonie religiose ritenendoli non solo qualcosa di inutile ai fini della liberazione spirituale ma anche uno sfoggio di superstizioni. Rinnegò inoltre le tradizioni, tra cui il sistema delle caste, ritenendole frutto di un passato pieno di errori, a causa dell’isolamento in cui viveva la casta sacerdotale dei brahamani. L’affermazione più ricorrente nei suoi discorsi era la necessità di un profondo sforzo personale per seguire i sentieri da lui indicati, per raggiungere il principio vitale dove si trova scampo e sollievo, con una liberazione definitiva dal ciclo delle esistenze.

Antonio ALBINO

 
Cenni sulle tecniche di Meditazione Buddista PDF Stampa
Religione - Religioni Orientali

I temi basilari delle tradizioni meditative sono in realtà i grandi problemi della vita e della morte. Le tradizioni fondamentali a questo riguardo sono almeno sei -Yoga, Vedanta, Taoismo, Tantrismo, Zen e Buddismo - , ma è indubbio che quest'ultima abbia un peso preponderante, che non è dovuto tanto ad una sua visione del mondo ed alla sua concezione della natura degli uomini, quanto al fatto che il Buddismo ha conferito, più delle altre spiritualità, un ordine e un inquadramento alle tecniche meditative, che permettono un accesso più diretto alla sua conoscenza.

Nel campo buddista per meditazione si intende semplicemente il rimanere rilassati nella consapevolezza di quanto sta accadendo o non accadendo. La meditazione è quindi un processo di consapevolezza privo di qualsiasi forma di giudizio.

Con la meditazione non ci proponiamo di arrestare il pensiero: la meditazione consiste semplicemente nel lasciar dimorare la mente nella sua condizione naturale, ovvero nella spontanea consapevolezza dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni, così come si manifestano.

Quando non comprendiamo la natura e l'origine dei nostri pensieri, sono essi stessi a prendere il sopravvento. Allorchè il Budda ha riconosciuto la natura della sua stessa mente, ha rovesciato tale processo. Ci ha mostrato come possiamo servirci dei pensieri, onde evitare che siano i pensieri a servirsi di noi.

La meditazione buddista è molto più semplice di quanto si pensi normalmente: qualsiasi cosa sperimentiamo, è meditazione, a condizione che siamo consapevoli di ciò che sta accadendo.

Ciò che conta è mantenere la consapevolezza, indipendentemente dai pensieri, dalle emozioni e dalle sensazioni che si manifestano. Per rendere il concetto molto più facile di quello che sembra

è sufficiente ricordare che è meditazione la consapevolezza di qualsiasi cosa si presenti.

I discepoli del Budda hanno costruito una organizzazione schematica delle diverse pratiche meditative che comprendono due categorie fondamentali: Metodi Analitici e Metodi non Analitici. Il motivo per cui il Budda abbia insegnato diversi metodi di meditazione è dovuto essenzialmente al fatto che sapeva bene quanto la mente umana fosse irrequieta e sempre alla ricerca di nuove esperienze.

I metodi non analitici erano quelli insegnati per primi perchè fornivano gli strumenti necessari per calmare la mente. Si tratta di una pratica essenziale attraverso la quale la mente raggiunge uno stato di consapevolezza e rilassamento , grazie al quale la sua natura può finalmente rivelarsi. Si possono distinguere in due categorie che sono la meditazione non analitica senza oggetto e la meditazione non analitica con oggettto. I metodi analitici invece implicano l'osservazione diretta della mente, pertanto è meglio intraprendere tali pratiche sotto la supervisione di un insegnante e quindi essi non verranno trattate nel corrente articolo.

Meditazione non analitica senza oggetto

In questo tipo di meditazione si lascia riposare la mente come se si fosse appena conclusa una lunga giornata di lavoro. Lasciamo andare tutto quanto e ci rilassiamo. Non ci viene richiesto di cercare di impedire il flusso di pensieri , sensazioni o emozioni, ma non dobbiamo neppure seguirli. Dobbiamo conservare sempre una certa presenza mentale, che potrebbe essere descritta più o meno come un nucleo di attenzione. Pur evitando di rivolgere l'attenzione a qualcosa in particolare, ci manteniamo consapevoli, presenti a qualsiasi cosa stia accadendo qui e ora. Per quanto possa sembrare del tutto ordinario, tale stato contiene tutte le qualità della chiarezza, dellla vacuità e della compassione. Dove per vacuità si intende il fondamento indescrivibile di ogni fenomeno ovvero la base ('l'ambiente') che permette l'esistenza di ogni cosa. Mentre per compassione si intende la completa identificazione con gli altri, nonchè l'immediata disponibilità ad aiutarli in qualsiasi modo possibile. Essenzialmente la compassione è il riconoscimento che chiunque è un riflesso di ciò che siamo e qualsiasi singola cosa è un riflesso di ogni altra cosa, ovvero: consiste nella percezione spontanea della connessione con tutti gli esseri viventi.

La pratica della meditazione non analitica senza oggetto costituisce il metodo più elementare con il quale portare la mente a dimorare rilassata nella consapevolezza. Se vogliamo dedicarci ad una pratica formale basterà cercare di tenere la colonna verticale ben eretta e il resto del corpo in uno stato di rilassamento e di equilibrio. A quel punto possiamo lasciare che la mente si rilassi in una condizione di mera attenzione a quanto sta accadendo. Anche imparare a meditare è un processo graduale. Inizialmente riusciamo a mantenerci tranquilli soltanto qualche secondo, prima che comincino ad affiorare in superficie pensieri, sensazioni ed emozioni. Il consiglio fondamentale è di non seguire tali pensieri, emozioni eccetera, e cioè di evitare che la nostra attenzione si lasci catturare , restando semplici spettatori di quanto si presenta alla luce della nostra consapevolezza. Quale che sia la natura di ciò che si presenta alla nostra attenzione, non lasciamola catturare, nè cerchiamo di sbarazzarcene. Ci limitiamo ad osservare il suo sorgere e il suo scomparire.

La meditazione non analitica senza oggetto si propone di aprire una breccia lentamente e gradualmente, nell'abitudine alla distrazione, permettendoci di rimanere nella consapevolezza dell'istante che stiamo vivendo, aperti a qualsiasi possibilità possa manifestarsi nel momento presente.

Ci serviamo di quei pochi secondi in cui vogliamo o semplicemente desideriamo una pausa dalle fatiche quotidiane per osservare la mente , invece di abbandonarci ai consueti sogni ad occhi aperti. Praticando in tal modo, - una goccia dopo l'altra - , ci ritroveremo gradualmente a liberarci dai limiti mentali ed emotivi che sono all'origine di fatica, delusione, rabbia e disperazione, e scoprire in noi stessi una fonte illimitata di chiarezza, saggezza, diligenza, pace e compassione.

Meditazione non analitica con oggetto

La meditazione senza oggetto può essere ritenuta difficile proprio perchè è molto semplice e quindi non ci si rende conto dello stato meditativo nel quale ci si trova. E' già presente quando ci svegliamo, ovunque andiamo durante la giornata, quando mangiamo come quando ci prepariamo per andare a letto. Ma dal momento che ci accompagna senza posa non ci rendiamo conto di quanto sia preziosa. E' semplice consapevolezza, senza fantasie, sogni e emozioni, ovvero è la funzione della mente nel suo stato naturale. L'altra tecnica consiste nell'impiego dei nostri sensi quale mezzo per portare la mente a una condizione di calma e rilassamento. Si forniscono di seguito dati e informazioni relative alla meditazione con la vista ed a quella con l'udito.

-Meditazione sulla forma

Meditazione sulla forma è la definizione tecnica della pratica in cui ci serviamo del senso della vista quale strumento per portare la mente alla calma. Non dovremmo lasciarci intimorire, perchè alla luce dei fatti, si tratta di qualcosa di estremamente semplice. In realtà è un processo di cui ci serviamo su base quotidiana, sebbene incosciamente, allorchè fissiamo lo schermo di un computer o ci concentriamo sulle luci di un semaforo. Quando portiamo tale processo inconscio a livello di una consapevolezza attiva, facendo deliberatamente dimorare la nostra attenzione su un oggetto specifico, la mente raggiunge una condizione di estremo rilassamento e apertura e si colma di pace. Non è necessario cercare di esaminarlo così a fondo da riconoscerne ogni singolo particolare, anzi, se ci proviamo, finiamo con il creare tensione, mentre l'esercizio si propone l'esatto contrario e cioè il rilassamento della mente. Quindi manteniamo una concentrazione sciolta, dedicando all'oggetto la minima attenzione necessaria per mantenere la mera consapevolezza. Comunque l'alternanza della meditazione sull'oggetto e della meditazione senza oggetto di cui abbiamo discusso in precedenza risulta di grande beneficio. Alternando le due tecniche di concentrazione sull'oggetto e di abbandono alla mera consapevolezza, finiamo col riconoscere direttamente una delle verità fondamentali dimostrataci dalle neuroscienze: qualsiasi cosa percepiamo è una ricostruzione creata dalla mente. In altri termini, tra la mente che percepisce un oggetto e l'oggetto percepito non c'è differenza.

-Meditazione sul suono

La meditazione sul suono è del tutto simile alla meditazione sulla forma, eccezion fatta per la facoltà cui ci si affida, che è quella dell'udito. Cominciamo con il lasciar dimorare la mente per qualche istante in una condizione di rilassamento, e quindi ci dedichiamo gradualmente a quanto sentiamo nelle più prossime vicinanze dell'orecchio, per esempio il suono del respiro , oppure un qualsiasi altro suono che abbia origine nell'ambient e immediatamente circostante.C'è chi trova utile servirsi di una registrazione di suoni della natura o di una melodia piacevole. Comunque è opportuno anche praticare l'alternanza di mera attenzione al suono e di mera consapevolezza rilassata e senza oggetto. Via via che ci abituiamo all'offrire una mera attenzione ai suoni in quanto tali, scopriamo di poter ascoltare le critiche che ci vengono rivolte senza arrabbiarci o metterci sulla difensiva, e parimenti di saper prestare ascolto alle lodi senza per questo lasciarci trascinare dall'orgoglio o dall'eccitazione.

Comunque, come già detto, secondo Yongey MINGYUR  è meglio intraprendere le pratiche analitiche sotto la supervisione di un insegnante che abbia la saggezza e l'esperienza necessarie per poterne afferrare il senso e fornire risposte adatte e in accordo alle caratteristiche di ciascun studente. Ma ciò che più conta è che, indipendentemente da quanto meditiamo o da quale tecnica usiamo, qualsiasi tecnica di meditazione buddista finisce in definitiva con il generare la cosiddetta compassione (termine già definito come significato), e ciò accade anche se non ce ne rendiamo affatto conto.

 

Articolo ricavato dal testo Budda, la mente e la scienza della felicità di YONGEY MINGYUR RINPOCHE

 
Un centro divino nel cervello PDF Stampa
Religione - Articoli vari

Le neuroscienze stanno attraversando una fase di rapida evoluzione. Per i neuroscienziati è in atto una “rivoluzione scientifica”  destinata a sconvolgere non soltanto i sistemi di diagnosi e cura in medicina e psichiatria, ma le nostre stesse concezioni millenarie, a partire dai sistemi filosofici.

Si tratta di una svolta finalizzata a comprendere la struttura e il funzionamento del cervello, e gli aspetti più intimi e privati dei nostri pensieri e desideri, come pensiamo, agiamo e cosa proviamo

Nell’ambito di questo meraviglioso progresso neuro scientifico, sono stati compiuti notevoli avanzamenti nell’esame del rapporto tra cervello e credenze in Dio, spiritualità, sacro, religione e dimensione del trascendente. Lo sviluppo di questo nuovo settore di ricerca ha dato origine a due discipline: Neuroteologia, termine coniato da A. Huxley, e Neuroscienza dello Spirito.

Il neuro scienziato Michael Persinger è stato il primo studioso a sostenere che le credenze in Dio, nell’anima e nelle esperienze religiose hanno basi in aree del cervello. “Tutti gli esseri umani, per Persinger, possiedono la capacità innata di credere in un Essere superiore insieme con il senso del mysterium  tremendum,ossia con la sensazione del terrore, della paura e di tutto  ciò che è mistero, nascosto, sconosciuto.

Ricerche condotte attraverso  i sofisticati metodi di brain imaging da A. Newberge e E. d’Aquili mostrano che l’idea di Dio non è prodotta da semplici opinioni personali o da speculazioni filosofiche o teologiche, oppure da stati patologici, come sosteneva Freud, ma si fonda sull’attività del cervello. Esperimenti effettuati prima con monaci giapponesi poi con suore francescane e carmelitane hanno dimostrato che la credenza in Dio, nella spiritualità e nel sacro nonché il fenomeno della meditazione e della preghiera modificano e attivano sistemi neurali e alcune aree del cervello.

L’insieme delle ricerche indica dunque che  strutture cerebrali sono coinvolte in queste credenze.

Il sistema delle credenze spirituali e religiose è una capacità innata, una inclinazione, un evento biologico, genetico, ereditario del nostro cervello.

E’ una scoperta di enormi proporzioni: le basi biologiche per cui gli esseri umani sono “predisposti” (Rudolph Otto) al pensiero religioso. La mente possiede un’attitudine, un istinto religioso che ha avuto origine da reazioni biologiche comuni a tutti gli esseri umani.  La persona umana è un “homo religiosus”.

Possiamo parlare di “una grammatica spirituale e morale universale”, di “una scintilla etica e spirituale impiantata nel cervello” (Green).

Ulteriori ricerche  hanno sottolineato l’importanza della spiritualità e delle esperienze religiose nell’evoluzione della specie umana (Persinger), nella  capacità innata di trascendere l’io, per riempire di “senso” la vita, rispondere alle grandi domande esistenziali, scongiurando la possibilità che gli esseri umani cadano in uno stato di ansia e di depressione per le piccole e grandi tragedie della vita,  e per ridurre l’angoscia determinata dalla sofferenza, dalle malattie e dalla consapevolezza della propria morte. Le credenze sono “indispensabili” per la “sopravvivenza umana” e per la “prosperità” della nostra specie. Esse sono poi il “collante” per impedire alla nostra specie, attraverso il predominio della pulsione di morte (thanatos), cioè del cervello rettiliano, di “distruggere” a lungo andare se stessa....

 

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Avatares de la creencia en Dios-Vicissitudini della credenza in Dio PDF Stampa
Religione - Teologia razionale

Es posible que en el secreto recinto personal se escuche la atormentada voz de Pascal con su inolvidable ‘incomprensible que exista Dios e incomprensible que no exista’: la dialéctica entre el sí y el no, compañera asidua de la condición humana

E’ possibile che nell’intimità del proprio animo si ascolti la tormentata voce di Pascal con il suo indimenticabile ‘incomprensibile che Dio esista ed  incomprensibile  che Dio non esista’: la dialettica tra il sì ed il no è compagna assidua della condizione umana.

 

 

A la memoria de mi hermana Dolores (1942-2015)
Alla memoria di mia sorella Dolores  (1942-2015)

En plena Ilustración europea se prohibían en España los libros que intentasen demostrar la existencia de Dios; se los considerabapeligrosos. Y es que Dios era tan evidente que no necesitaba demostración alguna. Se cuenta que durante el reinado de Felipe IV (1621-1665) se pensó, para remediar la pobreza de nuestras tierras, en canalizar los ríos Manzanares y Tajo; pero una ilustre comisión de teólogos se declaró en contra con la siguiente sutilargumentación: si Dios hubiese querido que ambos ríos fuesen navegables le habría bastado con pronunciar un sencillo “hágase”. Si no lo hizo, sus razones tendría. Y no está permitido enmendarle la plana.
-In pieno Illuminismo in Spagna si proibivano  i libri che intendendessero dimostrare l’esistenza di Dio; li consideravano pericolosi. Questo perché l’esistenza di Dio era talmente evidente che non aveva bisogno di alcuna dimostrazione. Si racconta che durante il regno di Filippo IV (1621-1665) si pensò, per rimediare alla miseria delle nostre  terre , di canalizzare il Manzanares e il Tajo; ma una illustre commissione di teologi si dichiarò contraria con la seguente sottile argomentazione: se Dio avesse preferito che ambo i fiumi fossero navigabili Gli sarebbe bastato un semplice “ sia fatto”. Se non lo fece, avrà avuto le sue ragioni. E non fu consentito modificare il piano.

Salta a la vista que por aquellas fechas Dios era algo inmediato, asequible, presente, familiar. Era un dato más de la realidad, o incluso el gran dato. Europa y, por supuesto, España convivían sin mayores traumas con la fe en Dios, una fe heredada de las buenas gentes del pasado.
-Balza agli occhi che in quei tempi Dio era qualcosa di immediato, accessibile, presente, familiare. Era una storia più che reale o addirittura la grande storia. L’Europa e, ad esempio, la Spagna convivevano senza grande difficoltà con la fede in Dio, una fede ereditata dalla buona gente dei tempi passati.

También parece obvio que en la actualidad Dios no encuentra fácil acomodo, al menos en la geografía occidental. Hace más de un siglo que Nietzsche, con su habitual desparpajo, lo envió a engrosar la lista del paro; lo declaró viejo y cansado, incapaz de asumir las tareas que los nuevos tiempos demandan. Y un gran conocedor e intérprete de Nietzsche, M. Heidegger, no tuvo reparo en afirmar que “en el ámbito del pensamiento es mejor no hablar de Dios”. Se tiene la impresión de que la recomendación del filósofo de la Selva Negra goza de notable aceptación. En España, constataba con ironía Antonio Machado, “se puede hablar de la esencia del queso manchego, pero nunca de Dios…”.
-Appare inoltre ovvio che oggi Dio non è facile da accogliere, almeno nei Paesi occidentali. E’ più di un secolo che Nietzsche, con la sua abituale disinvoltura, Lo mandò ad aumentare la lista dei disoccupati, Lo dichiarò vecchio e stanco, incapace di assumere il compito che i nuovi tempi richiedevano. E un gran conoscitore e interprete di Nietzsche , M. Heidegger, non trovò difficoltà ad affermare che “ nell’ambito del pensiero è meglio non parlare di Dio”. Si ha l’impressione che la raccomandazione del filosofo della Foresta Nera goda di una accettazione profonda. In Spagna constatava con ironia Antonio Machado, “ si può parlare del formaggio castigliano, e mai di Dio…”.

Se ha hecho un gran silencio sobre Dios; su muerte ha sido repetidamente anunciada. Lo hizo, pero sin triunfalismo ni euforia, Nietzsche. De hecho percibió como pocos que, sin Dios, sonaba la hora del desierto, del vacío total, del nihilismo completo. Acudió a tres certeras metáforas para ilustrar las consecuencias de la muerte de Dios: se vacía el “mar”, es decir, ya no podremos saciar nuestra sed de infinitud y trascendencia; se borra el “horizonte” o, lo que es igual, nos quedamos sin referente último para vivir y actuar en la historia, se esfuman los valores; y, por último, el “sol” se separa de la tierra, es decir, el frío y la oscuridad lo invaden todo, el mundo deja de ser hogar. ¡Noble forma de despedir a un difunto! Nietzsche era consciente de que la muerte de Dios cambiaba el destino del mundo y de la historia y le quiso dedicar un gran elogio fúnebre. Repetidamente se ha evocado el carácter clarividente, casi profético, de la figura de este genial escritor y filósofo. ¿Intuiría que un siglo después de su muerte, en nuestros días, nos íbamos a quedar casi sin mar, sin horizonte, sin sol? Tal vez fue consciente de la notable dificultad que entraña convertir en categorías seculares vinculantes los pilares religiosos de antaño.
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Se si è fatto un gran silenzio su Dio, la sua morte è stata ripetutamente annunciata. Lo fece, ma senza trionfalismi né euforia, Nietzsche. Infatti percepì come pochi che, senza Dio suonava l’ora del deserto, del vuoto totale, del nichilismo completo. Si riferì a tre diverse metafore per illustrare le conseguenze della morte di Dio: si vuota il ‘mare’, non potremo mai saziare la nostra sete di infinito e trascendenza, si cancella ‘l’orizzonte’ o, il che è lo stesso, rimaniamo senza un riferimento ultimo per vivere e agire nella storia, si dissolvono i valori; e per ultimo il ‘sole’ si separa dalla terra  , cioè, il freddo e l’oscurità invadono tutto, il mondo cessa di essere il focolare. Nobile forma di liberarsi di un defunto! Nietzsche era cosciente che la morte di Dio cambiava il destino del mondo e della storia e desiderava dedicargli un gran elogio funebre. Ripetutamente si è evocato il carattere chiaroveggente, quasi profetico, della figura di questo geniale scrittore e filosofo. Intuiva che ai giorni nostri, un secolo dopo la sua morte , saremmo rimasti quasi senza mare, senza orizzonte, senza sole? Forse era cosciente della notevole difficoltà che comporta convertire in fatti storici veritieri i pilastri religiosi del passato.

Es obvio que en la actualidad Dios no encuentra fácil acomodo en la geografía occidental
E’ ovvio che oggi  Dio non trova facile sistemazione nella geografia occidentale

No parece posible, ni lo pretende este artículo, retornar a los lejanos tiempos en los que la presencia de Dios era tan obvia que se contaba con él a la hora de canalizar los ríos. Occidente ha seguido, más bien, el itinerario de Feuerbach: “Dios fue mi primer pensamiento, el segundo la razón, y el tercero y último el hombre”. En el ámbito filosófico, la teología de ayer se llama hoy antropología. Y tampoco asistimos en la actualidad a contundentes proclamaciones de ateísmo. El ardor negativo de otros tiempos ha dado paso al desinterés actual. Muchos ateos de ayer prefieren llamarse hoy increyentes.
-Non sembra possibile, né lo pretende questo articolo, ritornare ai tempi lontani in cui la presenza di Dio era talmente ovvia che si confidava in lui nel momento di canalizzare i fiumi. L’Occidente ha seguito maggiormente l’itinerario di Feuerbach: “Dio fu il mio primo pensiero, il secondo la ragione, ed il terzo e ultimo l’uomo”. Nell’ambito filosofico, la teologia di ieri si chiama oggi antropologia. E tanto meno assistiamo oggigiorno a schiaccianti proclamazioni di ateismo. L’ardore negativo del passato ha lasciato il posto al disinteresse attuale. Molti atei di ieri preferiscono chiamarsi oggi non credenti.

Y es que tal vez todos, creyentes e increyentes, nos hemos dado cuenta, como Bonhoeffer, de que “el problema de Dios tiene su origen en Dios”, en su “invisibilidad”, en el carácter misterioso de su revelación. Bien lo sabía san Agustín: “Si lo comprendes, no es Dios”. De ahí que el aplomo afirmativo de otras épocas haya sido reemplazado por un incómodo balanceo entre el sí y el no. El maestro Eckhart era llamado “el hombre del sí y del no”. Se referían al carácter dialéctico de su pensamiento, también cuando hablaba de Dios. Solo abandonaba la dialéctica cuando se disponía a preparar una sopilla para los pobres; no había para él urgencia mayor.
-Ed è che forse tutti, credenti e non credenti, ci siamo resi conto, come Bonhoffer, che “ il problema di Dio trae la sua origine in Dio” nella sua “invisibilità”, e nel carattere misterioso della sua rivelazione. Lo sapeva bene sant’Agostino: “Se Lo comprendi, non è Dio”. Da qui che la rigorosa affermazione del passato sia stata rimpiazzata da un scomodo bilanciamento tra il sì e il no.Il  Maestro Eckhart era chiamato “l’uomo del sì e del no”. Si riferivano al carattere dialettico del suo pensiero, anche quando parlava di Dio.  Abbandonava la dialettica solo quando si disponeva  a preparare una zuppetta per i poveri; e non c'era per lui urgenza maggiore.

Impresiona constatar cómo creyentes tan profundos y auténticos como José Gómez Caffarena se adherían a la “dramática ponderación entre el sí y el no a la fe cristiana”. En él vencía el sí, pero su fe supo de noches oscuras, de travesías del desierto. Y no es menor la impresión que causan algunas frases del papa Francisco: “Si una persona dice que ha encontrado a Dios con certeza total y ni le roza un margen de incertidumbre, algo no va bien”. O esta otra: “Si uno tiene respuesta a todas las preguntas es prueba de que Dios no está con él”. Y añade: “Un cristiano que lo tiene todo claro y seguro no va a encontrar nada”. Desde luego no estamos ante un lenguaje muy pontificio, pero sí hondamente humano, altamente teológico, y sensible a nuestro convulso siglo XXI.
-E' impressionante constatare come credenti  tanto profondi e autentici come Josè Gomez Caffarena si unissero alla “drammatica ponderazione tra il sì ed il no alla fede cristiana”. In lui vinceva il sì , ma la sua fede conobbe notti oscure e traversate nel deserto. E non è minore l’impressione che causano alcune frasi di papa Francesco: “ Se una persona dice che ha incontrato Dio con totale certezza e non lo sfiora un margine di insicurezza, qualcosa non va bene”.  O quest’altra: “ Se una persona ha risposta a tutte le domande  è la prova che Dio non sta con lui”. E aggiunge: “ Un cristiano che ha tutto chiaro e sicuro non trova  niente”. Certo non stiamo dinanzi ad un linguaggio molto pontificio, ma profondamente umano, altamente teologico, e sensibile al nostro convulso secolo XXI.

“Si uno tiene respuesta a todas las preguntas es prueba de que Dios no está con él”, dice el papa
“Se uno ha risposta a tutte le sue domande ciò è la prova che Dio non sta con lui”, dice il papa

No puede, pues, extrañar que dos grandes maestros de la teología cristiana, Karl Rahner y Karl Barth, se mostrasen abiertos a una teología más propensa a la pregunta que a la respuesta. Preguntado en una ocasión el primero si de veras se consideraba creyente cristiano, respondió con aire taciturno: “Sí, pero no a tiempo completo”. Obviamente no quería decir que, por ejemplo, era creyente en las horas centrales del día e increyente al atardecer. Sencillamente aludía al carácter débil, precario, de su fe; estaba traduciendo al lenguaje de nuestro tiempo el evangélico “creo, Señor, pero ven en ayuda de mi incredulidad”. Rahner, calificado por H. Fries como “el mayor testigo de la fe del siglo XX”, solo se consideraba, pues, creyente a intervalos. Es más: dejó escrito que lo de ser cristiano no es un “estado”, sino una meta, un ideal. Propiamente no es correcto decir “soy cristiano”, sino “aspiro a ser cristiano”. En parecidos términos se expresaba el otro gran maestro, en este caso de la teología protestante, Karl Barth, al rechazar la distinción entre creyentes e increyentes. Aducía que él conocía a un increyente llamado Karl Barth. En realidad, la tradición cristiana siempre supo que somos ambas cosas a la vez, creyentes e increyentes. Nuestro Unamuno lo expresó lapidariamente: “Fe que no duda es fe muerta”.
-Non ci si può, inoltre, stupire se due grandi maestri della teologia cristiana, Karl Rahner e Karl Barth, si mostrassero aperti a una teologia più propensa alle domande che alle risposte. Interrogato in una occasione se il primo veramente si considerava un credente cristiano, rispose imbronciato: “ Sì, però non a tempo pieno”. Ovviamente non desiderava dire che, per esempio, era credente nelle ore centrali del giorno e non credente a tarda sera. Semplicemente egli alludeva al carattere debole, precario della sua fede; stava traducendo nel linguaggio del nostro tempo l’evangelico : “ Credo, Signore, ma vieni in aiuto della mia incredulità”. Rahner, qualificato da H. Fries come “ il miglior testimone della fede del XX secolo”, si considerava inoltre credente ad intervalli. E maggiormente: lasciò scritto che l’essere cristiani non è uno “stato” , ma una meta, un ideale.
Non è propriamente corretto dire “sono cristiano”, ma, aspiro ad “essere cristiano”. In termini analoghi si esprimeva un altro gran maestro, in questo caso di teologia protestante, Karl Barth, per respingere la distinzione tra credenti e non credenti. Aggiungeva che egli conosceva un non credente di nome Karl Barth. In effetti, la tradizione cristiana ha sempre saputo che siamo entrambi allo stesso modo, credenti e non credenti. Il nostro Unamuno lo espresse lapidariamente: “La fede che non dubita è fede morta”.

Por último: los avatares de la creencia en Dios son asunto de la “interioridad apasionada” (Kierkegaard) de cada creyente. Pero es posible que en ese secreto recinto personal se escuche la atormentada voz de Pascal con su inolvidable “incomprensible que exista Dios e incomprensible que no exista”. Es, de nuevo, la dialéctica entre el sí y el no, compañera asidua de la condición humana y de la creencia religiosa.
-Infine le vicissitudini della fede in Dio sono materia della “interiorità appassionata” (Kierkegaard) di ogni credente. Ma è possibile che in questa segreta dimensione personale si ascolti la tormentata voce di Pascal con il suo indimenticabile “incomprensibile che esista Dio e incomprensibile che non esista”. E’, di nuovo, la dialettica tra il sì e il no, compagna assidua della condizione umana e della credenza religiosa.

Articolo di Manuel Fraijò tratto dal quotidiano El Pais tradotto da Franca Maria Crobu  e Zeribi Cinzo

 
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