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Considerazioni sull'esistenza del Dio Creatore PDF Stampa
Religione - Teologia razionale
La nascita della vita

Il cosiddetto Big Bang, con una quantità incommensurabile di energia "irradiata" ha consentito la conversione (E=mc^2) energia-materia e quindi la nascita, durata miliardi di unità di tempo del sistema universo, con i relativi parametri spazio-tempo.

Alla luce di queste osservazioni (scientifiche) non è possibile ipotizzare che il fenomeno vita sia pervenuto da altri mondi (via meteore) dove era qualcosa di eterno (?). No, la vita è nata nel nostro pianeta.

Una delle ipotesi della scienza ufficiale sulla origine della vita, prevede che la crosta terrestre si sia andata solidificando sotto un'atmosfera ricca di vapore acqueo surriscaldato e contenente alcuni gas elementari liberi, tra i quali idrogeno ed azoto. . La spiccata reagibilita' di sostanze contenenti anche carbonio, attraverso condizionamenti e reazioni successive, avrebbe portato alla produzione delle proteine. Mediante numerose ipotesi di aggregazione, condensazione e sintetizzazione molecolare, si sarebbe arrivati successivamente alla duplicazione delle sostanze stesse con l'attributo quindi di viventi primordiali.

Una ipotesi più recente prevede invece che sarebbe stata l'azione congiunta di peptidi e acido ribonucleico (RNA) a generare il processo di origine della vita. A sostenerlo è una nuova teoria che risponde alla cosiddetta ipotesi del mondo a RNA, secondo cui l'acido ribonucleico sarebbe bastato da solo a innescare la vita

Peccato però che le difficoltà teoriche e quelle pratiche di riprodurre le modalità e gli ambienti supposti abbiano fatto affermare che questi elementi uniti naturalmente al lunghissimo periodo necessario alla produzione delle prime sintesi impedirebbero la ripetizione nei laboratori delle tappe della genesi della sostanza vivente.

 

Cenni sul Darwinismo

Con il creazionismo la maggioranza dei naturalisti ha ritenuto che tutte le specie fossero immutabili e che fossero state create separatamente. Per entrare più profondamente nell'argomento si può citare testualmente Carlo Linneo, pastore protestante, medico, botanico e naturalista, che affermava: - Tutto il Creato è l'attuazione di un mirabile disegno della mente divina, perfetto in ogni suo particolare. E l'uomo, in questo gran teatro, è chiamato a conoscere, a interpretare la bella opera del sapiente Artefice, allo scopo di cantarne la gloria , per poi accedere ala vita beata-. Pertanto con l'avvento delle teorie evoluzionistiche non si cercava solo di modificare prepotentemente e profondamente la biologia ma si presentavano due distinte concezioni del mondo e dell'uomo.

Il primo ad aver formulato una teoria evoluzionistica completa fu Jean-Baptiste Lamarck, il quale però credeva che fondamentalmente l'evoluzionismo derivasse da adattamento all'ambiente, che produceva variazioni in grado di essere trasmesse geneticamente. Un altro fattore che, a suo avviso, determinava tali modifiche era una sorta di impulso interno all'evoluzione insita nei vari organismi.

Ma Darwin non accettò tali teorie perchè prevedevano solo miglioramenti delle specie senza precise motivazioni. Le ragioni della evoluzione gli divennero chiare dopo aver letto il trattato di Robert Malthus, pastore anglicano ed economista, il quale affermava che la popolazione tende ad accrescersi con un ritmo assai più ampio che non i mezzi di sussistenza. Questo aspetto, esteso a tutte le specie, fu immediatamente recepito da Darwin che ne fece la base della sua teoria perchè individuava la causa della selezione e quindi dell'evoluzione naturale.
Pertanto la teoria di Darwin nelle sue linee essenziali si basa sulle seguenti considerazioni:

-Nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere.

-Con la selezione naturale: sopravvive l’individuo che presenta la struttura più adatta a vivere in un determinato ambiente.

Per quanto riguarda inoltre gli aspetti ereditari affermava:

-Gli individui presentano delle variazioni casuali dai caratteri acquisiti, concezione che denominò pangenesi e che si rivelò completamente errata.

La teoria descritta ne 'L'origine delle specie' ebbe ampio risalto, fu accolta con molto favore dai biologi dell'epoca e divenne un classico della letteratura scientifica. L'unica variante per la scienza moderna fu introdotta da Mendel (monaco Agostiniano, mentre Darwin in campo religioso si riteneva agnostico, fra l'altro i due scienzati erano contemporanei, pur non conoscendosi) che produsse le leggi relative ai caratteri ereditari e creò quindi quel ramo della biologia moderna denominato genetica. Comunque nella sua opera Darwin facendo cenno anche alla questione religiosa affermava l'ipotesi che il Creatore potesse aver insufflato l'alito vitale in poche forme originarie, dalle quali poi si svilupparono tutte le altre; in ogni modo Darwin non ha mai affrontato l'argomento dell'origine della vita dal punto di vista scientifico.

Tutte le osservasazioni riguardo le considerazioni di Darwin e la presentazione di altre teorie evoluzionistiche verranno fatte nei paragrafi successivi.

 

Evoluzionismo somatico

Rimanendo nel campo della scienza ufficiale, si rileva che da semplici particelle di vita che si sarebbero evolute nel mondo acquatico fino a trasferirsi (chissà per quale motivo, ragione o fatto) in un ambiente senza alcun dubbio meno favorevole rispetto al precedente, la terraferma, per poi  librarsi anche nell'atmosfera senza 'sollecitazioni esterne'!

Si noti bene che il processo (da considerare sempre in continua evoluzione, 'anche' nelle prime fasi  da definire di 'aggregazione' perchè ancora la selezione naturale non poteva avvenire per mancanza di elementi di competizione) avrebbe comportato, negli stadi successivi, la autogestazione di organi, sofisticatissimi dal punto di vista prestazionale con elaboratissimi aspetti funzionali. Tra questi si cita la funzione visiva con le testuali parole al riguardo dello stesso Darwin,  tratte  da 'L'origine delle specie', nel sesto capitolo intitolalo 'Difficoltà della teoria'; con molta onestà intellettuale e professionale egli afferma: .
-Supporre che l'occhio con tutti i suoi inimitabili congegni per l'aggiustamento del fuoco a differenti distanze, per il passaggio di differenti quantità' di luce, e per la correzione della aberrazione sferica e cromatica, possa essersi formato per selezione naturale sembra, lo ammetto francamente, del tutto assurdo-.

Per poi aggiungere naturalmente:

Le dfficoltà di ammettere che un occchio perfetto e complesso si formi per selezione naturale, sebbene insuperabile per la nostra immaginazione, non deve essere considerata come sovvertirice della nostra teoria.

Le suddette sono affermazioni che le osservazioni successive dei cosiddetti casualisti (convertitosi forse solo in parte in mutazionisti) non riusciranno mai a smentire o anche soltanto a sminuire o a scalfire, considerando che la sola pupilla può rappresentare una parte talmente sofisticata della tecnologia della automazione, che un team di specialisti per riprodurla per la prima volta avrebbe bisogno non soltanto di simulazioni al computer, ma anche di modelli, prove e tentativi di ordine pratico;

 

Inoltre sappiamo quanti anni di studi e di ricerche è costata la definizione dell'internet informatico che può costituire, per associazione, una sola funzione dell'apparato metabolico di cui, tratta da un testo di Barry Sears, se ne fornisce una breve descrizione:

Il modo in cui esso (l'apparato metabolico) lavora è uno dei grandi misteri della biologia. Gli alimenti che contengono proteine, carboidrati e grassi (insieme a vitamine, minerali e sostanze fitochimiche) entrano nell'organismo e vengono scissi nei loro componenti base per essere assorbitiQuesti elementi semplici vengono poi riassemblati in biomolecole complesse necessarie a sostenere la vita. Il metabolismo non è solo la fonte di energia che ci permette di 'funzionare', ma ci consente anche di rinnovare di continuo ogni cellula dell'organismo, di difenderci  dalla costante invasione dei microbi, di riparare le lesioni del corpo e, infine di riprodurci.
La parola metabolismo porta con sè il significato di cambiamento: un termine di gran lunga troppo semplicistico per descrivere ciò che di vero avviene durante i processi metabolici. Il metabolismo può produrre energia partendo dal materiale biologico, oppure costruire biomolecole complesse da componenti alimentari semplici. Il punto è che se non funziona correttamente, cominciamo ad ingrassare, a contrarre patologie croniche, a invecchiare più in fretta.
Pensate alla complessità di mantenere in costante comunicazione i diecimila miliardi di cellule del nostro organismo. Il motivo per cui il nostro metabolismo funziona così agevolmente è che sfrutta una sorta di internet biologico, una rete assai più complicata di quella che chiunque potrebbe concepire in futuro. A differenza del semplice flusso di elettroni che alimenta l'internet informatico, il nostro web biologico va ad ormoni e, come l'ingegneria dei sistemi ci insegna, gli ormoni funzionano al meglio se mantenuti entro una zona ottimale-.
Quanto descritto ci sembra piuttosto difficile anche da concepire e veramente assurdo da ritenere 'formatosi' per 'autorealizzazione'.

 

Si esamini inoltre la complessità di apparati come quello sessuale, associato ( per motivi legati alla: - mutazione casuale combinata con la selezione naturale cumulativa non casuale -: Dawkins, eminente cattedratico inglese, cercando di spiegare in dettaglio la teoria di Darwin) a quello del godimento per stimolare (ma qual'è il motivo 'evoluzionistico') la riproduzione delle specie. Il che avviene, nel caso dei mammiferi, da ovuli di circa 0,2 millimetri di diametro, fecondate da elementi microscopici come gli spermatozoi.

E quindi lo sviluppo dell'embrione, uno dei fenomeni più esaltanti, suggestivi ed impenetrabili dell'esistenza, che sfugge completamente all'analisi genetica e biochimica, che diventa feto fino alla nascita, fino alla prima 'poppata', con l'alimento più completo che la cosiddetta Madre-Natura offre alla vita che nasce ed inizia a svilupparsi e che, guarda caso, viene 'prodotto' dalla Madre stessa.

Si noti che nel campo dell'umano (per le altre specie non si conoscono statistiche) esiste un bilanciamento quasi perfetto tra numero di nascite di maschi e numero di nascite di femmine, il che varrebbe a dire che siamo nella condizione in cui il fattore Caso (mutante) genera l'ordine casuale-statico.

Il fenomeno riproduttivo dei mammiferi in particolare, presuppone quindi che si siano verificati, nella sua determinazione, una serie di eventi di numero e complessità tale da essere assolutamente non spiegabili, sempre 'naturalmente' ovviamente, anche partendo dal presupposto che la durata del tutto è stata milioni di anni.

No, anche l'eternità, da sola, non partorisce la vita, soprattutto nelle forme e manifestazioni esistenti.

 

Evoluzionismo psichico

L'evoluzionismo psichico risulta associato ovviamente a quello somatico fino ad arrivare all'Uomo, che si è citato fino ad ora solo marginalmente, perché dal punto di vista prestazioni fisiche, alcune specie gli sono superiori ( felini, quadrumani, etc,). Darwin nell'opera 'L'origine dell'uomo' cerca di dimostrare che per esso valgono le stesse leggi dell'evoluzionismo già descritte per le altre specie, con la grossa differenza del raggiungimento della stazione eretta che gli ha permesso la liberazione delle mani da funzioni accessorie; come ad esempio la deambulazione, con l'assunzione di compiti più qualificati come la produzione di strumenti a partire da quelli dedicati alla caccia e alla pesca e all'agricoltura. Tutto questo poco legato alla selezione naturale per ogni singolo caso e associato all'evoluzione soltanto dopo la costituzione dei primi aggregati umani, con relativa manifestazione di altrismo e socialità.!

Rimangono comunque ignote le funzioni e le necessità che hanno prodotto quella potenzialità immensa della macchina cerebrale umana, che tutti conosciamo, nella maggior parte dei casi purtroppo solo indirettamente. Quest'ultima è rimasta nel processo evolutivo (non motivato) sottoimpiegata, sottoutilizzata, destinata , dal punto di vista delle esigenze primarie, a migliorare soltanto il livello di vita 'materiale'?! Non si capiscono quali siano state le ragioni che hanno promosso lo sviluppo spirituale, quale motivazioni 'avesse' l'essere umano per cercare ad esempio di capire il mondo nelle componenti legate alle ragioni esistenziali (il soprannaturale), quando il concetto base della teoria di Darwin è che 'La selezione naturale trae la sua origine anche, in molti casi, dalla lotta per l'esistenza'!

Pertanto si possono concepire le eccezionali prestazioni fornite dalla cosiddetta materia grigia, soltanto come il prodotto di un Big Bang delle funzioni elementari che ha determinato la 'nascita' dell'Homo Sapiens. Questo perché quando parliamo di Homo Sapiens parliamo di una Entità in grado di intendere compiutamente e di agire adeguatamente, momento che si è determinato forse soltanto quando  ha riconosciuto l'esistenza di un Fattore per tutto ciò che lo circondava ed incosciamente anche per sé stesso.

 

La materia grigia suddetta, presenta una struttura costituita da dieci miliardi di neuroni e diecimila miliardi di sinapsi, cioè gli elementi che permettono alle cellule nervose di comunicare tra di loro. Si noti che (chiamandolo con il suo nome proprio) il Sistema Nervoso Centrale gode della proprietà della Plasticità, che consiste nella possibilità di creare nuove sinapsi, cioè nuovi collegamenti tra i neuroni.

Questo fenomeno è presente, sebbene in misura via via minore, per tutta la vita, e consente ovviamente oltre che l'adattamento ad ambienti, a stimoli, ad input completamente diversi, anche di compensare una lesione; questo attivando la funzionalità di un'area cerebrale di riserva, che agisce come supplente e va a mantenere l'equilibrio del sistema nel suo complesso, anche a seguito di danni esterni; ad esempio per danni alla vista, si sviluppano rapidamente altre funzioni sensoriali che permettono di compensare in parte tale deficit.

Il sistema nervoso centrale rappresenta un sistema biologico con una regolare attività elettrica, accompagnata da una attività chimica con lo scambio di una cinquantina di sostanze necessarie per il trasferimento delle informazioni da una cellula all'altra.

Una 'macchina' con le sue periferiche, i suoi sensori senza necessità di interfacce ed una estensione di memoria dati, che le permette di acquisire il contenuto di una intera enciclopedia senza bisogno di alcun tipo di' refresh '.

L'elemento vitale più complesso e sofisticato che esista, il quale è in possesso, ovviamente con una struttura elementare, rispetto a quella descritta, anche degli altri animali, ma che permette loro soltanto uno sviluppo fisico regolare; e dopo l'acquisizione della necessaria autonomia, la sopravvivenza; uno 'strumento' cioè per assicurare la vita anche alle altre 'creature'.

Mentre nel campo dell' umano 'qualcosa' rappresentato (secondo  Sigmund FREUD) dai cosiddetti IO, ES, il superIO, o forse (secondo Gustav JUNG) dal SE, la PERSONA, l'OMBRA, l'ANIMUS-ANIMA, cioè il conscio, il subconscio individuale, quello collettivo etc. Più semplicemente Alfred ADLER riteneva indissolubile l’unione tra soma e psiche, mentre affermava il principio dell’influenza cosmica, secondo cui l’individuo non può essere concepito  al di fuori di un legame con tutti gli elementi dell’universo; concetto questo che sarà poi sviluppato da Viktor FRANKL che parlerà anche di inconscio spirituale.

In sostanza la cosiddetta materia grigia presenta una struttura hardware accessibile per presa visione, ma una struttura software inesplicabile, coperta di mistero, che produce pensieri, sogni, sensazioni, astrazioni, intuizioni, ragionamenti, analisi, introspezioni. I quali, forse vale la pena di ricordarlo, hanno determinato, all'apice della evoluzione, tutte le scoperte e le invenzioni dalla clava alle astronavi ed insomma tutto lo scibile umano, rappresentato da decine di facoltà universitarie, centinaia di specializzazioni, migliaia di discipline.

E tutto ciò dovrebbe essersi autodeterminato a partire da un microrganismo autogeneratosi. No, è profondamente irrazionale pensare ciò.

Non a caso la mente più alta,  l'ingegno più evoluto, il genio più grande che ha espresso l'umanità nell'era moderna, Albert EINSTEIN, profondamente consapevole del meraviglioso ordine che è alla base del Creato, aveva scritto all'amico scienzato Niels BOHR: Dio non  gioca a dadi con l'Universo.

Inoltre nella famosa lettera al filosofo e matematico Maurice Solovine, scriveva ancora:


Lei trova strano che io consideri la comprensibilità della natura (per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come un miracolo (wunder) o un eterno mistero (ewiges geheimnis). Ebbene, ciò che ci dovremmo aspettare , a priori, è proprio un mondo caotico del tutto inaccessibile al pensiero. Ci si potrebbe (di più, ci si dovrebbe) aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice: sarebbe un ordine simile a quello alfabetico, del dizionario, laddove il tipo di ordine creato ad esempio dalla teoria della gravitazione di Newton ha tutt'altro carattere. Anche se gli assiomi della teoria sono imposti dall'uomo, il successo di tale costruzione presuppone un alto grado di ordine del mondo oggettivo, e cioè un qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi. E' questo il 'miracolo' che ancor più si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze. E' qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perchè hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo degli dei (entgottert), ma anche dei miracoli. Il fatto curioso è che dobbiamo accontentarci di riconoscere il 'miracolo' senza sapere che ci sia una via legittima per andare oltre. Dico questo perchè Lei non creda  che io - fiaccato dall'età - sia ormai facile preda dei preti.


Ovvero, citandolo ancora, lo scienzato aveva affermato:

«Io non sono un ateo e non penso di potermi definire un panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino che è entrato in una immensa biblioteca piena di libri scritti in molte lingue. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri, ma non sa come e non conosce le lingue in cui sono stati scritti, sospetta però che ci sia un misterioso ordine nella disposizione dei volumi, ma non sa quale sia. Questa mi sembra la situazione dell'essere umano anche del più intelligente di fronte a Dio. La convinzione profondamente affascinante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell'incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio».

 

Evoluzionismo Intelligente-

La Biologia pertanto -forse- non risponde compiutamente alle considerazioni riportate, in particolare a quelle relative alla materia vivente cerebrale, anzi si classifica in maniera evidente come scienza non esatta, nel momento in cui esponenti tra i più qualificati della stessa (D.L. KIRK) affermano:

- 'Dal momento che oggi riconosciamo la nostra appartenenza al mondo che ci circonda, dobbiamo anche considerare miracoloso e meraviglioso il fatto che il processo evolutivo abbia dato origine ad una creatura in grado di guardarsi intorno e di contemplare il grandioso scenario di cui essa fa parte' -.

Pertanto alla luce di tutte le considerazioni riportate, rispetto alla teoria soltanto 'naturalistica' di Darwin, ci sembrano molto piu' razionali quelle relativamente recenti denominate Intelligent Design e Evoluzione Intelligente). Tali teorie postulano l'intervento di una Entità superiore nel processo che ha determinato l'evoluzione incessante di tutte le specie vegetali ed animali fino allo status attuale, che solo il fattore tempo fa definire come quello finale. Intervento non 'naturale' da definire di una probabilità estrema, considerando ancora la pretenziosità e contemporaneamente la semplicità della teoria 'naturalistica' di Darwin che fu successivamente convertita nel cosiddetto Neodarwinismo e poi 'affiancata' dalla teoria nota come Visione Sistemistica, che pone l'altruismo alla base dell'Evoluzione (varianti nate grazie anche al fondatore della genetica, Gregor Mendel, di cui si è già parlato). Ripedendoci: pertanto il darwinismo con il concetto della esistenza di determinati principi conduttori  non fa che accreditare l'ipotesi della esistenza di una Mente ordinatrice che ha dettato le regole del processo, svincolandolo dal fattore Caso. E quindi lo splendore della natura incontaminata cioè di tutti gli elementi animati e inanimati esistenti, qualità in grado di appagare l'animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione; tale bellezza che ci sembra sia stata piuttosto difficile da abbinare, senza una Evoluzione Intelligente, alla funzionalità estrema e alle prestazioni molto elevate e complesse di ogni organismo vivente. Lo stesso Darwin aveva pensato che le femmine preferivano concedersi ai maschi più belli e che questo fatto finisse nel contrastare efficacemente gli effetti della selezione naturale.
Per rendere più esplicito il concetto si può citare una analogia molto cara ai filosofi credenti: Non può esistere un Orologio molto bello e perfettamente funzionante se non esiste un Orologiaio che ne ha curato la progettazione e la realizzazione.
(Per una trattazione più esauriente dell'argomento si riporta di seguito il brano Le tre posizioni sull'evoluzionismo dei Credenti,tratto da una conferenza del Cardinale Avary Robert Dulles, teologo particolarmente attento ai temi scientifici).

 

Riguardo all’evoluzionismo, gli studiosi cattolici esperti in scienze biologiche assumono diverse posizioni. Un primo gruppo, spiegando l’evoluzione in termini di mutazioni casuali e di sopravvivenza del più adatto, considera corretta la teoria darwiniana dal punto di vista scientifico, ma rifiuta il darwinismo come sistema filosofico. Questo primo gruppo ritiene che Dio, prevedendo qualsivoglia risultato evolutivo, per mettere in atto il suo disegno creativo ricorra al naturale processo dell’evoluzione. Sulla scia di Fred Hoyle, alcuni esponenti di questo gruppo parlano di “principio antropico”, a significare che l’universo fu “messo a punto” fin dal primo istante della creazione per permettere la comparsa della vita umana.

Un esempio recente che illustra questo punto di vista può essere trovato nel volume The Language of God (2006; trad. it. Il linguaggio di Dio, 2007) di Francis S. Collins. L’autore, genetista e microbiologo di fama mondiale, fu allevato senza fede e si convertì al cristianesimo dopo avere completato gli studi di chimica, biologia e medicina. La conoscenza professionale acquisita in questi campi lo convinse che la bellezza e la simmetria di geni e genomi umani depongono fortemente a favore di un Creatore saggio e amorevole. Egli crede tuttavia che Dio non abbia alcun bisogno di intervenire nel processo dell’evoluzione corporea e sostiene una teoria di evoluzionismo teistico che ha definito “posizione BioLogos”.

Sebbene Collins non sia cattolico, guarda con favore alle opinioni sull’evoluzionismo esposte da Giovanni Paolo II nel messaggio del 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze. Prende come punto di partenza il lavoro del sacerdote anglicano Arthur Peacock, autore di un libro dal titolo Evolution: The Disguised Friend of Faith. Cita soddisfatto le parole del presidente Bill Clinton che nel giugno 2000 in occasione della celebrazione del "Progetto Genoma Umano" alla Casa Bianca dichiarò: «Oggi stiamo imparando la lingua con la quale Dio creò la vita. E sempre più forte è il sentimento di riverente meraviglia che ci coglie di fronte alla complessità, alla bellezza e al prodigio del più divino e inviolabile dei doni di Dio».

L’evoluzionismo teistico, come il darwinismo classico, si astiene dal propugnare un qualsiasi intervento divino nel processo evolutivo. Ammette che la comparsa di organismi viventi, tra cui quello umano, possa a livello empirico essere spiegata con mutazioni casuali e la sopravvivenza del più adatto. L’evoluzionismo teistico, però, rigetta le conclusioni atee di Dawkins e dei suoi seguaci. Sostiene che le scienze fisiche non sono l’unica fonte affidabile di verità e certezza e che la scienza ha una sfera d’azione effettiva ma limitata. Può rivelarci molto sui processi che possono essere osservati o controllati dai sensi o dagli strumenti, ma è totalmente impotente nel dare risposte a domande più profonde che attengono alla realtà nel suo insieme più ampio. Lungi dal riuscire a sostituirsi alla religione, la scienza non sa assolutamente dirci chi o che cosa sia stato a dare inizio al mondo, perché il mondo esiste, quale sia il nostro destino finale. Considerato come sistema scientifico, il darwinismo presenta alcuni aspetti affascinanti. Il suo grande vantaggio è la semplicità. Ignorando le differenze specifiche tra diversi tipi di esseri e le finalità in base alle quali agiscono, questo tipo di darwinismo riduce l’intero processo evolutivo a una pura questione di materia e movimento. Nel suo ambito produce spiegazioni plausibili che sembrano soddisfare molti scienziati. Ma al di là di questi vantaggi il darwinismo non ha trionfato del tutto, neppure in campo scientifico.

E veniamo al secondo gruppo: un’importante scuola di pensiero scientifico sostiene una teoria nota come Intelligent Design. Michael Behe, professore alla Lehigh University, sostiene che alcuni organi degli esseri viventi sono «irriducibilmente complessi». La loro formazione non potrebbe avvenire mediante piccole mutazioni casuali, in quanto qualcosa che avesse solo alcune, ma non tutte le caratteristiche del nuovo organo non avrebbe ragione d’esistere e nessun vantaggio ai fini della sopravvivenza. L’evoluzione della pupilla dell’occhio, ad esempio, non avrebbe alcun senso se non vi fosse la retina ad accompagnarla, così come la retina non avrebbe ragione d’essere senza la pupilla. Quale esempio rappresentativo di un organo complesso le cui parti sono tutte interdipendenti, Behe propone il flagellumbatterico, uno straordinario apparato natatorio utilizzato da alcuni batteri.......

A questo punto si apre una disputa tra microbiologi in cui non provo nemmeno ad addentrarmi. A favore di Behe e della sua scuola possiamo dire che la possibilità di grandi cambiamenti improvvisi messi in atto da un’intelligenza superiore non dovrebbe essere esclusa a priori. Possiamo però accettare come giusto principio che Dio non interviene nell’ordine creato, se non ce n’è bisogno. Se la produzione di organi quali il flagellurn batterico possono essere spiegati attraverso il graduale accumulo di variazioni casuali minori, si dovrebbe allora privilegiare la spiegazione darwiniana. Ma in via puramente digressiva è imprudente costruire la propria argomentazione sulla fede in base a ciò che la scienza non è ancora riuscita a spiegare, dato che domani potrebbe arrivare a spiegare ciò che oggi non è in grado di fare. La storia ci insegna che il “Dio tappabuchi” si è spesso dimostrato illusorio.

 

Il darwinismo è anche criticato da una terza scuola di pensatori, che annovera filosofi quali Michael Polanyi, il quale ha sviluppato l’opera di Henry Bergson e di Teilhard de Chardin. Al di là delle reciproche differenze, i filosofi che si raccolgono sotto questo orientamento sono d’accordo nel ritenere che gli organismi biologici non possono essere compresi solamente attraverso le leggi della meccanica. Le leggi della biologia, senza contraddire in alcun modo quelle della fisica e della chimica, sono più complesse. Il comportamento degli organismi viventi non può essere spiegato senza tener conto della lotta sostenuta per vivere e crescere. Le piante, allungandosi in cerca di luce e nutrimento, rivelano un’aspirazione intrinseca a vivere e crescere. Questa finalità interna le rende capaci di successo e fallimento in un modo non concesso ai minerali. A causa del divario ontologico che divide il vivente dal non vivente, la comparsa della vita non può essere spiegata in base a principi puramente meccanici.

Sulla scia di questa scuola di pensiero, il fisico matematico John Polkinghorne ritiene che il darwinismo sia incapace di spiegare perché si sviluppino piante e animali pluricellulari quando gli organismi monocellulari sembrano interagire con l’ambiente con successo. Nell’universo deve esservi la spinta verso forme superiori e più complesse. In un suo recente intervento a difesa di questo stesso punto di vista, John E Haught, dell’Università di Georgetown, fa rilevare che la scienza naturale ottiene risultati precisi limitando la propria sfera d’azione a fenomeni misurabili, ma ignorando le più profonde questioni di fine e significato. Applicando tale metodo, essa filtra ed elimina soggettività, sentimento e lotta, tutti elementi essenziali a una piena teoria conoscitiva. Ma il darwinismo materialista è incapace di spiegare perché l’universo dia origine a soggettività, sentimento e lotta.

Nel suo libro del 1971 Biofilosofia. Da Aristotele a Darwin e ritorno, il filosofo tomista Etienne Gilson asseriva in toni energici che Francis Bacon e altri hanno commesso un errore filosofico quando hanno eliminato dalla sfera scientifica due delle quattro cause aristoteliche. Hanno cercato di spiegare ogni cosa in termini meccanici, attingendo unicamente a cause materiali ed efficienti e scartando la causalità formale e finale.

Senza la forma, o la causa formale, sarebbe impossibile dare ragione dell’unità e identità specifica di qualsiasi sostanza. Nell’unicum umano la forma è l’anima spirituale, che rende l’organismo un’entità singola e gli conferisce carattere umano. Una volta persa la forma, gli elementi materiali si decompongono e il corpo cessa di essere umano. Sarebbe vano, dunque, cercare di definire l’essere umano unicamente in base alle sue componenti fisiche.

Nel regno degli organismi viventi la causalità finale riveste un ruolo di primo piano. Gli organi degli animali o del corpo umano non sono decifrabili se non in base al loro scopo o finalità. Il cervello non è decifrabile se separato da quella facoltà di pensiero che è il suo scopo, così come non lo è l’occhio se separato dalla funzione del vedere.

 

In una filosofia cristiana della natura, queste tre scuole di pensiero sono tutte sostenibili. Sebbene io propenda maggiormente per la terza, riconosco che alcuni esperti di chiara fama professano il darwinismo teistico (Evoluzione Intelligente) e l’Intelligent Design. Tutte e tre queste posizioni sull’evoluzionismo vedono Dio rivestire un ruolo di primo piano nel processo, però concepiscono il suo ruolo in base a diverse interpretazioni. Secondo il darwinismo teistico, Dio dà avvio al processo producendo fin dal primo istante della creazione (il Big Bang) la materia e le energie che per gradi si svilupperanno fino a diventare vita vegetale, animale e infine umana sulla Terra e forse anche altrove. Secondo l’Intelligent Design, in determinati stadi lo sviluppo non avviene senza intervento divino, e dà come prodotto organi irriducibilmente complessi. Secondo la visione che io chiamo più propriamente teologica, la spinta in avanti dell’evoluzione e i suoi avanzamenti verso i superiori gradi dell’essere sono subordinati alla presenza dinamica di Dio nei confronti della sua creazione. Molti seguaci di questa scuola direbbero che la transizione da un’esistenza psicochimica alla vita biologica e le ulteriori transizioni alla vita animale e umana necessitano di un contributo aggiuntivo di energia creativa divina.

Buona parte della comunità scientifica sembra schierarsi apertamente contro qualsiasi teoria che vede Dio attivamente coinvolto nel processo evolutivo, come espongono la seconda e la terza teoria. I darwinisti cristiani da parte loro corrono il rischio di concedere troppo ai loro colleghi atei. Sembrano infatti eccessivamente propensi ad accettare che l’intero processo della comparsa della vita abbia luogo senza il coinvolgimento di un’entità superiore. I teologi devono chiedersi se è accettabile bandire Dio dalla sua creazione in questo modo.

 

Dopo la presentazione di queste tre teorie che affiancano il neodarwinismo, si tenga comunque presente il pensiero del premio Nobel per la chimica Ilya PRIGOGINE: l'origine della vita deriva non da un caso ma da proprietà intrinseche della materia, in base alle quali l'Universo tende all'aumento progressivo dell'Ordine e della Complessità, il che farebbe vedere la nascita della vita, e l'evoluzionismo, si badi ancora in corso e quindi l'avvento di un mondo sempre migliore, come qualcosa di connaturato all'esistenza del Creato e delle sue caratteristiche 'naturali'. Ecco le significative parole con cui si chiude la sua opera più apprezzata, - La nuova Alleanza - :

«Jacques Monod aveva ragione: è ormai tempo che ci assumiamo i rischi dell’avventura umana. Ma se oggi possiamo farlo è perché, ormai, solo così possiamo partecipare al divenire culturale e naturale, perché questa è la lezione che ci impartisce la natura, se vogliamo davvero ascoltala. Il sapere scientifico sbarazzato dalle fantasticherie di una rivelazione ispirata, soprannaturale, può oggi scoprirsi essere ascolto poetico della natura e contemporaneamente processo naturale nella natura, processo aperto di produzione e di invenzione, in un mondo aperto, produttivo e inventivo. È ormai tempo per nuove alleanze, alleanze da sempre annodate, per tanto tempo misconosciute, tra la storia degli uomini, delle loro società, dei loro saperi e l’avventura esploratrice della natura»

 

Considerazioni finali

Inoltre c'è da notare che l'uomo ha sempre avuto la necessità di 'guardare in alto' per cercare di intravvedere il divino, il soprannaturale. Ha sempre creduto che la morte rappresentasse soltanto una condizione di transito. Fin dalla preistoria i nostri progenitori seppellivano i loro morti per evitare che fossero divorati dai predatori e non potessero quindi raggiungere l'aldilà. In tempi più recenti i popoli più evoluti preparavano sontuose sepolture per assicurare conforto e piaceri ai trapassati più ricchi e/o potenti. Le religioni monoteiste prevedono, oltre la morte, la sopravvivenza dell'anima per essere puniti o accedere alla felicità eterna in funzione del loro comportamento in vita. Anche le religioni orientali inducono a credere nell'immortalità dell'anima, configurando la reincarnazione, pure nel subumano, a seconda dei meriti o delle colpe nella vita precedente. E' interessante notare che la religione buddista, che rifiutava l'idea del divino, ha poi sacralizzato il suo fondatore. Ciò conferma che il bisogno di credere nel soprannaturale è insito nella natura umana: esiste cioè una notevole perplessità su ciò che offre la vita per guardare verso un mondo migliore, più appagante e privo di difficoltà perlomeno materiali! Nasce quindi spontanea la considerazione che l'uomo può essere ritenuto un animale religioso, che conscio dei suoi limiti, cerca in qualche modo di superarli, ritenendo l'anima immortale e cercando in questo modo di accedere nel soprannaturale e quindi nel sacro e nel divino.

Inoltre non si possono ignorare le opere relativamente recenti di LOVELOCK, (scienziato inglese esperto di cibernetica e consulente della NASA). In disaccordo con quanti ritengono che la vita esiste sulla Terra solo perché consentita da condizioni favorevoli, vede il pianeta come un unico organismo vivente, capace di autoregolarsi, in maniera tale da poter essere battezzato Madre Gaia.

Tra le numerose considerazioni al riguardo, la prima è costituita dal fatto che la concentrazione nell'atmosfera di gas quali ossigeno e ammoniaca si trova ad essere mantenuta ad un livello ottimale, e scostamenti anche minimi da tale equilibrio potrebbero avere conseguenze disastrose per la vita, in tutte le sue espressioni. Si noti che se l'ossigeno normalmente e stabilmente presente nell'atmosfera in concentrazione pari al 21% aumentasse di appena 4 punti percentuali, si determinerebbe una situazione in cui il mondo sarebbe estremamente vicino al pericolo di una disastrosa conflagrazione, poiché l'incendio di una foresta determinerebbe la sua combustione totale. L'ipotesi invece dell'abbassamento anche in questo caso minimo della concentrazione dell'ossigeno produrrebbe difficoltà sostanziali nella generazione della combustione con difficoltà facilmente immaginabili su tutti gli aspetti della vita. Per rimanere nell'ambito dell'atmosfera si noti inoltre che se diminuissero le dimensioni della fascia di ozono che la circonda, ci sarebbe un aumento di radiazione ultravioletta proveniente dal Sole, che comporterebbe conseguenze "spiacevoli" per la vita così come noi la conosciamo. Molte specie compreso l'uomo sarebbero "disturbate" ed alcune verrebbero distrutte.

Un altro elemento che suscita interesse e perplessità, nelle considerazioni di LOVELOCK, è rappresentato dal livello di salinità delle acque dei mari, che attualmente è al livello del 3,4 per cento, eppure la quantità di sali provenienti dalle terre e portata al mare dai fiumi durante ogni periodo di 80 milioni di anni è uguale all'attuale contenuto salino degli oceani(?!)Se tale processo fosse continuato senza autoregolazione (!?) fin dalla loro formazione, tutti gli oceani sarebbero ora come il Mar Morto, cioè saturi di sale e quindi habitat intollerabili per la Vita.

Quello che colpisce è quindi la completa stabilità fisico chimica degli oceani, dell'atmosfera e delle terre del pianeta e quindi quella di ogni forma di vita. Inoltre c'è da considerare che un rapporto dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, redatto con il contributo di quarantotto altri scienzati , afferma che anche nel caso di esplosione di metà delle scorte di armi nucleari esistenti, gli effetti su gran parte degli ecosistemi umani sarebbero quasi trascurabili, a prescindere naturalmente dalle catostrofiche devastazioni locali. Si afferma esplicitamente cioè che distruggere la vita sul nostra pianeta sia una impresa molto vicina all'impossibile.

Tutte le considerazioni riportate di LOVELOCK di natura difficilmente contestabile, (a prescindere da quella relativa al pianeta Terra che è visto come un unico organismo biologicamente attivo), fanno sì che rendano talmente evidenti gli equilibri presenti nella cosiddetta Natura, che non si può non condividere la sua asserzione: "La probabilità che sia stato il Caso a produrre tutto ciò che è presente al Mondo, è la stessa di quella che avrebbe un automobilista ubriaco di non incorrere in incidenti in aree di traffico intenso".

In conclusione si riporta un brano tratto dal testo 'La mente di Dio' di Paul Davies:

«Attraverso la scienza noi esseri umani siamo in grado di comprendere almeno una parte dei segreti della natura. Abbiamo decifrato una parte del codice cosmico. Perché sia accaduto, perché l'Homo Sapiens abbia in sé una scintilla di razionalità che gli dà la chiave dell'universo, resta un profondo enigma.

Noi, figli dell'universo – polvere di stelle animata – ciononostante possiamo riflettere sulla natura dell'universo stesso e perfino intravedere le regole che lo fanno funzionare. Come sia nato il nostro legame con questa dimensione cosmica è un mistero, ma il legame stesso non può essere negato.

Che significa tutto questo? Che cos'è l'Uomo, per partecipare di un simile privilegio? Non posso credere che la nostra presenza in questo universo sia solo un gioco del fato, un accidente della storia, una battuta casuale del nostro dramma cosmico. Il nostro coinvolgimento è troppo intimo: la specie umana Homo può anche non contare nulla, ma l'esistenza della mente in un organismo di un pianeta dell'universo è sicuramente un fatto di una importanza fondamentale. L'universo ha generato attraverso degli esseri coscienti, la consapevolezza di sé: non può essere un dettaglio banale, un sottoprodotto secondario di forze cieche e senza scopo. La nostra esistenza è stata voluta.»

E poi la coscienza (la legge morale scolpita all'interno di ognuno noi), l'angoscia esistenziale di chi non avverte il Divino, l'ansia di giustizia unita all'attaccamento alla vita, (che qualcuno ha definito come una dolce malattia dalla quale si guarisce solo con l'Amore), che ce Lo fanno toccare, con lo spirito 'naturalmente'.

DIO ''TU'' SEI

(l'Amor che move il sole e l'altre stelle)-Dante

 

Tesina di Antonio ALBINO dedicata al suo Primo Docente di Teologia Fondamentale: Padre Carlo SKALICKY

 
Cenni sul Buddhismo PDF Stampa
Religione - Religioni Orientali

Il Buddha (il Risvegliato) dopo aver conseguito la cosiddetta Illuminazione, sentì il bisogno di diffondere le riflessioni e le tecniche di meditazione che avevano prodotto il suo stato di profondo benessere spirituale.  Tenne quindi il suo primo discorso in pubblico, si dice ai suoi primi cinque discepoli, su ciò che sarebbe diventata la dottrina di una religione contrapposta all’Induismo.

Il Buddha non ha lasciato testi scritti e i suoi insegnamenti sono stati trasmessi oralmente. Il maggior testo sacro del Buddhismo risale probabilmente al primo secolo avanti Cristo, quattro secoli dalla sua morte. Esso ha preso il nome di Dhammapada che, in lingua pali, significa “parole di Dhamma”, dove con quest’ultimo termine si intende la legge morale che il Buddha ha visto nell’ordine cosmico. Il testo è composto di 423 strofe, distribuite su ventisei capitoli, che contengono non solo gli insegnamenti del Buddha ma anche proverbi e detti popolari.

Le basi del suo pensiero sono costituite dalle cosiddette Quattro Nobili Verità che permettono di dischiudere le porte dell’Illuminazione.

La prima è costituta dall’affermazione che la vita umana è fatta di dolore e sofferenza. Già la nascita è fonte di sofferenza per la madre e per il bambino e poi le malattie, le avversità, la vecchiaia, la fobia della morte e le pene che procurano la morte stessa. Gli stessi stati di serenità che si attraversano sono impermanenti e quindi la loro scomparsa procura dolore.

Con la seconda verità il Buddha individua la causa della sofferenza nella cupidigia. L’uomo non si accontenta per nessuna ragione di quello che ha, non si sente mai appagato e ciò determina il processo delle reincarnazioni che è dovuto essenzialmente alla brama di perpetuarsi.

Con la terza si afferma che per rimuovere il dolore è necessario estinguere la cupidigia e la brama che precludono l’accesso al cosiddetto Nirvana. Tale condizione, di cui parleremo più profondamente in seguito, non ben definita dal Buddha ma da intendere come uno stato di eterna beatitudine, conseguente alla rimozione del sansara, ovvero del ciclo delle morti e delle rinascite.  Rimozione dovuto al karma, cioè la legge cosmica che fa sì che le corrette azioni influiscano positivamente nel corso delle varie esistenze.

L’ultima delle nobili verità permette di superare gli ostacoli che impediscono di liberarsi dalla sofferenza e di raggiungere quindi l’Illuminazione, perché fornisce le informazioni sugli “Otto Sentieri” da percorrere.

Questi ultimi sono denominatati rispettivamente retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retto modo di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retto raccoglimento (o meditazione - che, insieme alla retta consapevolezza, permette di osservare con distacco e consapevolezza noi stessi e il mondo e di cui si parlerà nell'articolo successivo ).

 

Con il primo sentiero da percorrere si dice che una retta visione della vita ci fa affermare che il dolore è l’unica caratteristica permanente della vita umana e che tutto il resto è impermanente. Il concetto viene affermato nella strofa 277 della Dhammapada:

 

Quando con piena cognizione si comprende

“tutte le cose fenomeniche sono impermanenti”.

Allora ci si disgusta del dolore: questo è il sentiero

per la purificazione.

 

 

Per percorrere il secondo sentiero si dice che il retto pensiero permette di comprendere la vita e ciò esige uno sforzo adeguato con la rimozione della pigrizia e della indolenza. Solo la liberazione dall’ignoranza e quindi l’acquisizione della saggezza possono portare verso l’Illuminazione. Il concetto viene affermato nella strofa 280:

 

Colui che non si sforza quando è tempo di sforzarsi

Che, pur giovane e forte, è dotato solo di pigrizia,

che ha il pensiero e la mente debole, indolente e inerte,

non trova il sentiero verso la saggezza

 

 

 

Per percorrere i tre sentieri successivi si afferma che soltanto con la retta parola, la retta azione e un retto modo di vita si agisce correttamente e si è in grado di vivere pienamente la propria vita . I concetti vengono affermati nella strofa 281:

 

Controllando la propria parola, ben governato nella mente,

nemmeno col corpo commetta del male,

purifichi queste tre vie dell’azione,

percorra il sentiero annunciato dai saggi.

 

Per percorrere il sesto sentiero si afferma che solo con un retto sforzo, né troppo grande da lasciarci esausti né troppo tenue da non produrre effetti significativi si è in grado di vivere pienamente fino a conseguire la saggezza. Il concetto è affermato nella strofa 280, già richiamata

 

 

Per percorrere il settimo e l’ottavo sentiero si afferma che con una retta consapevolezza e un retto raccoglimento si può meditare profondamente e concentrarsi pienamente fino a contemplare la verità per mezzo della conoscenza totale, che conduce all’Illuminazione. Il concetto è affermato anche se in parte nella strofa 282

 

Dall’attenzione concentrata nasce la conoscenza, per effetto

dell’assenza di attenzione concentrata la conoscenza

va distrutta

così avendo conosciuto questa duplice via, del guadagno

e della perdita,

ci si disponga in modo che la conoscenza aumenti.


Tenendo presente l’intero Dhammapada si evince che la brama e l’ignoranza sono state considerate le cause principali del dolore e del sansara (la reincarnazione). Forse l’ignoranza in particolare può essere la più nociva perché essa può generare il desiderio smodato di beni materiali che ci allontanano completamente dalla possibilità di conseguire l’Illuminazione. Quest’ultima dovrebbe coincidere per quanto riguarda gli induisti con lo stato di contemplazione rappresentato dal Samadhi dello Yoga ( vedi l’articolo relativo Le basi dello Yoga). Per essere più precisi su quest’ultimo punto citiamo quanto affermato da Mircea Eliade nel suo Storia delle credenze e delle idee religiose:

«Qualunque ne sia la “natura”, è certo che ci si può accostare al Nirvana solo seguendo il metodo insegnato dal Buddha. La struttura yoga di questo metodo è evidente, in quanto essa comporta una serie di meditazioni e di concentrazioni note da parecchi secoli. Si tratta però di uno Yoga rielaborato e reinterpretato dal genio religioso del Beato»

 

Ovvero il Nirvana può essere (in)definito dal seguente ammonimento tratto stavolta da testi sacri al Buddismo e riportato su un articolo di Gianfranco Bonola:

 

«O monaci, vi è una sede dove non esiste né terra, né acqua, né fuoco, né aria, né percezione, né questo mondo, né l’altro, né sole, né luna. Io affermo o monaci, che in essa non c’è venuta, né andata, né immobilità, né morte, né nascita. E’ qualcosa di non fisso, che non diviene, che non ha sostegno. E’ la fine della sofferenza»

Ed infine sempre tratti da testi buddisti una serie di attributi relativi:

 

Il Nirvana è permanente, stabile, imperituro, immobile, senza età, senza morte, senza divenire, che è potere, beatitudine, felicità, rifugio sicuro, ricetto, luogo di sicurezza senza più minacce;che è la Verità reale e la suprema Realtà; che è il bene, la meta suprema, il solo e unico concepimento della nostra vita, la Pace eterna, nascosta, incomprensibile.

Con queste definizioni, fornite da uno dei più grossi esperti di testi buddisti, Edward Conze,  riusciamo soltanto a comprendere che il Nirvana rappresenta un rifugio sicuro per lo spirito e forse una connessione con il Sacro. Pertanto non possiamo affermare con certezza che il Buddhismo sia una religione senza Dio, anche perché per fare ciò dovremmo attribuire ai termini un preciso significato. Comunque il Buddha aveva sempre rifiutato di parlare in merito, esprimendosi invece nei suoi discorsi su cose più concrete e avendo cura di evitare completamente il metodo speculativo.

Ad esempio aveva ripudiato la casta sacerdotale dei brahmani, perché la riteneva troppo chiusa nell’apprendere dai testi sacri dell’Induismo (i Veda, le Upanisad, etc che sono stati rifiutati completamente) concetti che dispensava con libera interpretazione. Invitava la gente a rendersi autonoma dal punto di vista culturale attingendo direttamente alla fonte (i suoi discorsi o quelli dei suoi discepoli e la propria ragione) il sapere religioso.

Spazzò via inoltre tutti i riti e le cerimonie religiose ritenendoli non solo qualcosa di inutile ai fini della liberazione spirituale ma anche uno sfoggio di superstizioni. Rinnegò inoltre le tradizioni, tra cui il sistema delle caste, ritenendole frutto di un passato pieno di errori, a causa dell’isolamento in cui viveva la casta sacerdotale dei brahamani. L’affermazione più ricorrente nei suoi discorsi era la necessità di un profondo sforzo personale per seguire i sentieri da lui indicati, per raggiungere il principio vitale dove si trova scampo e sollievo, con una liberazione definitiva dal ciclo delle esistenze.

Antonio ALBINO

 
Perchè sono ateo PDF Stampa
Religione - Articoli vari


Diversi amici mi hanno chiesto perchè non credo in Dio, ecco le mie risposte:

 

A me non piacciono quelli che si comportano bene per non finire all'inferno, preferisco quelli che si comportano bene perchè amano comportarsi bene

 

A me non piacciono quelli che sono buoni per piacere a Dio, a me piacciono quelli che sono buoni perchè sono buoni

 

Non mi piace rispettare i miei simili perchè sono figli di Dio, mi piace rispettarli perchè sono esseri che sentono e che soffrono

 

Non mi piace chi si dedica al prossimo e coltiva la giustizia pensando di piacere a Dio, ma mi piace chi si dedica al prossimo perchè sente amore e compassione per la gente

 

A me non piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone stando zitto dentro una chiesa ad ascoltare una funzione, a me piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone guardando negli occhi, parlando con loro e guardando il loro sorriso

 

Non mi piace emozionarmi davanti alla natura perchè Dio l'ha creata così bella, mi piace emozionarmi perchè è così bella

 

A me non piace consolarmi della morte pensando che Dio mi accoglierà, mi piace guardare in faccia alla limitatezza della nostra vita e imparare a sorridere con affetto a Sorella Morte

 

Non mi piace chiudermi nel silenzio a pregare Dio, mi piace chiudermi nel silenzio e ascoltare le profondità infinite del silenzio

 

Non mi piace ringraziare Dio, mi piace svegliarmi al mattino guardare il mare e ringraziare il vento, le onde, il cielo il profumo delle piante, la vita tenuta viva e il sole che si alza

 

A me non piacciono quelli che mi spiegano che il mondo lo ha creato Dio perchè penso che non lo sappia nessuno di noi da dove viene il mondo; penso che chi dice di saperlo si illude, preferisco guardare in faccia il mistero, sentirne l'emozione tremenda piuttosto che cercare di esprimerla con delle favole

 

A me non piacciono coloro che credono in Dio e sanno dove sta la verità perchè penso che in realtà siano ignoranti quanto me. Penso che il mondo è per noi ancora uno sterminato mistero. A me non vanno quelli che hanno le risposte, a me piacciono quelli che le risposte le cercano e dicono non lo so

 

Mi piace parlare agli amici e provare a consolarli se soffrono, mi piace parlare alle piante e dare loro da bere se hanno sete, mi piace amare, mi piace guardare in cielo in silenzio, mi piacciono le stelle, mi piacciono infinitamente le stelle

 

Non mi piace chi si rifugia nelle braccia di una religione quando è sperso, quando soffre, preferisco chi accetta il vento della vita e sa che gli uccelli dell'aria hanno il loro nido, ma il figlio dell'uomo non sa dove posare il suo capo e siccome vorrei essere simile alle persone che mi piacciono non a quelle che non mi piacciono non credo in Dio

 

Carlo ROVELLI

 

NdR- A me sembra che Carlo ROVELLI, oltre che profondamente antireligioso, più che ateo, sia un agnostico, perchè nel momento culminante dell'esposizione si rifugia dietro la cortina costituita dal Mistero impenetrabile

 
Cenni sulle tecniche di Meditazione Buddista PDF Stampa
Religione - Religioni Orientali

I temi basilari delle tradizioni meditative sono in realtà i grandi problemi della vita e della morte. Le tradizioni fondamentali a questo riguardo sono almeno sei -Yoga, Vedanta, Taoismo, Tantrismo, Zen e Buddismo - , ma è indubbio che quest'ultima abbia un peso preponderante, che non è dovuto tanto ad una sua visione del mondo ed alla sua concezione della natura degli uomini, quanto al fatto che il Buddismo ha conferito, più delle altre spiritualità, un ordine e un inquadramento alle tecniche meditative, che permettono un accesso più diretto alla sua conoscenza.

Nel campo buddista per meditazione si intende semplicemente il rimanere rilassati nella consapevolezza di quanto sta accadendo o non accadendo. La meditazione è quindi un processo di consapevolezza privo di qualsiasi forma di giudizio.

Con la meditazione non ci proponiamo di arrestare il pensiero: la meditazione consiste semplicemente nel lasciar dimorare la mente nella sua condizione naturale, ovvero nella spontanea consapevolezza dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni, così come si manifestano.

Quando non comprendiamo la natura e l'origine dei nostri pensieri, sono essi stessi a prendere il sopravvento. Allorchè il Budda ha riconosciuto la natura della sua stessa mente, ha rovesciato tale processo. Ci ha mostrato come possiamo servirci dei pensieri, onde evitare che siano i pensieri a servirsi di noi.

La meditazione buddista è molto più semplice di quanto si pensi normalmente: qualsiasi cosa sperimentiamo, è meditazione, a condizione che siamo consapevoli di ciò che sta accadendo.

Ciò che conta è mantenere la consapevolezza, indipendentemente dai pensieri, dalle emozioni e dalle sensazioni che si manifestano. Per rendere il concetto molto più facile di quello che sembra

è sufficiente ricordare che è meditazione la consapevolezza di qualsiasi cosa si presenti.

I discepoli del Budda hanno costruito una organizzazione schematica delle diverse pratiche meditative che comprendono due categorie fondamentali: Metodi Analitici e Metodi non Analitici. Il motivo per cui il Budda abbia insegnato diversi metodi di meditazione è dovuto essenzialmente al fatto che sapeva bene quanto la mente umana fosse irrequieta e sempre alla ricerca di nuove esperienze.

I metodi non analitici erano quelli insegnati per primi perchè fornivano gli strumenti necessari per calmare la mente. Si tratta di una pratica essenziale attraverso la quale la mente raggiunge uno stato di consapevolezza e rilassamento , grazie al quale la sua natura può finalmente rivelarsi. Si possono distinguere in due categorie che sono la meditazione non analitica senza oggetto e la meditazione non analitica con oggettto. I metodi analitici invece implicano l'osservazione diretta della mente, pertanto è meglio intraprendere tali pratiche sotto la supervisione di un insegnante e quindi essi non verranno trattate nel corrente articolo.

Meditazione non analitica senza oggetto

In questo tipo di meditazione si lascia riposare la mente come se si fosse appena conclusa una lunga giornata di lavoro. Lasciamo andare tutto quanto e ci rilassiamo. Non ci viene richiesto di cercare di impedire il flusso di pensieri , sensazioni o emozioni, ma non dobbiamo neppure seguirli. Dobbiamo conservare sempre una certa presenza mentale, che potrebbe essere descritta più o meno come un nucleo di attenzione. Pur evitando di rivolgere l'attenzione a qualcosa in particolare, ci manteniamo consapevoli, presenti a qualsiasi cosa stia accadendo qui e ora. Per quanto possa sembrare del tutto ordinario, tale stato contiene tutte le qualità della chiarezza, dellla vacuità e della compassione. Dove per vacuità si intende il fondamento indescrivibile di ogni fenomeno ovvero la base ('l'ambiente') che permette l'esistenza di ogni cosa. Mentre per compassione si intende la completa identificazione con gli altri, nonchè l'immediata disponibilità ad aiutarli in qualsiasi modo possibile. Essenzialmente la compassione è il riconoscimento che chiunque è un riflesso di ciò che siamo e qualsiasi singola cosa è un riflesso di ogni altra cosa, ovvero: consiste nella percezione spontanea della connessione con tutti gli esseri viventi.

La pratica della meditazione non analitica senza oggetto costituisce il metodo più elementare con il quale portare la mente a dimorare rilassata nella consapevolezza. Se vogliamo dedicarci ad una pratica formale basterà cercare di tenere la colonna verticale ben eretta e il resto del corpo in uno stato di rilassamento e di equilibrio. A quel punto possiamo lasciare che la mente si rilassi in una condizione di mera attenzione a quanto sta accadendo. Anche imparare a meditare è un processo graduale. Inizialmente riusciamo a mantenerci tranquilli soltanto qualche secondo, prima che comincino ad affiorare in superficie pensieri, sensazioni ed emozioni. Il consiglio fondamentale è di non seguire tali pensieri, emozioni eccetera, e cioè di evitare che la nostra attenzione si lasci catturare , restando semplici spettatori di quanto si presenta alla luce della nostra consapevolezza. Quale che sia la natura di ciò che si presenta alla nostra attenzione, non lasciamola catturare, nè cerchiamo di sbarazzarcene. Ci limitiamo ad osservare il suo sorgere e il suo scomparire.

La meditazione non analitica senza oggetto si propone di aprire una breccia lentamente e gradualmente, nell'abitudine alla distrazione, permettendoci di rimanere nella consapevolezza dell'istante che stiamo vivendo, aperti a qualsiasi possibilità possa manifestarsi nel momento presente.

Ci serviamo di quei pochi secondi in cui vogliamo o semplicemente desideriamo una pausa dalle fatiche quotidiane per osservare la mente , invece di abbandonarci ai consueti sogni ad occhi aperti. Praticando in tal modo, - una goccia dopo l'altra - , ci ritroveremo gradualmente a liberarci dai limiti mentali ed emotivi che sono all'origine di fatica, delusione, rabbia e disperazione, e scoprire in noi stessi una fonte illimitata di chiarezza, saggezza, diligenza, pace e compassione.

Meditazione non analitica con oggetto

La meditazione senza oggetto può essere ritenuta difficile proprio perchè è molto semplice e quindi non ci si rende conto dello stato meditativo nel quale ci si trova. E' già presente quando ci svegliamo, ovunque andiamo durante la giornata, quando mangiamo come quando ci prepariamo per andare a letto. Ma dal momento che ci accompagna senza posa non ci rendiamo conto di quanto sia preziosa. E' semplice consapevolezza, senza fantasie, sogni e emozioni, ovvero è la funzione della mente nel suo stato naturale. L'altra tecnica consiste nell'impiego dei nostri sensi quale mezzo per portare la mente a una condizione di calma e rilassamento. Si forniscono di seguito dati e informazioni relative alla meditazione con la vista ed a quella con l'udito.

-Meditazione sulla forma

Meditazione sulla forma è la definizione tecnica della pratica in cui ci serviamo del senso della vista quale strumento per portare la mente alla calma. Non dovremmo lasciarci intimorire, perchè alla luce dei fatti, si tratta di qualcosa di estremamente semplice. In realtà è un processo di cui ci serviamo su base quotidiana, sebbene incosciamente, allorchè fissiamo lo schermo di un computer o ci concentriamo sulle luci di un semaforo. Quando portiamo tale processo inconscio a livello di una consapevolezza attiva, facendo deliberatamente dimorare la nostra attenzione su un oggetto specifico, la mente raggiunge una condizione di estremo rilassamento e apertura e si colma di pace. Non è necessario cercare di esaminarlo così a fondo da riconoscerne ogni singolo particolare, anzi, se ci proviamo, finiamo con il creare tensione, mentre l'esercizio si propone l'esatto contrario e cioè il rilassamento della mente. Quindi manteniamo una concentrazione sciolta, dedicando all'oggetto la minima attenzione necessaria per mantenere la mera consapevolezza. Comunque l'alternanza della meditazione sull'oggetto e della meditazione senza oggetto di cui abbiamo discusso in precedenza risulta di grande beneficio. Alternando le due tecniche di concentrazione sull'oggetto e di abbandono alla mera consapevolezza, finiamo col riconoscere direttamente una delle verità fondamentali dimostrataci dalle neuroscienze: qualsiasi cosa percepiamo è una ricostruzione creata dalla mente. In altri termini, tra la mente che percepisce un oggetto e l'oggetto percepito non c'è differenza.

-Meditazione sul suono

La meditazione sul suono è del tutto simile alla meditazione sulla forma, eccezion fatta per la facoltà cui ci si affida, che è quella dell'udito. Cominciamo con il lasciar dimorare la mente per qualche istante in una condizione di rilassamento, e quindi ci dedichiamo gradualmente a quanto sentiamo nelle più prossime vicinanze dell'orecchio, per esempio il suono del respiro , oppure un qualsiasi altro suono che abbia origine nell'ambient e immediatamente circostante.C'è chi trova utile servirsi di una registrazione di suoni della natura o di una melodia piacevole. Comunque è opportuno anche praticare l'alternanza di mera attenzione al suono e di mera consapevolezza rilassata e senza oggetto. Via via che ci abituiamo all'offrire una mera attenzione ai suoni in quanto tali, scopriamo di poter ascoltare le critiche che ci vengono rivolte senza arrabbiarci o metterci sulla difensiva, e parimenti di saper prestare ascolto alle lodi senza per questo lasciarci trascinare dall'orgoglio o dall'eccitazione.

Comunque, come già detto, secondo Yongey MINGYUR  è meglio intraprendere le pratiche analitiche sotto la supervisione di un insegnante che abbia la saggezza e l'esperienza necessarie per poterne afferrare il senso e fornire risposte adatte e in accordo alle caratteristiche di ciascun studente. Ma ciò che più conta è che, indipendentemente da quanto meditiamo o da quale tecnica usiamo, qualsiasi tecnica di meditazione buddista finisce in definitiva con il generare la cosiddetta compassione (termine già definito come significato), e ciò accade anche se non ce ne rendiamo affatto conto.

 

Articolo ricavato dal testo Budda, la mente e la scienza della felicità di YONGEY MINGYUR RINPOCHE

 
Avatares de la creencia en Dios-Vicissitudini della credenza in Dio PDF Stampa
Religione - Teologia razionale

Es posible que en el secreto recinto personal se escuche la atormentada voz de Pascal con su inolvidable ‘incomprensible que exista Dios e incomprensible que no exista’: la dialéctica entre el sí y el no, compañera asidua de la condición humana

E’ possibile che nell’intimità del proprio animo si ascolti la tormentata voce di Pascal con il suo indimenticabile ‘incomprensibile che Dio esista ed  incomprensibile  che Dio non esista’: la dialettica tra il sì ed il no è compagna assidua della condizione umana.

 

 

A la memoria de mi hermana Dolores (1942-2015)
Alla memoria di mia sorella Dolores  (1942-2015)

En plena Ilustración europea se prohibían en España los libros que intentasen demostrar la existencia de Dios; se los considerabapeligrosos. Y es que Dios era tan evidente que no necesitaba demostración alguna. Se cuenta que durante el reinado de Felipe IV (1621-1665) se pensó, para remediar la pobreza de nuestras tierras, en canalizar los ríos Manzanares y Tajo; pero una ilustre comisión de teólogos se declaró en contra con la siguiente sutilargumentación: si Dios hubiese querido que ambos ríos fuesen navegables le habría bastado con pronunciar un sencillo “hágase”. Si no lo hizo, sus razones tendría. Y no está permitido enmendarle la plana.
-In pieno Illuminismo in Spagna si proibivano  i libri che intendendessero dimostrare l’esistenza di Dio; li consideravano pericolosi. Questo perché l’esistenza di Dio era talmente evidente che non aveva bisogno di alcuna dimostrazione. Si racconta che durante il regno di Filippo IV (1621-1665) si pensò, per rimediare alla miseria delle nostre  terre , di canalizzare il Manzanares e il Tajo; ma una illustre commissione di teologi si dichiarò contraria con la seguente sottile argomentazione: se Dio avesse preferito che ambo i fiumi fossero navigabili Gli sarebbe bastato un semplice “ sia fatto”. Se non lo fece, avrà avuto le sue ragioni. E non fu consentito modificare il piano.

Salta a la vista que por aquellas fechas Dios era algo inmediato, asequible, presente, familiar. Era un dato más de la realidad, o incluso el gran dato. Europa y, por supuesto, España convivían sin mayores traumas con la fe en Dios, una fe heredada de las buenas gentes del pasado.
-Balza agli occhi che in quei tempi Dio era qualcosa di immediato, accessibile, presente, familiare. Era una storia più che reale o addirittura la grande storia. L’Europa e, ad esempio, la Spagna convivevano senza grande difficoltà con la fede in Dio, una fede ereditata dalla buona gente dei tempi passati.

También parece obvio que en la actualidad Dios no encuentra fácil acomodo, al menos en la geografía occidental. Hace más de un siglo que Nietzsche, con su habitual desparpajo, lo envió a engrosar la lista del paro; lo declaró viejo y cansado, incapaz de asumir las tareas que los nuevos tiempos demandan. Y un gran conocedor e intérprete de Nietzsche, M. Heidegger, no tuvo reparo en afirmar que “en el ámbito del pensamiento es mejor no hablar de Dios”. Se tiene la impresión de que la recomendación del filósofo de la Selva Negra goza de notable aceptación. En España, constataba con ironía Antonio Machado, “se puede hablar de la esencia del queso manchego, pero nunca de Dios…”.
-Appare inoltre ovvio che oggi Dio non è facile da accogliere, almeno nei Paesi occidentali. E’ più di un secolo che Nietzsche, con la sua abituale disinvoltura, Lo mandò ad aumentare la lista dei disoccupati, Lo dichiarò vecchio e stanco, incapace di assumere il compito che i nuovi tempi richiedevano. E un gran conoscitore e interprete di Nietzsche , M. Heidegger, non trovò difficoltà ad affermare che “ nell’ambito del pensiero è meglio non parlare di Dio”. Si ha l’impressione che la raccomandazione del filosofo della Foresta Nera goda di una accettazione profonda. In Spagna constatava con ironia Antonio Machado, “ si può parlare del formaggio castigliano, e mai di Dio…”.

Se ha hecho un gran silencio sobre Dios; su muerte ha sido repetidamente anunciada. Lo hizo, pero sin triunfalismo ni euforia, Nietzsche. De hecho percibió como pocos que, sin Dios, sonaba la hora del desierto, del vacío total, del nihilismo completo. Acudió a tres certeras metáforas para ilustrar las consecuencias de la muerte de Dios: se vacía el “mar”, es decir, ya no podremos saciar nuestra sed de infinitud y trascendencia; se borra el “horizonte” o, lo que es igual, nos quedamos sin referente último para vivir y actuar en la historia, se esfuman los valores; y, por último, el “sol” se separa de la tierra, es decir, el frío y la oscuridad lo invaden todo, el mundo deja de ser hogar. ¡Noble forma de despedir a un difunto! Nietzsche era consciente de que la muerte de Dios cambiaba el destino del mundo y de la historia y le quiso dedicar un gran elogio fúnebre. Repetidamente se ha evocado el carácter clarividente, casi profético, de la figura de este genial escritor y filósofo. ¿Intuiría que un siglo después de su muerte, en nuestros días, nos íbamos a quedar casi sin mar, sin horizonte, sin sol? Tal vez fue consciente de la notable dificultad que entraña convertir en categorías seculares vinculantes los pilares religiosos de antaño.
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Se si è fatto un gran silenzio su Dio, la sua morte è stata ripetutamente annunciata. Lo fece, ma senza trionfalismi né euforia, Nietzsche. Infatti percepì come pochi che, senza Dio suonava l’ora del deserto, del vuoto totale, del nichilismo completo. Si riferì a tre diverse metafore per illustrare le conseguenze della morte di Dio: si vuota il ‘mare’, non potremo mai saziare la nostra sete di infinito e trascendenza, si cancella ‘l’orizzonte’ o, il che è lo stesso, rimaniamo senza un riferimento ultimo per vivere e agire nella storia, si dissolvono i valori; e per ultimo il ‘sole’ si separa dalla terra  , cioè, il freddo e l’oscurità invadono tutto, il mondo cessa di essere il focolare. Nobile forma di liberarsi di un defunto! Nietzsche era cosciente che la morte di Dio cambiava il destino del mondo e della storia e desiderava dedicargli un gran elogio funebre. Ripetutamente si è evocato il carattere chiaroveggente, quasi profetico, della figura di questo geniale scrittore e filosofo. Intuiva che ai giorni nostri, un secolo dopo la sua morte , saremmo rimasti quasi senza mare, senza orizzonte, senza sole? Forse era cosciente della notevole difficoltà che comporta convertire in fatti storici veritieri i pilastri religiosi del passato.

Es obvio que en la actualidad Dios no encuentra fácil acomodo en la geografía occidental
E’ ovvio che oggi  Dio non trova facile sistemazione nella geografia occidentale

No parece posible, ni lo pretende este artículo, retornar a los lejanos tiempos en los que la presencia de Dios era tan obvia que se contaba con él a la hora de canalizar los ríos. Occidente ha seguido, más bien, el itinerario de Feuerbach: “Dios fue mi primer pensamiento, el segundo la razón, y el tercero y último el hombre”. En el ámbito filosófico, la teología de ayer se llama hoy antropología. Y tampoco asistimos en la actualidad a contundentes proclamaciones de ateísmo. El ardor negativo de otros tiempos ha dado paso al desinterés actual. Muchos ateos de ayer prefieren llamarse hoy increyentes.
-Non sembra possibile, né lo pretende questo articolo, ritornare ai tempi lontani in cui la presenza di Dio era talmente ovvia che si confidava in lui nel momento di canalizzare i fiumi. L’Occidente ha seguito maggiormente l’itinerario di Feuerbach: “Dio fu il mio primo pensiero, il secondo la ragione, ed il terzo e ultimo l’uomo”. Nell’ambito filosofico, la teologia di ieri si chiama oggi antropologia. E tanto meno assistiamo oggigiorno a schiaccianti proclamazioni di ateismo. L’ardore negativo del passato ha lasciato il posto al disinteresse attuale. Molti atei di ieri preferiscono chiamarsi oggi non credenti.

Y es que tal vez todos, creyentes e increyentes, nos hemos dado cuenta, como Bonhoeffer, de que “el problema de Dios tiene su origen en Dios”, en su “invisibilidad”, en el carácter misterioso de su revelación. Bien lo sabía san Agustín: “Si lo comprendes, no es Dios”. De ahí que el aplomo afirmativo de otras épocas haya sido reemplazado por un incómodo balanceo entre el sí y el no. El maestro Eckhart era llamado “el hombre del sí y del no”. Se referían al carácter dialéctico de su pensamiento, también cuando hablaba de Dios. Solo abandonaba la dialéctica cuando se disponía a preparar una sopilla para los pobres; no había para él urgencia mayor.
-Ed è che forse tutti, credenti e non credenti, ci siamo resi conto, come Bonhoffer, che “ il problema di Dio trae la sua origine in Dio” nella sua “invisibilità”, e nel carattere misterioso della sua rivelazione. Lo sapeva bene sant’Agostino: “Se Lo comprendi, non è Dio”. Da qui che la rigorosa affermazione del passato sia stata rimpiazzata da un scomodo bilanciamento tra il sì e il no.Il  Maestro Eckhart era chiamato “l’uomo del sì e del no”. Si riferivano al carattere dialettico del suo pensiero, anche quando parlava di Dio.  Abbandonava la dialettica solo quando si disponeva  a preparare una zuppetta per i poveri; e non c'era per lui urgenza maggiore.

Impresiona constatar cómo creyentes tan profundos y auténticos como José Gómez Caffarena se adherían a la “dramática ponderación entre el sí y el no a la fe cristiana”. En él vencía el sí, pero su fe supo de noches oscuras, de travesías del desierto. Y no es menor la impresión que causan algunas frases del papa Francisco: “Si una persona dice que ha encontrado a Dios con certeza total y ni le roza un margen de incertidumbre, algo no va bien”. O esta otra: “Si uno tiene respuesta a todas las preguntas es prueba de que Dios no está con él”. Y añade: “Un cristiano que lo tiene todo claro y seguro no va a encontrar nada”. Desde luego no estamos ante un lenguaje muy pontificio, pero sí hondamente humano, altamente teológico, y sensible a nuestro convulso siglo XXI.
-E' impressionante constatare come credenti  tanto profondi e autentici come Josè Gomez Caffarena si unissero alla “drammatica ponderazione tra il sì ed il no alla fede cristiana”. In lui vinceva il sì , ma la sua fede conobbe notti oscure e traversate nel deserto. E non è minore l’impressione che causano alcune frasi di papa Francesco: “ Se una persona dice che ha incontrato Dio con totale certezza e non lo sfiora un margine di insicurezza, qualcosa non va bene”.  O quest’altra: “ Se una persona ha risposta a tutte le domande  è la prova che Dio non sta con lui”. E aggiunge: “ Un cristiano che ha tutto chiaro e sicuro non trova  niente”. Certo non stiamo dinanzi ad un linguaggio molto pontificio, ma profondamente umano, altamente teologico, e sensibile al nostro convulso secolo XXI.

“Si uno tiene respuesta a todas las preguntas es prueba de que Dios no está con él”, dice el papa
“Se uno ha risposta a tutte le sue domande ciò è la prova che Dio non sta con lui”, dice il papa

No puede, pues, extrañar que dos grandes maestros de la teología cristiana, Karl Rahner y Karl Barth, se mostrasen abiertos a una teología más propensa a la pregunta que a la respuesta. Preguntado en una ocasión el primero si de veras se consideraba creyente cristiano, respondió con aire taciturno: “Sí, pero no a tiempo completo”. Obviamente no quería decir que, por ejemplo, era creyente en las horas centrales del día e increyente al atardecer. Sencillamente aludía al carácter débil, precario, de su fe; estaba traduciendo al lenguaje de nuestro tiempo el evangélico “creo, Señor, pero ven en ayuda de mi incredulidad”. Rahner, calificado por H. Fries como “el mayor testigo de la fe del siglo XX”, solo se consideraba, pues, creyente a intervalos. Es más: dejó escrito que lo de ser cristiano no es un “estado”, sino una meta, un ideal. Propiamente no es correcto decir “soy cristiano”, sino “aspiro a ser cristiano”. En parecidos términos se expresaba el otro gran maestro, en este caso de la teología protestante, Karl Barth, al rechazar la distinción entre creyentes e increyentes. Aducía que él conocía a un increyente llamado Karl Barth. En realidad, la tradición cristiana siempre supo que somos ambas cosas a la vez, creyentes e increyentes. Nuestro Unamuno lo expresó lapidariamente: “Fe que no duda es fe muerta”.
-Non ci si può, inoltre, stupire se due grandi maestri della teologia cristiana, Karl Rahner e Karl Barth, si mostrassero aperti a una teologia più propensa alle domande che alle risposte. Interrogato in una occasione se il primo veramente si considerava un credente cristiano, rispose imbronciato: “ Sì, però non a tempo pieno”. Ovviamente non desiderava dire che, per esempio, era credente nelle ore centrali del giorno e non credente a tarda sera. Semplicemente egli alludeva al carattere debole, precario della sua fede; stava traducendo nel linguaggio del nostro tempo l’evangelico : “ Credo, Signore, ma vieni in aiuto della mia incredulità”. Rahner, qualificato da H. Fries come “ il miglior testimone della fede del XX secolo”, si considerava inoltre credente ad intervalli. E maggiormente: lasciò scritto che l’essere cristiani non è uno “stato” , ma una meta, un ideale.
Non è propriamente corretto dire “sono cristiano”, ma, aspiro ad “essere cristiano”. In termini analoghi si esprimeva un altro gran maestro, in questo caso di teologia protestante, Karl Barth, per respingere la distinzione tra credenti e non credenti. Aggiungeva che egli conosceva un non credente di nome Karl Barth. In effetti, la tradizione cristiana ha sempre saputo che siamo entrambi allo stesso modo, credenti e non credenti. Il nostro Unamuno lo espresse lapidariamente: “La fede che non dubita è fede morta”.

Por último: los avatares de la creencia en Dios son asunto de la “interioridad apasionada” (Kierkegaard) de cada creyente. Pero es posible que en ese secreto recinto personal se escuche la atormentada voz de Pascal con su inolvidable “incomprensible que exista Dios e incomprensible que no exista”. Es, de nuevo, la dialéctica entre el sí y el no, compañera asidua de la condición humana y de la creencia religiosa.
-Infine le vicissitudini della fede in Dio sono materia della “interiorità appassionata” (Kierkegaard) di ogni credente. Ma è possibile che in questa segreta dimensione personale si ascolti la tormentata voce di Pascal con il suo indimenticabile “incomprensibile che esista Dio e incomprensibile che non esista”. E’, di nuovo, la dialettica tra il sì e il no, compagna assidua della condizione umana e della credenza religiosa.

Articolo di Manuel Fraijò tratto dal quotidiano El Pais tradotto da Franca Maria Crobu  e Zeribi Cinzo

 
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