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Ipotesi sull'esistenza del Dio Creatore, con considerazioni relative soltanto al pianeta Terra PDF Stampa
Religione - Teologia razionale
La nascita della vita

Il cosiddetto Big Bang, con una quantità incommensurabile di energia "irradiata" ha consentito la conversione (E=mc^2) energia-materia e quindi la nascita, durata milioni di unità di tempo del sistema universo, con i relativi parametri spazio-tempo.

Alla luce di queste considerazioni (scientifiche) non è possibile ipotizzare che il fenomeno vita sia pervenuto da altri mondi (via meteore), dove era qualcosa di eterno. No, la vita è nata sulla Terra.

Le ipotesi più attendibili della scienza ufficiale sulla origine della vita, prevedono che la crosta terrestre si sia andata solidificando sotto un'atmosfera ricca di vapore acqueo surriscaldato e contenente alcuni gas elementari liberi, tra i quali idrogeno ed azoto; verso quest'atmosfera si proiettavano, da fratture nella crosta, masse magnetiche incandescenti, ricche di carburi metallici: la reazione dei carburi con il vapore acqueo dovette portare alla produzione di idrocarburi . Contemporaneamente si formò dell'ammoniaca, o per la reazione di azoturi con il vapore acqueo o per la costituzione di cianamidi o ancora per unione dell'azoto primitivo con l'idrogeno dell'atmosfera incandescente. Per la reazione degli idrocarburi con l'ammoniaca si ebbe la comparsa di ammini e di altri composti azotati.

La spiccata reagibilita' di sostanze contenenti carbonio e azoto, attraverso condizionamenti e reazioni successive, avrebbe portato alla produzione delle proteine.

Attraverso numerose ipotesi di aggregazione, condensazione e sintetizzazione molecolare, si sarebbe arrivati successivamente alla duplicazione delle sostanze stesse e quindi al primo fenomeno di riproduzione. A tali sostanze quindi potrebbe essere assegnato l'attributo di viventi primordiali.

Peccato però, che le difficoltà teoriche e quelle pratiche di riprodurre gli ambienti supposti, abbiano fatto affermare che questi elementi, uniti, 'naturalmente', al lunghissimo periodo necessario alla produzione delle prime sintesi impedirebbero la ripetizione nei laboratori delle tappe percorse dalla genesi della sostanza vivente.

 

Evoluzionismo somatico

Da semplici particelle di vita che si sarebbero sviluppate nel mondo acquatico attraverso i cosiddetti Procarioti che, 'naturalmente ovviamente' avrebbero 'prodotto' o 'dato luogo' alle cosiddette Euglune etc, etc fino a trasferirsi anche (chissà per quale motivo, ragione o fatto) in un ambiente senza alcun dubbio meno favorevole rispetto al precedente: la terraferma.

Si noti bene che il processo, chissà per quale oscuro motivo poi (la sola adattività all'ambiente non può essere ritenuta sufficiente soprattutto nelle prime fasi ), da considerare sempre in continua evoluzione, con assenze assolute di periodi di stasi od anche (perché no?) di involuzione, avrebbe comportato secondo la scienza ufficiale, attraverso una sequenza impressionante, come numero e modalità di eventi (che si risparmiano al lettore) a partire da microrganismi di natura non ben precisata (le Euglune) la autogestazione di esseri dotati di organi sofisticatissimi dal punto di vista prestazionale (occhi, orecchie, fegato, reni etc, etc) con gli associati sviluppi funzionali. Tra questi ultimi  si cita,tratto da un testo di Barry Sears, la descrizione di quello metabolico:- Il modo in cui il metabolismo lavora è uno dei grandi misteri della biologia. Gli alimenti che contengono proteine, carboidrati e grassi (insieme a vitamine, minerali e sostanze fitochimiche) entrano nell'organismo dalla bocca e vengono scissi nei loro componenti base per essere assorbiti. Questi elementi semplici vengono poi riassemblati in biomolecole complesse necessarie a sostenere la vita. Il metabolismo non è solo la fonte di energia che ci permette di 'funzionare', ma ci consente anche di rinnovare di continuo ogni cellula dell'organismo, di difenderci  dalla costante invasione dei microbi, di riparare le lesioni del corpo e, infine di riprodurci.
La parola metabolismo porta con sè il significato di cambiamento: un termine di gran lunga troppo semplicistico per descrivere ciò che di vero avviene durante i processi metabolici. Il metabolismo può produrre energia partendo dal materiale biologico, oppure costruire biomolecole complesse da componenti alimentari semplici. Il punto è che se non funziona correttamente, cominciamo ad ingrassare, a contrarre patologie croniche, a invecchiare più in fretta.
Pensate alla complessità di mantenere in costante comunicazione i diecimila miliardi di cellule del nostro organismo. Il motivo per cui il nostro metabolismo funziona così agevolmente è che sfrutta una sorta di internet biologico, una rete assai più complicata di quella che chiunque potrebbe concepire in futuro. A differenza del semplice flusso di elettroni che alimenta l'internet informatico, il nostro web biologico va ad ormoni e, come l'ingegneria dei sistemi ci insegna, gli ormoni funzionano al meglio se mantenuti entro una zona ottimale-.

Per quanto riguarda la funzione visiva inoltre, si citano di seguito al riguardo le testuali parole, guarda caso dello stesso Darwin,  tratte  da 'L'origine delle specie':
-Supporre che l'occhio con tutti i suoi inimitabili congegni per l'aggiustamento del fuoco a differenti distanze, per il passaggio di differenti quantità' di luce, e per la correzione della aberrazione sferica e cromatica, possa essersi formato per selezione naturale sembra, lo ammetto francamente, del tutto assurdo-.

Le suddette sono affermazioni che le osservazioni successive dei cosiddetti casualisti (convertitosi forse solo in parte in mutazionisti) non riusciranno mai a smentire o anche soltanto a sminuire o a scalfire, considerando che la sola pupilla può rappresentare una parte talmente sofisticata della tecnologia della automazione, che un team di specialisti per riprodurla per la prima volta avrebbe bisogno non soltanto di simulazioni al computer, ma anche di modelli, prove e tentativi di ordine pratico; inoltre sappiamo quanti anni di studi e di ricerche è costata la definizione dell'internet informatico che abbiamo visto può costituire, per associazione, una sola funzione del sistema metabolico.

Si esamini inoltre la complessità di apparati come quello sessuale, associato ( per motivi legati alla: - mutazione casuale combinata con la selezione naturale cumulativa non casuale -: Dawkins, eminente cattedratico inglese, cercando di spiegare in dettaglio la teoria di Darwin) a quello del godimento per stimolare (?) la riproduzione delle specie. Il che avviene, nel caso dei mammiferi, da ovuli di circa 0,2 millimetri di diametro, fecondate da elementi microscopici come gli spermatozoi.

E quindi lo sviluppo dell'embrione, uno dei fenomeni più esaltanti, suggestivi ed impenetrabili dell'esistenza, che sfugge completamente all'analisi genetica e biochimica, che diventa feto fino alla nascita, fino alla prima 'poppata', con l'alimento più completo che la cosiddetta Madre-Natura offre alla vita che nasce ed inizia a svilupparsi.

Si noti che nel campo dell'umano (per le altre specie non si conoscono statistiche) esiste un bilanciamento quasi perfetto tra numero di nascite di maschi e numero di nascite di femmine, il che varrebbe a dire che siamo nella condizione in cui il fattore Caso (mutante) genera l'ordine casuale-statico.

Il fenomeno riproduttivo dei mammiferi in particolare, presuppone quindi che si siano verificati, nella sua determinazione, una serie di eventi di numero e complessità tale da essere assolutamente non spiegabili, sempre 'naturalmente' ovviamente, anche partendo dal presupposto che la durata del tutto è stata milioni di anni.

No, anche l'eternità, da sola, non partorisce la vita, soprattutto nelle forme e manifestazioni esistenti..............

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Cenni sul Buddhismo PDF Stampa
Religione - Religioni Orientali

Il Buddha (il Risvegliato) dopo aver conseguito la cosiddetta Illuminazione, sentì il bisogno di diffondere le riflessioni e le tecniche di meditazione che avevano prodotto il suo stato di profondo benessere spirituale.  Tenne quindi il suo primo discorso in pubblico, si dice ai suoi primi cinque discepoli, su ciò che sarebbe diventata la dottrina di una religione contrapposta all’Induismo.

Il Buddha non ha lasciato testi scritti e i suoi insegnamenti sono stati trasmessi oralmente. Il maggior testo sacro del Buddhismo risale probabilmente al primo secolo avanti Cristo, quattro secoli dalla sua morte. Esso ha preso il nome di Dhammapada che, in lingua pali, significa “parole di Dhamma”, dove con quest’ultimo termine si intende la legge morale che il Buddha ha visto nell’ordine cosmico. Il testo è composto di 423 strofe, distribuite su ventisei capitoli, che contengono non solo gli insegnamenti del Buddha ma anche proverbi e detti popolari.

Le basi del suo pensiero sono costituite dalle cosiddette Quattro Nobili Verità che permettono di dischiudere le porte dell’Illuminazione.

La prima è costituta dall’affermazione che la vita umana è fatta di dolore e sofferenza. Già la nascita è fonte di sofferenza per la madre e per il bambino e poi le malattie, le avversità, la vecchiaia, la fobia della morte e le pene che procurano la morte stessa. Gli stessi stati di serenità che si attraversano sono impermanenti e quindi la loro scomparsa procura dolore.

Con la seconda verità il Buddha individua la causa della sofferenza nella cupidigia. L’uomo non si accontenta per nessuna ragione di quello che ha, non si sente mai appagato e ciò determina il processo delle reincarnazioni che è dovuto essenzialmente alla brama di perpetuarsi.

Con la terza si afferma che per rimuovere il dolore è necessario estinguere la cupidigia e la brama che precludono l’accesso al cosiddetto Nirvana. Tale condizione, di cui parleremo più profondamente in seguito, non ben definita dal Buddha ma da intendere come uno stato di eterna beatitudine, conseguente alla rimozione del sansara, ovvero del ciclo delle morti e delle rinascite.  Rimozione dovuto al karma, cioè la legge cosmica che fa sì che le corrette azioni influiscano positivamente nel corso delle varie esistenze.

L’ultima delle nobili verità permette di superare gli ostacoli che impediscono di liberarsi dalla sofferenza e di raggiungere quindi l’Illuminazione, perché fornisce le informazioni sugli “Otto Sentieri” da percorrere.

Questi ultimi sono denominatati rispettivamente retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retto modo di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retto raccoglimento (o meditazione - che, insieme alla retta consapevolezza, permette di osservare con distacco e consapevolezza noi stessi e il mondo e di cui si parlerà nell'articolo successivo ).

 

Con il primo sentiero da percorrere si dice che una retta visione della vita ci fa affermare che il dolore è l’unica caratteristica permanente della vita umana e che tutto il resto è impermanente. Il concetto viene affermato nella strofa 277 della Dhammapada:

 

Quando con piena cognizione si comprende

“tutte le cose fenomeniche sono impermanenti”.

Allora ci si disgusta del dolore: questo è il sentiero

per la purificazione.

 

 

Per percorrere il secondo sentiero si dice che il retto pensiero permette di comprendere la vita e ciò esige uno sforzo adeguato con la rimozione della pigrizia e della indolenza. Solo la liberazione dall’ignoranza e quindi l’acquisizione della saggezza possono portare verso l’Illuminazione. Il concetto viene affermato nella strofa 280:

 

Colui che non si sforza quando è tempo di sforzarsi

Che, pur giovane e forte, è dotato solo di pigrizia,

che ha il pensiero e la mente debole, indolente e inerte,

non trova il sentiero verso la saggezza

 

 

 

Per percorrere i tre sentieri successivi si afferma che soltanto con la retta parola, la retta azione e un retto modo di vita si agisce correttamente e si è in grado di vivere pienamente la propria vita . I concetti vengono affermati nella strofa 281:

 

Controllando la propria parola, ben governato nella mente,

nemmeno col corpo commetta del male,

purifichi queste tre vie dell’azione,

percorra il sentiero annunciato dai saggi.

 

Per percorrere il sesto sentiero si afferma che solo con un retto sforzo, né troppo grande da lasciarci esausti né troppo tenue da non produrre effetti significativi si è in grado di vivere pienamente fino a conseguire la saggezza. Il concetto è affermato nella strofa 280, già richiamata

 

 

Per percorrere il settimo e l’ottavo sentiero si afferma che con una retta consapevolezza e un retto raccoglimento si può meditare profondamente e concentrarsi pienamente fino a contemplare la verità per mezzo della conoscenza totale, che conduce all’Illuminazione. Il concetto è affermato anche se in parte nella strofa 282

 

Dall’attenzione concentrata nasce la conoscenza, per effetto

dell’assenza di attenzione concentrata la conoscenza

va distrutta

così avendo conosciuto questa duplice via, del guadagno

e della perdita,

ci si disponga in modo che la conoscenza aumenti.


Tenendo presente l’intero Dhammapada si evince che la brama e l’ignoranza sono state considerate le cause principali del dolore e del sansara (la reincarnazione). Forse l’ignoranza in particolare può essere la più nociva perché essa può generare il desiderio smodato di beni materiali che ci allontanano completamente dalla possibilità di conseguire l’Illuminazione. Quest’ultima dovrebbe coincidere per quanto riguarda gli induisti con lo stato di contemplazione rappresentato dal Samadhi dello Yoga ( vedi l’articolo relativo Le basi dello Yoga). Per essere più precisi su quest’ultimo punto citiamo quanto affermato da Mircea Eliade nel suo Storia delle credenze e delle idee religiose:

«Qualunque ne sia la “natura”, è certo che ci si può accostare al Nirvana solo seguendo il metodo insegnato dal Buddha. La struttura yoga di questo metodo è evidente, in quanto essa comporta una serie di meditazioni e di concentrazioni note da parecchi secoli. Si tratta però di uno Yoga rielaborato e reinterpretato dal genio religioso del Beato»

 

Ovvero il Nirvana può essere (in)definito dal seguente ammonimento tratto stavolta da testi sacri al Buddismo e riportato su un articolo di Gianfranco Bonola:

 

«O monaci, vi è una sede dove non esiste né terra, né acqua, né fuoco, né aria, né percezione, né questo mondo, né l’altro, né sole, né luna. Io affermo o monaci, che in essa non c’è venuta, né andata, né immobilità, né morte, né nascita. E’ qualcosa di non fisso, che non diviene, che non ha sostegno. E’ la fine della sofferenza»

Ed infine sempre tratti da testi buddisti una serie di attributi relativi:

 

Il Nirvana è permanente, stabile, imperituro, immobile, senza età, senza morte, senza divenire, che è potere, beatitudine, felicità, rifugio sicuro, ricetto, luogo di sicurezza senza più minacce;che è la Verità reale e la suprema Realtà; che è il bene, la meta suprema, il solo e unico concepimento della nostra vita, la Pace eterna, nascosta, incomprensibile.

Con queste definizioni, fornite da uno dei più grossi esperti di testi buddisti, Edward Conze,  riusciamo soltanto a comprendere che il Nirvana rappresenta un rifugio sicuro per lo spirito e forse una connessione con il Sacro. Pertanto non possiamo affermare con certezza che il Buddhismo sia una religione senza Dio, anche perché per fare ciò dovremmo attribuire ai termini un preciso significato. Comunque il Buddha aveva sempre rifiutato di parlare in merito, esprimendosi invece nei suoi discorsi su cose più concrete e avendo cura di evitare completamente il metodo speculativo.

Ad esempio aveva ripudiato la casta sacerdotale dei brahmani, perché la riteneva troppo chiusa nell’apprendere dai testi sacri dell’Induismo (i Veda, le Upanisad, etc che sono stati rifiutati completamente) concetti che dispensava con libera interpretazione. Invitava la gente a rendersi autonoma dal punto di vista culturale attingendo direttamente alla fonte (i suoi discorsi o quelli dei suoi discepoli e la propria ragione) il sapere religioso.

Spazzò via inoltre tutti i riti e le cerimonie religiose ritenendoli non solo qualcosa di inutile ai fini della liberazione spirituale ma anche uno sfoggio di superstizioni. Rinnegò inoltre le tradizioni, tra cui il sistema delle caste, ritenendole frutto di un passato pieno di errori, a causa dell’isolamento in cui viveva la casta sacerdotale dei brahamani. L’affermazione più ricorrente nei suoi discorsi era la necessità di un profondo sforzo personale per seguire i sentieri da lui indicati, per raggiungere il principio vitale dove si trova scampo e sollievo, con una liberazione definitiva dal ciclo delle esistenze.

Antonio ALBINO

 
Elevazione spirituale attraverso la meditazione PDF Stampa
Religione - Articoli vari

Ciò che si sviluppa negli stati ultimi della meditazione è il distacco dalle concezioni e dalle conoscenze egoiche, e una visione equanime, imparziale, quasi impersonale, di tutti i fenomeni, compresa la vita e la morte. - Il saggio non si affligge nè per i vivi nè per i morti- dice la Bhagavad-Gita. Egli considera gioie e dolori – effimeri e transitori come l'estate e l'inverno-; e soprattutto sa che -nulla può distruggere l'anima-.

Questo testo indù, profondamente teista, esalta sia la devozione sia la meditazione, dando parecchie indicazioni concrete. Ma la stessa pratica viene sviluppata dal Buddhismo, che pure rifiuta le nozioni di Dio e di anima. Questo significa che la meditazione è una vera e propria vita inter-religiosa, adatta sia a chi crede sia a chi non crede in un Dio. Tant'è vero che la si trova in tutte le principali religioni, dal Cristianesimo all'Islam. A Maometto viene per esempio attribuito il seguente detto: -Un'ora di meditazione vale più di sessanta anni di preghiere-.

La differenza fondamentale è che chi crede in un Dio trova più naturale la pratica della preghiera, perchè è convinto di rivolgersi ad una -Persona-, sia pure suprema. Invece chi non crede in Dio, o non crede in questo tipo di Dio, deve vedersela più con se stesso che con un -Altro-.

La meditazione, però, ci ha abituati a vedere nelle antinomie - come queste fra Dio-persona e Dio impersonale o fra Dio-altro e Dio interiore – i tipici prodotti della mente condizionata: un'operazione, questa , che la fede non è propensa a compiere. E, quindi, bisogna riconoscere alla contemplazione la capacità di predisporre lo spirito a una assimilazione dell'Assoluto in quanto coincidentia oppositorum. Come sosteneva Nicolò Cusano, Dio supera – ogni opposizione e ogni contraddizione, trascende infinitamente tutti gli opposti e non può essere compreso nè con la ragione, nè con l'immaginazione, nè con il senso. L'unità di tutte le cose è Dio, ed in ogni parte dell'universo si può trovare una via che porta a Lui- [da Opere religiose, UTET, Torino 1971]

Alla trascendenza dunque non possiamo avvicinarci che col superamento del dualismo mentale (essere-nonessere, interno-esterno, finito-infinito, aldilà-aldiqua, sè-non-sè, ecc.) e la disidentificazione dall'io empirico, attività che noi riusciamo a compiere proprio in meditazione. In questo caso, Dio – persona o non persona- diventa un'esperienza possibile, una nostra esperienza.

Per la meditazione orientale, il Dio – oggetto- di sentimento o di pensiero non può essere il vero assoluto, perchè quest'ultimo è lo stato non-condizionato della mente, la non-mente. Quando si riesce a trascendere la mente, quando si riesce a fare il vuoto mentale, il nostro spirito si assimila allo Spirito universale, a ciò che Derrida definisce – il divino non ancora corrotto da Dio-.

Mentre per la tradizione giudaioco-cristiana esiste una frattura tra Dio e l'uomo, causata dal peccato originale, per L'Oriente la frattura non è altro che la Creazione stessa, con la frammentazione: è lo Spirito universale che si materializza e si moltiplica, dando origine a ogni cosa. Ne segue che ogni essere vivente è una parte di Dio, una parte infinita dell'infinito.

Il problema non è dunque quello di riappacificarci o di ristabilire qualche accordo con un Dio -totalmente altro-, ma quello di ritrovarsi in noi stessi, nel nostro spirito. Anche il Buddhismo, che pure non è teista in senso tradizionale, segue questa logica. L'uomo deve – mettere tra parentesi- la propria comune attività mentale – costituita da sensazioni contrapposte dialetticamente (piacere-dispiacere), da pensieri, da giudizi, da fantasie, da atti di volizione o di evitazione, da paure, ecc- per ritrovare dentro di sè quel fondo incontaminato, quella quiete piena di vita, quell'anima nuda che, nel distacco, è già Essere universale.

Purezza, vuoto, calma, unità, assenza di intenzionalità, dimenticanza di sè, pura consapevolezza, superamento dell'io psicologico, fermezza, ma non rigidezza, non-azione....sono questi i mezzi con cui ci si assorbe in una condizione di trascendenza. - Se tu potessi annientarti per un solo attimo- dichiara per esempio Eckhart, potresti essere quel che Dio è in sè-. Lo spirito che si isola nella propria nuda interiorità trova in realtà lo Spirito universale.

Questa divinità, pur essendo trascendente, è in ogni essere vivente, è ogni essere vivente: Se noi sospendiamo l'abituale attività mentale, dispersiva e fuorviante, se facciamo il silenzio dentro di noi, se raggiungiamo lo stato di non-mente, ecco che riapriamo in noi la finestra sull'infinito. Se invece continuiamo a invocare Dio come Altro-da-noi, finiamo per mantenere – proprio con questa attività- la nostra distanza da -Lui-. Anzi con simili operazioni conserviamo il processo creativo di distinzione e di contrapposizione del Sè universale rispetto ai sè individuali.

Dentro di noi esiste un punto – l'apex mentis dei mistici- in cui la nostra essenza, pur essendo una parte dell'infinito, è infinita. Questa è la terza e ultima funzione della meditazione, la quale non richiede adesioni di fede, ma vuole che facciamo una esperienza diretta, qui ed ora, di una trascendenza che non può non essere, in fondo, una condizione dello spirito. Come diceva Epittedo, -se vuoi sei libero-.

La Maitry-upanisad spiega chiaramente perchè dobbiamo -purificare- la nostra mente che è parte del sansara:-Noi diventiamo ciò che pensiamo: ecco il supremo mistero. Con la calma del pensiero, andiamo al di la delle azioni cattive e delle azioni buone; risiediamo nell'atman sereno, godiamo di una gioia inalterabile- E la Chandoya-upanisad afferma che -la meditazione [dhyiana] è in realtà superiore alla ragione -; per questo motivo, - mentre gli uomini mediocri sono portati a chiacchierare e a litigare, gli uomini superiori sono inclini a meditare-.

 

Brano tratto dal testo Manuale di meditazione di Claudio LAMPARELLI

 
Cenni sulle tecniche di Meditazione Buddista PDF Stampa
Religione - Religioni Orientali

I temi basilari delle tradizioni meditative sono in realtà i grandi problemi della vita e della morte. Le tradizioni fondamentali a questo riguardo sono almeno sei -Yoga, Vedanta, Taoismo, Tantrismo, Zen e Buddismo - , ma è indubbio che quest'ultima abbia un peso preponderante, che non è dovuto tanto ad una sua visione del mondo ed alla sua concezione della natura degli uomini, quanto al fatto che il Buddismo ha conferito, più delle altre spiritualità, un ordine e un inquadramento alle tecniche meditative, che permettono un accesso più diretto alla sua conoscenza.

Nel campo buddista per meditazione si intende semplicemente il rimanere rilassati nella consapevolezza di quanto sta accadendo o non accadendo. La meditazione è quindi un processo di consapevolezza privo di qualsiasi forma di giudizio.

Con la meditazione non ci proponiamo di arrestare il pensiero: la meditazione consiste semplicemente nel lasciar dimorare la mente nella sua condizione naturale, ovvero nella spontanea consapevolezza dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni, così come si manifestano.

Quando non comprendiamo la natura e l'origine dei nostri pensieri, sono essi stessi a prendere il sopravvento. Allorchè il Budda ha riconosciuto la natura della sua stessa mente, ha rovesciato tale processo. Ci ha mostrato come possiamo servirci dei pensieri, onde evitare che siano i pensieri a servirsi di noi.

La meditazione buddista è molto più semplice di quanto si pensi normalmente: qualsiasi cosa sperimentiamo, è meditazione, a condizione che siamo consapevoli di ciò che sta accadendo.

Ciò che conta è mantenere la consapevolezza, indipendentemente dai pensieri, dalle emozioni e dalle sensazioni che si manifestano. Per rendere il concetto molto più facile di quello che sembra

è sufficiente ricordare che è meditazione la consapevolezza di qualsiasi cosa si presenti.

I discepoli del Budda hanno costruito una organizzazione schematica delle diverse pratiche meditative che comprendono due categorie fondamentali: Metodi Analitici e Metodi non Analitici. Il motivo per cui il Budda abbia insegnato diversi metodi di meditazione è dovuto essenzialmente al fatto che sapeva bene quanto la mente umana fosse irrequieta e sempre alla ricerca di nuove esperienze.

I metodi non analitici erano quelli insegnati per primi perchè fornivano gli strumenti necessari per calmare la mente. Si tratta di una pratica essenziale attraverso la quale la mente raggiunge uno stato di consapevolezza e rilassamento , grazie al quale la sua natura può finalmente rivelarsi. Si possono distinguere in due categorie che sono la meditazione non analitica senza oggetto e la meditazione non analitica con oggettto. I metodi analitici invece implicano l'osservazione diretta della mente, pertanto è meglio intraprendere tali pratiche sotto la supervisione di un insegnante e quindi essi non verranno trattate nel corrente articolo.

Meditazione non analitica senza oggetto

In questo tipo di meditazione si lascia riposare la mente come se si fosse appena conclusa una lunga giornata di lavoro. Lasciamo andare tutto quanto e ci rilassiamo. Non ci viene richiesto di cercare di impedire il flusso di pensieri , sensazioni o emozioni, ma non dobbiamo neppure seguirli. Dobbiamo conservare sempre una certa presenza mentale, che potrebbe essere descritta più o meno come un nucleo di attenzione. Pur evitando di rivolgere l'attenzione a qualcosa in particolare, ci manteniamo consapevoli, presenti a qualsiasi cosa stia accadendo qui e ora. Per quanto possa sembrare del tutto ordinario, tale stato contiene tutte le qualità della chiarezza, dellla vacuità e della compassione. Dove per vacuità si intende il fondamento indescrivibile di ogni fenomeno ovvero la base ('l'ambiente') che permette l'esistenza di ogni cosa. Mentre per compassione si intende la completa identificazione con gli altri, nonchè l'immediata disponibilità ad aiutarli in qualsiasi modo possibile. Essenzialmente la compassione è il riconoscimento che chiunque è un riflesso di ciò che siamo e qualsiasi singola cosa è un riflesso di ogni altra cosa, ovvero: consiste nella percezione spontanea della connessione con tutti gli esseri viventi.

La pratica della meditazione non analitica senza oggetto costituisce il metodo più elementare con il quale portare la mente a dimorare rilassata nella consapevolezza. Se vogliamo dedicarci ad una pratica formale basterà cercare di tenere la colonna verticale ben eretta e il resto del corpo in uno stato di rilassamento e di equilibrio. A quel punto possiamo lasciare che la mente si rilassi in una condizione di mera attenzione a quanto sta accadendo. Anche imparare a meditare è un processo graduale. Inizialmente riusciamo a mantenerci tranquilli soltanto qualche secondo, prima che comincino ad affiorare in superficie pensieri, sensazioni ed emozioni. Il consiglio fondamentale è di non seguire tali pensieri, emozioni eccetera, e cioè di evitare che la nostra attenzione si lasci catturare , restando semplici spettatori di quanto si presenta alla luce della nostra consapevolezza. Quale che sia la natura di ciò che si presenta alla nostra attenzione, non lasciamola catturare, nè cerchiamo di sbarazzarcene. Ci limitiamo ad osservare il suo sorgere e il suo scomparire.

La meditazione non analitica senza oggetto si propone di aprire una breccia lentamente e gradualmente, nell'abitudine alla distrazione, permettendoci di rimanere nella consapevolezza dell'istante che stiamo vivendo, aperti a qualsiasi possibilità possa manifestarsi nel momento presente.

Ci serviamo di quei pochi secondi in cui vogliamo o semplicemente desideriamo una pausa dalle fatiche quotidiane per osservare la mente , invece di abbandonarci ai consueti sogni ad occhi aperti. Praticando in tal modo, - una goccia dopo l'altra - , ci ritroveremo gradualmente a liberarci dai limiti mentali ed emotivi che sono all'origine di fatica, delusione, rabbia e disperazione, e scoprire in noi stessi una fonte illimitata di chiarezza, saggezza, diligenza, pace e compassione.

Meditazione non analitica con oggetto

La meditazione senza oggetto può essere ritenuta difficile proprio perchè è molto semplice e quindi non ci si rende conto dello stato meditativo nel quale ci si trova. E' già presente quando ci svegliamo, ovunque andiamo durante la giornata, quando mangiamo come quando ci prepariamo per andare a letto. Ma dal momento che ci accompagna senza posa non ci rendiamo conto di quanto sia preziosa. E' semplice consapevolezza, senza fantasie, sogni e emozioni, ovvero è la funzione della mente nel suo stato naturale. L'altra tecnica consiste nell'impiego dei nostri sensi quale mezzo per portare la mente a una condizione di calma e rilassamento. Si forniscono di seguito dati e informazioni relative alla meditazione con la vista ed a quella con l'udito.

-Meditazione sulla forma

Meditazione sulla forma è la definizione tecnica della pratica in cui ci serviamo del senso della vista quale strumento per portare la mente alla calma. Non dovremmo lasciarci intimorire, perchè alla luce dei fatti, si tratta di qualcosa di estremamente semplice. In realtà è un processo di cui ci serviamo su base quotidiana, sebbene incosciamente, allorchè fissiamo lo schermo di un computer o ci concentriamo sulle luci di un semaforo. Quando portiamo tale processo inconscio a livello di una consapevolezza attiva, facendo deliberatamente dimorare la nostra attenzione su un oggetto specifico, la mente raggiunge una condizione di estremo rilassamento e apertura e si colma di pace. Non è necessario cercare di esaminarlo così a fondo da riconoscerne ogni singolo particolare, anzi, se ci proviamo, finiamo con il creare tensione, mentre l'esercizio si propone l'esatto contrario e cioè il rilassamento della mente. Quindi manteniamo una concentrazione sciolta, dedicando all'oggetto la minima attenzione necessaria per mantenere la mera consapevolezza. Comunque l'alternanza della meditazione sull'oggetto e della meditazione senza oggetto di cui abbiamo discusso in precedenza risulta di grande beneficio. Alternando le due tecniche di concentrazione sull'oggetto e di abbandono alla mera consapevolezza, finiamo col riconoscere direttamente una delle verità fondamentali dimostrataci dalle neuroscienze: qualsiasi cosa percepiamo è una ricostruzione creata dalla mente. In altri termini, tra la mente che percepisce un oggetto e l'oggetto percepito non c'è differenza.

-Meditazione sul suono

La meditazione sul suono è del tutto simile alla meditazione sulla forma, eccezion fatta per la facoltà cui ci si affida, che è quella dell'udito. Cominciamo con il lasciar dimorare la mente per qualche istante in una condizione di rilassamento, e quindi ci dedichiamo gradualmente a quanto sentiamo nelle più prossime vicinanze dell'orecchio, per esempio il suono del respiro , oppure un qualsiasi altro suono che abbia origine nell'ambient e immediatamente circostante.C'è chi trova utile servirsi di una registrazione di suoni della natura o di una melodia piacevole. Comunque è opportuno anche praticare l'alternanza di mera attenzione al suono e di mera consapevolezza rilassata e senza oggetto. Via via che ci abituiamo all'offrire una mera attenzione ai suoni in quanto tali, scopriamo di poter ascoltare le critiche che ci vengono rivolte senza arrabbiarci o metterci sulla difensiva, e parimenti di saper prestare ascolto alle lodi senza per questo lasciarci trascinare dall'orgoglio o dall'eccitazione.

Comunque, come già detto, secondo Yongey MINGYUR  è meglio intraprendere le pratiche analitiche sotto la supervisione di un insegnante che abbia la saggezza e l'esperienza necessarie per poterne afferrare il senso e fornire risposte adatte e in accordo alle caratteristiche di ciascun studente. Ma ciò che più conta è che, indipendentemente da quanto meditiamo o da quale tecnica usiamo, qualsiasi tecnica di meditazione buddista finisce in definitiva con il generare la cosiddetta compassione (termine già definito come significato), e ciò accade anche se non ce ne rendiamo affatto conto.

 

Articolo ricavato dal testo Budda, la mente e la scienza della felicità di YONGEY MINGYUR RINPOCHE

 
Ipotesi sulla natura di Dio: chi è, cos'è Dio? PDF Stampa
Religione - Teologia razionale

A volte ci comportiamo non solo in maniera moralmente inaccettabile ma anche disumana. Le tragedie delle guerre mondiali ci hanno mostrato quale grado di abbrutimento si può raggiungere senza che esista una pena ‘sufficiente’ per i carnefici né una ricompensa ‘adeguata’ per le vittime. In quanti casi non è stato commesso soltanto un crimine contro l’umanità ma anche contro Dio, perché le sue creature (vedi articolo Ipotesi sull’esistenza del Dio Creatore ) sono state annichilite e offese nel più profondo dell’anima oltre che nel corpo e nei sentimenti. La tragedia umana ha toccato il culmine con la seconda guerra mondiale, ma non è stata la sola. Trascurando le nefandezze commesse nell’antichità, in tempi più recenti abbiamo assistito al genocidio degli armeni  in Turchia e alla deportazione di milioni di persone in America per essere ridotte in schiavitù. Pertanto ci sembra molto valida l’osservazione che ha fatto qualcuno, cioè che Dio o non è onnipotente o non è infinitamente buono, come prospettato dalle religioni monoteiste. La prima ipotesi ci sembra la più valida perché l’orrore che suscitano certi episodi  fanno escludere la seconda, dato che la Creazione è stato un atto d’amore infinito. Quando si parla di ‘mancanza di onnipotenza’ si parla dell’impossibilità di modificare le leggi stabilite  nell’ambito della creazione dell’Universo e di ‘determinare’ il corso della vita delle Creature. Sarebbe come se un legislatore competente e valido contravvenisse per primo alle leggi che egli stesso ha scritto. Credo sia il caso di citare il teologo Vito Mancuso che dice: « Se Dio fosse veramente responsabile della vita e della morte degli esseri umani, io sarei ateo, perché non potrei tollerare che si prendesse così malignamente gioco di tanti di noi ». Vale a dire che si impone la figura di un Dio umano, forse troppo umano, nel senso da  essere talmente permeato nella Natura, da non poter travalicare le  Sue leggi. I cosiddetti miracoli sono da attribuire soltanto a fenomeni di autosuggestione anche collettiva che determinano potenti reazioni biochimiche che producono noradrenalina, adrenalina, dopamina con evidenti alterazioni dei sensi e della sensibilità umane. L’effetto placebo  (sostanze inerti senza alcun effetto terapeutico che producono guarigioni) è la prova evidente della diffusa manifestazione dell’autosuggestione, che in ambienti predisposti raggiunge il culmine nel condizionamento degli eventi e degli stati psicofisici. Possiamo parlare soltanto in alcuni casi di processi inspiegabili allo stato attuale della scienza.  L’attributo di Creatore conferito razionalmente a Dio  fa escludere il panteismo di Baruch Spinoza dalle nostre supposizioni, perché parliamo di una intelligenza infinita che ha saputo determinare l’ordine supremo che esiste nell’universo. Dio non è Natura, Dio è IN Natura, perchè l’ipotesi più probabile è il cosiddetto panenteismo di Alfred Whitehead, che in altri termini vuol dire un Dio personale, l’Intelligenza Suprema che guarda, segue e controlla ‘da vicino’ le sue creature, senza poter interferire ‘in tempo reale’ con il loro comportamento. L’unica possibilità che possiamo razionalmente accettare è quella che Egli è in grado di ‘modulare’ la storia in maniera positiva per le sorti della Umanità. Questo partendo dal presupposto che l’Intelligent Design continui ad operare anche sotto l’aspetto sociale, perché la sofisticata macchina umana, visto l’atteggiamento e il comportamento, generalmente di rifiuto, nei confronti del ‘diverso’, si può considerare come incompiuta. Ciò comporta tempi molto lunghi facendo riferimento alla comparsa, relativamente recente, dell’homo sapiens. A questo punto dobbiamo far riferimento a qualcosa di concreto, visto che la trascendenza di Dio ( nell’alto dei cieli!?) è da vedere soltanto come una pia illusione dal punto di vista scientifico. La Scienza senza la Religione è cieca , e la Religione senza la Scienza è sorda affermava Einstein, pertanto egli voleva soltanto dire che ci vogliono elementi concreti non semplici illazioni per parlare di Dio e della Sua essenza.
Per dare concretezza al nostro discorso citiamo un brano tratto da un articolo dell’amico Marcello Veneziano, ingegnere italo/americano residente a Detroit.

La singola formica è stata paragonata ad una cellula celebrale Questo è un ottimo confronto dal momento che , se noi estraiamo una formica  o un piccolo gruppo da una colonia queste perdono le funzioni vitali e non possono sopravvivere. E’ come estrarre delle cellule dal cervello di un uomo ed aspettarsi da queste la formulazione di un pensiero. Per la stessa ragione una singola formica agisce in maniera non corretta e migliora leggermente il suo comportamento in compagnia di qualche altra. Al contrario, una colonia di formiche è in grado di creare una società complessa dove l’agricoltura (sviluppando certe specie di funghi) e le modalità di gestione della colonia ( generando un altro tipo di insetto per produrre una essenza lattiginosa) sono state realizzate prima di quanto abbia fatto l’umanità. Possiamo dire che in una colonia di formiche esiste quello che chiamiamo intelligenza distribuita. Un singolo esemplare sembra non avere discernimento ma la colonia come complesso mostra quella che chiamiamo intelligenza.

Una colonia con intelligenza distribuita può essere definita come una entità composta da numerose piccole componenti della stessa specie. Questi componenti individuali sono in grado di interagire l’un l’altro e lavorando insieme possono realizzare funzioni che appaiono appartenere a qualche intelligenza. Per intelligenza si intende una qualche entità che quando incontra situazioni variabili può realizzare nuovi modi di aver successo o sopravvivere. Ad esempio le formiche quando hanno bisogno di attraversare un flusso di acqua formano una catena con i loro corpi per costituire un ponte in modo tale che il resto della colonia possa attraversarlo. Alcune di loro realizzando la catena annegano ma la vita del singolo individuo è insignificante per la colonia. Anche le api appartengono precisamente a questa categoria. Può questa caratteristica applicarsi a qualcosa che non appartiene al mondo animale? Atomi messi insieme possono creare intelligenza. Il mondo animale è fatto di atomi. Ma gli atomi, sebbene, interagiscano l’un l’altro, quando formano una entità intelligente, richiedono la combinazione di molti differenti tipologie per realizzare questa funzione. Gli atomi quindi mancano di uno dei requisiti che sono necessari per costituire una intelligenza distribuita perché differiscono l’un l’altro.

Soltanto il blocco di costituzione basica dell’Universo presenta i requisiti di una intelligenza distribuita; questo blocco base è costituito dai neutrini. Essi interagiscono l’un l’altro impiegando onde elettromagnetiche (i fotoni). I neutrini sono invisibili buchi neri che catturando fotoni, creano elettroni, protoni e neutroni. Queste particelle nucleari interagendo l’un l’altra , danno luogo a tutto ciò che esiste nell’Universo. Una cosa da ricordare del neutrino e' che e' infinitesimamente piccolo di dimensioni ed infinitamente grande come peso specifico e si può dimostrare usando la matematica che e' connesso direttamente al mondo invisibile. Il neutrino oscilla continuamente tra il mondo visibile e il mondo invisibile e solo quando la luce appare ( onde electromagnetiche) comincia a costruire il nostro universo.

 

Esiste quindi la possibilità di ritenere l’Intelligenza Assoluta costituita da particelle elementari distribuite nell’Universo con evidente conferma della concezione panenteistica anche dal punto di vista scientifico. L’affermazione di Einstein riguardo la scienza e la religione, pertanto, ci sembra la base per costituire una nuova disciplina che guardi in modo nuovo a ciò che ci circonda evitando che siano ancora attuali le considerazioni di quel mistico che ha affermato: un Dio comprensibile non è più un Dio, ovvero come ha scritto il Poeta: Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare. E’ necessario parlare anche di teologia razionale perché con semplici considerazioni logiche è possibile dimostrare che la probabilità dell’esistenza del Dio Creatore è molto maggiore di quella della sua negazione. Senza ricorrere alla famosa scommessa di Pascal si può affermare che l’uomo è una entità ‘religiosa’ che guarda verso il soprannaturale, che è consapevole della sua limitatezza e cerca l’Assoluto; non si guarda intorno, guarda oltre, all’infinito e all’eterno. E’ profondamente convinto dell’esistenza del soprannaturale e lo cerca in ogni modo, ma è distratto dalle necessità della vita, dai falsi valori che l’attuale società gli propone tramite la potenza dei mass media, dalla pigrizia mentale che lo sviano al punto da non fargli avvertire la necessità di dare un senso compiuto alla vita. Non a caso Victor Frankl parla di inconscio spirituale, cioè di una spiritualità insita nell’uomo che lo fa sentire insicuro, ansioso, incompleto se non accetta come punto di riferimento certo l’esistenza del Divino. Con l’Intelligent Design, Dio non si è limitato a produrre una macchina uomo ad ‘alta tecnologia’, ma a lasciare tracce evidenti del Suo operato e soprattutto a scrivere le Leggi Cosmiche (perché con l’inconscio spirituale si intende anche la cosiddetta coscienza), che quando la creazione arriverà a compimento ( e purtroppo per verificare questa ipotesi ci vorranno secoli) produrranno una Umanità libera e giusta. Perché l’altruismo, la generosità, la cultura, l’amicizia e l’amore verranno riconosciuti come elementi di prima necessità in luogo di individualismo, egoismo, ignoranza, materialismo e avidità.  Questo possiamo ragionevolmente supporre, se accettiamo la Creazione come un atto d’amore infinito.

 

Antonio ALBINO

 
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