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Dio dove sei? Chi sei mio Dio? PDF Stampa
Religione - Articoli vari

..Il mio cuore è vuoto. Il vuoto è uno specchio che mi guarda. Vi vedo riflessa la mia immagine e

provo disgusto e paura….E’ così crudelmente impensabile percepire Dio con i propri sensi?

Perché deve nascondersi in una nebbia di mezze promesse e di miracoli che nessuno ha visto?

Come possiamo credere in chi crede se non crediamo a noi stessi? Cosa sarà di quelli come noi che

vorrebbero credere ma non ci riescono?  E cosa sarà di quelli che non vogliono e non possono

credere? Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la

mano, che mi sveli il suo volto, mi parli.

 

Ingmar Bergman

 

 

 

Interrogavo la terra chiedendo se fosse Dio......

e chiesi anche al cielo e alle sue Creature..........

anche al mare domandai se fosse Dio.....

mi fu risposto: “ Il tuo Dio è colui che ci ha fatto”

“Tu chi sei?” mi domandai,

“Un uomo”

Un uomo, l'immagine speculare di sé

L'immagine deforme di me stesso mi rivelò un volto nuovo,

egli mi disse: “Torna in te stesso”

non fuori da me stesso, ma dentro me stesso

Ti trovai!

 

Agostino di Ippona

 
L'uomo e la nascita delle religioni PDF Stampa
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L'uomo è l'unico essere vivente insoddisfatto della sua natura. Lo è sempre stato, anche nel più remoto passato, tant'è vero che ha immaginato degli esseri immortali e felici: gli dei. Solo chi è fragile, infelice, mortale e non vuol esserlo, può immaginare qualcuno che non lo è e considerarlo più reale di se stesso. Gli dei sono sempre stati ciò che gli uomini desideravano essere.

O, meglio, sono sempre stati ciò che l'uomo sentiva che avrebbe dovuto essere, la parte più profonda, più vera, più nobile di sé. Per pensare a sé stesso, l'uomo ha dovuto sdoppiarsi: da un lato il suo io, miserabile e mortale, e dall'altro la divinità. Questa sua natura mortale l'uomo non l'ha mai accettata completamente anche se l'ha subita, se ha cercato, in ogni modo di farsene una ragione, di darsi una spiegazione di ciò che venendo al mondo, intelligentissimo e fragilissimo, capace di pensare ad un tempo infinito e, nel contempo, condannato alla vecchiaia e alla morte.

L'uomo si è accorto subito che la sua vita è, rispetto a ciò che egli può immaginare, incredibilmente breve, addirittura qualche cosa di assurdo. Noi siamo così abituati ai lamenti dei poeti e dei filosofi sul tempo che fugge, che vola in un attimo, alla vita che sembra trascorsa in un istante, da considerarle cose banali e noiose. Ma spesso ciò che è veramente importante è proprio ciò che è più ovvio, più risaputo, più banale. E, da che mondo è mondo, gli uomini si sono sempre lamentati della brevità della loro vita, se hanno continuamente ripetuto che questa vita è un istante e niente di più, vuol dire che questa è un'esperienza fondamentale, essenziale, primordiale e ricorrente. Noi non possiamo considerarla come un errore, o un lamento, o una esagerazione. Se c'è vuol dire che ha una ragione, ed una ragione profonda. Questo è il nostro punto di partenza: l'uomo è insoddisfatto della sua natura ed ha una ragione per esserlo, una ragione importante.

Che sia così lo si intuisce subito anche guardando le cose dal punto di vista dell'evoluzione biologica. Su un corpo che non differisce troppo da quello degli altri primati è cresciuto in un tempo breve - sia esso di uno o due milioni di anni – un immenso cervello costituito di miliardi di cellule e capace di miliardi di miliardi di operazioni. Questo straordinario apparato pensante non è nemmeno tutto sviluppato alla nascita. Le fibre nervose, infatti, non sono tutte mielizzate. Si sviluppa nel corso degli anni e può essere messo in funzione solo attraverso una complicatissima istruzione. Se il cervello non subisse danneggiamenti dovuti alle malattie, ai tossici, all'invecchiamento, potrebbe imparare una quantità incredibile di cose. E invece è stato collocato in un organismo che ha la stessa capacità di rigenerazione cellulare degli altri animali. Il risultato è che non appena ha cominciato a funzionare a pieno regime, diciamo a venticinque anni, il cervello comincia a deteriorarsi perché intossicato, mal ossigenato, colpito da malattie. Ciononostante, in genere, esso sopravvive a tutti gli altri organi corporei che, a poco a poco, si distruggono. Le arterie si ispessiscono, il fegato e i reni funzionano sempre più malamente, le articolazioni si irrigidiscono. Con la vecchiaia questo strumento perfetto viene letteralmente murato vivo dentro il corpo e deve assistere impotente al disfacimento di tutto l'organismo, poi al suo stesso disfacimento e, infine, alla sua morte.

Nel suo bellissimo racconto Fiori per Algernon, Daniel Keys narra di un poeta idiota che, grazie ad una terapia, diventa intelligente, addirittura un genio. Però la fase di grande attività cerebrale dura pochissimo. A poco a poco riappare la demenza. Lui , intelligentissimo, è allora costretto ad assistere allo scempio che avviene dentro di sé. Una esperienza atroce, straziante. In realtà la vicenda di Algernoon è quella di ciascun uomo che viene murato vivo nel proprio corpo, costretto ad assistere alla propria progressiva distruzione, pezzo per pezzo, fino alla morte. Ecco perché è adeguata l'espressione . E' infatti come se qualcuno avesse costruito uno smisurato calcolatore che richiede decenni di lavoro per essere messo in funzione. Però questo calcolatore non l'ha installato in un grande edificio razionale, non l'ha protetto, alimentato in modo appropriato. No, lo ha lasciato in edifici decrepiti e addirittura all'aperto, al sole, all'aria, al vento, sotto l'acqua, dove incomincia a deteriorarsi prima di essere programmato e dove, in poco tempo, diventa un rottame. Immaginiamo ora che questo calcolatore sia dotato di coscienza. Cosa dovrebbe dire dei suoi costruttori?

Gli uomini hanno capito subito che il loro corpo era penosamente inadeguato rispetto alle loro capacità intellettuali e vi sono sentiti ospiti stranieri. E' così che è nata – in tutte le società ed in tutti i tempi – l'idea di un'anima immortale costretta a stare in un corpo mortale. Noi abbiamo oggi l'impressione che i nostri antenati siano stati un po' megalomani nell'attribuirsi un'anima immortale, addirittura divina. E megalomani ci sembrano i loro sacerdoti, sciamani e mistici che hanno sempre pretese di essere in contatto con le divinità, cioè con qualcosa di distinto e superiore alla natura. Ma questo era il modo con cui essi esprimevano l'immediata, insopprimibile esperienza di portare in sé qualcosa che trascende il dato della natura: una sovranatura. Questo orgoglio primordiale è l'altra faccia del rifiuto primordiale di cui abbiamo parlato.

Da un lato quindi l'uomo si è attribuito un'anima immortale, della stessa natura degli dei o della loro sostanza, una scintilla divina che anima la materia. Anche nella Bibbia Dio ha fatto l'uomo a immagine e somiglianza. Dall'altro, però, quegli stessi uomini hanno cercato, in ogni modo, di spiegarsi perché, nonostante questa parentela con Dio o gli dei, era toccato loro in sorte una vita così breve, povera e piena di dolore. E per farsene una ragione hanno descritto la loro condizione come illusione (indù e buddisti ), destino (i greci ), come caduta della scintilla divina nella materia (zoroastrani, manichei, gnostici ), come peccato da espiare (ebrei), o come croce da portare (cristiani ). E tutte le religioni e tutte le filosofie hanno sempre promesso, o in questa vita o nell'altra, o alla fine dei tempi, la fine della miseria e del dolore. Non però nello stesso modo. Una prima fondamentale divisione è quella che separa la tradizione indiana e, in modo particolare, il buddismo, da quanto invece è accaduto in occidente. In India, verso il IV secolo prima di Cristo, si è diffuso il convincimento che l'universo, il mondo, il corpo, l'infinita varietà delle cose che nascono e muoiono nel tempo, siano solo e soltanto un'illusione. L'uomo è insoddisfatto della sua natura perché, in realtà, ciò che gli appare come natura è un inganno, un gioco di specchi. Chi crede nella natura e nel tempo è come è come se cadesse in un sogno. La morte e la rinascita sono un cadere da un sogno in un altro sogno e tutti angosciosi. Rinunciando a credere nel sogno, cioè rinunciando a credere nel tempo e nelle cose, rinunciando ai desideri, all'ambizione, allo sforzo, ci si può risvegliare, cioè uscire dal sogno. Secondo questa prospettiva non si deve modificare la natura, anzi ci si deve disinteressare di lei. Più la si , più si interviene, più si interviene, più si resta imprigionati nell'illusione cosmica.

Totalmente opposto è stato lo sviluppo dell'occidente. Qui l'insofferenza che l'uomo ha provato nei riguardi della sua natura si è dapprima tradotta in religioni che promettono la fine della ‘prigionia' nel corpo e il ricongiungimento con Dio. Le religioni misteriche greche, il giudaismo, il cristianesimo e l'islam, sono tutte . La è la fine di quello stato angoscioso in cui l'uomo si trova buttato e che queste religioni spiegano come caduta o come colpa. A prima vista queste religioni sembrano passive come quelle orientali. Ma non è così. L'universo, infatti, non è una illusione, ma il prodotto della creazione divina, qualcosa in cui l'uomo è tenuto ad agire.

Ma anche le religioni occidentali, da sole, non avrebbero prodotto una trasformazione. In occidente in realtà, ha agito un meccanismo ancora più radicale: gli uomini si sono ribellati alla loro condizione ed hanno cercato di trasformare la loro natura. Solo in occidente è stata portata avanti, e senza riserve, quella trasformazione pratica a cui diamo il nome di progresso tecnico. Negli abissi della preistoria gli uomini si sono scoperti senza pelo e avevano freddo, senza zanne ed erano minacciati da animali predatori, senza la capacità di arrampicarsi come le scimmie o la capacità di fuggire come le gazzelle, ed erano circondati di pericoli. Se si fossero limitati a considerare tutto il mondo illusione, concentrandosi nella meditazione, cosa sarebbe accaduto di loro? Se si fossero limitati a sognare una vita più felice dopo la morte, o una redenzione successiva, sarebbero mutate le cose? Per fortuna dobbiamo dire, essi non si sono limitati a maledire la loro natura idiota ma, popolando l'universo di potenze immaginarie, hanno creato a se stessi il modello da seguire: Non c'è una sola delle scoperte dell'uomo che non sia stata immaginata millenni e millenni fa. I primi documenti umani in nostro possesso ci mostrano una umanità che immagina, fantastica cose meravigliose. Gli dei si spostavano alla velocità del vento e del pensiero, parlavano a distanza fra loro e con gli uomini. I giganti innalzavano montagne e scavavano fiumi; i maghi avevano specchi con cui guardare a distanza, tappeti volanti, filtri per guarire le malattie. Questa immaginazione non è stata solo un compenso alla mancanza, ma una traccia per il desiderio, una guida per l'intelligenza e per l'azione.

 

Brano tratto dal testo L'albero della vita di Francesco ALBERONI

 
Indiani d'America PDF Stampa
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Il rispetto

Le ninne nanne del mio popolo sono state tramandate 
di generazione in generazione e 
le cantiamo ancora oggi . 
Molte raccontano di animali 
che si occupano affettuosamente dei loro piccoli , 
altre descrivono la terra d'origine del mio popolo e 
quella in cui vivevamo. 
Attraverso queste canzoni 
vogliamo insegnare ai nostri figli 
soprattutto una cosa : 
profondo rispetto . 
Profondo rispetto e grande attenzione per tutto il creato . 
Solo quando avranno imparato a rispettare gli altri , 
potranno avere rispetto per se stessi . 
E solo così otterranno il rispetto degli altri . 
Per il mio popolo il rispetto di sé è una cosa importante 
e noi lo coltiviamo e lo sosteniamo . 
Una persona non può vivere senza avere rispetto per se stessa . 

(Henry Vecchio Coyote) – Crow

 

 

La preghiera del silenzio


Siediti ai bordi dell’aurora ,
per te si leverà il sole .
Siediti ai bordi della notte ,
per te scintilleranno le stelle .
Siediti ai bordi del torrente ,
per te canterà l’usignolo .
Siediti ai bordi del silenzio ,
Dio ti parlerà .

 

(Henry Vecchio Coyote) – Crow

 

 

Benedizione


Che il sole ti porti nuova energia durante il giorno ,
che la luna dolcemente ti rigeneri di notte ,
che la pioggia ti lavi via le preoccupazioni ,
che il vento soffi nuova forza nel tuo essere ,
che tu possa camminare per il mondo e conoscere
la sua bellezza tutti i giorni della tua Vita .

(Benedizione dei nativi americani Apache)

 
San Tommaso d'Aquino e la Scolastica PDF Stampa
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In generale con il termine scolastica si indicano i diversi sistemi teologici che si prefiggono l’accordo tra la rivelazione e la ragione, tra la fede e la comprensione intellettuale. Anselmo di Canterbury (1033-1109) aveva ripreso la formula di Agostino: «Credo di poter comprendere». In altre parole , la ragione inizia a svolgere il suo compito a partire dagli articoli della fede. La struttura specifica delle teologia scolastica viene però elaborata da Pietro Lombardo (c. 1100-1160) nella sua opera Libri quattuor sententiarum,in cui sotto forma di domande, analisi e risposte, il teologo presenta e discute i problemi di Dio, della creazione, dell’Incarnazione, della redenzione e dei sacramenti.
Nel XII secolo diventano parzialmente accessibili in traduzione latina le opere di Aristotele e dei grandi filosofi arabi ed ebrei (soprattutto Averroè, Avicenna e Maimonide) che contribuiscono a mettere in una prospettiva nuova i rapporti tra ragione e fede. Secondo Aristotele, l’ambito della ragione è completamente indipendente. Alberto Magno, uno degli spiriti più universali del Medioevo, accettò con entusiasmo la riconquista, «per la ragione, dei diritti che essa stessa aveva lasciato cadere in disuso», ma una dottrina di questo genere non poteva che indignare profondamente i teologi tradizionalisti, i quali accusavano gli scolastici di aver sacrificato la religione alla filosofia, Cristo ad Aristotele.
Il pensiero di Alberto Magno venne approfondito e sistematizzato dal suo discepolo, Tommaso d’Aquino (1224-1274), il quale fu insieme teologo e filosofo, ma sempre mantenendo immutato il problema centrale della sua speculazione: l’essere, cioè Dio: Tommaso attua una distinzione radicale tra la Natura e la Grazia, tra l’ambito della ragione e quello della fede, anche se tale distinzione implica il loro accordo.  L’esistenza di Dio diviene per lui evidente non appena l’uomo provi a riflettere sul mondo a lui noto; ad esempio: in un modo o nell’altro, questo mondo è in movimento e qualsiasi movimento deve avere una causa, la quale a sua volta è il risultato di un’altra e nondimeno la serie di tali cause non può essere infinita, per cui occorre ammettere l’intervento di un Motore Primo, che non è altri se non Dio. Questa argomentazione è la prima di un gruppo di cinque , designate da Tommaso come le «cinque vie». Il ragionamento è sempre lo stesso: partendo da una realtà evidente, si giunge a Dio ( qualsiasi causa efficiente ne presuppone un’altra, e risalendo indietro per tutta la serie si giunge alla prima di esse, cioè a Dio. E così via.
Essendo infinito e semplice, il Dio così scoperto dalla ragione si colloca al di là del linguaggio umano: Dio è l’atto puro dell’esistere (ipsum esse) per cui è infinito, immutabile ed eterno. Dimostrandone l’esistenza grazie al principio di casualità si giunge al tempo stesso alla conclusione che Dio è il creatore del mondo, da Lui creato liberamente, senza necessità alcuna. Ma per Tommaso la ragione umana non è in grado di dimostrare se il mondo sia sempre esistito o se invece la creazione abbia avuto luogo nel tempo: la fede, fondata sulle rivelazioni divine, ci chiede di credere che il mondo è cominciato nel tempo. Si tratta di una verità rivelata, come gli altri articoli della fede (il peccato originale, la Trinità, l’Incarnazione di Dio in Gesù Cristo e così via) e dunque oggetto dell’indagine teologica e non più della filosofia.
Ogni conoscenza implica il concetto centrale dell’essere , che altro non è se non il possesso o la presenza della realtà che si vuol conoscere. L’uomo è stato creato perché goda della piena conoscenza di Dio, ma in seguito al peccato originale non è più capace di raggiungerlo senza l’aiuto della Grazia. La fede permette al fedele, soccorso dalla Grazia, di accettare la conoscenza di Dio quale Egli l’ha rivelata nel corso della storia sacra.
«Nonostante le resistenze da essa incontrate, la dottrina di san Tommaso gli valse subito parecchi discepoli, non solo all’interno dell’Ordine dominicano, ma anche in altri ambienti culturali e religiosi. La riforma tomista toccava l’intero campo della filosofia e della teologia. Non v’è perciò una sola questione di rilievo propria di questi due ambiti i cui la storia non possa riscontrarne l’esistenza e seguirne le tracce , ma essa sembra sempre aver agito in particolare sui problemi fondamentali dell’ontologia, la cui soluzione presiedeva a quella di tutti gli altri». Per Gilson il grande merito di san Tommaso è quello di aver evitato sia il «teologismo» - che ammetteva l’insufficienza della fede – che il «razionalismo». E sempre secondo Gilson, il declino della scolastica iniziò con la condanna di alcune tesi di Aristotele (soprattutto dei suoi commentatori arabi) da parte del vescovo di Parigi, Etienne Tempier, nel 1270 e nel 1277. D’allora in poi la solidarietà strutturale esistente tra teologia e filosofia fu gravemente compromessa. Le critiche di Duns Scoto (c. 1265-1308) e di Gugliemo di Occam (c. 1285_1347) contribuiscono a sgretolare la sintesi tomista. Tutto sommato la distanza sempre più grande tra le teologia e la filosofia anticipa la separazione, evidente nelle società moderne, tra il sacro e il profano.
Va detto che l’interpretazione di Gilson non viene più accettata nel suo complesso. Tommaso d’Aquino non fu l’unico scolastico medievale di genio: durante i secoli XIII e XIV altri pensatori – anzitutto Scoto e Occam – goderono di un prestigio identico, se non superiore al suo , ma l’importanza del tomismo è dovuta al fatto che esso venne proclamato, nel XIX secolo, teologia ufficiale della Chiesa romana.

 

Brano tratto dal testo Storia delle idee e delle credenze religiose di Mircea Eliade

 
Nel Paese di Eldorado PDF Stampa
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La conversazione fu lunga; toccò la forma del governo, i costumi, le donne, gli spettacoli pubblici, le arti. Alla fine Candido, sempre appassionato di metafisica, fece chiedere da Cacambo se il Paese avesse una religione.

Il vecchio arrossì leggermente. “Come,” disse, “potete dubitarne? Ci prendete per ingrati?” Cacambo chiese umilmente quale fosse la religione di Eldorado. Il vecchio arrossì di nuovo. “Possono forse esserci due religioni?” disse “ Credo che noi abbiamo la religione di tutti; adoriamo Dio dalla sera alla mattina.” “Adorate un Dio solo? ” chiese Cacambo, facendo sempre da interprete ai dubbi di Candido. “ Evidentemente”, rispose il vecchio, “ dato che non ce ne sono né due, né tre, né quattro. Confesso che le persone del vostro mondo pongono domande molto singolari.” Candido non si stancava di far interrogare il buon vecchio; volle sapere come si pregava Dio nell’Eldorado. “Non lo preghiamo affatto,” spiegò quel buono e rispettabile saggio, “ non abbiamo nulla da chiedergli, Egli ci ha dato tutto ciò di cui abbiamo bisogno; lo ringraziamo di continuo. “ Candido ebbe la curiosità di vedere i sacerdoti; fece chiedere dove fossero. Il buon vecchio sorrise. “Amici miei,” disse, “ noi siamo tutti sacerdoti; il re e tutti i capi di famiglia cantano, ogni mattina, solenni inni di ringraziamento, e cinque o seimila musici li accompagnano.” “ Come non avete dei monaci che insegnano, discutono, governano, intrigano, e fanno bruciare chi non è del loro parere?” “ Dovremmo essere pazzi” disse il vecchio, “qui siamo tutti dello stesso parere, e non capiamo cosa volete dire coi vostri monaci.” Candido, al sentire questi discorsi era in estasi, e diceva tra sé: “C’è una bella differenza tra la Westfalia e dal Castello del Signor barone; se il nostro amico Pangloss avesse  visto Eldorado, non avrebbe più detto che il castello Thunder-ten-tronckh era quanto di meglio ci fosse sulla Terra; è certo che bisogna viaggiare.”

 

Brano tratto dal testo ‘ Candido o l’ottimismo’ di Voltaire

 
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