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La fede è mistero oltre la ragione PDF Stampa
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È possibile non condividere alcune o molte idee del suo autore, però è certo che L' anima e il suo destino (Raffaello Cortina editore) di Vito Mancuso, professore di Teologia moderna e contemporanea al San Raffaele di Milano, è uno dei libri più interessanti e coraggiosi dell' anno che ci ha appena lasciati. E non solo.

In un' epoca nella quale non di rado ci si imbatte in interventi di teologi improvvisati o dell' ultim' ora che, con invidiabile disinvoltura e senza aver letto una riga di Origene o Gregorio di Nissa, trattano argomenti di cui non sanno nulla, o riducono il discorso della fede e del mistero alle avvilenti prospettive della querelle politica regionale, il libro di Mancuso colpisce per la complessità e la grande ampiezza dello spazio concesso alla meditazione sulla rivelazione cristiana, oltre che per la vastità delle letture che questa meditazione accompagnano e sorreggono. Va anche detto, tuttavia, che per quanto si possa ammirare lo sforzo di Mancuso di offrire una razionalizzazione della fede, nonostante siano attraenti e convincenti parecchie delle sue proposte, L' anima e il suo destino lascia il lettore che vorrebbe credere in una sorta di lacerato sgomento. Qui, la questione - che peraltro, se si vuole, esiste - non è quella del Magistero della Chiesa: nel corso dei secoli la Chiesa ha più volte cancellato verità che parevano incrollabili. Il punto è un altro. Ed è questo: per chi crede, o aspira a credere, la costruzione teologica di Mancuso è sufficiente a garantire la pace del cuore? In fondo, da un punto di vista assolutamente laico, il problema lo ha suscitato, nella sua recensione di pochi giorni fa sul Corriere della Sera Edoardo Boncinelli. Ha scritto Boncinelli in una conclusione che mi permetto di sintetizzare: «Mancuso eleva una sua cattedrale di concetti, di considerazioni e di proposte, nitida, edificante e senza una scalfittura, da sembrare finta. È perfetta nel suo genere. Ovviamente per chi riesce a crederci. Ma se quello che afferma fosse tutto vero, possiamo ritenere che ciò sarebbe di per sé un bene?». La risposta, non laica, umile e imperfetta, che viene da chi con infiniti dubbi, infinite incertezze e moltissimi affanni, cerca di muoversi nel conforto e nella disperazione della fede, non è affermativa. Mancuso, quello che pensa lo dice con grande chiarezza nell' incipit del suo libro. Scrive: «Il principale obiettivo di questo libro consiste nell' argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dall' alto, sorga un futuro di vita personale oltre la morte». È una affermazione forte. E seducente, se vogliamo. L' universo in cui viviamo, creato da Dio, è, secondo Mancuso, la divinità. Dio non interviene dall' alto, non entra nella Storia, non si occupa delle esistenze individuali, e nemmeno decide se rispondere o no alle nostre preghiere (il tema della preghiera è assente o quasi nel libro), perché Lui è già in noi e noi siamo già in Lui. «Meno si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è», scrive Mancuso, «più si pensa che il divino sia una cosa diversa, totalmente altra, rispetto alla vita. Viceversa, più si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, meno si pensa il divino come una cosa diversa e totalmente altra. Il centro speculativo del Cristianesimo, l' incarnazione di Dio in un uomo, è esattamente la massima espressione di questa equazione fondamentale: pienezza della vita = divino». Che vuol dire, Mancuso? Che tutto è spiegabile e immanente; anche il mistero. Che da quello che adesso vediamo, letteralmente, con i nostri occhi, potrà nascere un giorno, quando sarà definitivamente compiuto il Bene e l' ordine del mondo, quello che per intanto è invisibile. Ci basta? In altre parole: ci basta quello che sappiamo o sapremo, o ci sono delle cose che a ogni costo non vogliamo conoscere: per esempio, la resurrezione della carne, come sarà? Lì anche Mancuso si ferma, del resto. La sua ragione vacilla e tace: «Come le donne al sepolcro ha paura». C' è solo da prendere o lasciare. Lui prende. Si arrende. Al pari di tutti noi quando rinunciamo a capire - perché che cosa ne sappiamo, noi? - e ci affidiamo alla santa oscurità di Dio.

 

 

Articolo di Giorgio MONTEFOSCHI tratto dal Corriere della Sera

 
Yoga e Cristianesimo PDF Stampa
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In fondo inginocchiarsi a mani giunte è una specie di asana, una posizione yoga. «I cristiani da sempre pregano col corpo, mi stupisco di chi si stupisce». Da 42 anni Eros Selvanizza insegna yoga anche a suore e monaci. «Alcuni hanno maturato un' esperienza notevole, ma preferiscono non farlo sapere. Non è che se ne vergognino: non hanno capito se per la Chiesa è bene o male».

Per il presidente della Federazione Italiana Yoga è giunta l' ora della chiarezza: «Scopriamo le carte. Teologi e yogi, parliamoci e rendiamo trasparente un rapporto che esiste da decenni, ufficialmente sospettato, ufficiosamente tollerato». è un contropiede.
Nella Chiesa di Ratzinger sembra maturare l' atteggiamento opposto: basta col sincretismo fra spiritualità cristiana e meditazione orientale che affascina i credenti e perfino i religiosi. Yogi in tonaca che nel segreto dei conventi incrociano le gambe nel padmasana.

«Non chiedo che fede hanno i miei allievi», racconta la docente Silvia Del Col, «ma so cosa insegnare a chi prega otto ore in ginocchio». Si pratica l' autodisciplina del corpo in luoghi sacri e illustri, alla Verna, all' eremo di Camaldoli (una tre-giorni su Lectio divina e Yoga) tra i missionari del Pime come nel quartier generale gesuita di Milano, il Centro San Fedele, che ha appena varato anche un corso di Tai-Chi. E qualche antenna si drizza.

Ieri Avvenire, quotidiano dei vescovi, ha dedicato una pagina al dilemma dello «yoga cristiano». Voci pro e contro, toni equilibrati, ma conclusioni severe affidate all' antropologo Massimo Introvigne: «Non confondiamo lo yoga con gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola». Non è un anatema, ma il problema viene fatto uscire dal silenzio dove era finito dopo «ruvide» polemiche. «Ho sollevato io il polverone», rivendica sorridendo padre Davide Magni del San Fedele, sostenitore delle tecniche di meditazione. Qualche mese fa il suo articolo su Popoli, rivista gesuita, aveva un titolo volutamente provocatorio: Esiste uno yoga cristiano?
«Ovviamente no, sarebbe come dire che esiste un "football cristiano" solo perché in ogni oratorio c' è un campo di calcio. Ma certo esiste uno "yoga per i cristiani"». Una disciplina del corpo che predispone all' incontro con Dio. «Il rosario, con le sue ripetizioni che somigliano ai mantra indu, è una hesychia, una tecnica per armonizzare alla preghiera il respiro, il battito del cuore. Non c' è preghiera cristiana che non abbia la misura dei ritmi del corpo». «Allora lo chiamino training autogeno», protesta il professor Giuseppe Ferrari, segretario del Gris, organismo ecclesiale che tiene d' occhio le nuove religioni e le sette.

«Lo yoga è intrecciato alla religione induista, non può essere inculturato senza rischi nel cristianesimo». Per il Gris (NdR-Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa), la diffusione dello "yoga cristiano" è solo una variante delle sirene new-age. «In questi anni», rivela, «è stato necessario richiamare all' ordine alcune comunità che si erano spinte troppo avanti: cercando di 'avvicinarsi ai lontani' si allontanavano dai vicini». Eppure un' eresia yoga non è ancora stata messa all' indice. Il problema sta forse qui: nell' indecisione dottrinale.

Il testo fondatore del sincretismo, Yoga per i cristiani del monaco francese Jean-Marie Déchanet, ottenne l' imprimatur nel 1956, in era preconciliare. Ma l' unico documento vaticano sulla questione è tuttora l' Orationis formas del 1989, firmata dall' allora cardinale Ratzinger: un esercizio di grande equilibrio tra il «desiderio di imparare a pregare» e il pericolo di «autosufficienza» delle tecniche orientali, creatrici di «sensazioni di quiete» che potrebbero far dimenticare che la preghiera è pur sempre dialogo con un Altro.
Un passaggio però incoraggia gli yogi di Cristo: «pratiche di meditazione provenienti dall' Oriente <...& possono costituire un mezzo adatto per aiutare l' orante a stare davanti a Dio interiormente disteso». Ma le pressioni contrarie crescono, forti della diffida di Civiltà cattolica (1990): «Non c' è nel Cristianesimo nessuna tecnica capace di causare necessariamente l' unione mistica con Dio». «Yoga, oppio per il cristiano», «incompatibile con la Grazia»: giornali e siti Internet tradizionalisti spingono perché i tappetini sloggino da parrocchie e conventi. Come finirà? «Non ci saranno guerre, siamo tutti contro la banalizzazione», tranquillizza don Magni. Ma qualcosa si muove. «I corsi che lo swami Veda Bharati teneva a San Miniato al Monte sono stati interrotti», si duole Cristina Nobili dell' Himalayan Yoga Institute: «è paura, ma non teologica. Se tutti riuscissero a trovare la via per l' unione con l' Assoluto, ai mediatori terreni resterebbe poco da fare».

 

Articolo di MICHELE SMARGIASSI tratto da ‘Repubblica’
 
L'evoluzione e la creazione sono associati PDF Stampa
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Dio non fa le cose, una formula questa di Teilhard de Chardin che io cito spesso, che lui diceva già nel 1920 e 1921 in due articoli della Rivista dei gesuiti francesi Etudes (c’è ancora questa rivista e corrisponde un po’ a La Civiltà Cattolica italiana), e sottolineava questo dato. Dio non fa le cose, ma offre alle cose di farsi. Cioè Dio alimenta; l’Energia arcana, come la chiama il Concilio, che alimenta il processo, ma, dal punto di vista dei fenomeni, dal punto di vista quindi dello sviluppo del processo creativo, tutto avviene attraverso cause create. Non c’è nulla nel processo della creazione che non abbia una causa creata. Questo è un dato importante da tenere presente. Perché, vedete, ancora con Pio XII e anche con Giovanni Paolo II si diceva: “Però dobbiamo ammettere la creazione dell’anima, l’intervento di Dio...”, e questo voleva dire non capire l’azione creatrice, che non interviene, non viene tra le creature, ma le costituisce, offre alle creature di farsi.
Capite? È una modalità di azione che offre possibilità, non impone le situazioni, le offre, perché dà la possibilità di essere, dà la possibilità di operare.
Allora in questa prospettiva voi capite che anche il problema del Progetto intelligente è un problema falso. E adesso cerco di spiegarvi il perché, che è legato appunto al concetto di azione creatrice.

Il Progetto intelligente si muove all’interno del paradigma evolutivo, e dicono, sono anche scienziati questi che lo dicono: “Ebbene, certo c’è l’evoluzione, oggi non può essere negata, tuttavia è un’evoluzione che viene programmata, per cui si passa dal più imperfetto al perfetto e c’è una complessità sempre maggiore, ordinata, già prevista”; per questo parlano del “Progetto intelligente”. Ma questo modo di pensare è quello proprio antropomorfico, è un po’ come il caso dell’ingegnere o l’architetto che ha fatto una casa, stanze, porte ecc., ha misurato le cose, le ha messe in quel punto preciso o in un altro; e interpretano in questo modo appunto il processo evolutivo.
Nella prospettiva, invece, dell’azione creatrice che offre possibilità ma non le impone, il processo non avviene perché una soluzione è già determinata, perché la soluzione creatrice contiene tante soluzioni, tante possibilità.
Anche nella nostra vita, quando noi veniamo al mondo, noi siamo molteplici, possiamo diventare tante persone, non c’è nessuna determinata, non c’è un progetto tale per cui noi dobbiamo diventare quello e solo quello. Perché ci sono scelte che ci sono chieste, decisioni che dobbiamo prendere.
Ma questo avviene anche nell’ambito biologico e forse anche nell’ambito fisico, sono dei processi che hanno diverse soluzioni possibili. Perché? Perché la forza creatrice contiene molte possibilità, molte ricchezze, offerte contemporaneamente, appunto perché Dio non impone le cose, non fa le cose, ma offre alle cose di farsi, offre alle cose di essere e di divenire.
In questa prospettiva, allora, voi capite che sono due ambiti diversi, collegati fra di loro, perché noi siamo sostenuti, ma questo non fa parte della ricerca scientifica. La ricerca scientifica analizza i fenomeni, come avvengono, le diverse cause collegate fra di loro e anche individua delle casualità dei processi che possono avere soluzioni diverse, e quindi la vita può anche intraprendere dei sentieri ciechi per cui ci sono dei rami dello sviluppo evolutivo che a un certo momento vengono troncati, che non procedono perché c’è una grande libertà all’interno dei processi, che nell’uomo diventa libertà di scelta, perché l’offerta creatrice è molteplice, non impone nulla.
Capite, allora, che è possibile anche quel disordine della creazione, anche quei tentativi falliti della creazione. Perché è questo che colpiva Darwin: “Possibile che per raggiungere questo risultato ci debba essere questa dispersione enorme di possibilità? Quelle forme molteplici di vita che scompaiono perché uno solo possa emergere?”.
Allora io vorrei richiamarvi, in questo senso, a un’idea importante: la nostra condizione temporale. Cioè noi come creature, ma pensate tutte le creature, siamo tempo, cioè non possiamo accogliere in un istante solo tutta la perfezione a cui siamo chiamati, che pure ci viene offerta. Noi non la possiamo accogliere tutta in un istante, ma possiamo accogliere solo frammenti dopo frammenti e successivamente così, progressivamente così, fino a pervenire a un compimento, a una pienezza che suppone una complessità di strutture che pian piano si sviluppano, ma si sviluppano attraverso tentativi che a volte falliscono, perché appunto ogni situazione è dipendente anche da componenti che possono non esserci.
Per cui, vedete, se vi mettete in questa prospettiva evolutiva, cioè della perfezione che possiamo accogliere solo passo dopo passo, voi capite perché il male, e il disordine, e la sofferenza, ci accompagna fin dall’inizio.
Cioè, non c’è stata una situazione iniziale perfetta, come invece interpretavano quelli che avevano il modello statico: all’inizio tutta la perfezione, poi dopo è successo qualcosa per cui le cose sono cambiate. Nella prospettiva evolutiva la perfezione è alla fine, è il traguardo. Quindi noi cominciamo dal poco, dal nulla, e poi pian piano c’è uno sviluppo, anche dal punto di vista nostro personale, ma poi pensate alla vita nelle sue forme originali, pian piano, poi per tentativi, poi imbocca delle vie da cui deve tornare indietro, riprende altre, perché l’offerta di vita è condizionata a tante situazioni e circostanze. Pensate, per esempio, non so, ad un bambino che non viene amato e allora ha dei traumi, non riesce ad affrontare certe circostanze, certe situazioni, oppure, andando avanti, si trova preclusa una strada.
Da un punto di vista, quindi, di fede noi comprendiamo bene che le situazioni originarie sono ancora imperfette, inadeguate, e il male ci accompagna e l’imperfezione ci accompagna sempre. La fede in Dio a che cosa ci conduce? A riconoscere che possiamo vivere tutte le situazioni della nostra esistenza in modo così da accogliere quella forza di vita che ci conduce alla perfezione definitiva, alla nostra identità di figli di Dio, cioè a sviluppare quella dimensione spirituale che è la ragione della nostra esistenza sulla terra.
Quindi, nella prospettiva di fede, il compimento è il compimento che viene non in ordine alla vita biologica, ma in ordine alla vita spirituale, cioè a quella dimensione che comincia a svilupparsi quando cominciamo a renderci conto della nostra condizione e cominciamo ad aprirci a quella forza di vita per cui una nuova qualità si sviluppa in noi. Che è quella che nella tradizione cristiana chiamiamo l’identità di figli di Dio, la dimensione spirituale, per cui, come diceva Gesù, c’è un nome scritto nei cieli.
Allora la nostra condizione terrena, quindi da un punto di vista biologico e da un punto di vista psichico, è una condizione imperfetta, inadeguata, ma ordinata allo sviluppo di una dimensione spirituale per la quale tutto acquista un significato, perché noi possiamo vivere tutte le situazioni in modo da accogliere l’azione di Dio in noi ed a pervenire a quella identità di figli di Dio, come diceva Gesù, per cui c’è un nome per noi scritto nei cieli, ripeto.
La domanda eventuale potrebbe essere: “Ma allora vale la pena percorrere questo cammino, se il male ci accompagna sempre, se il disordine è sempre alle nostre porte e dentro la nostra interiorità?”.
La risposta a questa domanda può essere data solo quando alla fine giungiamo al compimento; allora ci rendiamo conto se realmente le situazioni vissute nell’imperfezione, anche nel disordine, nella sofferenza, sono proporzionate al compimento al quale siamo chiamati.
Quello che allora è importante per noi è individuare con quale atteggiamento vivere le diverse situazioni, anche di sofferenza, d’incomprensione, di emarginazione, di morte, perché tutti siamo chiamati ad attraversare la morte.
Come vivere queste situazioni in modo da sviluppare la nostra dimensione filiale, cioè la nostra dimensione spirituale che ci consente di attraversare la morte da vivi? Questo è il problema reale della nostra condizione di creature.
Allora il fatto che c’è un disordine, che ci sono ancora imperfezioni dipende appunto dalla condizione creata che è ancora incompiuta, cioè la creazione è ancora in corso, per cui dovremmo dire non che Dio ci ha creati, ma che Dio ci sta creando pian piano. Solo che noi non possiamo accogliere tutta la perfezione in modo compiuto in un istante, ma solo giorno dopo giorno, frammento dopo frammento, per giungere appunto a quel compimento al quale Dio ci chiama come figli suoi.
Allora, vedete, in questa prospettiva non ci sono difficoltà ad assumere il modello evolutivo, a capire la nostra condizione; anzi questo ci dà modo di vivere armoniosamente anche le situazioni imperfette, sapendo che possiamo viverle e attraversarle in modo da crescere come figli di Dio e raggiungere quell’armonia profonda che ci consente, appunto, di attraversare la morte umanamente, cioè da persone viventi.
Questo è il modello che Gesù ci ha indicato quando, nella Risurrezione, ha mostrato qual è il traguardo a cui come figli di Dio siamo chiamati.
Allora le altre discussioni riguardo la scienza sono discussioni che hanno un significato, hanno un valore, ma che non incidono nel modo come noi dobbiamo interpretare la nostra esistenza e soprattutto sperimentare a quale qualità di vita conduce il dare fiducia a Dio anche in queste situazioni imperfette e inadeguate.
Questa è la verifica importante del nostro cammino di fede.
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Il testo è stato tratto dalla conferenza: IL DARVINISMO E LA TEOLOGIA CATTOLICA tenuta dal  Prof Carlo MOLARI nella Parrocchia di San Mattia Apostolo
 
Scienza e fede PDF Stampa
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Cos'è la Scienza se non la conoscenza esatta (?) e ragionata , grazie allo studio, all'esperienza (anche di vita spirituale) ,all'osservazione (anche interiore) e poi che cosa si ripromette di raggiungere ?

Se l'ambizione ultima della Scienza , consiste nel chiarire la relazione tra Uomo e Universo (secondo Jacques Monod, cui si farà riferimento in seguito per il successo che hanno avuto in certi settori scientifici le sue idee e le sue teorie), non si può non sperare che essa dia il dovuto risalto alla fede negli ideali e nei valori spirituali.

Perché con la sola ragione non si può spiegare tutto ciò che attiene all'uomo, alla sua sete di conoscenza anche della parte più profonda del proprio essere, oltre che di ciò che lo circonda. Se la Scienza non può bastare a spiegare tutto ciò che attiene ai nostri campi di interesse , perché la nostra spiritualità non può essere soggetta ad una sola analisi razionale, dobbiamo accettare come fonte di conoscenza oltre alla Ragione anche il Sentire nel Profondo. I capolavori artistici appagano l'animo umano, come le espressioni più alte della Poesia e quindi queste caratteristiche non possono essere trascurate in una visione globale dell'esistenza.

Per citare la più grande e recente scoperta in campo scientifico espressa dal concetto della Relatività', non si può' trascurare il fatto, che oltre che con una analisi razionale prodigiosa , Einstein ha stravolto le fondamenta della Fisica, anche con un salto impetuoso delle sue capacità di immaginazione.

Per spingere il nostro ragionamento all'estremo ( cioè che non tutte le nostre conoscenze derivano dal razionale della nostra natura), basta pensare che nella civiltà greca (la fonte della civiltà occidentale) si riteneva la Poesia di ispirazione Divina e quindi il Poeta era visto come un Profeta ; addirittura Socrate e quindi Platone avevano in pratica affermato che Genio e Follia si toccavano da vicino ed anche un famoso proverbio latino ribadiva che non vi è grande ingegno senza un grano di follia. Sino ad arrivare alla psichiatria moderna , dove l'alternanza maniaco-depressiva , contenuta entro certi livelli ovviamente, secondo Brenot (psichiatra docente all'Università di Bordeaux), dicevamo l'alternanza maniaco-depressiva non è più definibile come psicosi; essa costituisce invece una turba particolare, che sembra particolarmente ricorrente nei geni creativi e nei personaggi d'eccezione. Ad esempio Goethe (affetto senz'altro da questo squilibrio) affermava: " Le nature geniali conoscono una pubertà sempre rinnovata, mentre gli altri non sono giovani che una sola volta". L'alternanza maniaco-depressiva, è stata chiamata in causa per un bel numero di personaggi fuori del comune, tra i quali si possono citare Balzac, Comte, Byron , Schuman, Hemingway, ...

Ed inoltre Kafka era un nevrotico ossessivo, Rousseau un masochista esemplare, Rilke uno schizofrenico, Baudelaire un depresso cronico, Rimbaud soffriva di allucinazioni, Schopenhaur di mania di persecuzione, Beethoven di nevrosi depressiva, Masaccio era chiamato l'idiota, Van Gogh collezionava manie, Michelangelo era uno psicopatico da manuale..........

Tutto questo con le dovute 'riflessioni' ovviamente, non ci può' sorprendere, perché limitare tutto lo scibile umano alla cosiddetta Ragione e considerare il Sentire come un aggregato, rappresenterebbe appunto una limitazione notevole della natura dell'uomo.

Inoltre, continuando ad esulare dalla Ragione, bisogna fare i conti con la Morale, senza la quale potrebbe essere sovvertita l'esistenza umana. Con la Bioingegneria, ad esempio , che ha fornito la possibilità di clonazione anche dell'uomo, si potrebbe introdurre una 'riproduzione scientifica' e quindi arrivare ad equilibri sostanziali ed avanzatissimi della macchina umana. Ma credo che la Storia tramite i i sistemi dittatoriali instauratisi in Europa nel secolo scorso abbia dimostrato che l'acquisizione di nuovi equilibri per le esigenze spirituali deve essere effettuata senza dimenticare che l'uomo non può essere visto come un "pacco senza valore spedito dall'ostetrico al becchino", ma come un 'oggetto prezioso', con caratteristiche estremamente sofisticate, che è molto, troppo semplicistico affermare proveniente dal Nulla e dal Caso.

Ragione e pulsioni interiori, psiche e sentimento, scienza ed arte possono e debbono coesistere senza contrapposizioni, proprio perché Mente e Spirito fanno parte integrante dell'uomo, non sono scindibili e l'uno deve quindi trovare appagamento nelle considerazioni dell'altra , per dare un senso compiuto alla nostra esistenza. Nel momento in cui ciò non si realizzi non verrà mai raggiunto quell'equilibrio interiore, che può arginare le ansie , le angosce , le nevrosi che il consumismo attraverso l'unico valore che riconosce (IL DIO DENARO) dispensa a piene mani; e quindi Monod , senza considerare l'uomo in tutta la sua interezza definisce genericamente lo spirito:" come qualcosa di estrema ricchezza (!), di enorme complessità(!), con una insondabile (!) profondità' del retaggio genetico e culturale, al pari dell'esperienza personale, cosciente o no , che costituiscono nell'insieme il nostro essere unico ed innegabile testimone di sé stesso".

Comunque rifacendosi al progressismo scientifico di Teilhard de Chardin (paleontologo di rango internazionale, definito dalla Chiesa come il Gesuita proibito), penso che Monod non ne possa contestare l'affermazione che"la Fede ha bisogno di tutte le verità di cui può disporre" . E questa considerazione è da ritenere come fondamentale, perché la vera Fede e la vera Scienza si possono e si debbono considerare alleate per arrivare alla Verità. Non è Fede quella dei cosiddetti bigotti ma solo una forma sottile di superstizione , che deve essere combattuta e respinta, perché preclude le porte della Verità a tanta gente desiderosa di raggiungerla, ma che rifiuta certi atteggiamenti e comportamenti

La vera Fede deve essere arricchita dalla Razionalità del Credo, altrimenti rappresenta qualcosa di estremamente povero dal punto di di vista dei contenuti ed è destinata ad essere inconsciamente rimossa.

Ed ora forse è il caso di fare delle considerazioni statistiche perché più dello 80% degli Italiani , riconosce razionalmente l'esistenza del Creatore, mentre questo è vero solo per il 50% degli uomini di scienza. Ma non si faccia confusione su questi dati , perché i cosiddetti uomini di scienza risultano a volte talmente presi dalla loro occupazione , che rifiutano di occuparsi di altre realtà , che hanno un impatto più diretto con l'esistenza; essi non si pongono il problema dell'assoluto, "ma lasciano che sia" , per occuparsi di problemi che si rivelano dettagli nell'ambito esistenziale.

Questo anche perché sono stati commessi dei grossi errori di valutazione da parte della religione ufficiale nei confronti della Scienza ( Galilei per tutti ) e quindi questi errori, commessi prima dell'esplosione della Scienza come Cultura fondamentale per l'Uomo, vengono ampiamente ricambiati. Attualmente la Scienza e la Fede sono ritenute contrapposte, ma questo è un atteggiamento che si può spiegare soltanto per le ragioni storiche di cui si è citato un esempio. Non si può ritenere il riconoscimento dell'esistenza del Creatore, come la negazione delle conquiste della scienza , perché sono soltanto due gli eventi, che fanno ritenere indispensabile la presenza di una Forza Trascendente affinchè si siano determinati, cioè il Big Bang dell'energia 'materiale' , ovvero il "fatto" che ha determinato la creazione dell'Universo ed il Big Bang dell'energia 'spirituale' , cioè il momento della creazione dell'Uomo, come Essere in grado di intendere compiutamente; momento dicevo che si è determinato forse soltanto quando Egli ha riconosciuto l'esistenza di un Fattore , per tutto ciò che lo circondava ed inconsciamente anche per sé stesso.

Scienza e Fede devono 'interfacciarsi' ' perché non possono esistere contrapposizioni frontali, nel momento in cui si accetta la tesi che la Scienza deve guardare fondamentalmente alla collocazione dell'Uomo nell'Universo; e quindi in particolare a crisi esistenziali molto diffuse, che si manifestano se viene a mancare un preciso , valido e certo punto di riferimento.


Antonio ALBINO

 
Il sogno di Cartesio PDF Stampa
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Qualche giorno dopo che Cartesio ne aveva dimostrato l'esistenza , Dio gli apparve e gli disse: "Bravo! Hai dimostrato bene la mia esistenza; con questa dimostrazione, detto in altre parole, mi hai costretto ad esistere; d'ora in poi non mi posso permettere di fare come se non esistessi.

Ma bada bene: perché tu sappia che io non sono Dio di dominazione, che ha bisogno delle ideologie scientifiche che provino la mia esistenza, ma sono Dio di libertà che può fare benissimo a meno di queste ideologie, io ti dico: da oggi farò come se non esistessi. Confonderò i vostri ragionamenti, i quali, pur cercandomi, non mi troveranno, finché non diranno: il nostro Amore per Lui, quell'Amore che supera ogni altro Amore, è la suprema prova della Sua esistenza. E perciò non dite : Egli esiste perché noi Lo abbiamo pensato come necessariamente esistente, ma dite: Egli esiste perché noi Lo abbiamo amato sopra ogni cosa. Poiché ecco io voglio esistere non unicamente in virtù del mio essere sussistente, ma anche e soprattutto in virtù del vostro Amore. Fatemi esistere non solo con i vostri ragionamenti, ma con il vostro amore fattivo e creativo: allora glorificherete il mio Nome tra le genti".

Carlo SKALICKY

 
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