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Cenni sul Buddhismo PDF Stampa
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Il Buddha (il Risvegliato) dopo aver conseguito la cosiddetta Illuminazione, sentì il bisogno di diffondere le riflessioni e le tecniche di meditazione che avevano prodotto il suo stato di profondo benessere spirituale.  Tenne quindi il suo primo discorso in pubblico, si dice ai suoi primi cinque discepoli, su ciò che sarebbe diventata la dottrina di una religione contrapposta all’Induismo.

Il Buddha non ha lasciato testi scritti e i suoi insegnamenti sono stati trasmessi oralmente. Il maggior testo sacro del Buddhismo risale probabilmente al primo secolo avanti Cristo, quattro secoli dalla sua morte. Esso ha preso il nome di Dhammapada che, in lingua pali, significa “parole di Dhamma”, dove con quest’ultimo termine si intende la legge morale che il Buddha ha visto nell’ordine cosmico. Il testo è composto di 423 strofe, distribuite su ventisei capitoli, che contengono non solo gli insegnamenti del Buddha ma anche proverbi e detti popolari.

Le basi del suo pensiero sono costituite dalle cosiddette Quattro Nobili Verità che permettono di dischiudere le porte dell’Illuminazione.

La prima è costituta dall’affermazione che la vita umana è fatta di dolore e sofferenza. Già la nascita è fonte di sofferenza per la madre e per il bambino e poi le malattie, le avversità, la vecchiaia, la fobia della morte e le pene che procurano la morte stessa. Gli stessi stati di serenità che si attraversano sono impermanenti e quindi la loro scomparsa procura dolore.

Con la seconda verità il Buddha individua la causa della sofferenza nella cupidigia. L’uomo non si accontenta per nessuna ragione di quello che ha, non si sente mai appagato e ciò determina il processo delle reincarnazioni che è dovuto essenzialmente alla brama di perpetuarsi.

Con la terza si afferma che per rimuovere il dolore è necessario estinguere la cupidigia e la brama che precludono l’accesso al cosiddetto Nirvana. Tale condizione, di cui parleremo più profondamente in seguito, non ben definita dal Buddha ma da intendere come uno stato di eterna beatitudine, conseguente alla rimozione del sansara, ovvero del ciclo delle morti e delle rinascite.  Rimozione dovuto al karma, cioè la legge cosmica che fa sì che le corrette azioni influiscano positivamente nel corso delle varie esistenze.

L’ultima delle nobili verità permette di superare gli ostacoli che impediscono di liberarsi dalla sofferenza e di raggiungere quindi l’Illuminazione, perché fornisce le informazioni sugli “Otto Sentieri” da percorrere.

Questi ultimi sono denominatati rispettivamente retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retto modo di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retto raccoglimento (o meditazione - che, insieme alla retta consapevolezza, permette di osservare con distacco e consapevolezza noi stessi e il mondo e di cui si parlerà nell'articolo successivo ).

 

Con il primo sentiero da percorrere si dice che una retta visione della vita ci fa affermare che il dolore è l’unica caratteristica permanente della vita umana e che tutto il resto è impermanente. Il concetto viene affermato nella strofa 277 della Dhammapada:

 

Quando con piena cognizione si comprende

“tutte le cose fenomeniche sono impermanenti”.

Allora ci si disgusta del dolore: questo è il sentiero

per la purificazione.

 

 

Per percorrere il secondo sentiero si dice che il retto pensiero permette di comprendere la vita e ciò esige uno sforzo adeguato con la rimozione della pigrizia e della indolenza. Solo la liberazione dall’ignoranza e quindi l’acquisizione della saggezza possono portare verso l’Illuminazione. Il concetto viene affermato nella strofa 280:

 

Colui che non si sforza quando è tempo di sforzarsi

Che, pur giovane e forte, è dotato solo di pigrizia,

che ha il pensiero e la mente debole, indolente e inerte,

non trova il sentiero verso la saggezza

 

 

 

Per percorrere i tre sentieri successivi si afferma che soltanto con la retta parola, la retta azione e un retto modo di vita si agisce correttamente e si è in grado di vivere pienamente la propria vita . I concetti vengono affermati nella strofa 281:

 

Controllando la propria parola, ben governato nella mente,

nemmeno col corpo commetta del male,

purifichi queste tre vie dell’azione,

percorra il sentiero annunciato dai saggi.

 

Per percorrere il sesto sentiero si afferma che solo con un retto sforzo, né troppo grande da lasciarci esausti né troppo tenue da non produrre effetti significativi si è in grado di vivere pienamente fino a conseguire la saggezza. Il concetto è affermato nella strofa 280, già richiamata

 

 

Per percorrere il settimo e l’ottavo sentiero si afferma che con una retta consapevolezza e un retto raccoglimento si può meditare profondamente e concentrarsi pienamente fino a contemplare la verità per mezzo della conoscenza totale, che conduce all’Illuminazione. Il concetto è affermato anche se in parte nella strofa 282

 

Dall’attenzione concentrata nasce la conoscenza, per effetto

dell’assenza di attenzione concentrata la conoscenza

va distrutta

così avendo conosciuto questa duplice via, del guadagno

e della perdita,

ci si disponga in modo che la conoscenza aumenti.


Tenendo presente l’intero Dhammapada si evince che la brama e l’ignoranza sono state considerate le cause principali del dolore e del sansara (la reincarnazione). Forse l’ignoranza in particolare può essere la più nociva perché essa può generare il desiderio smodato di beni materiali che ci allontanano completamente dalla possibilità di conseguire l’Illuminazione. Quest’ultima dovrebbe coincidere per quanto riguarda gli induisti con lo stato di contemplazione rappresentato dal Samadhi dello Yoga ( vedi l’articolo relativo Le basi dello Yoga). Per essere più precisi su quest’ultimo punto citiamo quanto affermato da Mircea Eliade nel suo Storia delle credenze e delle idee religiose:

«Qualunque ne sia la “natura”, è certo che ci si può accostare al Nirvana solo seguendo il metodo insegnato dal Buddha. La struttura yoga di questo metodo è evidente, in quanto essa comporta una serie di meditazioni e di concentrazioni note da parecchi secoli. Si tratta però di uno Yoga rielaborato e reinterpretato dal genio religioso del Beato»

 

Ovvero il Nirvana può essere (in)definito dal seguente ammonimento tratto stavolta da testi sacri al Buddismo e riportato su un articolo di Gianfranco Bonola:

 

«O monaci, vi è una sede dove non esiste né terra, né acqua, né fuoco, né aria, né percezione, né questo mondo, né l’altro, né sole, né luna. Io affermo o monaci, che in essa non c’è venuta, né andata, né immobilità, né morte, né nascita. E’ qualcosa di non fisso, che non diviene, che non ha sostegno. E’ la fine della sofferenza»

Ed infine sempre tratti da testi buddisti una serie di attributi relativi:

 

Il Nirvana è permanente, stabile, imperituro, immobile, senza età, senza morte, senza divenire, che è potere, beatitudine, felicità, rifugio sicuro, ricetto, luogo di sicurezza senza più minacce;che è la Verità reale e la suprema Realtà; che è il bene, la meta suprema, il solo e unico concepimento della nostra vita, la Pace eterna, nascosta, incomprensibile.

Con queste definizioni, fornite da uno dei più grossi esperti di testi buddisti, Edward Conze,  riusciamo soltanto a comprendere che il Nirvana rappresenta un rifugio sicuro per lo spirito e forse una connessione con il Sacro. Pertanto non possiamo affermare con certezza che il Buddhismo sia una religione senza Dio, anche perché per fare ciò dovremmo attribuire ai termini un preciso significato. Comunque il Buddha aveva sempre rifiutato di parlare in merito, esprimendosi invece nei suoi discorsi su cose più concrete e avendo cura di evitare completamente il metodo speculativo.

Ad esempio aveva ripudiato la casta sacerdotale dei brahmani, perché la riteneva troppo chiusa nell’apprendere dai testi sacri dell’Induismo (i Veda, le Upanisad, etc che sono stati rifiutati completamente) concetti che dispensava con libera interpretazione. Invitava la gente a rendersi autonoma dal punto di vista culturale attingendo direttamente alla fonte (i suoi discorsi o quelli dei suoi discepoli e la propria ragione) il sapere religioso.

Spazzò via inoltre tutti i riti e le cerimonie religiose ritenendoli non solo qualcosa di inutile ai fini della liberazione spirituale ma anche uno sfoggio di superstizioni. Rinnegò inoltre le tradizioni, tra cui il sistema delle caste, ritenendole frutto di un passato pieno di errori, a causa dell’isolamento in cui viveva la casta sacerdotale dei brahamani. L’affermazione più ricorrente nei suoi discorsi era la necessità di un profondo sforzo personale per seguire i sentieri da lui indicati, per raggiungere il principio vitale dove si trova scampo e sollievo, con una liberazione definitiva dal ciclo delle esistenze.

Antonio ALBINO

 
Cenni sulle tecniche di Meditazione Buddista PDF Stampa
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I temi basilari delle tradizioni meditative sono in realtà i grandi problemi della vita e della morte. Le tradizioni fondamentali a questo riguardo sono almeno sei -Yoga, Vedanta, Taoismo, Tantrismo, Zen e Buddismo - , ma è indubbio che quest'ultima abbia un peso preponderante, che non è dovuto tanto ad una sua visione del mondo ed alla sua concezione della natura degli uomini, quanto al fatto che il Buddismo ha conferito, più delle altre spiritualità, un ordine e un inquadramento alle tecniche meditative, che permettono un accesso più diretto alla sua conoscenza.

Nel campo buddista per meditazione si intende semplicemente il rimanere rilassati nella consapevolezza di quanto sta accadendo o non accadendo. La meditazione è quindi un processo di consapevolezza privo di qualsiasi forma di giudizio.

Con la meditazione non ci proponiamo di arrestare il pensiero: la meditazione consiste semplicemente nel lasciar dimorare la mente nella sua condizione naturale, ovvero nella spontanea consapevolezza dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni, così come si manifestano.

Quando non comprendiamo la natura e l'origine dei nostri pensieri, sono essi stessi a prendere il sopravvento. Allorchè il Budda ha riconosciuto la natura della sua stessa mente, ha rovesciato tale processo. Ci ha mostrato come possiamo servirci dei pensieri, onde evitare che siano i pensieri a servirsi di noi.

La meditazione buddista è molto più semplice di quanto si pensi normalmente: qualsiasi cosa sperimentiamo, è meditazione, a condizione che siamo consapevoli di ciò che sta accadendo.

Ciò che conta è mantenere la consapevolezza, indipendentemente dai pensieri, dalle emozioni e dalle sensazioni che si manifestano. Per rendere il concetto molto più facile di quello che sembra

è sufficiente ricordare che è meditazione la consapevolezza di qualsiasi cosa si presenti.

I discepoli del Budda hanno costruito una organizzazione schematica delle diverse pratiche meditative che comprendono due categorie fondamentali: Metodi Analitici e Metodi non Analitici. Il motivo per cui il Budda abbia insegnato diversi metodi di meditazione è dovuto essenzialmente al fatto che sapeva bene quanto la mente umana fosse irrequieta e sempre alla ricerca di nuove esperienze.

I metodi non analitici erano quelli insegnati per primi perchè fornivano gli strumenti necessari per calmare la mente. Si tratta di una pratica essenziale attraverso la quale la mente raggiunge uno stato di consapevolezza e rilassamento , grazie al quale la sua natura può finalmente rivelarsi. Si possono distinguere in due categorie che sono la meditazione non analitica senza oggetto e la meditazione non analitica con oggettto. I metodi analitici invece implicano l'osservazione diretta della mente, pertanto è meglio intraprendere tali pratiche sotto la supervisione di un insegnante e quindi essi non verranno trattate nel corrente articolo.

Meditazione non analitica senza oggetto

In questo tipo di meditazione si lascia riposare la mente come se si fosse appena conclusa una lunga giornata di lavoro. Lasciamo andare tutto quanto e ci rilassiamo. Non ci viene richiesto di cercare di impedire il flusso di pensieri , sensazioni o emozioni, ma non dobbiamo neppure seguirli. Dobbiamo conservare sempre una certa presenza mentale, che potrebbe essere descritta più o meno come un nucleo di attenzione. Pur evitando di rivolgere l'attenzione a qualcosa in particolare, ci manteniamo consapevoli, presenti a qualsiasi cosa stia accadendo qui e ora. Per quanto possa sembrare del tutto ordinario, tale stato contiene tutte le qualità della chiarezza, dellla vacuità e della compassione. Dove per vacuità si intende il fondamento indescrivibile di ogni fenomeno ovvero la base ('l'ambiente') che permette l'esistenza di ogni cosa. Mentre per compassione si intende la completa identificazione con gli altri, nonchè l'immediata disponibilità ad aiutarli in qualsiasi modo possibile. Essenzialmente la compassione è il riconoscimento che chiunque è un riflesso di ciò che siamo e qualsiasi singola cosa è un riflesso di ogni altra cosa, ovvero: consiste nella percezione spontanea della connessione con tutti gli esseri viventi.

La pratica della meditazione non analitica senza oggetto costituisce il metodo più elementare con il quale portare la mente a dimorare rilassata nella consapevolezza. Se vogliamo dedicarci ad una pratica formale basterà cercare di tenere la colonna verticale ben eretta e il resto del corpo in uno stato di rilassamento e di equilibrio. A quel punto possiamo lasciare che la mente si rilassi in una condizione di mera attenzione a quanto sta accadendo. Anche imparare a meditare è un processo graduale. Inizialmente riusciamo a mantenerci tranquilli soltanto qualche secondo, prima che comincino ad affiorare in superficie pensieri, sensazioni ed emozioni. Il consiglio fondamentale è di non seguire tali pensieri, emozioni eccetera, e cioè di evitare che la nostra attenzione si lasci catturare , restando semplici spettatori di quanto si presenta alla luce della nostra consapevolezza. Quale che sia la natura di ciò che si presenta alla nostra attenzione, non lasciamola catturare, nè cerchiamo di sbarazzarcene. Ci limitiamo ad osservare il suo sorgere e il suo scomparire.

La meditazione non analitica senza oggetto si propone di aprire una breccia lentamente e gradualmente, nell'abitudine alla distrazione, permettendoci di rimanere nella consapevolezza dell'istante che stiamo vivendo, aperti a qualsiasi possibilità possa manifestarsi nel momento presente.

Ci serviamo di quei pochi secondi in cui vogliamo o semplicemente desideriamo una pausa dalle fatiche quotidiane per osservare la mente , invece di abbandonarci ai consueti sogni ad occhi aperti. Praticando in tal modo, - una goccia dopo l'altra - , ci ritroveremo gradualmente a liberarci dai limiti mentali ed emotivi che sono all'origine di fatica, delusione, rabbia e disperazione, e scoprire in noi stessi una fonte illimitata di chiarezza, saggezza, diligenza, pace e compassione.

Meditazione non analitica con oggetto

La meditazione senza oggetto può essere ritenuta difficile proprio perchè è molto semplice e quindi non ci si rende conto dello stato meditativo nel quale ci si trova. E' già presente quando ci svegliamo, ovunque andiamo durante la giornata, quando mangiamo come quando ci prepariamo per andare a letto. Ma dal momento che ci accompagna senza posa non ci rendiamo conto di quanto sia preziosa. E' semplice consapevolezza, senza fantasie, sogni e emozioni, ovvero è la funzione della mente nel suo stato naturale. L'altra tecnica consiste nell'impiego dei nostri sensi quale mezzo per portare la mente a una condizione di calma e rilassamento. Si forniscono di seguito dati e informazioni relative alla meditazione con la vista ed a quella con l'udito.

-Meditazione sulla forma

Meditazione sulla forma è la definizione tecnica della pratica in cui ci serviamo del senso della vista quale strumento per portare la mente alla calma. Non dovremmo lasciarci intimorire, perchè alla luce dei fatti, si tratta di qualcosa di estremamente semplice. In realtà è un processo di cui ci serviamo su base quotidiana, sebbene incosciamente, allorchè fissiamo lo schermo di un computer o ci concentriamo sulle luci di un semaforo. Quando portiamo tale processo inconscio a livello di una consapevolezza attiva, facendo deliberatamente dimorare la nostra attenzione su un oggetto specifico, la mente raggiunge una condizione di estremo rilassamento e apertura e si colma di pace. Non è necessario cercare di esaminarlo così a fondo da riconoscerne ogni singolo particolare, anzi, se ci proviamo, finiamo con il creare tensione, mentre l'esercizio si propone l'esatto contrario e cioè il rilassamento della mente. Quindi manteniamo una concentrazione sciolta, dedicando all'oggetto la minima attenzione necessaria per mantenere la mera consapevolezza. Comunque l'alternanza della meditazione sull'oggetto e della meditazione senza oggetto di cui abbiamo discusso in precedenza risulta di grande beneficio. Alternando le due tecniche di concentrazione sull'oggetto e di abbandono alla mera consapevolezza, finiamo col riconoscere direttamente una delle verità fondamentali dimostrataci dalle neuroscienze: qualsiasi cosa percepiamo è una ricostruzione creata dalla mente. In altri termini, tra la mente che percepisce un oggetto e l'oggetto percepito non c'è differenza.

-Meditazione sul suono

La meditazione sul suono è del tutto simile alla meditazione sulla forma, eccezion fatta per la facoltà cui ci si affida, che è quella dell'udito. Cominciamo con il lasciar dimorare la mente per qualche istante in una condizione di rilassamento, e quindi ci dedichiamo gradualmente a quanto sentiamo nelle più prossime vicinanze dell'orecchio, per esempio il suono del respiro , oppure un qualsiasi altro suono che abbia origine nell'ambient e immediatamente circostante.C'è chi trova utile servirsi di una registrazione di suoni della natura o di una melodia piacevole. Comunque è opportuno anche praticare l'alternanza di mera attenzione al suono e di mera consapevolezza rilassata e senza oggetto. Via via che ci abituiamo all'offrire una mera attenzione ai suoni in quanto tali, scopriamo di poter ascoltare le critiche che ci vengono rivolte senza arrabbiarci o metterci sulla difensiva, e parimenti di saper prestare ascolto alle lodi senza per questo lasciarci trascinare dall'orgoglio o dall'eccitazione.

Comunque, come già detto, secondo Yongey MINGYUR  è meglio intraprendere le pratiche analitiche sotto la supervisione di un insegnante che abbia la saggezza e l'esperienza necessarie per poterne afferrare il senso e fornire risposte adatte e in accordo alle caratteristiche di ciascun studente. Ma ciò che più conta è che, indipendentemente da quanto meditiamo o da quale tecnica usiamo, qualsiasi tecnica di meditazione buddista finisce in definitiva con il generare la cosiddetta compassione (termine già definito come significato), e ciò accade anche se non ce ne rendiamo affatto conto.

 

Articolo ricavato dal testo Budda, la mente e la scienza della felicità di YONGEY MINGYUR RINPOCHE

 
Il Buddha, il Risvegliato PDF Stampa
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Per capire il Buddhismo è estremamente importante farsi un’idea dell’impatto della vita del Buddha su coloro che entrarono nella sua orbita.

E’ impossibile leggere i resoconti di quella vita senza che ne derivi l’impressione di essere venuti a contatto con una delle più grandi personalità di tutti i tempi. L’ovvio sentimento di venerazione avvertito da coloro che lo conobbero risulta contagioso e ben presto il lettore è catturato insieme con i suoi discepoli dalla sensazione di essere alla presenza di qualcosa che appare quasi l’incarnazione stessa della saggezza.

Forse ciò che colpisce maggiormente in lui è la combinazione di mente fredda e cuore caldo, una miscela che lo protesse sia da ogni sentimentalismo che dall’indifferenza. Fu di sicuro uno dei più grandi razionalisti di tutti i tempi, e in questo senso ci ricorda addirittura Socrate. Ogni problema che gli si presentava era automaticamente sottoposto ad una analisi fredda e spassionata: per prima cosa, veniva scomposto nelle sue varie componenti, dopodiché queste erano riassemblate secondo un ordine architettonico logico, che ne metteva a nudo il significato e la rilevanza: Era infatti un maestro del dialogo e della dialettica, e placidamente sicuro:  «Che nel disputare con chicchessia io possa essere indotto in confusione o in imbarazzo è cosa impossibile».

Il fatto straordinario, comunque, era il modo in cui questa componente obiettiva e critica del suo carattere era bilanciata da una tenerezza francescana tanto forte da far definire il suo messaggio come «religione della compassione infinita». Che abbia davvero rischiato la vita per salvare una capra in un dirupo può forse essere storicamente dubbio, ma un gesto simile sarebbe certamente stato in linea con il suo carattere, giacché per le folle affamate tutta la sua vita fu un dono. In effetti il suo continuo donarsi impressionò tanto i suoi biografi che poterono spiegarselo soltanto nei termini di uno slancio, la cui direzione era nata negli stati animali delle sue incarnazioni. Nel Jakatamala (la Ghirlanda delle nascite) lo vediamo sacrificarsi per il suo branco quando era cervo, e gettarsi da lepre nel fuoco per nutrire un brahamano (NdR- un sacerdote  induista) che sta morendo di fame. Se proprio dobbiamo, prendiamo questi ‘’resoconti’’ come leggende, però non vi è dubbio che in vita il Buddha stillasse gentilezza da tutti i pori. Desideroso di estrarre le frecce del dolore dal corpo di chiunque incontrasse, dispensava a ciascuno la propria compassione, l’illuminazione e lo strano potere dell’anima , che, anche quando non parlava, ghermiva il cuore del visitatore, trasformandolo.

Sul piano sociale, il lignaggio reale e la sua educazione costituirono un vantaggio notevole. «Di bella presenza»,  si muoveva con agio tra re e potenti, perché era stato uno di loro: Tuttavia la sua calma e la sua raffinatezza non sembrano averlo allontanato dalle persone semplici. Distinzioni superficiali di classe e casta significavano talmente poco per lui che pareva non notarle. Seppure cadute in basso o rifiutate dalla società, le persone ricevevano dal Buddha un rispetto che derivava dal loro essere umani. Così molti fuori casta ed emarginati, facendo per la prima volta l’esperienza di essere compresi e accettati, sentivano sgorgare il rispetto nei confronti di sé stessi e acquisivano uno status nella comunità. «Il venerabile  Gautama (NdR-il nome della sua famiglia) accoglie tutti con benevolenza, ispira fiducia, riconcilia chi è diviso, non è arrogante, ma avvicinabile da tutti».

C’era effettivamente una incredibile semplicità in quest’uomo, davanti al quale si inchinavano i re. Persino quando la sua fama era al massimo, lo si vedeva camminare per le vie e i vicoli con la ciotola in mano, nel suo giro della raccolta dell’elemosina, e la pazienza di chi è consapevole dell’illusorietà del  tempo. Come la vite e l’ulivo, due piante fortemente simboliche che crescono nei terreni più aridi, le sue necessità fisiche erano minime. Un giorno, ad Alavi, in una gelida giornata invernale, fu trovato a meditare seduto su poche foglie, raccolte su una mulattiera. «Duro è il sentiero calpestato dagli zoccoli del bestiame; sottile è il cuscino; leggero l’abito giallo del monaco; tagliente il vento dell’inverno» ammise, «eppure vivo felicemente con sublime regola».[…..]

Nonostante l’obiettività nei confronti di se stesso, subì una pressione costante durante la sua vita perché fosse trasformato in un dio, ma lui lo rifiutò categoricamente, insistendo di essere umano in ogni aspetto. Non fece alcun tentativo di nascondere le proprie tentazioni e debolezze, ovvero quanto fosse stato difficile raggiungere l’illuminazione, quanto fosse stato duro farcela, quanto ancora rimaneva fallibile. Confessò che, se fosse esistito un altro impulso forte quanto il sesso, non avrebbe mai raggiunto la meta. Ammise che i primi mesi in cui si era ritrovato da solo nella foresta (NdR-il luogo dove raggiungerà l’illuminazione)  lo avevano portato sull’orlo del terrore mortale: «Mentre vi indugiavo, mi si avvicinò un cervo, un uccello fece cadere un ramo e il vento fece stormire tutte le fronde e pensai: Eccoli arrivare….. la paura e il terrore». Come osserva Paul Dalhke, nei suoi Buddist Essays , «Uno che parla in questo modo non ha bisogno di essere affascinato dalla speranza della gioia celeste. Uno che parla così di se stesso attira con la stessa forza con cui la Verità attira coloro che vi entrano in contatto».

La prova del primato del Buddha era data non soltanto dalla grandezza raggiunta dal suo ordine, ma anche dalla perfezione della disciplina che vi regnava.

Come altri geni spirituali – si pensi a Gesù che intravede Zaccheo sull’albero – il Buddha era dotato di un intuito soprannaturale per comprendere il carattere altrui. Capace di valutare, quasi a prima vista, le persone che lo avvicinavano, non sembrava essere mai ingannato dalla frode o dall’apparenza e spostava immediatamente l’attenzione su ciò che era autentico e genuino. Uno degli esempi più belli di questi fu il suo incontro con Sunita, un uomo che occupava una posizione tanto bassa nella scala sociale da essere costretto a rovistare tra i vecchi bouquet di fiori, per trovare ogni tanto un bocciolo da barattare in cambio di un po’ di cibo per calmare i morsi della fame. Quando un giorno il Buddha arrivò sul posto dove stava passando al setaccio i rifiuti, il cuore di Sunita fu ricolmo di meraviglia e gioia. Non trovando alcun luogo dove nascondersi (era infatti un fuori casta), rimase lì incollato al muro, riverendo il maestro con le mani giunte. Il Buddha «individuò le condizioni per l’arahatta (santità) nel cuore di Sunita, splendenti come una luce dentro una giara», e si avvicinò dicendo: «Sunita, ti è consono questo miserabile stile di vita? Potresti sopportare l’abbandono del mondo?». Sunita, avvertendo il rapimento di chi è stato asperso con l’ambrosia, disse: “Se a uno come me è possibile diventare un tuo monaco, possa il Glorioso permettere che mi faccia avanti!». E divenne un illustre membro dell’ordine’’.

Tutta l’esistenza del Buddha fu permeata dalla convinzione di avere una missione cosmica da svolgere. Immediatamente dopo la sua illuminazione, vide con l’occhio della mente «anime i cui occhi erano poco offuscati dalla polvere e anime i cui occhi erano molto offuscati dalla polvere», ovvero l’intera umanità che girava a vuoto, perduta, disperatamente bisognosa di aiuto e di guida. Non aveva altra scelta se non quella di ammettere con i propri seguaci di essere «venuto al mondo per il bene di molti, per la felicità di molti, per il beneficio, il bene e la felicità di déi e uomini, mosso dalla compassione per il mondo». Per aver accettato la propria missione, senza curarsi del prezzo che avrebbe pagato, conquistò davvero il cuore e la mente dell’India. «Il monaco Gautama è avanzato nella vita religiosa, avendo abbandonato il grande clan dei propri parenti, rinunciato a molto denaro e oro, a tesori sia nascosti che alla luce del sole. Veramente, quando ancora era un giovane senza capelli grigi in testa, nello splendore della sua maggiore età, passò dalla vita di capofamiglia alla condizione di senzatetto».

Encomi del Buddha affollano i testi, anche perché i discepoli non erano mai completamente soddisfatti dalle descrizioni. Nonostante le parole facessero del loro meglio, nel loro maestro permaneva l’essenza del mistero, ovvero le insondate profondità che il loro linguaggio non riusciva ad esprimere, poiché il pensiero non poteva concepirle. Ciò che erano in grado di comprendere lo riverivano e amavano, ma c’era qualcosa di più. Fino alla fine rimase metà luce, metà ombra, sfuggendo a una intelligibilità esaustiva. Per questo lo chiamavano Sakyamuni “il saggio ‘silenzioso’ del clan dei Sakya”, simbolo di qualcosa che andava al di là di quello che potesse esser detto o pensato. Altri suoi appellativi erano Tathagata ‘Colui che è venuto così’, “il Conquistatore della Verità”, il “Perfettamente Illuminato”, giacchè «lui solo sa e vede alla perfezione, faccia a faccia quest’universo. Il Tathagata è, in verità, profondo, incommensurabile, inconoscibile, non altrimenti che l’oceano ».

 

Brano  tratto dal testo Le religioni del mondo di Huston Smith

 
La mia religione è la gentilezza PDF Stampa
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Se ci fermiamo un attimo a riflettere, risulta evidente che la nostra sopravvivenza, perfino oggigiorno, dipende dagli atti di gentilezza di altre persone. Fin dal momento della nascita dipendiamo dalla cura e dalla gentilezza dei nostri genitori; più tardi nella vita, quando dobbiamo affrontare le sofferenze ed i disagi della vecchiaia, dipendiamo di nuovo dalla gentilezza degli altri. Se al principio ed alla fine della nostra vita dipendiamo dalla gentilezza degli altri , perché non agire con gentilezza nella parte intermedia della nostra esistenza?

La gentilezza e la compassione sono elementi essenziali per dare un senso alla nostra vita. Costituiscono una sorgente duratura di gioia e felicità. Sono il fondamento di un cuore generoso, il cuore di chi agisce per il desiderio di aiutare gli altri. Con la gentilezza, e quindi con l'affetto, l'onestà, la verità e la giustizia verso tutti, ci assicuriamo lo stesso nostro vantaggio. E' una questione di buon senso. Vale la pena di avere considerazione per gli altri, perché la nostra felicità è inestricabilmente intrecciata con quella del prossimo. Analogamente, se la società soffre, soffriamo anche noi. D'alta parte, quanto più i nostri cuori e le nostre menti sono afflitti da sentimenti di ostilità, tanto più diventiamo infelici. Quindi non possiamo eludere la necessità di gentilezza e compassione.

Ad un livello elementare e pratico, la gentilezza genera un senso di calore e di apertura che ci permette di comunicare molto più facilmente con gli altri. Scopriamo che tutti gli esseri umani sono proprio come noi, e quindi diventa più semplice entrare in relazione con loro. Questo evoca uno spirito di amicizia in cui c'è meno bisogno di nascondere ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

Inoltre è ormai assodato che coltivare stati mentali positivi come la gentilezza e la compassione migliora la salute e può portare alla felicità.

E' straordinariamente importante che noi cerchiamo di fare qualcosa di buono con la nostra vita. Noi non siamo nati per fare del male o per danneggiare gli altri. Perché la nostra vita abbia valore dobbiamo coltivare e nutrire le qualità umane fondamentali come il calore, la gentilezza e la compassione. Se riusciremo a farlo, le nostre vite acquisteranno senso, saranno più felici e serene e avremo dato un contributo positivo al mondo che ci circonda.

 

L'attuale DALAI LAMA

 
Cenni sull'Islam PDF Stampa
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L’Islam (sottomissione) costituisce l’ultima religione monoteista in ordine di tempo, perché fu fondata circa 1400 anni fa, mentre quella ebraica è stata creata da 5000 anni e, il cristianesimo, pur con presenza di numerose comunità fin dalla fine del primo secolo, venne riconosciuto come religione dell’impero romano con l’Editto di Costantino, nel 313. Il fondatore dell’Islam è stato Maometto, che si è definito in ordine di tempo l’ultimo profeta di Dio. “Maometto non è altro che un messaggero, altri ne vennero prima di lui”: così è scritto nel Corano (III,144). Comunque più avanti egli è appellato “Sigillo dei Profeti” (XXXIII,40), pertanto l’Islam, secondo i suoi seguaci, rappresenta la religione più avanzata, perché ha raccolto l’ultimo messaggio di Dio per l’umanità. La rivelazione islamica è durata circa venti anni ed è stata recepita da Maometto per mezzo dell’arcangelo Gabriele, che lo assumeva in cielo per infondergli la parola di Dio. Il testo sacro dei musulmani, il Corano, comprendente 6236 versetti, raccolti in 114 capitoli (sure), fu redatto quaranta anni dopo la morte del Profeta. Le presunte parole di Dio per l’umanità, in un primo tempo, sono state tramandate oralmente anche per quanto riguarda il Nuovo Testamento (il primo Vangelo di Matteo risale presumibilmente agli anni 80), mentre la Bibbia Ebraica risale  all’inizio del primo millennio a.C. La mancanza di un testo autografo ha prodotto, come nel caso del cristianesimo, numerose interpretazioni, che hanno prodotto  varie correnti di pensiero esegetico. Un altro testo sacro dell’Islam è costituito dalla Sunna , che venne redatta alcuni secoli dopo la morte del Profeta. Esso  costituisce la raccolta dei presunti comportamenti di Maometto  e che sono diventati per questo esempi da seguire e chiave di interpretazione di alcuni passi del Corano, che rimane il testo fondamentale della religione islamica. Nel politeismo  presente in Arabia, Maometto introdusse il Dio unico e trascendente , come quello degli ebrei e dei cristiani, con la variante che Gesù da figlio di Dio diventa un semplice Profeta. Subito dopo la morte di Maometto , nel 632, i musulmani si divisero in due rami: il primo, i futuri sunniti (attualmente il 90% circa di tutti i musulmani), sosteneva che il nuovo leader della comunità musulmana, ovvero il legittimo califfo, fosse Abu Bakr, compagno di Maometto e importante studioso islamico. Il secondo ramo, i futuri sciiti, sosteneva che diventare califfo fosse invece un diritto riservato ai discendenti di Maometto e che quindi spettasse a Ali ibn Abi Talib, il genero del profeta, dal momento che Maometto non aveva figli maschi.
Molte scuole di pensiero sunnite ritengono che gli sciiti siano i peggiori nemici dell'Islam. A differenza degli ebrei e dei cristiani che sono considerati più semplicemente miscredenti, gli sciiti sono  visti come eretici.
Nell'Islam sunnita il califfo è il leader dell'intera ummah, comunità musulmana, ed è una figura politica, mentre l'imam è semplicemente una figura religiosa che guida la preghiera in moschea. Nell'Islam sciita invece la parola imam è anche sostituita a califfo, e i dodici imam riconosciuti ufficialmente dagli sciiti, tutti appartenenti alla famiglia del profeta Maometto, sono da loro considerati come i leader spirituali, religiosi e politici della ummah.
L'aspetto più noto dell'Islam è rappresentato dal fatto che la condizione femminile è estremamente subordinata ai voleri del maschio dominante. Ciò fino ad arrivare a profondi stati di sottomissione, come quello per cui la donna non può uscire di casa senza essere accompagnata dal marito o quando le viene impedito l'accesso a qualsiasi forma di istruzione. Inoltre le donne devono usare un copricapo come il chador o addirittura il burqa, con cui il corpo compreso il capo viene completamente ricoperto, lasciando solo una griglia all'altezza degli occhi. Tutto questo perchè sembra che Maometto avesse una decina di mogli e nel Corano (IV,34) è scritto :" Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni e perchè spendono [per esse] i loro beni . Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande."

Fondamentalmente la religione islamica è basata  su tre proposte salvifiche che sono: la misericordia (rahma) ovvero sensibilità, tenerezza e anche perdono, cioè la relazione d’amore che lega i membri di una famiglia come quelli della comunità. La seconda è costituita dall’uguaglianza (musavat) che fa sì che tutti gli uomini siano uguali tra di loro, senza alcuna distinzione di razza e nazionalità e casta. La terza è invece costituita da libertà di opinione (ra’y) e creatività (ibda).
Il culto islamico inoltre comprende cinque colonne portanti, ovvero  la professione di fede (shahada) :  Allah è unico e Maometto è il suo Profeta. La preghiera rivolti verso la Mecca, luogo di nascita di Maometto, per cinque volte al giorno. Inoltre l’elemosina, il digiuno dall’alba al tramonto nel mese del Ramadan del calendario musulmano ed infine il pellegrinaggio alla Mecca.
Comunque la frammentazione dottrinale , causata dalle diversità etniche, culturali, politiche ed economiche, ha prodotto una visione dell’Islam, da parte dell’opinione pubblica occidentale, caratterizzata dai contenuti più esasperati del fondamentalismo, come quello relativo alla jihad, ritenuta come un fatto esclusivamente militare (guerra santa).Ma  il significato letterale di jihad è semplicemente “sforzo”, cioè pulsione interiore per accostarsi il più vicino possibile alla dottrina . Il senso del termine  è stato alterato dai fondamentalisti ed anziché un fatto personale è diventato un fatto militare; basta guardare all’ISIS e ai numerosi atti di terrorismo compiuti sia nei confronti dei miscredenti (appartenenti ad altre religioni) che degli eretici (tra sunniti e sciiti).Quest’ultimo fenomeno è così rilevante  che la morte  di un fedele in qualsiasi atto militare, a cominciare da coloro che si fanno esplodere per diffondere terrore e morte, viene considerata un martirio anziché un suicidio; il che procurerebbe  l’accesso al Paradiso, cioè all’eterna felicità. Ancora una volta il fondamentalismo , generato dalla ignoranza dottrinaria, (le  religioni monoteiste sono caratterizzate da : misericordia, carità, equità, perdono e distacco dai beni materiali) produce effetti devastanti e toglie alle religioni il ruolo di guida verso quel mondo di pace e d’amore, sognato dai vari Profeti.

 

Antonio ALBINO

 
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