Home Religioni Religioni Orientali Dalla Baghavat Gita (testo sacro della religione induista): Rinunciare ai frutti dei propri atti
Dalla Baghavat Gita (testo sacro della religione induista): Rinunciare ai frutti dei propri atti PDF Stampa
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Nota: nel brano si citano Krishna che è una delle rappresentazioni della Divinità Suprema (ottava incarnazione di Visnu), mentre Prajapati è una divinità che presiede alla procreazione ed è protettore della vita ed infine Arjuna che è un mitico eroe protagonista della Baghavat Gita.


Si può affermare che la Bhagavad Gītā si sforza di 'salvare' tutti gli atti umani, di 'giustificare' ogni azione profana: infatti, per il fatto stesso di non godere più dei loro 'frutti', l'uomo trasforma i propri atti in sacrifici, cioè in dinamismi transpersonali che contribuiscono a mantenere l'ordine cosmico. Ora, come ricorda Krishna, solo gli atti che hanno per oggetto il sacrificio non incatenano (III, 9). Prajāpati creò il sacrificio perché il Cosmo potesse manifestarsi e perché gli uomini potessero vivere e propagarsi (III, 10 ss.), ma Krishna rivela che l'uomo può anch'egli collaborare alla perfezione dell'opera divina, non soltanto con i sacrifici propriamente detti (quelli che costituiscono il culto vedico), ma con tutti i suoi atti, di qualunque natura essi siano. Quando i vari asceti e yogi 'sacrificano' le loro attività psico-fisiologiche, si distaccano da queste attività, attribuendovi un valore transpersonale (IV, 25 ss.); nel far ciò, «tutti hanno la nozione vera del sacrificio e, col sacrificio, cancellano le loro macchie» (IV, 30).
Questa trasformazione di attività profane in rituali è resa possibile dallo Yoga; Krishna rivela ad Arjuna che 'l'uomo d'azione' può salvarsi, in altri termini può sottrarsi alle conseguenze della sua partecipazione alla vita del mondo, pur continuando ad agire. La sola cosa che egli deve osservare è la seguente: deve staccarsi dai propri atti e dai loro esiti, il che significa: «Rinunciare ai frutti dei propri atti» (phalatrsnavairāgya), agire impersonalmente, senza passione, senza desiderio, come se agisse per procura, al posto di un altro. Se si attiene rigidamente a questa regola, i suoi atti non semineranno più nuove potenzialità karmiche e non lo assoggetteranno al ciclo karmico: «Indifferente al frutto dell'azione, sempre soddisfatto, libero da ogni legame, per quanto possa sembrare indaffarato, in realtà egli non agisce...» (IV, 20).
La grande originalità della Bhagavad  Gītā  sta nell'aver insistito sullo «yoga dell'azione», che si realizza «rinunciando ai frutti dei propri atti», e questo è anche il principale motivo del suo successo, che non ha precedenti in India. Essa, infatti, rende possibile a ogni uomo sperare di ottenere la liberazione, grazie al phalatrsnavairāgya, anche quando, per diversi motivi, sarà obbligato a partecipare alla vita sociale, ad avere una famiglia, delle preoccupazioni, svolgere delle funzioni e perfino commettere azioni 'immorali' (come Arjuna, che deve uccidere i suoi avversari in guerra). Agire tranquillamente, senza essere mossi dal «desiderio del risultato», significa ottenere un dominio di sé e una serenità che soltanto lo Yoga può conferire. Come dice Krishna: «Pur agendo senza restrizioni, egli rimane fedele allo Yoga»; questa interpretazione della tecnica yoga è caratteristica del grandioso sforzo di sintesi della Bhagavad Gītā, che voleva conciliare tutte le vocazioni: ascetica, mistica o votata all'attività  nel mondo.
Oltre a questo Yoga accessibile a tutti, e che consiste nella rinuncia ai «frutti degli atti», la Bhagavad Gītā espone per sommi capi una tecnica yoga propriamente detta, riservata ai contemplativi (VI, II ss.); Krishna decreta: «Lo Yoga è superiore all'ascesi (tapas), superiore anche alla scienza (jñāna) superiore al sacrificio» (VI, 46). Ma la meditazione yoga raggiunge il suo fine ultimo soltanto se il discepolo si concentra in Dio: «Con l'anima serena e senza timori... l'intelletto saldo e continuamente concentrato su di Me, egli deve praticare lo Yoga assumendoMi come fine supremo» (VI, 14). «Colui che Mi vede dappertutto, e vede tutte le cose in Me, io non l'abbandono mai, e mai egli Mi abbandona. Colui che, essendosi fissato nell'unità, adora Me che abito in tutti gli esseri, abita in Me, qualunque sia il suo modo di vivere» (VI, 30-31; c.vo nostro).
È allo stesso tempo il trionfo delle pratiche yoga e l'esaltazione della devozione mistica (bhakti.) al rango di 'via' suprema. Inoltre, nella Bhagavad Gītā si affaccia il concetto di grazia, preannunciando lo sviluppo esorbitante che esso avrà nella letteratura vishnuita medievale, ma il ruolo decisivo che essa ebbe nello sviluppo del teismo non diminuisce comunque l'importanza della Bhagavad Gītā. Quest'opera senza eguali, chiave di volta della spiritualità indiana, può essere valorizzata in molteplici contesti. Per il fatto di mettere l'accento sulla storicità dell'uomo, la soluzione offerta dalla Gītā è certamente la più comprensiva e, bisogna aggiungere, la più opportuna per l'India moderna già integrata nel 'circuito della Storia'. Infatti, per tradurlo in termini familiari agli occidentali, il problema presentato nella Gītā è il seguente: in che modo risolvere la situazione paradossale creata dal fatto che l'uomo da un lato si trova nel Tempo, è votato alla Storia, ma, dall'altro sa che sarà 'dannato' se si lascia esaurire nella temporalità e nella propria storicità, e che di conseguenza deve a tutti i costi trovare, nel mondo, una via che sbocchi su un piano trans-storico e atemporale?
Abbiamo veduto la soluzione proposta da Krishna: compiere il proprio dovere (svadharma) nel mondo, ma senza lasciarsi muovere dal desiderio dei frutti delle proprie azioni (phalatrsnavairāgya). Dato che l'universo intero è la creazione, anzi l'epifania, di Krishna (-Vishnu), vivere nel mondo, partecipare alle sue strutture, non costituisce una 'cattiva azione'; la 'cattiva azione' è invece quella di Credere che il mondo, il tempo e la storia dispongano di una realtà propria e indipendente, vale a dire che non esista null'altro al di fuori del mondo e della temporalità. L'idea è, certo, panindiana; ma nella Bhagavad Gītā essa riceve la sua espressione più coerente. 


Brano tratto dal testo di Mircea Eliade: STORIA DELLE CREDENZE E DELLE IDEE RELIGIOSE