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Il Buddha, il Risvegliato PDF Stampa
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Per capire il Buddhismo è estremamente importante farsi un’idea dell’impatto della vita del Buddha su coloro che entrarono nella sua orbita.

E’ impossibile leggere i resoconti di quella vita senza che ne derivi l’impressione di essere venuti a contatto con una delle più grandi personalità di tutti i tempi. L’ovvio sentimento di venerazione avvertito da coloro che lo conobbero risulta contagioso e ben presto il lettore è catturato insieme con i suoi discepoli dalla sensazione di essere alla presenza di qualcosa che appare quasi l’incarnazione stessa della saggezza.

Forse ciò che colpisce maggiormente in lui è la combinazione di mente fredda e cuore caldo, una miscela che lo protesse sia da ogni sentimentalismo che dall’indifferenza. Fu di sicuro uno dei più grandi razionalisti di tutti i tempi, e in questo senso ci ricorda addirittura Socrate. Ogni problema che gli si presentava era automaticamente sottoposto ad una analisi fredda e spassionata: per prima cosa, veniva scomposto nelle sue varie componenti, dopodiché queste erano riassemblate secondo un ordine architettonico logico, che ne metteva a nudo il significato e la rilevanza: Era infatti un maestro del dialogo e della dialettica, e placidamente sicuro:  «Che nel disputare con chicchessia io possa essere indotto in confusione o in imbarazzo è cosa impossibile».

Il fatto straordinario, comunque, era il modo in cui questa componente obiettiva e critica del suo carattere era bilanciata da una tenerezza francescana tanto forte da far definire il suo messaggio come «religione della compassione infinita». Che abbia davvero rischiato la vita per salvare una capra in un dirupo può forse essere storicamente dubbio, ma un gesto simile sarebbe certamente stato in linea con il suo carattere, giacché per le folle affamate tutta la sua vita fu un dono. In effetti il suo continuo donarsi impressionò tanto i suoi biografi che poterono spiegarselo soltanto nei termini di uno slancio, la cui direzione era nata negli stati animali delle sue incarnazioni. Nel Jakatamala (la Ghirlanda delle nascite) lo vediamo sacrificarsi per il suo branco quando era cervo, e gettarsi da lepre nel fuoco per nutrire un brahamano (NdR- un sacerdote  induista) che sta morendo di fame. Se proprio dobbiamo, prendiamo questi ‘’resoconti’’ come leggende, però non vi è dubbio che in vita il Buddha stillasse gentilezza da tutti i pori. Desideroso di estrarre le frecce del dolore dal corpo di chiunque incontrasse, dispensava a ciascuno la propria compassione, l’illuminazione e lo strano potere dell’anima , che, anche quando non parlava, ghermiva il cuore del visitatore, trasformandolo.

Sul piano sociale, il lignaggio reale e la sua educazione costituirono un vantaggio notevole. «Di bella presenza»,  si muoveva con agio tra re e potenti, perché era stato uno di loro: Tuttavia la sua calma e la sua raffinatezza non sembrano averlo allontanato dalle persone semplici. Distinzioni superficiali di classe e casta significavano talmente poco per lui che pareva non notarle. Seppure cadute in basso o rifiutate dalla società, le persone ricevevano dal Buddha un rispetto che derivava dal loro essere umani. Così molti fuori casta ed emarginati, facendo per la prima volta l’esperienza di essere compresi e accettati, sentivano sgorgare il rispetto nei confronti di sé stessi e acquisivano uno status nella comunità. «Il venerabile  Gautama (NdR-il nome della sua famiglia) accoglie tutti con benevolenza, ispira fiducia, riconcilia chi è diviso, non è arrogante, ma avvicinabile da tutti».

C’era effettivamente una incredibile semplicità in quest’uomo, davanti al quale si inchinavano i re. Persino quando la sua fama era al massimo, lo si vedeva camminare per le vie e i vicoli con la ciotola in mano, nel suo giro della raccolta dell’elemosina, e la pazienza di chi è consapevole dell’illusorietà del  tempo. Come la vite e l’ulivo, due piante fortemente simboliche che crescono nei terreni più aridi, le sue necessità fisiche erano minime. Un giorno, ad Alavi, in una gelida giornata invernale, fu trovato a meditare seduto su poche foglie, raccolte su una mulattiera. «Duro è il sentiero calpestato dagli zoccoli del bestiame; sottile è il cuscino; leggero l’abito giallo del monaco; tagliente il vento dell’inverno» ammise, «eppure vivo felicemente con sublime regola».[…..]

Nonostante l’obiettività nei confronti di se stesso, subì una pressione costante durante la sua vita perché fosse trasformato in un dio, ma lui lo rifiutò categoricamente, insistendo di essere umano in ogni aspetto. Non fece alcun tentativo di nascondere le proprie tentazioni e debolezze, ovvero quanto fosse stato difficile raggiungere l’illuminazione, quanto fosse stato duro farcela, quanto ancora rimaneva fallibile. Confessò che, se fosse esistito un altro impulso forte quanto il sesso, non avrebbe mai raggiunto la meta. Ammise che i primi mesi in cui si era ritrovato da solo nella foresta (NdR-il luogo dove raggiungerà l’illuminazione)  lo avevano portato sull’orlo del terrore mortale: «Mentre vi indugiavo, mi si avvicinò un cervo, un uccello fece cadere un ramo e il vento fece stormire tutte le fronde e pensai: Eccoli arrivare….. la paura e il terrore». Come osserva Paul Dalhke, nei suoi Buddist Essays , «Uno che parla in questo modo non ha bisogno di essere affascinato dalla speranza della gioia celeste. Uno che parla così di se stesso attira con la stessa forza con cui la Verità attira coloro che vi entrano in contatto».

La prova del primato del Buddha era data non soltanto dalla grandezza raggiunta dal suo ordine, ma anche dalla perfezione della disciplina che vi regnava.

Come altri geni spirituali – si pensi a Gesù che intravede Zaccheo sull’albero – il Buddha era dotato di un intuito soprannaturale per comprendere il carattere altrui. Capace di valutare, quasi a prima vista, le persone che lo avvicinavano, non sembrava essere mai ingannato dalla frode o dall’apparenza e spostava immediatamente l’attenzione su ciò che era autentico e genuino. Uno degli esempi più belli di questi fu il suo incontro con Sunita, un uomo che occupava una posizione tanto bassa nella scala sociale da essere costretto a rovistare tra i vecchi bouquet di fiori, per trovare ogni tanto un bocciolo da barattare in cambio di un po’ di cibo per calmare i morsi della fame. Quando un giorno il Buddha arrivò sul posto dove stava passando al setaccio i rifiuti, il cuore di Sunita fu ricolmo di meraviglia e gioia. Non trovando alcun luogo dove nascondersi (era infatti un fuori casta), rimase lì incollato al muro, riverendo il maestro con le mani giunte. Il Buddha «individuò le condizioni per l’arahatta (santità) nel cuore di Sunita, splendenti come una luce dentro una giara», e si avvicinò dicendo: «Sunita, ti è consono questo miserabile stile di vita? Potresti sopportare l’abbandono del mondo?». Sunita, avvertendo il rapimento di chi è stato asperso con l’ambrosia, disse: “Se a uno come me è possibile diventare un tuo monaco, possa il Glorioso permettere che mi faccia avanti!». E divenne un illustre membro dell’ordine’’.

Tutta l’esistenza del Buddha fu permeata dalla convinzione di avere una missione cosmica da svolgere. Immediatamente dopo la sua illuminazione, vide con l’occhio della mente «anime i cui occhi erano poco offuscati dalla polvere e anime i cui occhi erano molto offuscati dalla polvere», ovvero l’intera umanità che girava a vuoto, perduta, disperatamente bisognosa di aiuto e di guida. Non aveva altra scelta se non quella di ammettere con i propri seguaci di essere «venuto al mondo per il bene di molti, per la felicità di molti, per il beneficio, il bene e la felicità di déi e uomini, mosso dalla compassione per il mondo». Per aver accettato la propria missione, senza curarsi del prezzo che avrebbe pagato, conquistò davvero il cuore e la mente dell’India. «Il monaco Gautama è avanzato nella vita religiosa, avendo abbandonato il grande clan dei propri parenti, rinunciato a molto denaro e oro, a tesori sia nascosti che alla luce del sole. Veramente, quando ancora era un giovane senza capelli grigi in testa, nello splendore della sua maggiore età, passò dalla vita di capofamiglia alla condizione di senzatetto».

Encomi del Buddha affollano i testi, anche perché i discepoli non erano mai completamente soddisfatti dalle descrizioni. Nonostante le parole facessero del loro meglio, nel loro maestro permaneva l’essenza del mistero, ovvero le insondate profondità che il loro linguaggio non riusciva ad esprimere, poiché il pensiero non poteva concepirle. Ciò che erano in grado di comprendere lo riverivano e amavano, ma c’era qualcosa di più. Fino alla fine rimase metà luce, metà ombra, sfuggendo a una intelligibilità esaustiva. Per questo lo chiamavano Sakyamuni “il saggio ‘silenzioso’ del clan dei Sakya”, simbolo di qualcosa che andava al di là di quello che potesse esser detto o pensato. Altri suoi appellativi erano Tathagata ‘Colui che è venuto così’, “il Conquistatore della Verità”, il “Perfettamente Illuminato”, giacchè «lui solo sa e vede alla perfezione, faccia a faccia quest’universo. Il Tathagata è, in verità, profondo, incommensurabile, inconoscibile, non altrimenti che l’oceano ».

 

Brano  tratto dal testo Le religioni del mondo di Huston Smith