Home Benessere Salute Gli ultimi studi sul cervello: è vero, i vecchi sono più saggi
Gli ultimi studi sul cervello: è vero, i vecchi sono più saggi PDF Stampa
Benessere - Salute
Giovedì 25 Settembre 2008 18:03

Quando si parla degli anziani si tirano i ballo l'Alzheimer e altre malattie degenerative. Ma molte persone avanti con gli anni hanno una profondità di pensiero e una capacità di analisi assenti in molti giovani

Gli anziani a volte perdono la memoria, ma sanno leggere nel cuore. Li guardi e sembrano chiusi nel loro mondo, ma capiscono in un lampo quello che i più giovani fanno fatica a districare. E riescono a fornire, spesso, interpretazioni illuminanti.

- E' la saggezza - , si dice. Da qualche tempo i neuroscienzati si sono resi conto che dietro questa qualità c'è una precisa serie di caratteristiche chimiche e fisiche del cervello. Uscendo da ogni visione letteraria o romantica, hanno compreso che la saggezza è il modo, elaborato dai neuroni, per gestire un'enorme mole di dati, che si accumulano nel corso della vita.

- Diciamo subito che gli anziani non hanno meno cellule nervose rispetto a un giovane, come molte persone credono - , esordisce Antonio Malgaroli, docente di fisiologia all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. – Quello che cambia, con il tempo, è il numero delle sinapsi, cioè dei punti di comunicazione fra una cellula nervosa e l'altra. Solo se subentra qualche grave condizione patologica, il numero si riduce. Altrimenti, rimane costante. Anzi, le ultime teorie dicono che la quantità di sinapsi addirittura aumenterebbe - .

Un anziano ha certamente una visione d'insieme della realtà più ricca, grazie alla somma delle esperienze accumulate. – Il suo cervello è in grado di produrre molte più associazioni mentali rispetto a quello di un ragazzo - , spiega Carlo Caltagirone , direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia di Roma. – Numerose ricerche dimostrano che anche a 70 o a 80 anni le aree celebrali restano plastiche e in grado di riorganizzarsi di continuo. Il cervello diventa molto abile, soprattutto, a creare scorciatoie fra le informazioni che già possiede e a utilizzarle nel modo più economico possibile. Non per niente tanti storici e filosofi hanno prodotto le loro opere migliori in età avanzata. All'opposto, gli studiosi di fisica, impegnati in un settore che richiede intuizioni rapide, quasi sempre danno il meglio di sé prima dei trenta anni, e dopo si fermano. - .

La plasticità è maggiore nelle persone che hanno tenuto sempre ben allenata la mente. – Se esiste già una rete di connessioni molto ampia, diventa più facile trovare le tracce della memoria in cui recuperare risposte – dice Gabriele Miceli, docente ordinario di neurologia all'Università di Trento.

Ma non è solo una questione di ragionamento. – Le persone avanti negli anni hanno un altro importante vantaggio sui giovani, e cioè una maggiore capacità di calibrare le proprie emozioni - , spiegano i neuroscienzati Sandra Aamodt ( direttore di Nature Neuoroscience ) e Sam Wang ( della Princeton University ), autori del saggio Il tuo cervello appena edito da Mondatori. – Con il passare dell'età, la frequenza di quelle negative diminuisce, fino a stabilizzarsi intorno ai sessanta anni, mentre le emozioni positive rimangono più o meno le stesse. Invecchiando, si tende a turbarsi di meno per gli eventi negativi e anche a ricordare di meno i dispiaceri di tutti i giorni o del passato. Il cattivo umore passa più in fretta negli adulti, che quando sono irritati indulgono meno spesso nelle imprecazioni o in altri comportamenti distruttivi - :

In tutto questo subentra, probabilmente, anche una serie di modifiche ormonali. – Il circuito che coinvolge il sistema nervoso simpatico e quello parasimpatico, e che influenza l'emotività, è più lento negli ultrasettantenni - , dice Malgaroli. – L'organismo di un ragazzo risponde agli stimoli in poche frazioni di millisecondo: il suo cuore batte più velocemente, il sistema nervoso fornisce reazioni immediate, vengono liberati più ormoni. L'anziano ha meno di tutto questo ma può concentrarsi di più sulle cose importanti, utilizzando a questo scopo anche le maggiori esperienze del passato - .

Aggiunge Caltagirone: - Spesso il cervello dei vecchi è costretto ad attivare entrambi gli emisferi, che devono collaborare maggiormente ( rispetto a quanto avviene in un giovane ) nello svolgere determinate attività, perché ci sono meno neuroni attivi - . Ma alcune ricerche dimostrano che, alla fine, il risultato è lo stesso, o addirittura migliore. Un esperimento descritto nella collana Progress in brain research ( pubblicato da Elsevier ) mostra, per esempio, che di fronte a certi esercizi i ragazzi sono più rapidi nel cogliere al volo le nuove informazioni e nel ricordarle, ma le persone di età più avanzata sanno poi usare meglio questi dati, tutti insieme, per risolvere il problema.

Anche questa è saggezza.

Studi recenti forniscono anche altre indicazioni, per certi aspetti sorprendenti, sulla vitalità del cervello degli anziani ( purchè venga stimolato e riceva una buona ossigenazione, grazie a una regolare attività fisica ). – Si è scoperto, in molti vecchi, che l'area dorso-laterale ( una zona della corteccia prefrontale tende a disattivarsi, mentre si incrementa il lavoro della corteccia prefrontale media -, spiega Giuseppe Remuzzi, dell'Istituto Mario Negri di Bergamo. – Le stesse variazioni sono state riscontrate, grazie alla risonanza magnetica funzionale, anche nei musicisti ( giovani ) che fanno improvvisamente jazz, attività cerebrale molto complessa e creativa -.

Non sempre, però, il cervello riesce a riorganizzarsi e a recuperare così bene. – Alcune funzioni sono possibili soltanto in determinate fasi della vita - , continua Malgaroli. – Dopo, subentra una sorta di sigillo e i circuiti diventano rigidi, rendendo più difficile ( a volte impossibile ) l'attivazione di nuove strade-.

E' quello che in termine tecnico si chiama periodo critico. Ognuno di noi sa, per esperienza, che è possibile imparare davvero, profondamente, la matematica, una lingua straniera, uno strumento musicale, ma anche il tennis, solo durante la giovinezza. Successivamente, quasi nessuno ci riesce più. – a volte - , continua Malgaroli, il periodo critico è brevissimo: se, per esempio, entro i due anni di vita non vengono attivati i circuiti visivi ( in seguito ad un fortissimo strabismo o a una cataratta infantile in un occhio ) il cervello non impara più a vedere e la persona rimarrà cieca da quell'occhio, anche dopo una eventuale operazione, solo apparentemente risolutiva. Avviene perché, col tempo, i neuroni destinati a ricevere certi impulsi si ricoprono di una sorta di vernice, che impedisce poi la formazione di nuove sinapsi fra le cellule nervose. L'hanno scoperto i premi Nobel David Hubel e Torsten Diesel - .

In via del tutto teorica, se fosse possibile sciogliere quella vernice ( che in termine tecnico fa parte della matrice extracellulare ), gli anziani sarebbero in grado di recuperare molte delle loro funzioni. Esperimenti di questo genere sono stati condotti con un buon successo, per ora, soltanto sugli animali di laboratorio, dall'equipe di Lamberto Maffei, docente di neurobiologia alla scuola Normale di Pisa. Che spiega: - Eliminando la matrice extracellulare tramite un particolare farmaco, la controitinasi Abc, iniettato direttamente nel cervello, i topi che erano ciechi hanno ricominciato a vedere, perché il loro cervello ha ripreso la plasticità, riattivando i circuiti bloccati - :

Nuovi studi sono in corso sulle scimmie ( non solo per curare la cecità ), e prima o poi si arriverà anche agli uomini. – Molte persone -, rivela Mattei, - si sono già messe in lista d'attesa- . Ma a quel punto gli anziani perderebbero, forse, un po' della loro saggezza.

Articolo tratto dal numero di Agosto 2008 della Rivista OK